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LÀ DOVE TORNANO I CERVELLI

In Messico la maggioranza dei ministri economici sono tecnici che non hanno mai partecipato a una elezione. Fanno parte di una tecnocrazia formatasi negli Stati Uniti e rientrata nel paese per assumere importanti incarichi governativi. Potrebbe accadere la stessa cosa anche in Italia, con il ritorno dei molti cervelli emigrati all’estero? E’ assai improbabile perché da noi mancano altri fattori fondamentali che hanno permesso la nascita e l’affermazione della tequila technocracy. A partire dal fatto che il Messico è una repubblica presidenziale.

Quali sono le radici della “tequila technocracy”, la rivoluzione tecnocratica che in Messico ha portato la stragrande maggioranza dei “cervelli” con PhD in materie economiche conseguito negli Stati Uniti a rientrare nel proprio paese per assumere ruoli centrali nella sfera politica? E la stessa cosa potrebbe accadere anche in Italia?

SEI FATTORI PER LA RIVOLUZIONE MESSICANA

La “tequila technocracy” ha origine con la presidenza di Miguel de la Madrid, che nel 1982 è stato il primo tecnocrate a essere eletto (invero, cooptato) presidente del Messico. (1) Ma cosa ha determinato la sua cooptazione? Inizialmente, un caso. De la Madrid era stato uno studente nella università in cui insegnava Lopez Portillo, il suo predecessore alla presidenza. Quando Portillo è diventato presidente, ha nominato de la Madrid ministro del Bilancio. In tale posizione, e con l’aiuto di un team di economisti educati negli Stati Uniti, de la Madrid ha affrontato con successo la crisi petrolifera iniziata nel 1981. (2) Èprobabile che proprio questo successo abbia suggerito al presidente Portillo l’opportunità di affidare il potere a una persona con competenze nel campo economico.
Una volta che un tecnocrate ha assunto la presidenza, alcuni altri fattori hanno contribuito ad alimentare la rivoluzione tecnocratica. Proviamo a elencarli.
Il primo, e forse più importante, è la natura semi-autocratica del sistema politico messicano, che ha consentito al presidente de la Madrid di promuovere a posizioni di vertice persone da lui scelte. Il Messico è infatti una repubblica di tipo presidenziale, in cui le nomine del presidente sono meno soggette all’influenza della politica. Un altro fattore è che il presidente controlla totalmente il suo partito politico e non è dunque ostaggio di capi-fazione. In ogni caso, i ministeri “economici” (finanza, commercio, eccetera) non sono oggi occupati da politici. La maggioranza dei ministri “economici” sono tecnici che non hanno mai partecipato a elezioni. (3)
Un secondo fattore è il ruolo giocato dalla banca centrale e dall’Itam, la più prestigiosa università di economia e business del Messico. Le due istituzioni hanno rappresentato delle “riserve naturali” per reimportare i talenti emigrati all’estero, prima di trovare loro una collocazione appropriata nell’amministrazione. Il primo governatore “tecnico” della banca centrale, Miguel Mancera, è proprio un laureato dell’Itam e sotto la sua tutela (1982-98), la banca centrale ha assunto un gran numero di messicani con un PhD da università Usa.
Un terzo fattore è l’assenza di regolamenti restrittivi per delle assunzioni nel settore pubblico. Ciò ha permesso di destinare posizioni di alto livello a giovani con PhD senza l’interferenza di onerose procedure burocratiche, che spesso avvantaggiano i burocrati di professione e scoraggiano i concorrenti esterni.
Un quarto fattore è la rapida progressione di carriera. Un trentenne con un PhD conseguito negli Stati Uniti può aspettarsi di essere assunto al livello di “assistente al direttore generale” di un ministero, tre gradi sotto il ministro stesso. In un paio d’anni, può salire di grado e, a quaranta anni, può aspirare a essere sottosegretario. Arrivare a essere ministro è una questione diversa, meno lineare, però la maggior parte dei ministri “economici” è molto giovane, attorno ai quarantacinque anni.
Un quinto fattore è l’alto salario. Un giovane con PhD appena assunto nell’amministrazione può guadagnare fra i 70 e gli 80 mila dollari l’anno, esentasse, circa dieci volte il reddito pro-capite in Messico. Rapportato al reddito pro-capite italiano, ciò corrisponderebbe a un salario annuale di circa 260mila dollari esentasse.
Il sesto fattore è la possibilità per i burocrati di usare l’impiego nell’amministrazione come trampolino di lancio per lucrosi impieghi privati.

