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LA PREVIDENZA DELLE CARRIERE INTERROTTE

I lavoratori italiani riceveranno una stima della rendita che conseguiranno al momento della pensione? Sarebbe l’attuazione di una proposta che lavoce.info avanza da sei anni. Analoga alla “busta arancione” dei lavoratori svedesi. Importante perché le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato confermano una forte tendenza alla riduzione della copertura previdenziale negli anni a venire. Tuttavia, presuppongono un’ipotesi implicita di continuità contributiva durante la carriera dei lavoratori. I risultati di una ricerca suggeriscono invece che sarebbe opportuno tener conto dell’effettivo flusso di contributi previdenziali, condizionato dalla precarietà del rapporto contrattuale.

Il ministro del Lavoro ha recentemente rivolto agli enti previdenziali pubblici l’invito a far pervenire ai loro iscritti, a partire dal prossimo anno, una lettera contenente una stima dell’ammontare della rendita che conseguiranno al momento del pensionamento, analoga a quella contenuta nella cosiddetta “busta arancione”, annualmente recapitata ai lavoratori svedesi.

I TASSI DI SOSTITUZIONE DELLA RAGIONERIA

Si tratta di un’iniziativa opportuna in quanto nei prossimi anni un numero crescente di lavoratori in attività avrà la pensione obbligatoria determinata esclusivamente dal metodo contributivo introdotto con le riforme degli anni Novanta. Attualmente, nessuno tra costoro può prevedere con sufficiente attendibilità il proprio reddito da pensione.
A inquadrare meglio il problema contribuisce il Rapporto “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” di cui il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato ha recentemente pubblicato l’aggiornamento annuale per il 2008. Un intero capitolo del Rapporto è dedicato all’analisi dei tassi di sostituzione dell’ultima retribuzione, al lordo e al netto del prelievo contributivo e fiscale, assicurati dalla previdenza obbligatoria. La stima dei valori di tali tassi viene nel Rapporto definita in funzione di variabili che tengono conto dell’assetto vigente: dinamica retributiva individuale, anzianità contributiva, età di pensionamento e aliquota contributiva. (1) L’esempio che può essere utile citare è quello di un lavoratore dipendente del settore privato con 63 anni di età e 35 di contribuzione. Nel 2007 tale soggetto avrebbe ottenuto una pensione pari al 70,3 per cento dell’ultima retribuzione lorda; nel 2030 tale percentuale scenderebbe al 57,0 per cento, con una riduzione del tasso di sostituzione lordo del 18,9 per cento. Nel 2060 il tasso di sostituzione lordo del lavoratore in questione raggiungerebbe il 50,8 per cento, con una diminuzione del 27,7 per cento. (2)
Le ipotesi macroeconomiche e demografiche adottate dalla Ragioneria generale possono essere più o meno condivisibili, tuttavia ciò che soprattutto preme rilevare in questa sede è che le stime contenute nel Rapporto confermano una forte tendenza alla riduzione della copertura previdenziale.

