logo


  1. Manfredi Pomar Rispondi

    Personalmente la penso come Andrea Costa. Per l'Italia il vino è una grande risorsa economica, se Zaia si occupasse di tutelare i produttori italiani, penalizzati da un possibile appiattimento della qualità, anzichè promuovere proposte non di sua pertinenza (come ad esempio quelle sui dialetti e sugli stendardi locali), si dimostrerebbe un politico molto più corretto nei confronti del suo elettorato. Ma si sa, la Lega parla parla, ma alla fine è interessata solo al cadreghino come tutti gli altri.

  2. mirko Rispondi

    Se quanto dicono gli autori e' vero, ovvero che in un primo periodo si puo' decidere se conservare la menzione doc al posto della dop, non viene a crearsi un po' di confusione tra i consumatori non esperti (che poi costituiscono il grosso del mercato)? E poi lo sappiamo tutti che in Italia cio' che e' temporaneo puo' restare tale per sempre o mutare improvvisamente. Magari tra un paio d'anni tutte le vecchie denominazioni vengono abolite e sostituite con dop etc. Insomma, mi sembra che la situazione sia ancora tutta in divenire. Ma in tutto cio' il nostro ministro delle politiche agricole Zaia cosa dice? Tanto piu' che e' enologo, quindi la questione dovrebbe stargli a cuore.

  3. rosario nicoletti Rispondi

    A fronte di una UE pilotata dagli interessi delle lobbies più potenti, l'unica nostra speranza di evitare una nuova prevaricazione sui vini risiede nei nostri cugini francesi.

  4. da Rispondi

    Non vi è solo lo schiacciamento della piramide delle denominazioni, che farebbe scomparire i DOCG, i disciplinari più rigidi, (ma non meno frodabili, come dimostra la frode in commercio scoperta a Montalcino questo inverno) mentre e per contro si richiede la tracciabilità assoluta del prodotto (da una bottiglia riesco a risalire alle vasche che hanno contenuto il vino fino al filare che ha dato il grappolo). Le nuove norme in materia di Ocratossina B per esempio, stanno facendo tremare i produttori di Passiti dall'Elba fino a Pantelleria, perchè è veramente assurdo, un'esasperazione igienista, pretendere che grappoli fatti appassire sulla pianta e poi nei solai non sviluppino alcuna coltura fungina e successivamente micotossine. Ciò ci priverebbe di un prodotto raffinatissimo che riproduce in sè tutta la storia dell'area mediterranea. Resta il fatto che governance e deregulation appaiono sempre più termini funzionali all'accentramento della produzione e della commercializzazione, strangolando quell'unica nota democratica nel mercato globale che sono le nicchie, alla faccia della concorrenza sbandierata dai liberisti.

  5. Andrea Costa Rispondi

    Da piemontese d'origine, sono d'accordo con le conclusioni dell'articolo: il nuovo sistema non valorizza i vini di qualità né i territori che li producono. Mi sembra però strabiliante che il governo del primo esportatore mondiale di vini (l'Italia, appunto) non abbia a quanto pare fatto nulla per impedirlo. La cosa è tanto più incredibile se si pensa che il ministro competente è della Lega, che del rapporto strettissimo con i territori fa la sua ragione d'essere. Evidentemente questo ministro non è così in gamba, oppure abbiamo pagato in questo e altri modi l'indulgenza della Commissione sul caso Alitalia.

  6. Gianluca Stefani Rispondi

    Sicuramente il territorio è importante per la valorizzazione dei vini italiani prodotti in piccole e medie aziende. Tuttavia non credo che il regolamento 479/08 ed il suo applicativo 607/09 incidano prevalentemente sugli attuali DOC e DOCG per i quali è prevista la possibilità di conservare questa menzione tradizionale (in luogo di DOP). In un'analisi del regolamento che abbiamo redatto per Città del Vino è emerso che i nodi da sciogliere interesseranno piuttosto il destino delle attuali IGT, troppo poco qualificate per diventare IGP, e quello dei vini da tavola per i quali si dovrà decidere se valorizzarli o meno mediante l'indicazione di annata, vitigno e paese di origine. Si tratta sicuramente di scelte strategiche che andranno fatte anche a livello nazionale.

