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AGCOM E IL GIOCO DELLE TRE CARTE

La relazione annuale dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni sottolinea la fine del duopolio televisivo con il sorpasso di Sky su Mediaset. Ma è un messaggio fuorviante. Perché nasconde l’evoluzione dell’audience tra i principali canali, vero indicatore di allarme rispetto al problema del pluralismo. La pay-tv è un modello di televisione che non ha bisogno di grandi livelli di pubblico. E mentre la scomparsa del mondo televisivo tradizionale è ancora lontana, Mediaset conferma la posizione dominante sul mercato pubblicitario, con una quota del 55,1 per cento.

 

Con qualche giorno di ritardo sulla data dovuta del 30 giugno, l’Autorità di garanzia per le comunicazioni ha presentato la sua Relazione annuale sul settore delle comunicazioni elettroniche e su quello dei media. Su quest’ultimo ci concentreremo, a partire dal messaggio forte che è stato subito ripreso dai giornali: la fine del duopolio, il sorpasso del gruppo Sky rispetto a Mediaset.
Spiace doverlo dire di un’Autorità che ha come compito istituzionale quello della sorveglianza sulla correttezza dell’informazione e sul pluralismo, ma questo messaggio è fuorviante, parziale e omissivo. Vediamo il perché.

I RICAVI E L’AUDIENCE

Il forte peso economico del gruppo Sky non è una novità, e già nella relazione dell’anno scorso lo poneva sostanzialmente alla pari con il gruppo Mediaset: rispettivamente 2.347 e 2.411 milioni di euro, contro i 2.729 della Rai. Con le correzioni apportate nel frattempo, si apprende nella relazione di quest’anno che il sorpasso era già avvenuto nel 2007 (2.422 a 2.411) e si è consolidato durante il 2008 (2.640 e 2.531). Un forte riequilibrio delle risorse tra Rai, Sky e Mediaset è quindi un dato che da almeno tre anni caratterizza il sistema televisivo italiano.
Ma questo messaggio forte ha lasciato in ombra alcuni aspetti che invece risultano importanti nel fare il quadro dell’ultimo anno televisivo. Il gruppo Mediaset si è confermato leader sul mercato pubblicitario aumentando la sua quota dal 54,7 al 55,1 per cento, una posizione dominante che la stessa legge Gasparri, all’articolo 14, invita a valutare, e su cui attendiamo nei prossimi mesi la nuova istruttoria dell’Agcom, dopo il pubblico richiamo con cui tre anni fa ha pudicamente rinviato la questione.
Ma il secondo dato che non troviamo nella relazione del presidente Calabrò è l’evoluzione della audience tra i principali canali televisivi, vero indicatore di allarme rispetto al problema del pluralismo. Il dato sorprendente è che, in una struttura della relazione che ripercorre fedelmente, tabella per tabella, gli stessi indicatori e le medesime analisi quantitative dello scorso anno, il testo si arresta alla descrizione delle quote di mercato nella raccolta pubblicitaria (Mediaset in posizione dominante) e in quella delle offerte televisive a pagamento (Sky superdominante col 91,1 per cento). La tabella successiva, che lo scorso anno riportava l’evoluzione della audience tra i diversi gruppi televisivi, è scomparsa dalla relazione. E bisogna con cura certosina stanare nella nota 22 a pagina 9 della presentazione del presidente Calabrò il dato prezioso: la audience complessiva di Rai, Mediaset e La7, pari al 83,9 per cento (!) ha ceduto nel 2008 una quota del 1,4 per cento di telespettatori al gruppo Sky, che con l’insieme dei suoi canali raggiunge quindi una audience media del 9,5 per cento.  
Terminata questa faticosa cernita, possiamo quindi dire che il gruppo Sky si conferma secondo operatore per ricavi, pur rimanendo attestato su una audience sull’insieme dei suoi canali che non raggiunge un quarto di quella di Rai e Mediaset. Quest’ultima, inoltre, è riuscita con successo, grazie alla sua efficiente concessionaria, a contenere l’impatto negativo della crisi sui ricavi pubblicitari, al contrario di quanto avvenuto per la carta stampata e le reti televisive pubbliche.

