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MERCATI DEL LAVORO SULL’ORLO DELLA CRISI

La disoccupazione cresce in Europa a ritmi superiori a quelli del passato. E con un andamento simile a quello degli Stati Uniti. La recessione di oggi interviene infatti su mercati del lavoro europei resi più flessibili dalle riforme degli ultimi anni. Ciò non significa che sia auspicabile tornare alle rigidità del passato, come invece potrebbe accadere sull’onda della crisi. Serve invece un approccio integrato e, per quanto possibile, coordinato nella regolamentazione del mercato del lavoro e dei mercati finanziari, per garantire la stabilità di entrambi.

Il tasso di disoccupazione in Francia e nell’Eurozona è, in questo momento, pressappoco allo stesso livello di quello degli Usa e progredisce allo stesso ritmo: è un fatto piuttosto inconsueto. Il grafico 1 mostra che negli anni Sessanta il livello di disoccupazione in Francia e negli altri Stati europei era molto più basso che negli Stati Uniti. È aumentato costantemente negli anni Settanta, all’epoca della crisi petrolifera, per raggiungere e superare negli anni Ottanta il livello degli Usa. Solo negli anni Novanta – e fino al 2007 – anche in Europa ha iniziato a ridiscendere.

Grafico 1

Fonte:World Bank, Wdi

DISOCCUPAZIONE SEMPRE PIÙ VICINA AGLI USA

Poi è venuta la crisi. Nel 2009 il tasso di disoccupazione di Francia e Stati Uniti è di nuovo allo stesso livello, con la stessa tendenza ad aumentare rapidamente. All’epoca della crisi petrolifera degli anni Settanta, la disoccupazione non era cresciuta in Europa così rapidamente come negli Stati Uniti, inducendo alcuni eminenti economisti americani a esprimere apprezzamenti nei confronti del mercato del lavoro europeo. Oggi invece, in Europa, la ciclicità della disoccupazione appare ben diversa da allora, e assomiglia sempre più a quella di oltre Atlantico.
Il grafico 2 mostra che la disoccupazione negli Usa è aumentata dello 0,4 per cento per ogni punto percentuale di diminuzione del Pil, e questo sia nel periodo 1962-1982 che tra il 1983 e il 2007. Assumendo ancora una volta la Francia come esempio, il tasso di disoccupazione medio, registrato negli anni Sessanta-Ottanta, era stato solo dello 0,14 per cento per ogni punto di decremento del Pil, mentre in tempi recenti si è uniformato a quello degli Usa.

