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IDEE NUOVE IN BANCA

Uscite tutto sommato indenni dalla crisi grazie alla loro prudenza, le banche italiane sono ora sotto accusa proprio per un eccesso di prudenza. Ovviamente, devono garantire un equilibrato e diffuso accesso al credito che in questo momento è l’unica garanzia per la sopravvivenza di molte piccole imprese. Ma è importante che mantengano l’autonomia nelle scelte di allocazione e nelle valutazioni delle strategie, senza subire surrettizi condizionamenti. E’ il momento per tutti gli attori del sistema di trovare nuove idee. E il coraggio di realizzarle.

 

L’8 luglio si tiene l’annuale assemblea dell’Associazione bancaria italiana, tradizionale incontro per fare il punto sullo stato di salute delle nostre banche e sui rapporti con il sistema economico: questa volta, però, c’è stato di mezzo il terremoto del 2008 e quindi l’occasione non è affatto di routine.

IL DILEMMA

Le banche italiane devono affrontare un autentico dilemma. Uscite tutto sommato  indenni dalla crisi, grazie alla loro prudenza, si trovano adesso sotto pressione per eccesso di prudenza.
Tutti dicono che bisogna tornare all’antico mestiere di raccogliere depositi e fare impieghi selezionando e monitorando il credito, ma per usare le eleganti parole del ministro del Tesoro americano “prima le banche hanno rischiato troppo, ma il rischio per la nostra economia è che adesso rischino troppo poco”. E in Italia, con meno eleganza, si sta diffondendo una vulgata demagogica tale per cui tutti i rubinetti devono essere comunque aperti, quasi come se esistesse una sorta di diritto a ricevere i soldi, vulgata ovviamente pericolosa perché inquina il mercato e riporta l’orologio all’indietro, quando i rapporti di finanziamento tra banche e imprese erano spesso inquinati dalla politica.
Ovviamente, le banche si devono far carico di garantire un equilibrato e diffuso accesso al credito che in questo momento è l’unica garanzia per la sopravvivenza di molte piccole imprese, e avere il coraggio di guardare con lungimiranza le prospettive future scommettendo e rischiando di più.
Ma l’importante è che mantengano l’autonomia nelle scelte di allocazione del credito e nelle valutazioni delle strategie, senza subire surrettizi condizionamenti che alla fine sarebbero dannosi per tutti, le banche, le imprese e la collettività, perché tutti, anche se non è molto popolare dirlo in questo periodo, hanno interesse che chi non è meritevole non prenda soldi. La crisi americana è nata proprio dal fatto che si è tentato di risolvere i problemi di una ineguale distribuzione del reddito consentendo dalle fasce sociali più svantaggiate di indebitarsi, quando chiaramente non lo potevano fare.

LA BARRA DRITTA

Le banche devono, quindi, tenere la barra dritta, ma non possono stare solo in trincea a difendersi: promuovere comportamenti virtuosi sul piano della trasparenza, della offerta di prodotti adeguati, della corretta valutazione delle situazioni aziendali rappresenta un presupposto essenziale per rapporti collaborativi con le imprese. E, a dir la verità, anche il presupposto per imporre alle imprese quella trasparenza delle situazioni contabili, delle strutture di governance e degli assetti organizzativi la cui opacità spesso non consente di comprendere con chi realmente si ha a che fare e di “scommettere” sulle potenzialità future del debitore. Per far questo, non ci si può limitare a messaggi promozionali, o a singole iniziative, ma, appunto, è necessario un progetto di sistema che coinvolga tutta la categoria.
Ad esempio, Patti Chiari ha di recente approvato un nuovo statuto che consente, oltre allo svolgimento delle tradizionali funzione di informazione, conoscenza e comparabilità dei prodotti, di introdurre nuove forme di autodisciplina, con strutture e organi di controllo che assicurino enforcement, che potrebbero coinvolgere tutti gli aderenti sul terreno dei comportamenti nei confronti della clientela.
E anche l’Abi, liberandosi da una visione di mera difesa di interessi sindacali, potrebbe  aprirsi a nuovi ruoli  di autoregolamentazione e di autocontrollo, con magistrature interne. In sostanza, dovrebbe offrire agli associati un servizio che in qualche modo ne garantisce la qualità.

LE REGOLE

Anche il regolatore deve fare il suo mestiere, che è appunto soltanto quello di regolare, senza cadere nella tentazione di sostituirsi ai giocatori. Una disciplina attenta non solo ai tradizionali canoni di correttezza nelle relazioni contrattuali, ma anche a una reale comprensibilità delle informazioni, una adeguata valutazione dei clienti, una semplificazione dei prodotti, una struttura delle commissioni di intermediazione più trasparente, può aiutare molto. Il recente documento di consultazione della Banca d’Italia, che riguarda la clientela al dettaglio e le piccole imprese con fatturato annuo inferiore a 5 milioni di euro, già contiene alcune importanti indicazioni sulla standardizzazione e semplificazione delle informazioni. Guardando oltreoceano, il piano Obama affaccia l’ipotesi dell’opting out: e cioè l’obbligo per gli intermediari di offrire sempre in prima battuta alla clientela “base” prodotti plain vanilla più semplici (ad esempio si prevede che per i mutui in prima battuta si debba sempre offrire quello a tasso fisso)   e soltanto qualora vi sia una diversa opzione scattano le informazioni sulla rischiosità della scelta e si rafforzano le tutele.
Sono, naturalmente, tutte ipotesi da discutere e approfondire, ma se si vuole uscire dall’ormai stucchevole dibattito tra banche e imprese su chi è “più buono” o “più cattivo” bisogna avere il coraggio di sperimentare nuove idee, sperando poi che ci sia anche la volontà di realizzarle.