CARRIERE IN VENETO

Occorre inoltre considerare un ulteriore importante elemento: le stime sui tassi di sostituzione presentate all’interno del Rapporto presuppongono un’ipotesi implicita di continuità contributiva durante la carriera dei lavoratori che le recenti caratteristiche del mercato del lavoro italiano fanno apparire alquanto irrealistica. Quanti saranno infatti i lavoratori che all’età di 63 anni nel 2030 potranno vantare 35 anni di contributi effettivamente versati?
Utili indicazioni per rispondere all’interrogativo sono rinvenibili nella ricerca “La mobilità nel mercato del lavoro del Veneto: le carriere lavorative dei giovani”,,che effettua un’indagine di lungo periodo e ricava una “matrice di transizione” dall’osservazione di una coorte di giovani che ha fatto il suo esordio nel 1998 nel mercato del lavoro veneto (36.474 soggetti tra i 20 e i 29 anni) e che è stata monitorata fino al 2007, utilizzando i dati disponibili presso i Centri per l’impiego. (3)
Sulla base della distinzione utilizzata per tipologia di contratto d’ingresso (tempo determinato o indeterminato), risulta che poco meno di due terzi del campione – 63 per cento – inizia a lavorare con un contratto a tempo determinato.
Tra questi ultimi, il gruppo più numeroso – 59 per cento – è costituito da quanti nel 2007 risultano occupati a tempo indeterminato; la seconda componente – 25 per cento – è formata da soggetti che nel 2007 non sono più registrati in banca dati; un terzo gruppo – 16 per cento – è formato da quanti appaiono “intrappolati” nella condizione di lavoratori temporanei.
Nell’ambito di coloro che sono stati assunti nel 1998 a tempo indeterminato – 37 per cento del campione -, circa il 70 per cento conserva nel 2007 lo stesso rapporto contrattuale; il 21 per cento scompare dalla banca dati; il 9 per cento è impiegato con un contratto a termine.
In sintesi, alla fine del periodo quasi il 40 per cento del campione non beneficia ancora di un contratto a tempo indeterminato. Peraltro, poiché i soggetti osservati vengono presi in esame soltanto nella condizione contrattuale iniziale e in quella finale nulla sappiamo sul carattere più o meno altalenante dei singoli percorsi lavorativi all’interno del periodo 1998-2007.
Esulano dall’ambito della ricerca alcune forme di contratto a termine (a progetto, occasionali, eccetera) che costituiscono circa il 13 per cento del mercato del lavoro nazionale.
L’indagine, ancorché riferita a un ambito territoriale circoscritto, consente di porre l’accento sulla dinamica dei contributi previdenziali dei lavoratori più giovani, in particolare sotto il profilo della continuità nel tempo, che è il presupposto sulla base del quale vengono in genere effettuati i calcoli sui tassi di sostituzione.
Ulteriori e più mirate indagini sul fenomeno della discontinuità contributiva sono senz’altro auspicabili, ma i risultati della ricerca sul mercato del lavoro del Veneto suggeriscono che, nel prospettare gli scenari di copertura previdenziale della popolazione italiana, sarebbe opportuno tener debito conto dell’effettivo flusso di contributi allocati a fini previdenziali, fenomeno largamente condizionato dalla precarietà del rapporto contrattuale che colpisce in modo acuto le ultime generazioni di lavoratori.

(1) Nel calcolo sono assunte le seguenti ipotesi macroeconomiche nel periodo 2010-2060: una crescita del Pil in termini reali dell’1,51 per cento dal 2008, un tasso di inflazione del 2 per cento dallo stesso anno e una dinamica per carriera basata su un tasso di variazione reale della produttività per occupato pari all’1,53 per cento. Per quanto riguarda le ipotesi demografiche, il rapporto assume come riferimento la previsione demografica Istat con base 2007 (tasso di fecondità, speranza di vita, flusso migratorio netto).
(2) Un lavoratore autonomo, con 63 anni di età e 35 di contribuzione, che nel 2007 avrebbe ottenuto una pensione pari al 69,3 per cento dell’ultima retribuzione, nel 2030 vedrebbe ridotta tale percentuale al 35,3 per cento, subendo una contrazione del 49,06 per cento. Il tasso di sostituzione raggiungerebbe solo il 30,8 per cento nel 2060 con una diminuzione del 55,5 per cento. 
(3) La ricerca è contenuta all’interno del “Rapporto di monitoraggio delle politiche occupazionali e del lavoro – settembre 2008” redatto dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali con la collaborazione di Inps e Istat. Tra i lavoratori campionati, il 40 per cento aveva più di 25 anni.

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IL VOTO EUROPEO DEI RAGAZZI DEL MILLENNIO

  1. roberto rastrelli

    Parlo per esperienza personale: la maggior parte dei miei contributi è INPS tranne un periodo di contribuzione tipo cococo. Se adopero questi anni per il calcolo dell’anzianità devo passare al sistema contributivo: se non lo faccio, come è inevitabile, avrò, al momento di andare in pensione, per 6 anni di versamenti un importo risibile se comparato a quanto deriva dai restanti 20 anni. Una proposta che potrebbe essere utile per rimediare alla sempre maggiore mobilità tra le casse sarebbe permettere, a chi si trova fortunatamente in regime retributivo, di assimilare -non gratis ma a titolo oneroso, come per il riscatto degli anni di laurea- le contribuzioni disperse in varie casse in quella preminente. Non conosco la realtà del sistema contributivo, ma se anche in quel caso la somma delle diverse casse serve solo per la somma degli anni mentre, per il calcolo dell’ indennità, ognuna procede singolarmente, c’è veramente il rischio di perdite enormi per i giovani.

