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QUELL’ACQUA CHE FA BENE CONTRO LA CRISI

Nella ricerca di politiche anticongiunturali che non incidano troppo sul deficit pubblico e che non siano in contrasto con le esigenze strutturali del Paese, appare promettente una politica transitoria di contributi agli investimenti nei servizi idrici. Molti piani di ambito sono già stati approvati, ma restano fermi per mancanza di fondi. Si tratta però di progetti ad alta utilità sociale e realizzabili subito. Un Piano acqua avrebbe quindi un alto effetto leva perché resterebbe comunque preponderante il finanziamento attraverso le tariffe.

 

La ricetta contro la crisi insegnata dalla teoria economica e usata in tutto il mondo assegna un ruolo significativo agli investimenti pubblici. In Italia, tuttavia, tale ruolo sembra destinato a essere marginale, per due motivi: per il lungo iter decisionale delle opere pubbliche, che allontana nel tempo l’avvio dei lavori dalla deliberazione di investimento e quindi attenua l’impatto della manovra sul mercato. E soprattutto perché il governo non vuole allargare troppo il deficit e il debito pubblico, ritenendo che già a questi livelli abbiano destato diffidenza nel mercato, tanto che il rendimento richiesto ai titoli pubblici italiani è maggiore di quello degli analoghi titoli tedeschi. Si spiega così la “trovata” del Piano casa, che desta fondate preoccupazioni sul fronte della tutela del paesaggio e dell’urbanistica, ma che appare senz’altro indovinata come misura anticongiunturale. Promette infatti di mettere rapidamente in moto investimenti elevati, senza incremento di spesa pubblica e al massimo rinunciando a qualche introito tributario connesso alla costruzione.

IL PIANO ACQUA

Si vuole qui segnalare un secondo fronte di politica anticongiunturale. Rispetto al Piano casa, avrebbe lo svantaggio di richiedere un esborso pubblico, ma limitato rispetto alla mole di investimenti stimolata, e avrebbe il rilevante vantaggio di presentare solo impatti positivi sulle esigenze strutturali del paese. Si tratta degli investimenti sul “servizio idrico integrato”: acquedotti, fognature, impianti di depurazione. Il servizio è stato riorganizzato negli ultimi anni in base alla legge 36/1994, riunendo gli enti locali in “ambiti territoriali ottimali” e imponendo loro di elaborare un coerente Piano di ambito. Orbene, estrapolando i dati dei Piani già approvati, risulta un fabbisogno nazionale di investimenti nell’arco di trenta anni pari a 60,5 miliardi di euro, di cui circa metà per acquedotti e metà per raccolta e trattamento delle acque reflue. (1) Sono previsti limitati finanziamenti pubblici, che incidono per l’11,2 per cento del costo in media nazionale, con una punta del 21,5 per ento nelle Isole e un minimo del 5,3 per cento al Centro. La parte preponderante del costo va invece scaricato sugli utenti attraverso aumenti tariffari.
L’avanzamento dei Piani, tuttavia, risultava a fine 2007 pari solo alla metà del percorso programmato, per problemi interni al settore. (2) È certo che la crisi attuale aggrava notevolmente il rallentamento, perché è più difficile trovare anticipazioni sul mercato finanziario e perché è minore la sostenibilità politica degli aumenti tariffari derivanti dagli investimenti. Ecco allora l’opportunità di un “Piano acqua” nazionale, basato su agevolazioni pubbliche agli investimenti programmati dotate di un elevato effetto leva. Un piano di questo tipo concilierebbe perfettamente le esigenze congiunturali e quelle strutturali. Si tratta infatti di investimenti di primaria utilità sociale, destinati spesso a  recuperare ritardi che sul fronte della depurazione ci espongono a sanzioni della Comunità europea, aventi una componente rilevante di processi di controllo e trattamento ad alta tecnologia, e soprattutto pronti a essere subito avviati e che comunque resterebbero per la parte maggiore finanziati gradualmente dagli utenti attraverso la tariffa.
L’esperienza maturata in passato alla presidenza del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche mi fa intuitivamente ritenere che basterebbe introdurre, o aggiungere in presenza di qualche supporto nazionale o europeo, una copertura pubblica di limitata incidenza e con precisa scadenza per produrre una significativa spinta all’attuazione dei Piani di ambito, con forte vantaggio per il servizio idrico e per tutto il sistema economico. L’ipotesi si può così precisare come punto di partenza nell’analisi: contributo pubblico aggiuntivo del 20 per cento da garantire alle opere avviate entro il 31.12.2010, da erogare ad avanzamento lavori, con un plafond di 1.200 milioni di euro corrispondenti a un investimento totale di almeno 6 miliardi di euro. Ovviamente, l’intuizione non è una dimostrazione. Ma si spera che basti per indurre ad approfondire la proposta qui avanzata. 