IL PLURALISMO CHE NON C’È

Restano quindi i problemi che da anni caratterizzano il mercato televisivo italiano. La crescita indubbiamente positiva di un terzo operatore pay, il gruppo Sky, esercita principalmente un impatto sul mercato dei contenuti, dove la concorrenza per i diritti di trasmissione sui principali eventi sportivi, sui film, sui serial di successo e oggi anche per alcuni personaggi del varietà molto popolari, si fa sempre più accesa. Tuttavia, questo operatore, basato su un modello di ricavi (abbonamento da sottoscrizione) complementare a quello di Mediaset (pubblicità) e Rai (canone e pubblicità), riesce a consolidare la propria posizione economica senza la necessità di raggiungere elevati livelli di audience durante la giornata.
Un riequilibrio della audience, d’altra parte, sarebbe quello che potrebbe realmente portare a una maggiore articolazione delle scelte del pubblico, con un beneficio per l’obiettivo del pluralismo. Così, tuttavia, non è. E non lo è per ragioni tante volte commentate su questo sito. La pay-tv è un modello di televisione che non ha bisogno di grandi livelli di audience, e che erode selettivamente fasce di pubblico in determinati momenti, su determinati programmi, lasciando, almeno in una prospettiva temporale ancora lunga, gran parte dei telespettatori ai grandi canali generalisti. Le fughe in avanti di quanti vedono nel digitale, e nei molti canali che consente, la fine del mondo televisivo tradizionale non sono giustificate dalle forze economiche che governano il settore dei media né dai dati, se si ha l’accortezza di riportarli.
Per il pluralismo in Italia, anche quest’anno, profondo rosso.    

Foto: dal film Poltergeist – Demoniache presenze, di Tobe Hooper, 1982.

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LA SOLITUDINE DELLE FAMIGLIE ITALIANE*

  1. Socrate

    Non ho capito quali siano i sottintesi da leggere dal suo articolo. Il gioco delle tre carte, secondo lei, a chi gioverebbe? Il mettere l’accento sulla quota di pubblicità al 55,1% di Mediaset rispetto a Rai e SKY dovrebbe far pensare cosa? E poi: SKY non incassa solo abbonamenti e payperview, ci affoga nella pubblicità ogni 10 minuti, tranne che per i film (non compro incontri di calcio). La chiarezza non nuoce mai.

  2. Luigi Boglioni

    Il dato sull’audience non può sorperendere troppo proprio per le ragioni ben spiegate dall’autore stesso. Sorprende, si fa per dire, l’andamento della raccolta pubblicitaria di Mediaset, in aumento anche in momenti di crisi del mercato pubblicitario. Questo fenomeno è la miglior rappresentazione del "conflitto di interessi" ormai demodé e omologato dai plebisciti degli italiani. A parte le non necessarie e maldestre sollecitazioni del presidente del Consiglio, il fenomeno ha la sua naturale e spontanea evoluzione: per le imprese non esiste miglior modo di pagare una legalissima tangente al presidente se non riversando la propria pubblicità su Mediaset. Che Iddio abbia pietà del nostro Paese.

