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QUELLA PROBABILITÀ UTILE IN CASO DI TERREMOTO

Dopo il terremoto in Abruzzo si è molto discusso della sua prevedibilità. Ma la certezza del verificarsi di un evento è l’unica forma di conoscenza perseguibile? Fra la decisione di sgomberare un’intera regione e quella, opposta, di tacere dell’eventualità del terremoto vi è una necessaria via di mezzo: comunicare alla popolazione la probabilità dell’evento sismico e metterla in grado di prendere decisioni. Questo comporta riformulare gli obiettivi della ricerca, educare la popolazione al concetto di probabilità e adottare efficaci strategie di comunicazione.

La polemica sulla prevedibilità del terremoto che ha devastato l’Abruzzo, dopo avere occupato le pagine dei giornali nei giorni immediatamente successivi al sisma, sembra essere ora accantonata senza avere lasciato memoria di insegnamento alcuno. Per evitare che sia definitivamente consegnata all’oblio, occorre riflettere su cosa poteva e non poteva essere fatto per minimizzare il numero di vittime sepolte sotto le macerie. E questa riflessione non può che coinvolgere vari temi: la ricerca, l’educazione e l’informazione riguardo a eventi il cui verificarsi non può essere previsto con certezza, ma può solo essere descritto in termini di maggiore o minore probabilità.

GIULIANI: UN RICERCATORE O UN VISIONARIO?

Con le informazioni in nostro possesso non si è in grado di dire se vi sia un fondamento scientifico o meno nella previsione di Giampaolo Giuliani. Probabilmente, come accade in ogni ricerca, quello di Giuliani è uno studio in fase embrionale in attesa del vaglio che lo trasformi da una semplice intuizione a un risultato scientifico. Tuttavia, quello che lascia perplessi è l’argomentazione con cui la ricerca di Giuliani è stata prontamente accantonata. La tesi predominante, infatti, è che i terremoti non possono essere previsti con certezza. Sia geologi che politici si sono adoperati a dire che l’evento non era prevedibile, giustificando l’operato del governo che, dopo le ripetute scosse avvenute nell’area, ha optato per non lanciare un allarme. Ma geologo e politico sono due figure distinte e operano con obiettivi completamente diversi: il primo è un tecnico, chiamato a rispondere all’esigenza conoscitiva; il secondo è un soggetto chiamato a prendere decisioni sulla base delle informazioni fornitegli dal primo.

UNA PROBABILITÀ AL POSTO DI UNA CERTEZZA

Una cosa è certa, lo abbiamo letto anche sulle pagine del lavoce.info: l’evento sismico non è prevedibile con esattezza. Se per buon predittore si intende qualche cosa che porta alla certezza del verificarsi di un determinato evento, allora non esiste un buon predittore dei terremoti. Questa affermazione, anche se giusta, è tuttavia incompleta. Èinfatti quantificabile, sulla base della osservazione statistica, la probabilità che uno sciame sismico in una data area sfoci in una scossa di elevata intensità in quella area; è possibile determinare quante volte una scossa di elevata intensità non è stata preceduta da una serie di scosse sismiche minori; è possibile capire se due eventi che appaiono in sequenza, la fuoriuscita di gas radon e la scossa di forte intensità, sono indipendenti oppure se il fatto che il primo si verifichi modifica la probabilità del secondo. Si badi bene: stiamo parlando di probabilità che si modificano, non di certezze. Esiste un intero linguaggio che gestisce e descrive relazioni non deterministiche fra eventi, e questo linguaggio si basa sul concetto di probabilità. Dal dibattito seguito al tragico evento si è indotti a pensare che o fra due eventi vi è un legame deterministico, o non vi è alcun legame. Questo modo di interpretare la relazione fra fenomeni è da troppo tempo superato. 

NON BIANCO O NERO, MA UNA SCALA DI GRIGI

Rispondere a queste domande è possibile, formulando modelli e verificandoli sulla base della osservazione della realtà. Ai politici spetta poi decidere, sulla base di queste valutazioni, che cosa fare. E la decisione può anche non essere dicotomica: sgomberare o non sgomberare un’area. Si può anche decidere di comunicare ai cittadini il rischio di un evento, metterli in grado di decidere. Esistono esempi in cui si è comunicato alla popolazione una valutazione probabilistica di un evento. In America sono noti gli allarmi per gli attacchi terroristici, comunicati alla popolazione attraverso una scala di colori, semplice ma efficace. Decida il cittadino, informato, se prendere o meno un aereo. Ovviamente questo comporta educare la popolazione al concetto di rischio o, meglio, di probabilità. Anche se la nozione è insita nella vita di tutti i giorni, deve essere formalizzata in maniera rigorosa e comunicata in maniera corretta. Ma non solo: la valutazione probabilistica può rendere perfettamente legittima, all’orecchio di un cittadino bene informato, la decisione del governo di non sgomberare l’area interessata. Tuttavia insistere unicamente sulla mera imprevedibilità del fenomeno da parte sia dei politici sia, soprattutto, dei tecnici non solo non crea informazione, ma induce a pensare che lo studio di questi fenomeni sia vano, poiché mai conduce a conclusioni certe. A noi semplici cittadini interessano molto anche le conclusioni probabili

