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PERCHÉ DRAGHI HA FRUSTATO LE BANCHE

Istituti di credito avversi al rischio o pessimisti sulle prospettive delle imprese italiane? Le banche sono state aiutate ma appaiono restie a svolgere il loro ruolo nei confronti del sistema produttivo in una crisi che è ancora tutta da superare. Siamo ancora alla prima fase: quella dei salvataggi bancari; la seconda, quella della ripresa, non potrà iniziare fino a quando non ci sarà chiarezza sulla situazione effettiva delle banche internazionali; solo allora può avviarsi la terza, quella della riforma.

L’intervento del Governatore Mario Draghi all’assemblea dell’Abi solleva alcuni problemi delicati, che tolgono molto smalto all’ottimismo di facciata di questi giorni sia per quanto riguarda la situazione italiana, sia per quanto riguarda lo scenario internazionale.
Sul primo fronte, c’è da rilevare che fin dalla relazione di fine maggio, Draghi ha utilizzato toni insolitamente aspri nei confronti delle banche italiane, andando al di là delle abituali esortazioni. Nelle considerazioni finali aveva ammonito contro il rischio che un eccesso di prudenza nella valutazione del rischio di credito determinasse fenomeni di "asfissia finanziaria" in una parte significativa del sistema produttivo italiano. L’8 luglio ha insistito sul tema, mettendo in evidenza che il tasso di crescita del settore privato è ormai negativo (-0,9 per cento a maggio su base annua) contro un tasso medio di crescita del 9,6 nella media dell’ultimo decennio. Una frenata che appare determinata soprattutto dai grandi gruppi e che colpisce le imprese più che le famiglie. Inoltre, anche in termini di costo, cioè di tassi di interesse, si nota "ampliamento del divario nel costo del credito tra piccole e grandi imprese, con effetti negativi per chi oggi ha maggiormente bisogno di accedere al finanziamento bancario".

LO STRANO REGALO DELLA BCE

In questo quadro indubbiamente preoccupante, si inserisce un autentico giallo: la Bce ha deciso a giugno un ulteriore, eccezionale rifinanziamento per 442 miliardi di euro al tasso dell’1 per cento. Molti, fra cui Willem Buiter, hanno ritenuto l’operazione un autentico "regalo" al sistema bancario di Eurolandia (dell’ordine di almeno 7 miliardi); altri hanno con cinico realismo osservato che tutto serve purché il credito al settore privato riprenda. Alla bella festa organizzata a Francoforte sono infatti accorsi numerosi: ben 1121 controparti, secondo il dato comunicato da Draghi: sembra di vedere gli invitati che sgomitano al tavolo del buffet. Le banche italiane si sono invece tenute in disparte e hanno utilizzato solo il 3 per cento dei fondi. Perché? Il Governatore, deviando dal testo scritto, ha detto di non avere una risposta e se non ce l’ha lui, figuriamoci un povero commentatore esterno. Ma rimane un interrogativo inquietante: cosa sta succedendo alle banche italiane? Non hanno problemi patrimoniali, perché Draghi ce lo dice continuamente e proprio all’Abi ha annunciato i risultati, sostanzialmente favorevoli, dello stress test condotto in questi giorni. Non hanno un problema di liquidità perché ricorrono in misura largamente inferiore alle altre di Eurolandia ad operazioni straordinarie per importo e convenienza. Ma hanno anche bisogno sia di consolidare i rapporti con la parte migliore del settore produttivo, sia di aumentare i ricavi e in particolare quelli da interessi.

TROPPA PRUDENZA?

E’ ovvio che la crisi determini un aumento del rischio di credito e dunque una doverosa prudenza. In effetti, ha ricordato Draghi, nel primo trimestre 2009 gli accantonamenti per perdite su crediti dei maggiori gruppi sono più che raddoppiati, assorbendo metà del risultato di gestione. Ma delle due l’una: o le banche sono diventate eccezionalmente avverse al rischio e stanno mettendo in atto un razionamento senza precedenti. Oppure valutano in modo estremamente pessimistico la situazione prospettica delle imprese (anche perché giustamente lavorano sui dati ufficiali, cioè quelli inquinati dal lieto passatempo dell’evasione fiscale così ben praticato nel nostro paese). Nel primo caso, le misure di concertazione proposte dal Ministro del Tesoro sempre all’Assemblea dell’Abi possono risultare insufficienti, nonostante l’entusiasmo iniziale delle parti coinvolte. Nel secondo caso, bisogna almeno concludere che i "verdi germogli" della ripresa sono ancora una speranza e che il rischio, sollevato dall’Ocse, che la crisi porti una distruzione di capacità produttiva e dunque una riduzione del potenziale di crescita italiano (già molto bassa nel confronto internazionale) è tutt’altro che remoto.

