L’ultimo caso è il passaggio di Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan al Psg. Ma sono ormai diverse le stelle del calcio vendute da squadre italiane in nome del fair play finanziario, una sorta di fiscal compact del calcio, imposto dalla Uefa per ridurre drasticamente le enormi perdite dei club. Ma ai tifosi sembra che valga solo per le squadre del nostro campionato, visto che altri continuano a spendere e a garantire ingaggi milionari. È possibile che la regola sia aggirabile. Le società italiane, però, rimangono troppo legate ai ricavi dai diritti televisivi.

I trasferimenti di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan al Paris Saint-Germain per una cifra complessiva intorno ai 65 milioni di euro, a cui vanno aggiunti gli ingaggi milionari dei due giocatori (per Ibra si parla di quasi 14 milioni l’anno per tre anni), hanno sollevato perplessità nei tifosi milanisti e italiani. La scorsa estate c’era stata la cessione di un altro top player come Eto’o, venduto dall’Inter all’Anzhi, una squadra che gioca nel campionato russo, priva di tradizione calcistica, ma ricca di risorse finanziarie. Si può ormai dire che nessuna delle grandi stelle del calcio mondiale giochi oggi in Italia.

IL FISCAL COMPACT DEL CALCIO

Uno degli argomenti che viene avanzato dalle società che vendono i loro calciatori più importanti è che le cessioni servono per rispettare il fair play finanziario imposto dall’Uefa, l’organo che gestisce le competizioni calcistiche in Europa.
Il fair play finanziario, introdotto per ridurre le enormi perdite che gran parte dei club europei hanno avuto in questi ultimi anni, è una specie di fiscal compact calcistico. Impone che, fino al 2014-15, le società che intendono partecipare alle competizioni europee debbano chiudere i loro bilanci nel triennio precedente con un deficit complessivo non superiore ai 45 milioni di euro (con una tolleranza di altri 5 milioni). Il deficit complessivo tollerato nel triennio scende entro il 2018 a 30 milioni di euro, fino poi, in teoria, ad azzerarsi (sempre fatta salva la tolleranza dei 5 milioni) negli anni successivi. In altre parole, l’obiettivo del fair play finanziario è quello di ancorare le spese ai ricavi delle società stesse. È importante aggiungere che nei costi non vengono conteggiate le spese per costruire uno stadio nuovo e l’investimento in calciatori giovani, così da incentivare le società a investire in attività che diano dei frutti nel futuro.
Quali sono le sanzioni imposte dall’Uefa alle società che non rispettano il fair play finanziario? Si va dalle multe, alla perdita dei premi Uefa previsti per le competizioni europee, al blocco del mercato per una o più sessioni, fino all’esclusione dalle competizioni europee.

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UNA REGOLA CHE NON VALE PER TUTTI?

La domanda che i tifosi italiani si pongono è la seguente: ma il fair play finanziario non vale anche per il Psg dello sceicco Al Thani, il quale non solo si è preso campioni celebrati come Ibra e Thiago Silva ma anche giovani promesse come Marco Verratti, arrivando a spendere in due anni quasi 200 milioni?
Ovviamente anche il Psg, che è un club francese, è soggetto alla normativa Uefa. Come è possibile allora che Milan e Inter debbano vendere per il fair play finanziario, mentre il Psg, come il Manchester City dello sceicco Al Mansour, continuano a spendere, apparentemente senza limiti? Ci sono almeno tre possibili spiegazioni. La prima è che la capacità di generare ulteriori ricavi sia maggiore per il Psg rispetto al Milan. In altre parole, grazie a Ibra e Thiago Silva, la squadra francese potrebbe aumentare i suoi ricavi da diritti televisivi, incassi dallo stadio, premi Uefa, merchandising. Il fatturato del Psg è oggi molto più basso di quello del Milan (non è tra i primi venti club europei come ricavi secondo Deloitte, mentre il Milan è al settimo posto, dunque questa ipotesi può avere qualche validità. Ma è altamente improbabile che i ricavi futuri del Psg cresceranno nei prossimi anni di una cifra vicina alle spese sostenute in questi anni. La seconda spiegazione è che il Psg sia convinto che alla fine le sanzioni Uefa non saranno applicate. È difficile escludere dalle competizioni le squadre con le stelle calcistiche mondiali, dato che l’Uefa stessa sarebbe danneggiata da una Champions senza City o Psg. Inoltre, il principale promotore del fair play finanziario, il presidente Michel Platini, potrebbe presto rimpiazzare Joseph Blatter alla guida della Fifa e non è detto che il suo successore abbia la stessa determinazione.
La terza è che il fair play finanziario sia aggirabile. Supponiamo che una società controllata direttamente o indirettamente dallo sceicco Al Thani decida di offrire una sponsorizzazione generosissima al Psg, ad esempio in cambio del nome sulle maglie o allo stadio. Questo farebbe aumentare i ricavi e quindi ridurre il deficit, magari fino ai 45 milioni previsti dal fair play finanziario. L’Uefa ha previsto il caso stabilendo che per queste voci occorre mettere a bilancio il fair value. Ma può stabilire qual è il valore “equo” di una sponsorizzazione? Insomma, come tutte le regolamentazioni, forse anche per il fair play finanziario esistono delle modalità per aggirarlo. Lo vedremo tra pochi mesi.
Quello che è chiaro è che in Italia ormai le società sono sempre più legate ai ricavi delle televisioni e che le altre fonti di ricavi (proventi da stadio, merchandising, sponsorizzazioni) non sono al livello di quelle dei migliori campionati europei. Ci vorranno anni per rovesciare questo trend e quindi per un po’ dovremo rassegnarci a vedere i migliori calciatori giocare all’estero. Per fortuna le televisioni fanno già vedere anche la Premier, la Liga e la Bundesliga. E, c’è da scommettere, dal prossimo anno, anche la Ligue 1.

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