Foto: dal sito della Protezione Civile

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11 commenti

  1. Fabio Gasperini

    Dal punto di vista logico, il ragionamento non fa una grinza. Ma come si può rappresentare questa informazione alla collettività in una scala di grigi in modo tale che essa sia "intellegibile" a tutta la popolazione nella sua varietà? Io penso che la maggior parte dei cittadini sia in grado di percepire solo bianco o nero, altrimenti male interpreterà le informazioni che giungono dal nostro atipico sistema dei media, e quindi sarebbe rischioso presentare una seppur corretta rappresentazione della realtà, più adatta agli addetti ai lavori, o a chi è in grado di masticare concetti appartenenti al dominio del mondo del calcolo delle probabilità. Saluti.

  2. Laura Benigni

    Margarida César, una docente dell’Università di Lisbona, porta avanti da anni delle interessanti ricerche che hanno come obiettivo la facilitazione dell’apprendimento della matematica e della statistica da parte dei bambini e dei ragazzi, compresi quelli che vivono in situazioni che faciliterebbero la esclusione, piuttosto che il successo scolastico. Forse è a questo tipo di ricerche che sarebbe utile ispirarsi per formare i giovani e i meno giovani a ragionare senza paura per "scale di rischio". Devo dire che sia a proposito dei terremoti che nel caso della salute quasi mai la risposta è "sì" o "no", ma assomiglia piuttosto alle valutazioni dei rischi assicurativi. Che si può fare per migliorare la consapevolezza non fatalistica, ma piuttosto probabilistica degli italiani? Cominciare dalla educazione scientifica sarebbe una risposta sensata?

  3. f.zadra

    Allo stato attuale delle conoscenze, la previsione certa di un evento sismico non è possibile, però certamente l’aumento costante e incessante dello sciame sismico accompagnato da un anomalo e importante aumento di emissione di radon avrebbe dovuto mettere in allarme gli esperti i quali avrebbero dovuto allertare dell’insolito fenomeno per lo meno il prefetto del capoluogo abbruzzese al quale spettava prendere decisioni in materia.

  4. lorenzo Marzano

    Plaudo all’articolo che andrebbe fatto leggere a illustri quanto superficali "grandi esperti" che hanno appunto posto l’accento su aspetti deterministici circa la previdibilità dei terremoti mostrando de facto obsolescenza nei riguardi dei concetti espressi. L’educazione a partire dalla scuola del concetto di rischio (analisi e gestione) in generale mi trova assolutamente consenziente. Solo recentemente si è preso coscienza da parte dei non addetti dell’esistenza di rischio finanziario e pochi si rendono conto che anche il rischio clinico va gestito con approccio sistemico così come quello connesso ad infortuni automobilistici e sul lavoro.

  5. Massimo GIANNINI

    Condivido l’analisi e io stesso mi ero espresso in questi termini domandando se in Italia un terremoto possa essere considerato un Black Swan (http://mgiannini.blogspot.com/2009/04/is-earthquake-in-italy-really-black.html). Ora mi domando se il governo decidendo di fare il G8 in Abruzzo abbia considerato se pur minimamente il rischio che l’evento si ripeta. Nessuno se lo augura ma mi sembra di leggere che le scosse ci sono ancvoa e lo sciame sismico é ben presente. Basta anche una bassa probabilità che l’evento si ripeta per consigliare al Governo di non correr rischi inutili…Ma al governo ci sono i maghi della comunicazione….

  6. Vince

    Questo articolo è semplicemente ovvio: vale a dire che espone la più semplice argomentazione (e con questo anche la più corretta) sul terremoto in Abruzzo. Mi domando perché essa non abbia costituito la base logica della gran parte degli articoli sul caso, compresi quelli pubblicati su lavoce.info. La risposta, mi sembra, rientri nel fatto che tale ovvietà sia censurabile dal punto di vista politico: il governo, infatti, si comportò in maniera totalmente errata e controversa, lasciando la popolazione senza quel minimo di informazioni necessario per preservare lo stesso concetto liberale alla base del nostro stato. Ero all’estero in quel periodo, e tutti mi dissero quanto erano stati stupidi gli italiani a censurare Giuliani in quel modo "quasi mafioso". "Ma non avete una considerazione dei rischi? Per voi era certo che sarebbe andato tutto bene?" – mi hanno domandato con ironia (trattandoci, come al solito, da paese da terzo mondo). La loro visione non era corretta: è che noi in un terremoto non ci vediamo nulla di negativo, semmai un ventaglio di nuove opportunità, che giustificano infine anche la prostituzione intellettuale

