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SE FINISCE LA FESTA DEI BONUS D’ORO

La crisi ha chiaramente messo in luce quanto fossero inadeguati i meccanismi di mercato e di corporate governance a tutti i livelli di retribuzione delle performance degli addetti del sistema finanziario. E’ perciò necessario cambiare le regole. Il monte bonus va fissato in modo trasparente e vanno stabiliti limiti quantitativi al totale. Gli azionisti dovrebbero adottare modalità per premiare i risultai basate non solo sui profitti attesi, di breve o di lungo periodo, ma anche su accurate valutazioni dei rischi.

Nelle ultime settimane si è discusso molto dei bonus ai manager delle banche, per gli eccessi di Aig, di Rbs e di molte altre realtà del settore finanziario. La questione è importante e seria, ma purtroppo viene affrontata in modo stereotipato e populista.

IL TETTO DI SARKOZY

Da un lato, ci sono ancora manager, o ex manager, di banche che hanno ricevuto sussidi dallo Stato che non vogliono capire che “la festa è finita” e che è auspicabile una rinuncia volontaria almeno alla parte variabile del loro stipendio. Dall’altra, ci sono i politici che cavalcano l’onda populista perché hanno bisogno di trovare un colpevole per la situazione in cui siamo, quindi alimentano una giustizia “fai da te” o , come Nicolas Sarkozy, propongono un tetto ai compensi dei manager. Ci si interroga su quanto sia giusta questa proposta. E soprattutto se sia utile, e se effettivamente possa essere di aiuto per evitare il ripetersi di crisi come quella attuale.
La sensazione è che si stiano mescolando diverse problematiche senza fornirne una lettura che porti a soluzioni concrete.
Un primo aspetto, da tenere sempre presente, è che le banche, e le istituzioni finanziarie in genere, sono imprese il cui malfunzionamento può creare delle crisi sistemiche, come le recenti vicende hanno chiaramente messo in luce. E per questa ragione devono essere soggette a regolamentazione. (1) Ciò significa che quando si considerano gli incentivi, e quindi i bonus concessi ai manager delle imprese, si devono considerate non solo le implicazioni in termini di efficienza, ma anche di stabilità del sistema economico.

UN PROBLEMA DI INCENTIVI

La domanda da porsi è: perché ai manager delle banche sono stati concessi bonus così elevati da parte del consiglio di amministrazione e/o dell’assemblea dei soci cui in primo luogo rispondono? Quali incentivi si volevano dare loro? Quanto ha contribuito tutto questo alla crisi?
La crisi ha chiaramente messo in luce che i meccanismi di mercato e di corporate governance si sono rivelati inadeguati a tutti i livelli di retribuzione delle performance degli addetti all’interno del sistema finanziario. È perciò necessario cambiare le regole. In particolare, il monte bonus e la distribuzione di questi bonus a tutti i livelli vanno fissati in modo trasparente e vanno definiti limiti quantitativi al totale, perché non va dimenticato che negli ultimi anni gli eccessi ci sono stati a tutti i livelli.
Gli azionisti delle banche dovrebbero adottare modalità per premiare i risultati basate non solo sui profitti attesi, di breve o di lungo periodo, ma anche su accurate valutazioni dei rischi. E poiché il settore finanziario è soggetto a regolamentazione, il regolatore dovrebbe considerare la possibilità di valutare la rischiosità delle banche anche in base ai sistemi di remunerazione e, quindi, di incentivo che queste adottano. Tuttavia, il regolatore, e tanto meno i politici, non possono sostituirsi agli azionisti. Invece, i grandi e i piccoli azionisti devono essere informati del sistema di incentivi e di rischi che la banca adotta. E questi stessi azionisti devono essere penalizzati, magari con requisiti di capitale più elevati, se coscientemente decidono di adottare sistemi di incentivo con un trade-off rischio-rendimento troppo elevato rispetto agli obiettivi di stabilità che un sistema finanziario richiede.
Il dibattito è per ora fermo ai codici etici, come il summit dei G20 sembra suggerire. Ma oltre a questi, è necessario pensare anche alle regole e a come farle rispettare da parte dei diversi soggetti che operano nel settore finanziario.

