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QUOTIDIANI DI PARTITO: IL CONTO E’ SALATO

Per ogni copia venduta di un quotidiano politico, ce ne sono tra le sette e le nove che tornano indietro. I giornali politici non hanno infatti una focalizzazione territoriale né un pubblico omogeneo. Due caratteristiche che pesano sulla distribuzione e sulla raccolta pubblicitaria. A cui si aggiunge una costosa e forse inutile vocazione generalista. Sopravvivono solo grazie ai contributi pubblici. Che però dovrebbero incentivarli a trovare nuove forme di diffusione, più adatte alle loro caratteristiche. Come gli abbonamenti o i siti internet.

 

I quotidiani politici costituiscono una particolarità del panorama editoriale italiano sia per il loro numero elevato che per la dimensione media estremamente ridotta, generalmente al di sotto della soglia industriale di sopravvivenza. Il cospicuo finanziamento pubblico che ricevono, organizzato con criteri discutibili, favorisce il panorama di frammentazione. Peraltro, esprimendo opinioni e orientamenti dichiaratamente partigiani, per un verso contribuiscono all’aumento della varietà di opinioni disponibili per i lettori. D’altra parte, però, rivolgendosi prevalentemente a una categoria di addetti ai lavori quali i militanti e il ceto politico, esprimono una discussione endogena che poca relazione ha con il contesto informativo dei cittadini comuni. In ogni caso, i quotidiani politici sono testate senza una focalizzazione territoriale, che selezionano un pubblico disomogeneo dal punto di vista socio demografico e pubblicitario. E queste caratteristiche li rendono estremamente deboli sotto il profilo diffusionale e pubblicitario.

COPIE VENDUTE E RESE

È utile dunque interrogarsi sulle condizioni di sopravvivenza e sulle modalità del sostegno pubblico, anche se per molte testate esistono pochi dati affidabili.
Solo per Avvenire, Libero, Il Manifesto e l’Unità sono disponibili dati di dettaglio Ads, l’associazione che certifica i numeri sulla diffusione e tiratura dei quotidiani. Nel 2007, Il Manifesto e l’Unità hanno avuto livelli di resa, la differenza tra copie tirate e vendute in rapporto alle copie tirate, rispettivamente del 60 e del 73 per cento. Avvenire apparentemente restituisce meno copie, ma se si tolgono i 70mila abbonamenti, la resa sale al 56 per cento. Per Liberazione e il Secolo d’Italia (dati Fieg dai bilanci) le vendite risultano rispettivamente di 8mila e 3mila copie giornaliere, mentre le rese sono in ambedue i casi dell’87 per cento. A titolo di confronto, le prime tre testate nazionali hanno una resa del 21,9 per cento, mentre i quotidiani Ads tra le 20mila e le 50mila copie vendute giornaliere arrivano al 22,1 per cento. E le stesse diseconomie dei quotidiani politici si ritrovano in altre testate più grandi, ma con una scarsa base territoriale, come Libero o il Giornale che hanno rese del 49 e del 42 per cento, più che doppie dunque rispetto agli standard.
In altre parole, per ogni copia venduta ai lettori di un quotidiano politico, ce ne sono tra le sette e le nove che tornano indietro.
È vero che il margine dell’edicolante viene riconosciuto solo sul venduto, ma distribuzione e  stampa si pagano sull’intera tiratura per cui il ricavo netto per copia e il suo contributo rispetto ai costi fissi è ampiamente inferiore a quello dei giornali commerciali. Senza contare che probabilmente per testate così piccole e senza una zona d’elezione la distribuzione costa percentualmente di più.

