Cosa hanno deciso i leader del G8 per gli aiuti per combattere la povertà? Hanno semplicemente ribadito impegni già molte volte mancati. E’ stata anche introdotta una nuova iniziativa sulla sicurezza alimentare che, seppur importante, sarà probabilmente insufficiente a garantire risultati concreti. Nel frattempo, la crisi globale sta avendo effetti più negativi di quanto si pensasse sui paesi in via di sviluppo. Importante che essi vengano inclusi nei processi di decisione sul futuro dell’economia globale. E inevitabile che Il G8 passi il testimone al G20.

 

Spenti i riflettori e partiti capi di stato e giornalisti, non resta che cercare di capire cosa abbiano nei fatti deciso i leader del G8, riuniti settimana scorsa a L’Aquila, per affrontare i problemi della poverà e dell’impatto della crisi economica sui paesi in via di sviluppo. Anche se molti dei dettagli non sono ancora chiari, un’occhiata al dichiarazione adottata e al riepilogo della Presidenza conferma un aspetto ricorrente (e preoccupante) dei summit del G8: un’abbondanza di promesse e di impegni, senza dettagli sufficienti e meccanismi chiari che permettano di verificarne l’effettiva realizzazione.

AIUTI E CIBO, MA NON BASTA

Partiamo dall’area più preoccupante, gli aiuti. La dichiarazione contiene l’ennesimo impegno a onorare le promesse fatte al Summit del 2005 a Gleneagles di raddoppiare gli aiuti al continente africano entro il 2010, senza per di più spiegare come. Dei 50 miliardi di dollari necessari, 15 mancano ancora all’appello a un anno dalla scadenza. Mentre USA, Giappone, Canada, Germania e Regno Unito potrebbero riuscire a raggiungere l’obiettivo, Francia e Italia hanno invece recentemente ridotto i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Un nuovo “approccio onnicomprensivo” promosso dal governo italiano “per assicurare maggior coerenza delle politiche ed il coinvolgimento di tutti gli attori, di tutti gli strumenti e di tutte le risorse finanziarie”, pur basato su considerazioni legittime,  rischia nei fatti di rendere meno trasparente il contributo e l’impegno di ogni governo.
L’iniziativa che ha ricevuto più attenzione è stata quella sulla sicurezza alimentare, concepita “per sostenere lo sviluppo rurale nei paesi poveri” e per mantenere l’agricoltura, settore recentemente piuttosto trascurato, “al centro dell’agenda internazionale”. Il G8 si è impegnato a mobilitare 20 miliardi di dollari in 3 anni per un settore chiave non solo per il benessere delle fasce più povere della popolazione, ma anche motore di crescita, investimenti ed esportazioni. Purtroppo, non solo tali risorse non sembrano essere sufficienti per affrontare il problema della malnutrizione e della sicurezza alimentare in maniera adeguata (ActionAid ha stimato che sarebbero necessari 23 miliardi di dollari all’anno, ma inoltre non è chiaro che percentuale delle risorse promesse rappresentino in effetti impegni addizionali. Il Financial Times, ad esempio, sostiene che la maggior parte delle quote americana e italiana (3,5 miliardi e 480 milioni rispettivamente) sarebbero basate su fondi ‘nuovi’, mentre invece per la quota inglese (1,8 miliardi) si tratta di fondi ‘riciclati’, ovvero riassegnati da altri settori.

ALMENO UNA NOVITÀ C’È

Per cercare di limitare la proliferazione di false promesse, un’importante novità, voluta fortemente dal governo britannico, È l’introduzione di un meccanismo di verifica “degli impegni presi sia individualmente, sia collettivamente dai paesi del G8 in riferimento allo sviluppo”. Il rapporto preliminare presentato a L’Aquila non è particolarmente ricco di informazioni, ma già dall’anno prossimo verrà utilizzata “una metodologia di presentazione dei dati onnicomprensiva e coerente”. La necessità di verificare concretamente e di monitorare gli impegni presi dal G8 si rende ancora più urgente visti gli effetti devastanti che la crisi globale sta avendo sui paesi in via di sviluppo. Uno studio pubblicato recentemente dall’Overseas Development Institute di Londra sostiene che gli effetti negativi della crisi sui paesi poveri sono più pesanti di quanto non si pensasse. Le rimesse degli emigrati e i flussi di investimenti diretti sono in calo, e la contrazione della domanda nei paesi ricchi sta già facendo diminuire le esportazioni di molti paesi poveri, con conseguente aumento di disoccupazione e povertà.
La natura globale di queste sfide richiede risposte che, dati anche i cambiamenti negli equilibri politico-economici globali, probabilmente vanno al di là delle capacità del G8. Senza tralasciare il fatto che i paesi in via di sviluppo hanno il diritto di partecipare a pieno titolo in riunioni che influenzano il loro futuro. Forse è giunto il momento di relegare il G8 ai libri di storia e lasciare che sia il G20, o un altro forum di dialogo e coordinazione più inclusivo, a prendere in mano le redini delle politiche economiche globali.

Foto: da internet

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