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UGUALI DI FRONTE ALLA PENSIONE

Il ministero per la Pubblica amministrazione ha elaborato una proposta di riforma che innalza gradualmente l’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico da 60 a 65 anni. Con un possibile risparmio totale di circa un miliardo, secondo le nostre stime. Dal 2010 al 2014 il blocco delle uscite riduce notevolmente la spesa pensionistica rispetto allo status quo. Dal 2015 il risparmio rallenta, per l’aumento delle prestazioni dovuto al prolungamento dell’attività lavorativa di tre o quattro anni.

Aggiornamento degli autori del 9 giugno 2010
A poco più di una settimana dall’entrata in vigore della manovra il Governo è chiamato a rivedere le regole di uscita per il pensionamento.
Il decreto legge n. 78/2010, intervenendo sulle finestre di uscita, che da programmate diventano mobili, agisce di fatto sull’età di pensionamento posticipandola, sia per i lavoratori dipendenti che per i lavoratori autonomi. Gli effetti maggiori ricadono sulle prestazioni di vecchiaia: i lavoratori dipendenti potranno ricevere l’assegno 12 mesi dopo aver maturato il requisito anagrafico, i lavoratori autonomi dopo 18 mesi.
Le riforme pensionistiche degli ultimi due decenni si sono focalizzate sui requisiti di anzianità contributiva. Era da tempo che non si parlava di modificare i criteri per la pensione di vecchiaia, almeno non con effetti così determinanti.
Alla manovra economica del Governo si aggiunge tempestivamente la richiesta della Commissione europea che non lascia margini di trattativa: entro il 2012 l’età di pensionamento nel pubblico impiego deve essere equiparata tra uomini e donne a 65 anni. Non possiamo dire di essere stati colti di sorpresa, dal momento che già nel nostro intervento avevamo evidenziato le conseguenze della Sentenza della Corte europea in termini di effetti sulle uscite pensionistiche per le donne del settore pubblico e di risparmi di spesa che ne derivano. L’innalzamento dell’età pensionabile per le donne così repentina reintroduce di fatto lo scalone proposto dalla Legge 23 agosto 2004 n. 243, abolito prima di produrre effetti dal 2008. Lo scalone ricade principalmente sulle generazioni di donne prossime a raggiungere i 60 anni di età o i 35 anni di contributi, donne che hanno iniziato a lavorare molto presto e che scontano periodi di discontinuità lavorativa. Oggi, come già nel 2004, tornando indietro fino al 1995, ancora una volta, la riforma andrà a colpire nuovamente le stesse generazioni.

 

Si torna a discutere di pensioni e, in particolare, delle pensioni dei dipendenti pubblici. La sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 novembre 2008 obbliga infatti il governo italiano a modificare la normativa pensionistica riguardante i dipendenti pubblici al fine di parificare, tra uomini e donne, il requisito dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia. Oggi è di 60 anni per le donne e 65 per gli uomini.

FLUSSO E TOTALE DEI RISPARMI

Il ministero per la Pubblica amministrazione e l’innovazione ha di recente presentato una relazione in cui illustra diverse proposte di adeguamento del sistema pensionistico pubblico alle richieste della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee. Tra le varie alternative, si propone l’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico da 60 a 65 anni, con un incremento graduale del requisito di vecchiaia di un anno ogni due, a partire dal 2010. In tal modo, la parificazione delle età pensionabili avverrebbe nel 2018.
La nostra simulazione ha lo scopo di considerare gli effetti di questa proposta, per comodità ribattezzata riforma "Brunetta", sui nuovi ingressi nel sistema pensionistico tra il 2010 e il 2018, per le dipendenti del settore pubblico. Nella figura 1 si presenta la stima del flusso di risparmi annui della spesa pensionistica, mentre nella figura 2 si mette in evidenza il risparmio totale cumulato al 2018: entrambe le stime sono definite al netto del trattamento di fine servizio. Per calcolare i risparmi si è dovuto, quindi, modellizzare sia il sistema pensionistico in vigore sia la proposta di riforma.
Dal momento che la simulazione è interamente basata sulla modifica delle regole oggettive e non sui comportamenti soggettivi, si è reso necessario formulare delle ipotesi sulle probabilità di uscita delle lavoratrici che hanno maturato il diritto al pensionamento con il requisito della vecchiaia, senza aver maturato i requisiti per l’anzianità. Per lo status quo si è utilizzata la distribuzione dell’età all’uscita verso il pensionamento delle donne impiegate nel settore pubblico, rappresentata nella Relazione tecnica del ministero del 23 febbraio scorso: 50 per cento al primo anno di eleggibilità alla vecchiaia, 20 per cento al secondo, 12 per cento al terzo, 10,8 per cento al quarto e 7,2 per cento al quinto. Per quanto riguarda la proposta Brunetta, si è creduto più opportuno utilizzare una probabilità di uscita  pari al 60 per cento nel primo anno di maturazione dei requisiti e al 40 per cento nell’anno successivo. L’uscita verso la pensione, quindi, si verifica interamente nell’arco dei due anni seguenti il raggiungimento dei requisiti necessari. La ragione sta nel fatto che le lavoratrici avranno un’età più elevata al raggiungimento del diritto alla pensione, proprio perché la proposta innalza il requisito di vecchiaia, e sembra perciò plausibile che l’uscita avvenga in un arco di tempo più contenuto.