  7. Giordano Bruno

    La realtà è incerta. Solo partendo da questo assunto possiamo riconoscere che abbiamo bisogno di uno strumento di pensiero più generale della logica classica (quella del vero/falso per intenderci). Il grande matematico Bruno de Finetti ha sviluppato questo strumento: la logica dell’incerto. Essa ci permette di effettuare valutazioni di probabilità coerenti e di aggiornarle in maniera altrettanto coerente, riconoscendo al più che nel caso in cui il nostro grado di fiducia nel verificarsi di un determinato evento sia elevatissimo potremo trattare tale evento come praticamente certo, ma mai assolutamente certo. Con le poche parole che qui posso utilizzare, si tratta di riuscire a passare da un atteggiamento "predittivo" ad uno "previsionale". In altri termini dobbiamo imparare a fondare le nostre decisioni sulla base di valutazioni di probabilità. Nel bambino questo modo di procedere è naturale, come hanno provato famosi psicologi, noi lo distorciamo con la nostra educazione. Un terremoto non è predittibile, ma è prevedibile con una certa probabilità. Quando saremo comunemente abituati a ragionare in questi termini avremo acquistato una maggiore consapevolezza, necessaria e utile.

  8. Paolo Bizzarri

    Stranissima la tesi dell’autrice, che propone di educare i cittadini al calcolo delle probabilità e alla valutazione del rischio: operazione da un lato complessa e dall’altra inutile. Come cittadino, pago tutta una serie di strutture perchè studino e valutino il rischio al mio posto, e decidano loro qual è la linea di azione migliore. Posso accettare degli errori, ma certamente non accetto che mi dicano "fai come credi". Sarebbe invece ovvio prevedere una serie di livelli di allarme per attivare misure di sicurezza automatiche (per esempio, garantire che tutti i cittadini abbiano una torcia e un ricambio per potersi allontanare rapidamente e così via). Un sisma non è un evento a cui si va incontro: la prevenzione va fatta a livello centrale, da chi è pagato per farla.

  9. Paolo P

    L’idea proposta in questo articolo è interessante. Però non so se sono d’accordo o no. E’ impensabile insegnare concetti di calcolo delle probabilità a tutti (visto che non pochi hanno difficoltà già con le divisioni), mi sembra che l’articolo non suggerisca questo. Informare i cittadini del livello di rischio, magari con i colori o con semplici percentuali (per es. la probabilità per un individuo di morire a seguito di terremoto nei prossimi 15 giorni è dell’ 1%) potrebbe essere utile. Rimane però il fatto che una volta che uno ha davanti questo numero, la valutazione viene fatta su basi emotive (per es. io avrei più paura di un tumore che di un terremoto). L’output significativo è, in ultima analisi, l’azione che statisticame è stata più corretta difronte ad un determinato rischio di terremoto. Quindi, essere informati il più possibile è sempre una cosa buona, però i consigli e le decisioni spettano agli esperti, al meno come limite inferiore di sicurezza (ovvero quando c’è da evaquare le autorità lo devono dire). Poi, idealmente, ciascuno dovrebbe essere messo in condizione di poter essere più prudente se ne ha voglia e possibilità.

  10. Marco La Colla

    Le argomentazioni dell’autrice sono interessanti, ma non prospettano comportamenti pratici da attuare in una situazione simile a quella abruzzese. A mio parere, ad un susseguirsi di scosse che andava avanti da mesi, si sarebbero dovute allestire delle tendopoli, nelle quali i cittadini che lo avessero voluto avrebbero potuto passare la notte, ritornando alle loro normali occupazioni la mattina. E ciò, perchè il terremoto notturno è il più pericoloso in quanto coglie impreparati ed una situazione di debolezza che non permette di reagire prontamente. A ciò si aggiunge quasi sempre l’interruzione della corrente elettrica con il conseguente buio che rende ancora più difficile la possibilità di mettersi in salvo. Tutti i comuni d’Italia dispongono di un sistema di Protezione Civile dotato di tende e, così come successo a Faenza in situazioni analoghe, il comune poteva mettere in funzione una tendopoli solo per quei cittadini che avessero voluto utilizzarla per la notte. Se ciò fosse avvenuto, probabilmente si sarebbero salvate molte vite. Auguriamoci almeno che ciò possa avvenire nel futuro in situazioni analoghe.

  11. Alessandro Venieri

    Sono un geologo e soffro molto nel constatare che sia i media che l’opinione pubblica sono sempre concentrati nel cercare risposte dalla comunità scientifica che non possono avere mentre non viene speso un rigo sulla mancata prevenzione. La popolazione ed i giornalisti, che purtroppo ancora oggi spesso fanno confusione tra magnitudo ed intesità macrosismica, devono formulare una domanda diversa alla comunità scientifica che non sia il solito tormentone "è possibile un’altra scossa sismica elevata?". La domanda giusta è "Cosa si rischia in tale territorio se si verifica una scossa forte?". Allora si scoprirà che in gran parte dell’Italia a pericolosità sismica elevata, non sono mai stati eseguiti studi sull’amplificazione sismica locale o sulla vulnerabilità degli edifici e questo perchè la classe politica gongola del fatto che l’attenzione dei media e dei cittadini è prevalentemente rivolta ad una domanda alla quale sono giustificati nel non dare risposta.

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