L’IMPROBABILE “SPAGHETTI TECHNOCRACY”

In Italia vi è stato, anni addietro, un evento per certi versi analogo alla presidenza de la Madrid: la nomina di Carlo Azeglio Ciampi, un tecnico par excellence, a presidente del Consiglio. Il governo Ciampi, ancorché di breve durata, nominò tecnici “di lungo corso” in alcuni importanti ministeri. Tuttavia, questo non ha scatenato nessuna rivoluzione tecnocratica. Perché?
Diversamente dal Messico, la nostra è una repubblica parlamentare, con partiti e correnti intra-partitiche molto forti. Le nomine ministeriali sono fortemente condizionate dall’esigenza di soddisfare partiti e correnti, cosicché è difficile per un presidente del Consiglio “sprecare” poltrone destinandole a tecnici.
Come il Messico, l’Italia ha dato i natali a varie generazioni di eccellenti economisti. Come in Messico, la banca centrale è una riserva di talento e meritocrazia.
Diversamente dal Messico, l’Italia ha regole stringenti per le assunzioni nella pubblica amministrazione. Recentemente, sono state alquanto modificate, ma con risultati non esaltanti. Molti politici hanno usato il loro margine di manovra per assumere famuli e clientes di modesto valore. La lezione, forse, è che la de-regolamentazione è un’arma a doppio taglio, dipende dalle intenzioni di chi è soggetto alla regolamentazione.
La progressione di carriera nella pubblica amministrazione è lenta rispetto al settore privato. Gli amministratori giovani in vetta alla piramide burocratica sono assai pochi, e in ogni caso è raro che gli amministratori diventino ministri.
I salari nella pubblica amministrazione, con possibili rare eccezioni, sono generalmente inferiori a quelli nel settore privato.
Se si escludono le autorità indipendenti, c’è poca mobilità dall’amministrazione pubblica al settore privato. Forse ciò indica che gli ex-amministratori pubblici non sarebbero lobbisti particolarmente efficaci. In ogni caso, la mancanza di mobilità evidenzia che chi intraprende una carriera nella pubblica amministrazione non può far conto su lucrose opzioni lavorative nel privato. E ciò, a sua volta, riduce gli incentivi a impiegarsi nella pubblica amministrazione.
Se questa analisi è corretta, e astenendoci da un giudizio sulla desiderabilità di seguire un tale percorso, almeno tre fattori ostacolano la formazione di una “spaghetti technocracy”. Primo, un eccesso di “controllo democratico” delle nomine. Secondo, regolamenti restrittivi delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Terzo, paga modesta nelle amministrazioni pubbliche, con rare eccezioni. Di questi fattori, almeno il primo sembra difficilmente modificabile. Perciò non pensiamo che una rivoluzione tecnocratica sia dietro l’angolo in Italia. E, se anche dovesse aver luogo, si svilupperebbe lungo linee diverse da quelle del Messico.  

(1) Oltre a una laurea in legge in Messico, de la Madrid aveva conseguito un master inPublic Administration a Harvard.
(2) La crisi fu dovuta a un calo del prezzo del petrolio che causò gravi scompensi valutari e fiscali per il Messico.
(3) Lo stesso, incidentalmente, vale per gli Usa, anch’essi una democrazia presidenziale.

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Il COMMENTO DELLL’AGCOM ALL’ARTICOLO DI MICHELE POLO

19 commenti

  1. Giuseppe P.

    I Ministri di un governo dovrebbero essere politicamente legittimati a governare. Devono essere eletti dai cittadini, non tecnocrati sconosciuti ai cittadini (senza un voto). I cittadini devono poter riconoscersi nel loro governo, altrimenti va a finire come con Padoa Schioppa, inviso anche agli elettori di centrosinistra, perché mai eletto. I cittadini non vogliono che grigi tecnocrati li governino. I tecnici lavorano nei Ministeri, ma spetta ai politici (che rappresentano i cittadini da cui sono eletti) guidare l’operato dei tecnici. Altrimenti dovremmo avere un generale come Ministro della difesa, un medico alla sanità, un rettore alla pubblica istruzione, un magistrato alla giustizia, un poliziotto agli interni. Non è questa è la democrazia.