MA LA CRISI NON E’ FINITA

La domanda cruciale è quindi se la crisi è davvero finita o no. Le parole di Draghi non autorizzano a rispondere affermativamente e, quello che è peggio, la relazione della Banca dei regolamenti internazionali pubblicata a fine di giugno dà una risposta sostanzialmente negativa. In sostanza, afferma l’autorevole istituzione di Basilea, la crisi è ancora alla prima fase: quella dei salvataggi bancari; la seconda, quella della ripresa, non potrà iniziare fino a quando non ci sarà chiarezza sulla situazione effettiva delle banche internazionali; solo allora puٍò avviarsi la terza, cioè quella della riforma. Tre "R" nella versione inglese: rescue, recovery, reform. La colpa del mancato accertamento dello stato di salute delle banche non è certo italiana: da ultimo sono stati i tedeschi a stendere cortine fumogene sulle loro banche, ma comunque anche sul nostro paese ricade il rischio di una situazione che il Giappone ha sperimentato per oltre un decennio; banche con bilanci zoppicanti, che sopravvivono solo per la colpevole indulgenza delle autorità nazionali: le famigerate "zombie banks". Anzi, proprio perché il sistema produttivo italiano è oggettivamente più frammentato e stava attraversando un delicato periodo di ristrutturazione, i rischi di un’involuzione alla giapponese sono ancora più forti.
In tutto questo, c’è da rallegrarsi che siano stati approvati a L’Aquila i global legal standards, principi generalissimi che l’Ocse tradurrà in principi più stringenti, nella speranza che i singoli paesi lo traducano nelle rispettive legislazioni in modo omogeneo e completo. Ma le decisioni concrete sul sistema bancario internazionale che possono consentire di chiudere la fase della prima "R" (rescue, cioè puro salvataggio) sono ancora da venire. E la seconda "R" della ripresa, dice la Bri che non risulta ancora inquinata da cieco furore antigovernativo, è ancora lontana.

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TESTIMONIANZA D’UN SUPERSTITE DELLA CRISI

14 commenti

  1. Roberto - Firenze

    "Se dovessimo limitarci a tornare su un sentiero di bassa crescita come quello degli ultimi 15 anni, muovendo per di più da condizioni nettamente peggiorate, sarebbe arduo riassorbire il debito pubblico e diverrebbe al tempo stesso più cogente la necessità di politiche restrittive per garantirne la sostenibilità". Questo passaggio della relazione annuale letta dal Governatore Draghi durante la relazione annuale di fine maggio scorso chirisce bene come siamo messi! La situazione in cui si trova il debito pubblico del nostro paese è decisamente critica, con l’avanzo primario che si è azzerato a fine 2008 e con la quasi certezza di chiudere il 2009 con oltre 40 miliardi di disavanzo primario: in pratica accendiamo nuovo debito per pagare gli interessi su quello esistente. E’ uno scenario da bancarotta. Per riuscire a non dichiararla occorrono scelte molto, ma molto impopolari: tagli drastici alle spese (uscita forzata di molti dipendenti pubblici?) e consistenti entrate straordinarie (patrimoniale?). In più occorre che la fase di recovery inizi subito con tassi ben più alti del ns storico 1,5%. Chi avrà il coraggio e forza di provarci? La vedo dura per noi italiani…..

  2. Bolli Pasquale

    Draghi ha perfettamente ragione, ma comunque non è ascoltato, perchè il sistema creditizio italiano è colluso con la politica.Lo stesso ministro Tremonti con il suo atteggiamento ondivago in materia di provvigione sul massimo scoperto prima ne aveva deciso la sua eliminazione,poi successivamente ha chiesto al sistema creditizio di applicare le commissioni sulla disponibilità dei fondi in ragione de 0,50% trimestrale. Sicuramente il ministro Tremonti, tecnico prima che politico sa che questa decisione è devastante per il bilancio delle aziende. E per le stesse sarebbe stato più vantaggiosa la provvigione sul massimo scoperto calcolata sull’utilizzo, che la commissione sull’accordato. Il sistema creditizio mondiale e, quindi anche italiano, con il loro anomalo comportamento speculativo hanno portato l’umanità alla povertà e senza che il sistemo politico se ne fosse interessato. Altro che aiuti alla sofferente economia! Le banche dovevano, tutte essere rifondate e quelle attuali dovevano tutte essere eliminate. Poiché tanto non avverrà, le aziente nella loro gestione saranno sempre sofferenti e la ripresa economica italiana e mondiale resterà soltanto un miraggio.