 

(1) Lo stesso principio va ovviamente applicato anche a qualsiasi altra impresa (non finanziaria) che, magari per le elevate dimensioni, possa mettere a repentaglio la stabilità del sistema mondiale.

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PERCHÉ ALL’ORDINE NON PIACE LA CONCORRENZA

  1. Marco Giovanniello

    "perché ai manager delle banche sono stati concessi bonus così elevati ?" Le va bene come risposta: "Perché, almeno in Italia, le banche hanno prodotto miliardi di euro di utili, dopo decenni in cui non ripagavano nemmeno il costo del capitale, sempre che non andassero in rovina come il Banco di Napoli?" Perché Zlatan Ibrahimovic guadagna un bonus se vince lo scudetto? Senza polemica, ma non ha una domanda meno populista, visto che questo non è il blog di Beppe Grillo?

  2. Andrea Moro

    Qual e’ il fondamento teorico delle limitazioni all’ammontare dei bonus? I problemi attuali sembrano sorgere dalla completa dissociazione fra bonus e performance, non dall’ammontare totale. Se un manager guadagna un bonus indipendentemente dal risultato, anche di breve periodo, dell’azienda, quello che riceve non si puo’ chiamare "bonus". Il fallimento del mercato qui e’ nella collusione fra imprese nella mancanza di trasparenza sui criteri di determinazione dei bonus. Se sapessi che i miei fondi pensione sono amministrati da gestori i cui bonus sono calcolati su risultati di breve periodo, e rimangono consistenti anche in casi di sostanziale fallimento (come sembra per numerose istituzioni finanziarie usa), non ci penserei due volte a cambiare fondo, salvo che non potrei farlo perche’ tutti si comportano allo stesso modo! Cominciamo con l’imporre trasparenza nei criteri di assegnazione dei bonus. Fra tutte le informazioni irrilevanti contenute nei prospetti informativi, costa tanto aggiungere alcuni dettagli cruciali?

  3. Franco A.Grassini

    Il problema vero è quello della corporate governance: gli azionisti contano qualcosa solo in Italia, nel mondo anglosassone è il management che si autoperpetua e sceglie i boards che sono portati a remunerare i loro pari come desiderano. Mettere regole in situazioni del genere è quasi inutile. L’unica arma è quella fiscale: quando l’aliquota massima in USA era il 90% i managers guadagnavano 40 volte un impiegato ora in qualche caso anche 400.

  4. AM

    Era ora che finisse lo scandalo dei bonus d’oro a vantaggio di managers che giocavano alla roulette con denaro altrui, pronti a spartire i guadagni, ma lasciando le perdite a carico di chi aveva loro affidato i suoi risparmi. Dovrebbero anche sparire le non meno scandalose agevolazioni o esenzioni fiscali per i guadagni da stock options, che dovrebbero avere il medesimo trattamento dei redditi da lavoro dipendente..

  5. Monaco Giacomo

    Ho seguito e continuo a seguire i guai che un capitalismo finanziario ha creato nell’ere attuale ma, vedo anche che si parla molto di etica e pochissimo di controlli. questo G20 ha detto cose giuste.Speriamo che alle parole seguono i fatti perchè gli unici fatti veri, sono i costi enormi che essi comportano, tutti ovviamente a carico dei contribuenti globali. Sperare non costa niente quindi speriamo.

  6. Carlo

    Caro Marco, il problema e’ proprio che non sempre i bonus riflettono la performance! Anzi…

  7. Lorenzo Casavecchia

    Non credo che la soluzione migliore sia nel parametrare i bonus a una misura di performance aggiustata per il rischio. Infatti, anche se i manager venissero remunerati in base al loro alpha, non avremmo comunque un vero link tra abilita’ dei managers e bonus. Il motivo sta nel fatto che per valutare quanto bravi siano i manager, avremmo bisogno di una serie storica di risk-adjusted performance molto lunga (e non disponibile in realta’) e questo vale, si badi bene, non solo per gli shareholders ma anche per il board. Il problema quindi e’ molto piu’ complicato di quanto possa apparire prima facie.

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