Grafico 2

CRISI E VECCHIE RIGIDITÀ

Il fatto che la flessibilità sia arrivata anche nei mercati del lavoro europei ha importanti implicazioni politiche. Fino a pochi anni fa i governanti si preoccupavano per le pressioni inflazionistiche “di secondo impatto”, che si facevano sentire quando i sindacati negoziavano i rinnovi contrattuali. È stato quindi consolante constatare, attraverso i risultati empirici del Wage Dynamics Network, che la deregulation, la desindacalizzazione e la concorrenza internazionale avevano aumentato la flessibilità del lavoro, limitando le rivendicazioni retributive e, di conseguenza, i rischi di inflazione di secondo impatto.
Oggi, per contro, mentre lo tsunami che ha colpito gli azionisti sta per ripercuotersi sulla classe lavoratrice, quelle rigidità di lavoro e salari avrebbero potuto essere utili, contribuendo a stabilizzare la domanda interna. Paesi come la Spagna, che hanno registrato risultati eccezionali in termini di crescita economica e di occupazione, grazie alla deregolamentazione del mercato del lavoro, si trovano oggi sull’orlo dell’abisso. Forse che gli straordinari aumenti del tasso di occupazione, ottenuti grazie alla deregulation del mercato del lavoro, erano illusori e costruiti sul nulla, al pari degli astronomici profitti finanziari, che derivavano solo da un effetto-leva mal interpretato e non regolato?
Se davvero è stato in virtù della deregulation che in Europa si è registrato un lento calo della disoccupazione, sarebbe stolto reintrodurre ora le vecchie rigidità solo perché, con la crisi, la disoccupazione aumenta rapidamente. Il Pil francese dovrebbe diminuire di circa il 3per cento nel 2009 e si prevede un calo dell’occupazione altrettanto significativo, che tuttavia, come si evince dal grafico 2, rappresenta solo la metà della differenza tra il tasso medio di disoccupazione francese del periodo 1975-1985 e quello del 1985-1995.
Eppure, è possibile che si reintroducano le vecchie regole che irrigidivano il mondo del lavoro. Infatti, in questi ultimi decenni, la disoccupazione e le istituzioni che regolavano il mercato del lavoro non hanno solo interagito tra loro, ma sono state fortemente influenzate dalle due grandi tendenze strutturali dell’epoca: l’integrazione economica internazionale e la finanza. Quando le curve dei tassi di disoccupazione europei e americani si sono incrociate, nei primi anni Ottanta, stava iniziando il processo di globalizzazione, che amplificava i costi di un mercato del lavoro rigido, specie in termini di efficienza riallocativa del lavoro e di incentivi verso nuovi impieghi. Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, il livello di disoccupazione europea è rimasto alto, e la crescita debole, perché le istituzioni del mercato del lavoro, che pure sino allora avevano saputo assicurarne un corretto funzionamento, erano incapaci di affrontare le nuove sfide, derivanti dalla competizione dei mercati. Logica conseguenza sono state riforme ispirate a un criterio di elevata flessibilità.
La rilevanza empirica dei rapporti tra queste riforme e l’integrazione economica è confermata dall’esperienza dell’Unione economica monetaria. In teoria, una forte concorrenza internazionale, basata su “un mercato, una moneta”, avrebbe dovuto aumentare le implicazioni negative della regolamentazione e ridurne l’interesse. In realtà, i paesi dell’Unione monetaria hanno sperimentato una deregulation assai veloce per quanto riguarda i mercati di beni e una più circoscritta deregulation del mercato del lavoro, limitata quasi esclusivamente al settore dei lavoratori a tempo determinato. (1) Ciò non toglie che l’occupazione sia salita e la disoccupazione sia diminuita in tutti i paesi dell’Uem, soprattutto in quelli dalla forte integrazione economica.
Tuttavia, la rigidità del mercato del lavoro non riduce solo la produttività, rende stabili e meno diseguali i redditi da lavoro: i cambiamenti apportati al mercato del lavoro spiegano tutto l’aumento delle diseguaglianze registrato in seno all’Uem.. (2)
I mercati internazionali possono anche apprezzare molto la flessibilità del mercato del lavoro. I lavoratori, però, non apprezzano affatto l’insicurezza che ne deriva, soprattutto se non possono accedere ai mercati finanziari per compensare la fluttuazione dei loro redditi.
Come mostra il grafico 3, il credito al consumo è ampio laddove il mercato del lavoro è più flessibile e la durata dei contratti di lavoro più breve. Dal momento che i mercati del lavoro rigidi non riuscivano a far fronte all’internazionalizzazione della produzione, si è tentato negli anni Novanta e nei primi anni Duemila di neutralizzare gli effetti negativi della disoccupazione, non solo mediante la deregulation, ma anche grazie al vigoroso sviluppo dei mercati finanziari.

Grafico 3

Il pessimo andamento dei mercati finanziari durante la crisi ha prodotto una totale sfiducia nella loro capacità di proteggere i consumi dei lavoratori dagli shock della domanda di lavoro: ecco perché si potrebbe assistere ad un’inversione di tendenza nelle riforme del mercato del lavoro. I governanti, tuttavia, non dovrebbero riformare le loro politiche in materia di mercato del lavoro frettolosamente e senza consultarsi. Come nei mercati finanziari, anche in quelli del lavoro, ottimi risultati nel passato non garantiscono guadagni nel futuro, mentre le politiche devono essere  prevedibili e lungimiranti. Solo un approccio integrato e, per quanto possibile, coordinato nella regolamentazione del mercato del lavoro e dei mercati finanziari sarà in grado di offrire stabilità e potrà contrastare la disintegrazione economica internazionale.

(1) In proposito si veda Alesina, Alberto, Silvia Ardagna e Vincenzo Galasso (2008) “The euro and structural reforms” NBER Working Paper 14479. E Bertola, Giuseppe (2008) “Labour Markets in EMU: What has changed and what needs to change,” European Economy – Economic Papers 338, Commissione Europea, and CEPR DP 7049.
(2) Bertola, Giuseppe (2009) “Inequality, Integration, and Policy: Issues and evidence from EMU” CEPR DP 7251.

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MINISTRO MELONI BATTA UN COLPO!

  1. mirco

    Vedo una situazione all’orizzonte molto fosca. Un’economia unica dal punto di vista monetario e finanziario che per altro non ha un governo unitario se non solo quello della BCE, e la stessa economia dal punto di vista reale( politiche industriali, economiche, fiscali ecc) divisa in tante politiche nazionali a volte contrastanti, non portano certo ad una risoluzione della crisi in tempi brevi.O si fa l’europa politica o si muore! parafrasando i patrioti italiani del risorgimento. E questa europa bisogna farla in fretta! altrimenti addio al consenso dei popoli europei e dei lavoratori.Chissà perchè ma vedo nero. ( nero fascista, o grigio nazista)!

