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  1. Lorenzo Aldini Rispondi

    Nella mia lunga vicenda di cassa integrazione (appartengo al settore bieticolo-saccarifero) i servizi di orientamento sono concessi solo a chi rinuncia volontariamente alla cassa integrazione e sceglie la mobilià. Insomma ci fanno scegliere: o il reddito tutelato senza nulla da fare o i servizi di orientamento, ma senza tutele. Fra le due possibilità di questi tempi preferiamo evidentemente la prima. L'astuzia italiana distorce le linee guida dell'Unione Europea: "se la cassa integrazione è un privilegio concesso al lavoratore ed anche il servizio di orientamento è un privilegio da pagare, due "privilegi" simultanei non sono concepibili," è quello che pensa il mio capo.

  2. Franco Onnis Rispondi

    Concordo sulle critiche agli aiuti alle imprese, soprattutto a quelli volti al mantenimento dell'occupazione, anziché alla creazione di nuova occupazione. Si tratta di provvedimenti che vanno nella direzione esattamente opposta, non solo a quella delle prospettive di uscita dalla crisi, ma anche, addirittura, a quella di poter trarre profitto dell'unico aspetto positivo della crisi stessa, che è quello di agevolare l'espulsione dal mercato delle imprese a basso tasso di produttività. Gli aiuti ai disoccupati, e in generale quelli volti all'integrazione dei redditi più bassi, si traducono sicuramente e integralmente in aumento della domanda, che è quello di cui hanno maggiormente bisogno le imprese. E' assai meno certo che gli aiuti alle imprese trovino, per l'incremento dei prodotti che consentono di creare, il corrispoettivo sbocco nel mercato. Peraltro le politiche di sostegno dei redditi, dovrebbero essere, per quanto possibile, connesse e condizionate allo svolgimento di attività di pubblica utilità, soggette a monitoraggi e controlli da affidare a soggetti il più possibile lontani dagli apparati politici e sindacali.

  3. marcello battini Rispondi

    Sull'argomento, le leggi discriminatorie sono quanto mai ingiuste,ingiustificate e si prestano ad un uso strumentale delle stesse, da parte del potere politico (una riedizione moderna del potere di vita e di morte dei monarchi assoluti nei confronti dei sudditi). La necessità e l'urgenza di smettere di legiferare per categorie, per cominciare a legiferare con leggi universali, non solo ridurrebbe la produzione di norme, semplificando la vita d'ognuno e consentendo, solo,questo, un incremento di produttività nela PA, ma ci consentirebbe d'uscire finalmente dal nuovo medio evo nel quale siamo caduti, con la formazione di nuove caste, corporazioni e sine cure, le quali, se non abolite, non permetteranno mai la trasformazione del'Italia in un Paese moderno e più felice.

  4. stefano facchini Rispondi

    Gli stessi aiuti alla persona sotto forma di sostegno al reddito o alla sua mancanza sono, per quanto auspicabili e preferibili agli aiuti selettivi e lobbystici degli ammortizzatori sociali all'italiana, comunque parziali e non generalizzati. La miglior forma di welfare universalistico della società dei 4/5 in cui ci ritroviamo oggi (1/5 della popolazione basta per produrre ogni bene o servizio che serve alla totalità delle persone mentre gli altri 4/5, esclusi dal ciclo produttivo, sono relegati al semplice ruolo di consumatori) è quello del reddito minimo di cittadinanza, misura di limitato impatto per i conti pubblici ma di grande rilevanza per quanto attiene alla leva dei potenziali consumi (e quindi dell'aumento e della rapidità degli scambi economici e quindi della ricchezza) che può generare per il paese che la adottasse.

  5. Luciano Forlani Rispondi

    Non condivido il giudizio drastico espresso da Massimo Pallini sul sistema italiano di ammortizzatori sociali. Non perchè non vi sia l'esigenza di apportare correttivi al sistema delle tutele economiche per quanto attiene alle platee raggiunte, all'intensità, al profilo e alla durata dei trattamenti, al legame insufficiente con le politiche attive senza perdere d'occhio la valutazione complessiva del costo efficacia degli strumenti ma perchè il giudizio mi sembra un pò troppo sbrigativo. Il sistema italiano non è perfetto, ma prevede un insieme articolato di tutele in caso di disoccupazione e in costanza dei rapporto di lavoro, di integrazione del reddito da lavoro insufficiente. E vengo al punto che mi interessa sottolineare. Liquidare la cassa integrazione come un aiuto di stato mi pare un giudizio infondato oltrechè pericoloso. La CIG è uno strumento sofisticato della mutualità e la sua gestione, si vedano i dati INPS, è stata fin quì largamente attiva. La CIG ha avuto un ruolo importante per la modernizzazione del nostro apparato industraile e resta anche oggi uno strumento chiave per uscire con meno danni possibili dalla crisi in atto.

    • La redazione Rispondi

      Replico sinteticamente alle critiche che mi sono mosse da Luciano Forlani. A suo avviso qualificare i trattamenti di integrazione salariale italiani in termini di aiuti di stato sarebbe sbrigativo e, soprattutto, autolesionista e pericoloso perché si tratterebbe di strumenti sofisticati di mutualità con gestione in attivo, che aiutano le imprese a superare temporanee fasi di crisi. Invero sia la cigs sia la cig non possono essere qualificati come strumenti mutualistici in senso proprio perché l'adesione è imposta per legge, l'entità della contribuzione e dei trattamenti sono egualmente previsti per legge e, soprattutto, sebbene la gestione sia stata per lungo tempo in attivo, lo Stato sarebbe comunque obbligato all'erogazione dei trattamenti in favore delle imprese anche qualora si registrasse un andamento negativo della gestione. Tanto più non vi è dubbio che debbano essere qualificati come aiuti di stato a norma dell'art. 87 TCE le integrazioni salariali "in deroga", concesse cioè a settori e tipologie di imprese che non hanno neppure contribuito al finanziamento della gestione. Quanto all'autolesionismo mi permetto di avanzare qualche dubbio sulla visione idilliaca della gestione della cigs, che propone Forlani; rammento come assai spesso le cigs "per crisi aziendale" siano utilizzate come mera "anticamera" della mobilità, basti pensare alle modalità con cui si è legittimato "in deroga" il ricorso alla cigs per i lavoratori Alitalia che non sono stati assunti dalla Cai, quando è acclarata l'impossibilità di ricollocarli in Alitalia ed è già deciso il loro licenziamento al termine della cigs.