  7. luca Rispondi

    Può darsi che sostituire le denominazioni doc e docg con altre possa indebolire la posizione di mercato delle nostre aziende. Ricordo però che tali denominazioni sono solo indirettamente indice di qualità. Indicano infatti l'aderenza ad un disciplinare (quantità percentuale di ogni singolo vitigno, provenienza geografica delle uve, resa per ettaro ecc.). Il Sassicaia, premiato per anni come il nostro miglior vino (cabernet sauvignon e merlot: nota da uso degli sciovinisti) non aveva nè doc nè docg (solo recentemente è stata introdotta la doc Bolgheri Rosso) e il nostro vino più venduto all'estero era del pessimo (pessimo) Chianti con tanto di doc. Non vedo poi perchè conoscere il vitigno e l'annata dei vini da tavola danneggerebbe il consumatore. Forse il venditore. Io so quale vino e quale cioccalato mi piace, forse brigate rosse e compagni no.

  8. vincesc Rispondi

    E già successo che la legislazione europea ha penalizzato prodotti tipici italiani, e giù tutti a criticare i burocrati della UE, per poi scoprire che, al passaggio dei provvedimenti in aula per la discussione e votazione, i nostri rappresentanti non erano presenti. Speriamo che stavolta facciano sentire la loro voce.

  9. Massimiliano Coppola Rispondi

    A me sembra che in materia alimentare l'Unione europea proceda sempre con armonizzazioni al ribasso, come nel settore della cioccolata. Nel 2000 infatti la UE ha consentito di inserire nel cioccolato, al posto del burro di cacao, altri grassi vegetali nella misura del 5% del peso complessivo. Prima era prioibito. Bello schifo! Il tutto per far risparmiare un po' di soldi alle multinazionali, danneggiando i consumatori europei e le economie dei paesi emergenti che producono cacao (basti pensare che l’esportazione del burro di cacao rappresenta quasi il 40% del PIL Ghanese, il 38% di quello della Costa d’Avorio ed il 18% di quello del Camerun).

  10. mirco Rispondi

    L'Unione europea ha comportamenti e atteggiamenti che mi fanno sempre più dubitare se una unione cosi fatta serva ancora. E un'accozzaglia di stati che stanno insieme per fregarsi economicamente l'un l'altro e poi figuriamoci dal punto di vista dell'unione politica; neanche a parlarne. L'uniformità a volte è ridicola: i fari sempre accesi anche di giorno vanno bene per la Finlandia che ha il sole raso terra per parecchi mesi non certo per l'Italia e la Grecia. Per dirne una sull'uniformità del codice della strada. Molte campagne giornalistiche nei singoli paesi sul costume o sulle abitudini dei locali vengono create ad arte per abituare psicologicamente gli abitanti su innovazione (direttive europee) che poi gli sconvolgeranno la vita. Un esempio? Legge comunitari a n. 88/2009 art.23 vendita e somministrazione di bevande alcoliche. Uniformarsi ai divieti perche al nord europa sono ubriaconi? Che si arrangino! Noi abbiamo a che fare con l'alcool fin dai tempi della magna grecia e non abbiamo i fenomeni di alcolismo inglesi. Ora tocca al vino! Che schifo! Quando tocchera alle aringhe?

  11. luca dambizzi Rispondi

    Comprendo l'esigenza di armonizzare i criteri di classificazioni tra i vari paesi appartenenti alla UE, ma non bastava rendere più omogenei i criteri delle categorie già esistenti? Italia, Germania, Francia e Spagna avevano tutti un sistema di classificazione basato su quattro livelli. I livelli erano simili tra paesi, partivano tutti dai vini da tavola (vin de table in Francia, vino de mesa in Spagna, deutscher tafelwein in Germania), passavano per i vini ad indicazione geografica tipica (vin de pays in Francia, vino de la tierra in Spagna, Landwein in Germania) e così via a salire. Riducendo il numero di categorie e rendendo le differenzemeno marcate, più che ad una armonizzazione sembra si sia proceduti ad una semplificazione al ribasso.

  12. brigate grosse Rispondi

    Ancora dubbi? Per chi in realtà lavora la commissione europea e gli organismi ad essa collegata? Anni fa era uscito su Report un fondamentale servizio di Paolo Barnard sul reale funzionamento delle istituzioni Ue, e delle relative leggi e regolamenti da esse emanate (si chiamava "I GLOBALIZZATORI"). Spiegava minuziosamente come le lobbies economico-industriali spingessero le istituzioni verso l'approvazione di leggi a loro favore, addirittura in questo incoraggiate da specifici inviti da parte degli stessi rappresentanti politici in seno alla UE (allora il presidente della commissione era il nostro amato mortadellone Prodi). E poi vi indignate, stupite ed arrabbiate quando i popoli sovrani chiamati a ratificare costituzioni e trattati-truffa li bocciano sonoramente? Credete davvero che le masse siano sempre e solo stupide come quelle italiane? Per fortuna esistono i francesi, gli olandesi e gli irlandesi.