  3. Giuseppe Spadaro

    La storia della regolamentazione del sistema televisivo è piena di episodi in cui si è ritenuto di evitare l’adozione di efficaci misure di promozione del pluralismo facendo leva sull’argomento secondo cui una prossima svolta tecnologica (ve n’è sempre una dietro l’angolo del resto) avrebbe aggiustato tutto. Adesso la vulgata si va indirizzando nel senso che Sky avrebbe spezzato il duopolio. Ciò non corrisponde al vero. I dati indicano che Sky raggiunge una quota modesta di ascolti e di pubblicità [e forse proprio qui sta il punto: nell’avere un mercato bloccato perché uno dei concorrenti è libero di raccogliere pubblicità, mentre gli altri due lo sono molto meno, per limiti di legge (Rai) o per modello di business adottato (Sky)]. Il successo di Sky sta nell’aver convinto una limitata fascia di popolazione a sottoscrivere un abbonamento, ma ciò non cambia i termini della relazione fra audience e raccolta pubblicitaria che determina l’attuale configurazione del mercato televisivo. E, se si pensa che il pluralismo debba riguardare i servizi fruiti dalla generalità degli utenti e non solo quelli destinati ad una fascia ristretta, questo è un problema. Mi pare che Polo dica questo.

  4. Marco

    Sky “affogherà” i suoi programmi nella pubblicità ma la ragione sta proprio nel dato riportato nell’articolo: se ho il 10% di share devo far pagare la pubblicità alle aziende molto meno di chi ha il 40%, anche se incasso gli abbonamenti.
    Se poi chi ha il 40% è anche il Presidente del Consiglio…

  5. CLAUDIO MELLIA

    Chi controlla l’indipendenza del controllore? In Italia tranne la vox clamans nessun altro.

  6. Valerio

    Le ultime dichiarazioni del sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani sulla trattativa tra Rai e Sky: secondo lui la cosa buffa che inquina il sistema dei media in Italia sarebbe rappresentata dalla Rai sulla piattaforma Sky. Romani ha giudicato "enorme il vantaggio di posizione che la presenza dei canali Rai dà a Sky" aggiungendo che "é un po’ buffo che la Rai dia questo vantaggio a un competitor". Al vice ministro appare invece normale che il proprietario di Mediaset nella sua residenza privata riunisca la maggioranza e decida il gruppo dirigente della concorrente Rai. Infatti, benché secondo il consigliere d’amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo queste dichiarazioni rappresentano "un’invasione di campo da parte del governo sulle autonome scelte di un’azienda impegnata in una delicata trattativa commerciale", molti si sono abituati a tutto ciò e non danno ascolto a Freedom House e Reporters sans Frontières(ammesso che sappiano degli ultimi rapporti!): è meglio fare finta di non vedere e pretendere di pagare meno tasse e mantere i propri privilegi, in cambio della rinuncia alla democrazia.

  7. Niccolò cavagnola

    Il totale dei canali Sky, come share medio 2008, realizza circa il 3,5%. Il dato di 9,5 è quello che più si avvicina allo share medio del totale satellite, su tutti gli operatori (tra l’altro nessuno dei due dati compare nella relazione dell’Agcom se non sbaglio).

  8. luigi zoppoli

    Sono 14 anni che il paese intero subisce i contraccolpi e le prepotenze del conflitto di interessi in capo al presidente del consiglio. Ed è quello più eclatante ed odioso ma, purtroppo, non il solo. Eppure dovrebbe essere normale chiedersi se la quota che Mediaset consuntiva del mercato pubblicitario dipende solo dallefficienza dell’azienda o trae impropri vantaggi dalla figura del proprietario/presidente del consiglio. Ma uun sistema radiotelevisivo e dell’informazione disegnato dal presidente del consiglio proprietario di Mediaset e controllore della RAI disegna una posizione abnorme ed incivile che l’AGCOM tende a minimizzare e sottacere. Allo stesso proprietario/presidente spetta anche la nomina delle autorità AGCom, Consob ed ISVAP che dovrebbero controllare le sue aziende. Mostruoso ed antidemocratico.

  9. Aldo Penna

    La relazione dell’Agcom e di questo stesso articolo si basano sulla rilevazione dell’audience ad opera della società Auditel. A quando chiedersi se quei dati sono veritieri? Come mai cinque milioni di parabole producono il 9% degli ascolti?

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