  3. Ivano Urban

    Abbiamo iniziato l’anno con un rapporto deficit PIL al 105,5%. Sempre Draghi ci dice che, se le tendenze vengono confermate (paventando la speranza che non vada peggio), per fine anno il debito pubblico si attesterà al 117% sul PIL. Eurostat prevede per l’Italia a fine anno una flessione del PIL stimata in 5,4 punti percentuale. Allora, ricapitolando: 105,5 – 117 = 11,5% (circa 180 Mld €) risulta essere il fabbisogno dello Stato Italiano per rimanere in piedi. Io non sono un economista, ben s’intenda, ma, se tanto mi da tanto mi chiedo: chi sono quelli/e che investono "no limits" nel debito Italiano? Credo che questo compito, intendo quello di sostenere lo Stato Italiano, sia doverosamente di spettanza del nostro sistema finanziario, non potrebbe essere altrimenti. Priorità allo stato e poi a tutto il resto del sistema economico-produttivo nazionale…

  4. sigieri

    Tassi di interesse, rischio e tempo sono da molto tempo disallineati rispetto agli standard classici; questo provoca non pochi ostacoli alla ripresa di rapporti corretti tra banche imprese e famiglie. Il comportamento timido delle banche italiane credo dipenda da una valutazione ben più pessimistica rispetto ai dati ufficiali della qualità del loro attivo.

  5. Francesco Burco

    ….se questo paese è ancora in pista lo dobbiamo a magistratura democratica che ha fatto fuori la classe politica più indegna e corrotta d’Europa (Craxi, Andreotti, Pomiciano, Sbardella, Forlani), quella per intenderci del 120% di debito pubblico, dei babypensionati etc, e alla Banca d’Italia che grazie alla sua autonomia e soprattutto a Carlo Azeglio Ciampi nei primi anni ’90 ha guidato il paese per una via strettissima che ci ha portato sino all’euro. Lo stesso Fazio, discutibilissimo per molti versi, verrà valutato sotto una luce diversa per aver gestito in modo efficace una fase di profonda modifica del sistema bancario italiano (da pubblico a privato) nel contesto globale. Le banche scontano ancora gli anni del controllo dell’IRI, scontano cioè organici sovrabbondanti mal formati e inefficienti, eredità della politica, hanno il fardello di una bassa produttività, che però con lentezza si stanno lasciando alle spalle. Oggi i nostri gruppi bancari sono all’avanguardia in Europa, insegnano all’estero come fare banca, conquistano posizioni nella gestione delle infrastrutture. Le imprese degli altri comparti produttivi ?

  6. Marcello Battini

    Chi governa sta bene, protetto dalle regole del clan, non si cura di coloro che non governano e sono estranei alle diverse corporazioni. I banchieri perché devono prendere dei denari (la loro materia prima) che hanno un costo, anche se ridottissimo? Mica sono gratis. Per farne che cosa? Fare dei prestiti, con il rischio di perdere? Poi occorre lavorare e far lavorare. Meglio evitare. E così fan tutti. Politici, sindacalisti, speculatori, immobiliaristi, malavitosi, medici, giornalisti, etc. Io la vedo brutta. Speriamo bene, ma se qualcuno non trova la forza di lottare da solo contro il sistema, o non avviene qualche evento esterno al sistema, non credo che questo possa riformarsi dall’interno.

  7. Tarcisio Bonotto

    Dovremmo essere esperti del funzionamento del sistema economico capitalista: massima accumulazione-minime spese, Minimo Rischio-Massimo Guadagno, Massima speculazione, Scarsità Artificiale, Recessione, Depressione etc… Si sta facendo strada una necessità in molti settori dell’amministrazione e dell’economia: la presenza di controllori al di fuori del sistema. Se le banche hanno come mission quella di aiutare lo sviluppo economico di un paese, sarebbe il caso che siano controllate da rappresentanti della stessa società, che esse dovrebbero ‘servire’. Si chiamano, secondo la Teoria Prout, Comitati Sociali, composti da rappresentanti della società civile che avrebbero il compito di fare le pulci sul comportamento delle Amministrazioni, Banche, Aziende Private e Pubbliche. Un controllo sociale. Abbiamo già sperimentato il controllo verticistico e se i risultati sono questi, significa che non funziona. I Comitati Sociali non hanno potere decisionale ma di analisi e controllo e denuncia dell’operato. Vi sono già alcuni esempi spontanei: controllo dei Budget Comunali, delle Sedute dei Consigli Comunali. Perché non allargare il controllo alle banche?