  2. Marco

    Nel mondo non esistono più gli Stati Nazione e le loro politiche del lavoro: esistono Intel, Samsung, AEG, Microsoft, Siemens, Honda, UBS. Che politica economica faranno mai le corporations? Favorevole ai lavoratori? L’articolo è interessante e documentato ma è empiricamente noto che i lavori flessibili siano adatti a chi ha molto risparmio (per compensare periodi anche lunghi di inattività) o chi ha alte remunerazioni (10.000 euro mensili danno tutta la stabilità economica necessaria per compensare la flessibilità). Per il resto trattasi di neo-schiavismo, in cui la libertà concessa è solo quella di consumare per lavorare (leggasi credito al consumo).

  3. Marcello Novelli

    Inflazione e liquidità, flessibilità del mondo del lavoro e inflazione, PIL e debito pubblico, credito al consumo e risparmio delle famiglie. Le variabili macroeconomiche in gioco sono molte e non sempre è possibile dire quale sia la causa e quale l’effetto, tanto meno in un momento difficile come questo. Di una cosa però sono convinto, non è il lavoro che manca, sono i soldi con cui pagare gli stipendi che non ci sono. Mancano i soldi. Credo che occorra iniettare ancora liquidità nel sistema, aumentando la disponibilità economica di ogni singolo cittadino europeo. Quindi non aiuti alle banche in cambio di titoli di debito verso la BCE, ma soldi freschi messi nelle tasche dei cittadini.

  4. Armando Pasquali

    Non sarebbe ora di smetterla di riportare dati fasulli relativi alla disoccupazione? Quando la disoccupazione Usa l’autunno scorso toccò l’8%, mi sono divertito a calcolare il tasso reale. Basta aggiungere al dato di comodo riportato dalla stampa (cioè U-5) il surplus offerto da U-6 e U-7, più altre misure. In altre parole, basta aggiungere al tasso ufficiale coloro che lavorano part time e vorrebbero lavorare full time ma non ci riescono, i "marginally attached worker", i "discouraged workers", più tutti coloro che "currently want a job" ma non sono contati nella forza lavoro in ambito civile, più coloro che sono stati messi in libertà sulla parola. Totale: il 14% della popolazione è realmente disoccupato, e se teniamo conto di coloro che non lavorano abbastanza abbiamo un 18% di persone totalmente o parzialmente disoccupate. E se aggiungiamo anche i working poor avremo una reale fotografia di quello che sono diventati oggi, dopo trent’anni di liberismo, gli Stati Uniti, la terra promessa di ogni economista che si rispetti.

  5. Vittoria

    Già, la burocrazia è la nostra rovina. Non è giusto che tutto debba passare nelle mani di tutti per essere "approvato". Le persone aspettano mesi e anni delle risposte. Quando cerchi lavoro: curriculum, colloquio, ti dicono "ti faremo sapere" e nel frattempo che aspetti la loro risposta, dopo che il tuo curriculum viene chiuso negli archivi e rimane sulle scrivanie degli uffici, tu rimani disoccupato; e quando si decidono ormai hai trovato un lavoro umiliante con una paga da fame. Siamo al livello di gente che chiede l’atto di morte di un proprio parente e non arriva, poi dopo anni arrivano lettere a nome del morto. E’ uno scempio!

  6. Adriano

    Le riforme sul mercato del lavoro hanno reso molto instabile e competitiva la vita dei lavoratori, fornendo alle imprese vari strumenti che non sto a riportare. Per riequilibrare un po’ le cose e introdurre meccanismi che premino i migliori, in entrambi i lati del gioco, propongo : 1) Abolizione del periodo di preavviso che il lavoratore deve dare all’azienda; 2) Abolizione del vincolo di concorrenza.

  7. Anna Maria Tedeschi

    Elevati tassi di disoccupazione ormai comuni ai diversi continenti sono l’indice numerico, ma soprattutto sociale che i mercati mondiali si trovano in mezzo al guado: hanno dovuto abbandonare una sponda che ormai non poteva più sostenerli per cercare di attraccare sulla sponda di una nuova terra in cui sperano di trovare nuova prosperità! Chi ce la farà a passare incolume il guado? Quanti arriveranno incolumi? Ma soprattutto quanti dovranno essere soccorsi? Non voglio invece chiedermi: quanti non ce la faranno? Perchè nelle nostre economie, quelle dei Paesi altamente industrializzati, i lavoratori "devono" essere soccorsi! Hanno versato fior di contributi affinchè questo avvenisse e quindi il soccorso spetta loro di diritto! E tutti i disoccupati dei Paesi non industrializzati? Per loro non ci sono contributi, per loro non c’è welfare, per molti, troppi di loro c’è stato il nostro Mar Mediterraneo che ha annegato ogni speranza di attraccare sulle sponde della salvezza! Per qualcuno più fortunato il soccorso non è venuto né dal Fondo Monetario Internazionale, né dalla Banca Centrale Europea, né dall’ONU, né dall’UNICEF, ma dai Pescherecci di Mazara del Vallo!

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