  2. Enrico Marchesi

    I Ministri hanno un ruolo eminemente politico. Fortunatamente siamo ancora in una democrazia e quindi i tecnici sono al servizio dei politici, non guidano le istituzioni. Senza considerare che la supposta "tecnocrazia" spesso è più che altro uno strumento per mascherare scelte che sono espressione degli interessi di una parte della società e quindi, in ultima analisi, politiche. E comunque con la volontà degli elettori ci si deve sempre confrontare. Non ci sono scorciatoie. L’idea che un ministro tecnico, dall’alto della sua sapienza, possa rappresentare la scelta ideale per la guida una istituzione politica, quale un ministero, non è condivisibile. Meglio la teocrazia, a questo punto.

  3. Luigi Marattin

    Condivido l’articolo e lo spirito che lo ispira. Non ho problemi sul terzo punto (retribuzioni rigide e non competitive). Sui primi due: starei attento a usare l’espressione "eccesso di controllo democratico nelle nomine"; la democrazia è certo il peggiore dei regimi esistenti, a parte tutti quelli provati in precedenza, diceva Winston Churcill. Ma non credo sia giusto tirare in ballo l’aggettivo democratico quale descrizione della deriva partitocratica (e infra-partitocratica) che sta consumando da decenni la politica e la società italiana. Facendo un esempio diverso: lo scempio senza fine della RAI è dovuta all’eccesso di controllo democratico o ad una degenerazione di costume e di pratica politica assolutamente bi-partisan)? E schemi più avanzati di nomina della dirigenza (ad esempio attribuendone la facoltà al Capo dello Stato o ad una Fondazione) non conserverebbero comunque l’esigenza di un non diminuito, ma invece accresciuto controllo democratico? Stessa cosa sulle assunzioni: le procedure sono perfettibili, ma prendiamo l’università: possiamo ideare il meccanismo di reclutamento migliore del mondo, ma se non cambia la struttura degli incentivi alla base, sarà inutile.

  4. Riccardo Colombo

    E’ il secondo intervento di lavoce.info che invita a prendere come esempio il Messico. Al di là del fatto che è inquietante auspicare una repubblica tecnocratica rispetto alla nostra, anche se malconcia, repubblica parlamentare, mi chiedo se i redattori del sito conoscono la storia del Messico e siano a conoscenza del livello di deliquenza e di debolezza economica ed industriale che caratterizza questo paese. Vi invito a leggere due libri: Storia del Messico di Alicia Hernandez Chavez e Le avventure di Héctor Belascoaràm di Paco Ignacio Taibo II, tanto per farvi un’idea di che cos’è il Messico. Siamo ridotti male ma non potremmo prendere come esempio paesi più avanti del nostro nella democrazia, nella legalità e nello sviluppo economico?

  5. Pietro Blu Giandonato

    Il vostro articolo, probabilmente, è volto esclusivamente a mettere in evidenza le differenze tra le modalità di reclutamento degli alti dirigenti in Messico e quelle in Italia. Ritengo utile comunque leggere un’analisi fatta da Gennaro Carotenuto riguardo i risultati che tale tecnocrazia ha portato in un paese grande e ricco di risorse come il Messico. In definitiva, a mio parere, l’amministrazione della cosa pubblica affidata totalmente a tecnocrati (figure nelle quali personalmente credo molto) può essere anche devastante, portando a una deriva brutalmente utilitarista, che predilige il profitto e il contenimento della spesa a ogni costo. Che ne pensate?

  6. Raffaele

    Mi è stato riferito, e ne vorrei conferma, che in Messico è stato ideato un sistema fiscale basato sul prelievo automatico all’atto del pagamento di una fattura. Praticamente l’azienda A fa emettere la fattura dalla sua banca destinata all’azienda B. Quando l’azienda B paga, la banca trattiene il 2% che versa direttamente nelle casse del fisco. L’azienda A così ha già pagato tutte le tasse, non deve tenere la contabilità se non per fini civilistici ed ha già adempiuto a tutti gli obblighi di legge con un notevole risparmio. Naturalmente l’adesione a questo regime è volontario. Qualcuno ne sa qualcosa in merito?