(1) Anea-Utilitatis, Blue Book 2009- I dati sul Servizio Idrico Integrato in Italia Roma, maggio 2009.
(2) Comitato pe la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, Relazione annuale al Parlamento sullo stato dei servizi idrici, anno 2207, Roma, maggio 2008, p.17.

Foto: da internet

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L’ITALIA ALLA FINE DEL TUNNEL. A MOTORE SPENTO

  1. bellavita

    Sulla privatizzazione dell’acqua, risorsa in via di rarefazione a livello mondiale c’è molta preoccupata attenzione. E in varie città dell’occidente (parigi, per es.) si è tornati alla gestione pubblica dopo i rincari tariffari dei privati. Certamente, il sistema bancario è più propenso a finanziare gli investimenti di una gestione pubblica con una concessione di lunga scadenza, almeno finchè a decidere sono i banchieri italiani e non i pazzoidi tipo Lehman. Intanto la maggior parte delle società pubbliche di gestione idrica sono state trasfomate in spa. Situazione potenzialmente pericolosa, ma per ora ottimale per il sistema politico. Posto che il criterio di allocazione degli investimenti sia la massimizzazione della tangente, cosa c’è di meglio di coinvolgere una spa di nomina politica, dove tangentare non è reato perseguibile d’ufficio, ma solo su denuncia del legale rappresentante, in genere complice? E, rispetto a una spa gestita da privati, la ripartizione della tangente tra pubblico e privato sarà più favorevole al pubblico… (note per un corso di tangentologia applicata…)

  2. f.zadra

    Nessuno mette in dubbio l’utilità di un’ piano acqua’. Però questo è il momento meno opportuno: l’aumento delle tariffe che il piano provocherebbe andrebbe ad aggiungersi agli altri aumenti tariffari che sono stati applicati al contribuente in questi ultimi tempi, dall’aumento del costo dei francobolli a quello dei treni senza parlare del gas, dell’elettricità, dei carburanti etc etc. Signori,vogliamo aumentare anche il costo dell’acqua?

  3. Antonio Massarutto

    L’articolo di Muraro attira l’attenzione su un tema interessante anche al di là della crisi di questi mesi. Un settore capital intensive come quello idrico è estremamente vulnerabile al costo del capitale, e dunque occorre una strategia finanziaria oculata per permettergli di accedere al mercato dei capitali senza pagare interessi troppo elevati. L’intervento pubblico è fondamentale, ma guai se si ritornasse al vecchio finanziamento a fondo perduto a carico della fiscalità. Una proposta per dare seguito alle giuste considerazioni di Muraro potrebbe essere quella di utilizzare la finanza pubblica per "accendere" un fondo rotativo sul modello americano, ossia un circuito finanziario mutualistico che si finanzi con i flussi di cassa restituiti dalle gestioni, senza pagare interessi (tranne quelli richiesti per finanziare il contributo iniziale). Questo fondo potrebbe co-finanziare una parte anche significativa degli investimenti degli ATO, con criteri premianti. Come insegna l’esperienza americana (ma anche quella francese, che si basa su una logica simile) i risparmi sui costi del capitale possono essere molto significativi, riducendo l’impatto sulle tariffe.

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