  8. Gianni

    Mi permetto di fare un commento provocatorio ad uno dei molti spunti di riflessioni dell’articolo. Pur non essendo un fan delle banche, beh, se mi vi si viene a dire che spesso i finanziamenti non sono concessi perche l’analisi avviene su bilanci e resoconti di gestioni elusive ed evasive e da qui il fallimento delle aziende….meno male! Ci mancherebbe che si facessero prestiti ad aziende che evadono il fisco! Se falliscono certe aziende dovremmo essere tutti più contenti perché sono le stesse aziende che andando a competere con quelle in regola rovinano gli equilibri (e le regole, dove ci sono) del mercato! Mi dispiace solo per i dipendenti di quelle aziende…ma dovendo scegliere preferisco sacrificare i dipendenti di aziende scorrette a quelli di aziende corrette messe in crisi da free-riders!

  9. marco

    Draghi ha perfettamente ragione. basta leggere la seconda riga: Tanto le banche quanto la Vigilanza mancherebbero di assolvere ai propri compiti, alle proprie responsabilità se si allontanassero dal sentiero della rigorosa valutazione del merito di credito. Un sistema bancario sano è condizione necessaria per lo sviluppo; è presidio del risparmio affidato agli intermediari.

  10. Federico

    La recessione globale nasce proprio da una doppia dinamica: aumento di debito pubblico e privato americano ed eccesso di offerta di moneta (statunitense) con picco nel settembre 2001, su un trend già consolidato dell’amministrazione Clinton. Troppa liquidità in giro, bolla new economy, bolla immobiliare, bolle, bolle. Saltano i meccanismi di efficiente allocazione del capitale che finisce per distruggere capacità produttiva. Ora ci troviamo nel picco della follia delle politiche umane. Forse le banche (italiane) sono le uniche a mantenere i piedi piantati per terra. Cmq ormai è tardi e ci faremo molto male. La svangheranno come al solito solo i furbetti della situazione.

  11. Giorgio

    Se le banche italiane sono e restano impunite è solo perchè chi dovrebbe controllarle, a cominciare da governo, politica e informazione, è sostanzialmente colluso con i nostri eterni banchieri. Il nostro sistema finanziario è profondamente autoreferenziale e culturalmente mafioso. Ho appena finito di leggere un libro coraggioso di Francesco Bonazzi e di un certo Bankomat sulle banche italiane ("Prendo i soldi e scappo", Saggiatore) e sono davvero rimasto senza parole. il capitolo su giornalisti e politici "sdraiati" sulle posizioni delle banche è di una tristezza infinita.

  12. Franco Benoffi Gambarova

    Ormai in Italia ci sono 60 milioni di banchieri, come 60 milioni di allenatori della Nazionale di Calcio. Tutti populisti e superficiali. Le Banche sono imprese che trattano denaro e devono erogare finanziamenti secondo criteri di prudenza, così come le imprese manifatturiere devono fornire i clienti con prudenza. A meno che si consideri il conseguimento dell’utile aziendale come un crimine. Quindi, non spairiamo sulle Banche quando fanno il loro mestiere con avvedutezza. Franco Benoffi Gambarova. p.s. Grazie Onado, per il Suo ultimo libro. L’ho citato spesso, anche a Carrubba, come testo esemplare, che io ho letto avendo in mente Infectious Greed di Partnoy, testo di vera storia. Spero di incontrarLa, un giorno.

  13. oristazzi

    Probabilmente anche le banche vedono come non ci sia un progetto per uscire dalla crisi. Dire no al protezionismo (G8) può indicare una direzione, ma ciò non costituisce un progetto credibile. Nell’economia reale si vedono, ogni giorno, aziende chiudere o delocalizzare, interi settori che costituivano eccellenze italiane diventano preda di stati straniere, che in nome del libero mercato, si appropriano del know how e ci lasciano sempre più poveri e pieni di debiti. E non si tratta di un problema finanziario, bensì di un problema di competitività che ci sta affliggendo da anni e che non abbiamo mai risolto. L’uso del debito, pubblico o privato, senza un progetto di investimento credibile, è solo uno strumento per prendere tempo, nella irragionevole speranza che le cose tornino come prima.

  14. onaocn

    Solo nella "repubblica delle banane" poteva coesistere un governatore della Banca d’Italia (che di pubblico nulla ha, infatti i sui menbri sono le banche private, spiccano, UNICREDIT e INTESA), con incarichi in Goldman Sachs, la IV banca mondiale, punta caso che acquisì l’intero patrimonio immobiliare di ENI, e che il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga lo ha definito "un vile affarista… socio della banca d’affari americana Goldman Sachs" e responsabile della "svendita dell’industria pubblica italiana quand’era direttore generale del tesoro".

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