  7. LUCIANO RASO

    Per fortuna in italia non abbiamo un governo tecnocratico, e per fortuna neanche se ne parla. Al di la di qualche professore con sogni di potere, credo che sia un bene che ognuno occupi il proprio ruolo. Le scelte politiche spettano ai politici, quelle tecniche ai tecnici. Ovvio che nella realtà le due cose non sono mai scollegate, ma la collaborazione tra le due figure non vuol dire che debbano necessariamente coincidere.

  8. Stefano F. Verde

    Almeno nel Governo Prodi c’era Padoa-Schioppa, con Berlusconi c’e’ la Carfagna.

  9. Alessio Scognamiglio

    Non bisogna cadere nell’errore grossolano (o fingere di cadervi) di confondere meritocrazia con tecnocrazia. Avere titoli di studio superiori è di sicuro un’attestazione di merito ma questo non significa che il governo di un paese debba necessariamente essere attribuito al più sapiente: affermare questo vorrebbe dire ritornare all’utopia platonica del re-filosofo. (anche perchè per individuare il più meritevole è sempre una valutazione da cui è impossibile escludere del tutto la discrezionalità.) Inoltre, la soluzione tecnocratica è una finta soluzione: se la figura del ministro (e quindi governante) coincide col tecnico, chi si fa carico del compito “politico” di individuare i problemi del popolo, da risolvere con strumenti tecnici? Ossia non si fa che spostare su un’altra persona (nel caso del Messico il Presidente della repubblica) l’onere/potere tutto politico di individuare questi problemi, investirne il tecnico-ministro, e rendere conto dell’operato agli elettori. Ossia si ritorna ad una forma ancora più accentrata di esercizio del potere,scevro a questo punto di ogni merito tecnico. con il risultato di cadere più maldestramente nell’errore che si voleva combattere.

  10. Camilla H.

    Noto che ad alcuni commentatori è sfuggito qualcosa: l’avere un ministro "tecnico" o, per essere piú espliciti, qualificato nel campo di cui é chiamato ad occuparsi, non implica necessariamente mettere un autocrate al potere. In Messico come negli US, gli economisti chiamati in ruoli di governo operano comunque secondo una delega politica, affidatagli non "di prima mano" dagli elettori (non che poi questo accada e possa accadere in un sistema proporzionale a liste bloccate come il nostro), ma dal presidente eletto. Summers risponde ai cittadini, in quanto il presidente Obama, eletto su un certo programma, lo ha ritenuto la persona piú adatta a realizzare QUEL programma, e non qualcosa che Summers ha in mente. E’ un po’ come la ristrutturazione di una casa: l’architetto è il tecnocrate qualificato (che fa sí cha la casa non crolli), ma segue i gusti del cliente (le preferenze degli elettori). In questo, l’Italia ha ancora molto da imparare.

  11. Rokko

    Completamente d’accordo con lei, ha scritto quello che avrei voluto scrivere io prima di leggere il commento. Non sarebbe male avere qualcuno competente nei posti giusti: magari con la strategia tracciata da un politico, ma solo chi è preparato può conoscere le giuste modalità di intervento.

  12. Armando Pasquali

    "Violazioni dei diritti umani hanno continuato a essere diffuse e in alcuni stati sono sistematiche. La maggioranza dei responsabili ha continuato a eludere la giustizia. In diverse occasioni la polizia è ricorsa a un uso eccessivo della forza per disperdere manifestati e ha ferito alcuni dimostranti. Si è avuta notizia di ripetute violazioni dei diritti umani nello Stato di Oaxaca. Personale militare con funzioni di polizia ha ucciso numerose persone e commesso altre gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, il governo non ha compiuto progressi nell’assicurare alla giustizia i responsabili delle gravi violazioni avvenute nei decenni passati. Giornalisti e difensori dei diritti umani sono stati uccisi e hanno subito minacce. Secondo quanto riferito, in numerosi stati le autorità hanno abusato del sistema giudiziario per sottoporre attivisti politici e sociali a procedimenti iniqui." Questo è solo l’incipit del capitolo relativo al Messico nel Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, consultabile on line sul sito: http://www.amnesty.it. Insomma, il paese dove tutti vorremmo vivere.