  2. CP

    Su questa generazione è stato scaricato il problema ‘previdenziale’ e la flessibilità lavorativa. In cambio di cosa? Alzi la mano chi pensa che con i Fondi Complementari si possa compensare la perdita su i tassi di sostituzione. Mi sembra che le mani alzate siano pochine. Il potere politico non insegue e non è interessato a questa generazione, preoccupata oggi a sbarcare il lunario. Come facciamo a pensare al domani e con quali risorse ? Non ci sono soluzioni.

  3. lucia vergano

    All’autore va riconosciuto il merito di aver sollevato un problema molto rilevante per tutti coloro che nell’arco della loro vita lavorativa hanno fruito, fruiscono o fruiranno di contratti atipici. In quanto tali, questi lavoratori accumulano contributi, spesso molto esigui, afferenti alla cosiddetta gestione separata. Sarebbe altamente auspicabile che il legislatore provvedesse al piu presto a sanare il pluralismo presente nel mercato del lavoro, introducendo un’unica tipologia contrattuale (almeno) per il lavoro dipendente, a tempo determinato o indeterminato. In attesa che cio si avvenga, augurandosi che prima o poi avvenga, data l’attuale elevata probabilita di alternare differenti tipologie contrattuali nell’arco della propria vita lavorativa, sarebbe opportuno qualora non lo sia (mi sono informata diverse volte e ho ricevuto risposte poco chiare) che i contributi afferenti alla gestione atipica potessero cumularsi con gli eventuali contributi afferenti alla gestione ordinaria. In tal modo, lo spirito del vigente sistema contributivo verrebbe pienamente salvaguardato.

  4. mirco

    Visto il fallimento globale del sistema finanziario, secondo il mio modesto parere, occorre tornare ad un sistema pubblico pensionistico che garantisca ai pensionati un reddito dignitoso. Come? europeizzando le casse di previdenza (moneta europea pensioni europee) e legando il sostentamento della cassa europea ad un prelievo fiscale minimo sui redditi dei 450 milioni di cittadini europei. Finiamola di pensare alla pensione come ad un salario differito.

  5. Antonio ORNELLO

    Come Commissario Covip le chiedo di riflettere. Innalzando obbligatoriamente il minimo di età pensionabile a quei lavoratori che nel 2005 avevano 35 anni di contributi, la Legge ha tagliato sì le carriere, ma non le contribuzioni; ed ha azzerato il rendimento degli ulteriori versamenti previdenziali, senza però alterarne né il flusso né la continuità. Quegli stessi lavoratori sono costretti per altri 6 anni a fare a meno di riprendersi quanto hanno versato, poiché la pensione dei 41 anni lavorati è addirittura inferiore a quella dei 34 anni, 6 mesi e 1 giorno. In tutto questo negare ogni equità, il silenzio stampa è assoluto; si registra, anzi, per di più, la soddisfazione dei pavoni a caccia di risparmi Inps, speranzosi in un posto nella greppia. Ecco dunque la riflessione sulla proposta che lavoce.info avanza da 6 anni, non trovando – evidentemente – di meglio da proporre: il colore arancione, di quella busta straniera con le informazioni previdenziali, non si sarà brunito un tantinello?

  6. alias

    Al lettore che propone di ricongiungere i vari contributi presso un’unica cassa, rispondo che il nostro Stato già lo fa (x i dipendenti pubblici) ma non se ne conosce bene il prezzo nè, quindi, se convenga farlo o meno. Gli oneri di ricongiungere i periodi contributivi li calcola l’INPDAP, e poi li comunica al lavoratore; il quale potrà sempre rinunciare al riscatto (se trova che il costo è eccessivo, a confronto con la maggior pensione che gli verrà). Tuttavia, il costo lo saprà una decina d’anni. Dopo la domanda. Perché? Poi, c’è differenza tra chi ricongiunge contributi prima del 1996, e dopo! I periodi più vecchi sono molto meno costosi da riscattare.Ciò sperequa doppiamente chi entra più tardi sul mercato del lavoro (visto che è già svantaggiato dal passaggio al contributivo). In realtà, se chi lo può fare (ad es. le Forze armate e i corpi militari) paga qualsiasi cifra per ricongiungere contributi e riscattare e andare in pensione ai fatidici 56 anni, qualcosa pur significa (leggasi preferenze per lavoro o tempo libero).

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