Foto: Corrado Faissola, Presidente ABI.

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VECCHIE ABITUDINI ALL’UNIVERSITÀ

  1. angelo

    Stanno ancora tutti ai loro posti. Ma come possono avere idee nuove se sono sempre gli stessi. Se osservare l’ondivagare delle strategie bancarie nel tempo vi potete rendere conto che tutto mira a ristrutturazioni ed outsourcing che gratta gratta ci trovi sempre loro. Ricordo gli sportelli aperti, gli sportelli blindati,la banca aperta, la banca chiusa…….poi è arrivata la finanza….e di porcate ne hanno fatte a dismisura. Fondi comuni, Fondi dei Fondi….swap… Gli unici a guadagnarci i managers. Il tacchino sempre lo stesso…. il cliente

  2. Fabio Camilletti

    Trovo interessante la proposta di definire un nuovo ruolo per l’ABI, anche se ritengo che per la natura stessa dell’ABI la stessa sia poco adatta a svolgere il ruolo che propone. L’ABI, in quanto associazione sostanzialmente sindacale e di rappresentanza del mondo bancario cade spesso nel vizio corporativo di difendere più i privilegi che la qualità delle sue imprese associate. é un vizio comprensibile, in quanto associazione risponde alle banche che sono associate e ne determinano la linea. A volte le associazioni imprenditoriali svolgono una funzione di guida e di indirizzo del mondo che rappresentano, in altri casi difendono corporativamente gli interessi dei propri associati. Sarebbe necessaria una profonda autoriforma dell’ABI per affidargli compiti di controllo sui propri associati che lei propone.

  3. paolo cancarini

    Non sono del settore e quindi mi limito a dire una cosa molto semplice e che penso da sempre:
    secondo me le banche devono dare credito a chi ha prospettiva di creare valore, sia essa una piccola impresa o una grande società (un esempio per tutti, usato e abusato:la Fiat), dando fiducia ai progetti seri, innovativi e con possibilità di riuscita anche se non troppo nel breve.

  4. Cri

    "Ad esempio, Patti Chiari ha di recente approvato un nuovo statuto che consente, oltre allo svolgimento delle tradizionali funzione di informazione, conoscenza e comparabilità dei prodotti, di introdurre nuove forme di autodisciplina, con strutture e organi di controllo che assicurino enforcement, che potrebbero coinvolgere tutti gli aderenti sul terreno dei comportamenti nei confronti della clientela. E anche l’Abi, liberandosi da una visione di mera difesa di interessi sindacali, potrebbe aprirsi a nuovi ruoli di autoregolamentazione e di autocontrollo, con magistrature interne. In sostanza, dovrebbe offrire agli associati un servizio che in qualche modo ne garantisce la qualità" Patti Chiari: ha già fatto abbastanza danni (vedi Lehman Brother) e tutte le iniziative, tempi di risposta sul credito in primis, sono assolutamente ridicoli e non veritieri poichè "aggirati" dalle banche ABI: ci manca solo la magistratura interna! Sarebbe divertente vedere i soci (le Banche) nominare i magistrati che dovrebbero poi giudicarle. La farsa assoluta. Finché ci saranno queste idee nuove, possiamo aspettarci solo il peggio.

  5. BOLLI PASQUALE

    Le banche da sempre hanno finanziato le inprese non perché supportate da progetti, da moralità e correttezza, ma da esclusive garanzie immobiliari. L’incultura del credito, così come il prof. Boeri scrive su Repubblica, non è dovuta soltanto ad un problema di carattere strutturale, ma penso,anche, ad un problema di competenza. L’operatore economico che avanza assistenza creditizia, in primis, si troverà di fronte un dipendente bancario, senza troppa possibilità di decisione, senza competenza in materia di economia aziendale e di conseguenza senza sensibilità verso la richiesta dell’imprenditore. Perché il dipendente bancario non ha troppa possibilità di decisione? Perché, allo stato, le concessioni scaturiscono essenzialmente da rapporti di dati e componenti di bilanci aziendali senza considerare i supporti che sono alla base della richiesta. Inoltre, contrariamente da come avveniva in passato, il primo esaminatore delle richieste non è che un semplice dipendente, forse all’inizio della propria carriera che abituato a trattare titoli finanziari non può comprendere le necessità dell’azienda..Chi ha compiti tanto delicati dovrebbe avere grado di carriera e competenza. Specifica.

  6. Marcello Costato

    Caro Francesco, dopo la lettura del tuo articolo e dei commenti mi sono ricordato che all’inizio della crisi la maggior esposizione (0.8% del totale) verso il sistema bancario faceva capo al finanziere Roman Zalewski …v.seguito: " (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 07 nov – L’esposizione del finanziere franco-polacco Roman Zaleski con le banche ammonta a 6,2 miliardi. Di questi, circa 5,4 miliardi fanno capo direttamente alla capogruppo Carlo Tassara e circa 800 milioni alla controllata Carlo Tassara International. Lo scrive Il Sole 24 Ore. Secondo quanto riportato dal quotidiano, al netto degli 1,6 miliardi erogati da Bnp e Rbs, 4,2 miliardi fanno capo a 5 banche italiane: Unicredit, IntesaSanPaolo, Mps, Ubi Banca e Bpm. " Questi crediti erano garantiti da titoli delle stesse banche italiane partecipatre da RZ. Anche BPN e RBS avevano in garanzia titoli di banche italiane, che giustamente erano preoccupate. Come è stata sistemata la partita con BPN e RBS ? (non ho trovato notizie precise) . Questo mi lascia settico, in merito ad una evoluzione "virtuosa" del sistema, ancora gravato da queste esposizioni. Proviamo comunque ad essere fiduciosi… Marcello

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