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SE 50 ANNI DI COPYRIGHT VI SEMBRAN POCHI

La Commissione Europea dovrà presto esaminare un testo di direttiva che allunga da cinquanta a novantacinque anni i diritti d’autore di musicisti e case discografiche. Non è una buona idea. In primo luogo perché a beneficiarne sarebbero la majors della musica e non gli artisti. E non ha neanche giustificazioni economiche: in altri settori, come il farmaceutico, dove gli investimenti sono ben più rilevanti, il copyright è inferiore ai venti anni. Oltretutto, così facendo si rinuncia a esplorare le nuove opportunità e i nuovi modelli economici offerti dal digitale.

La Commissione Europea deve esaminare un testo che vuole prolungare dagli attuali cinquanta a novantacinque anni i diritti d’autore di musicisti e case discografiche, nonché quei “diritti connessi” di esecutori, interpreti e produttori fonografici, esattamente come avviene negli Stati Uniti. L’obiettivo del commissario cui è affidato il dossier, Charlie McCreevy, è di aiutare i vecchi musicisti e, nel contempo, di promuovere la nascita di giovani artisti. È da parecchi anni che gli specialisti dei diritti d’autore richiamano l’attenzione sull’evoluzione che ha subìto il settore negli Stati Uniti, con la cosiddetta legge di Disney: la durata dei diritti tende ad allungarsi, per permettere all’azienda di continuare a sfruttare i primi disegni animati e gli innumerevoli prodotti creati col marchio di Topolino, Pluto, e compagnia. Anche l’Europa rischia ora di avere una sua legge McCreevy.

LA CREATIVITÀ OLTRE IL DIRITTO

Si afferma che l’estensione della durata del copyright stimolerebbe la creatività e ricompenserebbe l’assunzione di rischio che accompagna l’atto creativo. Il ministero francese della Cultura appoggia tale impostazione con l’ulteriore argomento della diversità culturale; ciò presuppone che i produttori fonografici possano mettere a frutto gli investimenti a favore di nuovi talenti, mediante la riedizione di fondi di catalogo.
Ma questa non è affatto una buona idea. Innanzitutto perché la creatività non dipende certo dallo stimolo del prolungamento dei diritti d’autore. Non si è mai riusciti a dimostrare il benché minimo effetto positivo di tale prolungamento e non sarebbero certo gli artisti a beneficiare di un simile provvedimento, ma principalmente le case discografiche. Il batterista Dave Rowntree ha affermato: “Non ho mai sentito che un musicista abbia deciso di non registrare un pezzo, perché i suoi diritti d’autore terminavano cinquant’anni dopo”. C’è anche da dubitare che i produttori investano di più, se dispongono di novanta anni di copyright anziché di cinquanta: tanto per citare un esempio, le case farmaceutiche si contentano di meno di venti anni e affrontano spese ben più considerevoli.
Inoltre, l’estensione della durata dei diritti non è una buona idea, perché il surplus dei guadagni andrebbe unicamente in favore dei best-seller, accentuando ulteriormente il distacco dai titoli di minor successo, quell’interminabile lista di quei pezzi poco conosciuti, poco diffusi o addirittura mai registrati.
Bisognerebbe usare l’argomento della diversità culturale con maggior tatto e abilità, se non si vuole svuotarlo totalmente di significato.

VECCHI SUCCESSI E NUOVE OPPORTUNITÀ

Non dimentichiamoci che il diritto d’autore dura per settanta anni dopo la morte del compositore; se quindi l’interprete ha diritto a “soli cinquanta anni” non è scandaloso. Il diritto d’autore stabilisce un monopolio sull’opera e in tal modo ne frena la diffusione. Rimuovere il limite di cinquanta  anni per l’interprete e di settanta per l’autore non sarebbe indecoroso. Gli artisti, invecchiando, avrebbero comunque goduto per 50 anni del frutto dei loro successi; negli ultimi anni godrebbero ancora della notorietà conquistata e, nel frattempo, registrazioni e “rivisitazioni” inedite potrebbero offrire nuova vita alle vecchie canzoni di successo. Si potrebbe, al limite, contemplare l’ipotesi di estendere i diritti fino al decesso dell’interprete, qualora avvenga dopo i fatidici cinquanta anni.
In un mondo digitale, contraddistinto da immediatezza, abolizione delle distanze e mito della gratuità volersi intestardire a estendere oltre misura la durata dei diritti degli interpreti, cedendo così alle sirene di un’economia di rendita, finisce col rivoltarsi contro quegli stessi interessi di artisti e creativi, che in teoria si vorrebbe difendere. La tentazione di ripiegarsi su se stessi e difendere a tutti i costi il passato rischia di aver la meglio sull’esplorazione delle nuove opportunità e dei nuovi modelli economici, offerti dalla cultura del mondo digitale. Ma non era proprio Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, il padre del diritto d’autore, che affermava “(…) di qualsiasi bene si parli, quel che rende felici non è il possederlo, bensì il goderne”?

(traduzione di Daniela Crocco)

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  1. Giacomo Dorigo

    Personalmente ritengo, come già diceva Thomas Jefferson, che da un punto di vista morale le limitazioni sul diritto di copia siano una stupidaggine, in quanto l’eseguire una copia di un libro o di un brano musicale non elimina l’originale, quindi non vi si possono applicare le normali logiche della proprietà privata sviluppate per i beni materiali e assolutamente non le si può equiparare ad un furto. Ciò che deve essere tutelato è il diritto di attribuzione al fine di contrastare il plagio, che è davvero un caso di furto in quanto l’attribuzione della paternità di un’opera viene tolta ad uno per essere rubata da un altro. E se proprio si deve mantenere in piedi questa assurdità del diritto di copia e di distribuzione, allora che almeno sia commisurato agli investimenti effettuati per l’opera stessa, maggiore è stato l’investimento maggiore sarà la durata del copyright. Ovviamente immagino questo potrebbe andare benissimo alle imprese che producono film, molto meno a quelle che producono canzoni…

  2. vincenzo d'andrea

    Sono d’accordo sui pericoli dell’estensione di copyright, anzi sul fatto che siano già eccessivi ora. Nell’articolo si parla di un copyright di vent’anni nel settore farmaceutico. E’ proprio così? Cioè, mi pare corretta l’affermazione che nel settore farmaceutico la tutela del diritto di sfruttamento economico di un invenzione sia inferiore a vent’anni. Però non credo usino il copyright ma uno strumento legale diverso, cioè il brevetto. Se usassero il copyright intanto proteggerebbero in modo diverso il lavoro ma i termini sarebbero gli stessi che per la musica o altro. Che poi i brevetti a loro volta creano problemi, in particolare sarebbero deleteri se applicati al software.

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