LA PUBLICITÀ

Le cose non vanno meglio nella raccolta della pubblicità. Se nel 2007 i giornali italiani raccoglievano mediamente 86 centesimi di inserzioni pubblicitarie per copia venduta, la media per i quotidiani politici era di 20-25 centesimi per copia. Molti di questi giornali lamentano di essere discriminati dagli investitori pubblicitari. Ma la spiegazione non sembra ragionevole. Infatti, la scarsa raccolta pubblicitaria per copia riguarda in modo uniforme i giornali di tutte le tendenze politiche e rimane costante nel tempo, indipendentemente dalle variazioni della maggioranza di governo.
Le ragioni sono più propriamente industriali. Degli 86 centesimi per copia raccolti mediamente dai giornali italiani, circa il 51 per cento viene dalla pubblicità locale, che per tutti i giornali politici è per lo più inaccessibile.
Infatti, non basta stampare pagine locali. Occorre avere anche una posizione di forza in uno specifico mercato. La pubblicità locale, comprensibilmente, converge verso il leader della provincia e mantiene una presenza sulla seconda testata, ma dopo la terza latita. Lo testimonia la debolezza del Giornale sulla pubblicità locale a Milano, dovuta alla sua quarta posizione nella classifica della diffusione dei quotidiani a pagamento.
Per quanto riguarda la pubblicità nazionale, per una buona metà si tratta di campagne pianificate su dieci-quindici testate fortemente polarizzate localmente, che nel loro insieme danno una buona copertura nazionale. E per comporre il puzzle, in ogni area viene privilegiato il capozona. Quindi, ancora una volta, la pubblicità nazionale viene distribuita in funzione della forza locale. Restano quelle campagne, spesso a sostegno di azioni di lobby, che appaiono solo sui quotidiani nazionali (tre-quattro testate) con l’obiettivo di colpire la classe dirigente. Una parte di queste può andare sui quotidiani politici, ma generalmente in modo residuale.
In definitiva, le testate politiche pagano la scarsa specializzazione geografica e per tipologia di lettori.
Se le copie rendono meno, i costi fissi per la produzione dell’originale dovrebbero essere più bassi. Nelle redazioni dei quotidiani maggiori c’è un giornalista ogni 1.200-1.400 copie vendute al giorno, mentre nei buoni giornali provinciali la soglia è di un giornalista ogni 6-800 copie.
Considerando che le copie dei quotidiani politici portano un contributo ai costi fissi che è di circa un terzo rispetto a quelle dei giornali commerciali, per essere in equilibrio queste testate dovrebbero avere mediamente un giornalista ogni 1.500-2.000 copie giornaliere vendute. Insomma, in molti casi, le redazioni dovrebbero diventare molto piccole. Ma probabilmente per giornali come questi, la vocazione generalista rischia di essere velleitaria anche per i loro lettori più affezionati: spesso, i giornali partigiani si comprano per le opinioni di collaboratori che scrivono per ragioni extra-economiche. 

IL CONTRIBUTO PUBBLICO

I più importanti contributi pubblici per i giornali politici sono quelli erogati dal Dipartimento per l’editoria a quotidiani organi di partito, quotidiani editi da cooperative di giornalisti e quotidiani editi da cooperative ed enti morali. A questi andrebbero poi sommati altri finanziamenti sulle spese postali per abbonamenti e i rimborsi per alcune voci di spesa.
Se si escludono i due quotidiani con tirature maggiori, che nel 2006 hanno ricevuto oltre 13 milioni di euro, le altre testate ricevono mediamente da 46 centesimi a 1 euro per copia venduta, un livello pari al prezzo di copertina, e si arriva a oltre 2 euro per copia venduta per alcune testate con vendite particolarmente basse.
Il fatto che gli incentivi siano calcolati a partire dalle copie tirate e non da quelle vendute spinge a forti inefficienze nella distribuzione. Inoltre, bisognerebbe domandarsi se in una congiuntura di crisi dell’editoria, i finanziamenti pubblici non dovrebbero fornire incentivi ad adottare innovazioni tecnologiche più consone a mezzi di comunicazione come questi, che coinvolgono comunità piccole, disperse sul territorio, poco interessanti dal punto di vista pubblicitario, per le quali probabilmente sono più adatte forme distributive come gli abbonamenti e la presenza su un sito internet.

  copie giorno .000 livello di reso contributi editoria
per copia venduta
Avvenire 102 32% 0.20
Libero 120 48% 0.21
Europa 5 90% 2.74
Il Manifesto 25 73% 0.59
Liberazione 8 87% 0.48
L’Unità 51 59% 0.36
Il Secolo d’Italia 3 87% 3.60
Il Foglio 9 87% 0.70
Il Riformista 4 87% 1.16
La Padania 7 87% 0.86
       
  Nota: vendite e rese di Avvenire, Manifesto, Unità e Libero da Ads.
  Vendite e rese di Liberazione, Il Secolo ed Europa da Fieg.
  Per Foglio, Riformista e la Padania tirature da Dipartimento editoria e rese ipotizzate a 87 per cento.

 

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11 commenti

  1. Vincenzo Fuschini

    Mi sembra sbagliato continuare ad inserire tra i giornali di partito un quotidiano come Il Manifesto, che notoriamente è autogestito da una cooperativa di giornalisti. Inoltre, esso non fa riferimento ad alcun partito politico e la testatina "quotidiano comunista" si riferisce unicamenta ad un orientamento ormai solo storico-culturale. A quale partito fa riferimento "Il Manifesto" secondo voi? Si farebbe fatica a rispondere. I giornali autogestiti in cooperativa, qualunque sia il loro orientamento, devono avere un trattamento particolare, a mio avviso, poichè non hanno gruppi industriali o organizzazioni politiche alle spalle.