  13. Fulvio Volpe

    Sono contro questi deliri di onnipotenza delle tecnocrazie autoreferenziali, che ormai governano la Commissione europea, la Banca centrale, l’OCSE ecc. Si torni a fare politica, si torni alle idee, come insegna Obama. I tecnocrati facciano il loro ruolo: essere consigliere del Principe, non sostituirsi ad esso. Ci manca solo la tecnocrazia "Made in Usa". Poveri noi. Non mi stupisce che il Messico, paese satellite degli Stati Uniti, abbia fatto questa scelta. Ci provò anche l’Iran negli anni ’70 a farsi governare dai tecnocrati americani (o formati in America). Kohmeni è stato il risultato.

  14. Massimo

    Nell’articolo si fa l’esempio di un governo nazionale ma anche i governi locali, soprattutto se piccoli, hanno gli stessi problemi. Perché non provare a cambiare partendo da lì? Il principale ostacolo a portare le competenze nei governi è stato scritto giustamente che viene dalla politica. Modificando la normativa vigente si potrebbe introdurre l’obbligo per tutti i comuni di nomina degli assessori al di fuori degli eletti e eletti e dimissionari. Questo per scollegare l’assessore dalla necessità di avere un orticello elettorale, la cui coltivazione interferisce di molto con l’attività istituzionale. Eviterebbe anche l’instaurarsi di gare elettorali del tipo chi più voti prende fa l’assessore che non garantisce la qualità. Il sindaco resterebbe il garante politico dell’azione di governo. Egli però potrebbe, per tenere la barca pari, reclutare camerieri di partito piuttosto che competenti. In questo caso se ne porterebbe limpidamente addosso tutta la responsabilità non potendo coprirsi con l’obbligo di nomina ad assessori di eletti in consiglio comunale. Rammento infine un articolo da voi pubblicato sulla probabilità di elezione di un competente rispetto ad un, mi pare, suadente.

  15. AM

    Mi pare una scelta infelice per un confronto. Tra Messico e Italia meglio mille volte l’Italia. Guardiamo piuttosto altri paesi europei.

  16. enrico

    Mi sembra che a molti dei commenti presenti sia sfuggito un punto importante dell’articolo. Cioè la capacità del Messico di far rientrare i connazionali istruiti all’estero, premiandoli con buoni salari. Non entro quindi nella questione tecnocrazia. Ma solo questo punto rende il Messico un paese più civile (moderno, lungimirante) dell’Italia. Da noi è estremamente difficile (se non impossibile) per qualcuno con un PhD preso all’estero rientrare in patria.

  17. Francesco

    Nell’articolo si da per scontato che la qualità dell’amministrazione messicana, per la presenza dei "cervelli rientrati dagli USA", sia superiore rispetto quella italiana. Ma tutto questo è assolutamente da dimostrare.

  18. albert

    Per il fatto che in Messico ci sia una cosa buona da imitare (forse) non significa che il Messico dobbiamo prendercelo in blocco. Quelli che fanno questo ragionamento sono gli stessi che trovano qualcosa che non va perfino in Lussemburgo (per poter poi rigettare in blocco qualunque spunto arrivi di là) pur di continuare a resuscitare l’antica tendenza autarchica, così ben rappresentata nell’attuale governo. Ho fatto le vacanze in Spagna ed ho visto cose che forse potremmo importare (es. i semafori con i led invece che con le lampadine oppure le superstrade a tre corsie in zone impervie del sud costruite in quattro anni), ma adesso non venitemi a dire che non si può perchè la Spagna ha il doppio della nostra disoccupazione…

  19. Emanuele Massetti

    Un uomo (o donna) che assume un incarico ministeriale e’ per definizione un politico che prende decisioni politiche. Il fatto cha abbia conoscenze tecniche in quel settore non cambia la natura del suo ruolo, che rimane al 100% politico. Ciampi e Padoa-Schioppa sono stati, a mio avviso, i migliori politici che abbiamo avuto in Italia negli ultimi quarant’anni e sono stati politici al 100%. Chi e’ stato l’unico che in tempi recenti ha opposto un argomento politico-ideologico forte contro la deriva individualista, incivile e truffaldina? "Le tasse sono belle, sono un segno di civilta’", ve lo ricordate? Vi sembrano parole da tecnico?

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