  2. Aram Megighian

    Ecco sotto gli occhi un esempio dello scempio pubblico italiano, in cui con angolo di 360 gradi sono ugualmente responsabili tutti i nostri politici. L’esempio è il (nostro) vostro giornale che non conta su suvvenzioni statali, ma conta, anzi racconta molto più e meglio, e indipendentemente, dei giornali di partito. Ma vorrei dare anche un altro esempio: la spesa pubblica per le biblioteche universitarie (TUTTE), accessibili a tutti, è, se ricordo bene, pari al costo di un modesto ponte stradale costruito nella mia città. Eppure in queste biblioteche è racchiuso il patrimonio di informazioni a cui noi, voi, tutti, chi per scopo personale, chi per lavoro (compresi i giornalisti), fanno capo. Forse queste biblioteche spravvivono anche grazie a contributi che le università tolgono alle loro risorse primarie, ma certamente, ponendole in competizione con i giornali di partito, non credo si avrebbero dubbi a chi assegnare dei contributi statali che possano essere realmente utili. Un esempio, dicevo, della demenzialità di questo stato. Ce ne sono mille altri e tutti demenziali e privi di alcuna logicità.

  3. antonio zollo

    Eccellente idea. Chi decidesse di metterla in pratica dimostrebbe capacità di innovazione reale e non a parole. Sarebbe ancor più significativo se una opzione del genere fosse sostenuta dai giornalisti. Non è una strada obbligata, ma una scelta conveniente per tutti, ferme restando forme di sostegno trasparenti a giornali non commerciali. Ma ci sarà qualcuno dosponibile a fare la prima mossa?

  4. Zannarini Mauro

    Il finanziamento ai giornali di partito è un’annosa questione che nessuno ha mai voluto affrontare seriamente, ritengo, in questi momenti di rivalutazione delle risorse, che sia saggio, radoppiare il contributo sulla base delle copie vendute e certificate. Questo, oltre a migliorare enormemente l’ambiente tipografico costretto a cercare altre attività per compensare la scarsa produttività delle rotative, comporterebbe enormi risparmi di carta ed energie varie. Stampare giornali con il fine d’incassare contributi ed incrementare solo la raccolta differenziata, se visto dalla parte d’un albero, mi pare assai sconsolante. Colgo l’occasione per ringraziarVi tutti.

  5. Disperato

    Il problema è che la carta stampata deve vivere da sola, quindi zero contributi. Questa dei soldi a pioggia all’editoria è una pazzia statalista e clientelare senza nessun senso negli anni 2000. Se sono imprese con utili, azionisti ecc… devono campare sul mercato come tutte le imprese, se sono testate "politiche" e (mah…) qualcuno ne ravvisa un valore culturale allora si utilizzino i già copiosissimi (sic..) finanziamenti ai partiti. Ma ovviamente sono parole sprecate.

  6. Marco

    Ma "Il Giornale" non rientra tra i quotidiani di partito per quale ragione tecnica? Perché nella sostanza è piuttosto noto quali siano le sue posizioni.

  7. Bussetto

    Già il fatto che non esista un qualcosa di univoco per calcolare i resi della stampa è indice che qualcosa non funziona. Se nel 2009 si è costretti a rivolgersi a tre enti diversi per la certificazione e per altri addirittura a ipotesi teoriche come possiamo sperare di riuscire a convincere i "fruitori dei rimborsi statati" a modificare il loro modo di vedere la distribuzione. L’unico modo sembrerebbe essere solo l’eliminazione dei contributi. Domanda a voi esperti: all’estero la situazione è la medesima? In merito alle tre testate nazionali: talvolta mi è capitato di prendere l’aereo (Alitalia), ogni volta sul volo della mattina diverse copie omaggio offerte ai passeggeri di "Corriere", "Repubblica" e "Sole 24". Quelle copie, che riportavano il timbro "Copia Omaggio", come vengono calcolate nella tiratura? Se avanzano vengono rese come "resi" o gettate? Chi paga le copie? Se ogni mattina, ogni volo Alitalia e Meridiana che decolla dal territorio nazionale trasporta ( ipotizzo) 50 copie, quanto fa in numero di copie?

  8. jo

    Beh, non mi direte che il Manifesto è di destra ! o centro! Chiaramente è vicino alla sinistra, ai sindacati etc. certamente non indipendente…

  9. Franco

    Certo, non è giusto colpire solo i giornali così detti "house organ". Il giornale deve avere una propria linea editoriale, una propria forza de vendita, non essere ricattato dal governo di turno se non segue le direttive. Togliamoli a tutti i finanziamenti, ma a tutti tutti, dal Manifesto a Repubblica, dal Corriere della Sera a Libero. Devono campare sulle proprie capacità di fare giornalismo, non sulle elargizioni di stato che li rendono assoggettati e ricattabili. Mi dite perché esiste Il Campanile Nuovo? E La Discussione? Qualcuno crede davvero che senza quelle "voci", anzi "sussurri", l’italia sarebbe meno democratica e libera?

  10. tommaso

    Il governo italiano dichiara (qui: http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2010/contributi_stampa_2010/6_contributi_testate_organi_partiti_movimenti_politici.pdf) che il Secolo ha preso circa 2,5 millioni di contributi. Le copie effettivamente vendute sono 3 mila. Come fate a dire che il contributo per copia è solo di 3 Euro? A me risultano essere oltre 800 Euro PER COPIA!!!

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