COORTE DIVERSA, USCITA DIVERSA

Nel campione simulato con le probabilità di uscita dello status quo si osservano diverse coorti che vanno in pensione in ciascun anno, pertanto le lavoratrici interessate sono quelle con un’età compresa tra i 60 e i 64 anni.Èfacile intuire che, a causa della gradualità dell’innalzamento dell’età di pensionamento, il ritardo delle uscite rispetto al regime vigente non è costante nel periodo analizzato, bensì cresce tanto più giovane è la coorte interessata. Ad esempio, la coorte del 1950, che attualmente raggiunge i requisiti per la pensione di vecchiaia a 60 anni nel 2010, con la riforma si vedrebbe costretta a uscire l’anno successivo al compimento del sessantunesimo anno.
La situazione si presenta diversa per la coorte del 1953 che uscirebbe a 64 anni nel 2017, invece che a 60 anni nel 2013. Ciò spiega l’andamento crescente della curva dei risparmi annui dal 2010 al 2014: il blocco delle uscite riduce notevolmente la spesa pensionistica rispetto allo status quo. Invece, a partire dal 2015, si osserva una riduzione del flusso di risparmi che sembra essere generata dall’aumento della prestazione pensionistica dovuta al prolungamento dell’attività lavorativa di tre o quattro anni.
Il risparmio cumulato, stimato negli otto anni analizzati, raggiunge la somma totale di circa un miliardo di euro. Tuttavia, è bene sottolineare che i risultati raggiunti dipendono fortemente dalle ipotesi utilizzate per la costruzione del campione e dalle probabilità di uscita impiegate nella simulazione.

FIGURA 1

FUGURA 2

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  1. paolo rosa

    La tavole di sopravvivenza dimostrano in modo incontestabile che si vive più a lungo e le donne più a lungo degli uomini. Si impone quindi per tutti l’aumento dell’età pensionabile. Gli avvocati, agli effetti dell’età del pensionamento, non hanno mai differenziato tra uomo e donna e, recentemente, si è approvata una riforma di struttura che eleva, progressivamente, l’età del pensionamento di vecchiaia dagli attuali 65 anni ai 70 previsti a regime nel 2027. La differente età di pensionamento nel sistema pubblico tra uomo e donna ha inteso riconoscere alla donna al momento del pensionamento un benefit per i tanti ruoli lavorativi ed extralavorativi ricoperti. Ma la donna lavoratrice non è al momento del pensionamento che ha bisogno dei benefit. Siffatto bisogno lo ha prima di tutto al momento della maternità, evento che molto spesso la allontana dal lavoro. In questo momento servono politiche di ampio sostegno nei confronti della lavoratrice donna per mantenerla nel sistema lavorativo. E poi è un problema di cultura o di incultura quello che conduce l’uomo a scaricare sulla donna ogni impegno extralavorativo.

  2. Filippo Monachesi

    L’analisi risulta parziale: 1) considera le lavoratrici come macchine: la loro produttività può calare con l’età. 2) non considera i costi sociale legati alla diminuzione della possibilità di ingresso di nuovi lavoratori nella pubblica amministrazione (ci saranno maggiori costi per indennità di disoccupazione, esenzioni dal ticket sanitario ecc…) 3) non considera i maggiori costi sociali legati al fatto che a quell’età le donne svolgono (spesso con piacere) la funzione di nonne: dovranno essere realizzati asili pubblici con i conseguenti costi. 4) non considera infine che spesso le donne libere dal lavoro si prestano per attività di volontariato anche in servizi sociosanitari essenziali che quindi per quella parte dovranno essere realizzati da servizi pubblici. Infine: ma il progresso non doveva liberare l’uomo dal lavoro?

  3. Antonio ORNELLO

    Si punta a massimizzare il risparmio previdenziale come se fosse un bene per l’economia, confondendo una temporanea contrazione delle uscite con miglioramenti stabili di efficienza e di redditività globale da maggiore occupazione, produzione, consumi e investimenti. Bisognerebbe riflettere, al contrario, che il risparmio previdenziale crea danni economici e, soprattutto, sociali, poiché un aspetto di queste vostre proposte è ancora più grave: non si vuole restituire ai pensionati ciò che hanno versato, volendo invece coprire elusioni contributive ed evasioni di imposte, chissà da quale parte. E con sfoggio di ipocrisie si continua ad impedire di optare per il sistema contributivo a quei lavoratori dipendenti che avevano più di 18 anni di contributi al 31/12/95.

  4. Giuseppe Tonetto

    Sembra che la simulazione ipotizzi che ogni lavoratrice che va in pensione venga rimpiazzata da una nuova assunzione nella PA a parità di costo del lavoro. Se è così la simulazione sovrastima i risparmi. Infatti anche se tutte le lavoratrici fossero rimpiazzate le nuove assunte costerebbero meno.

  5. Massimo Antichi

    Mi permetto di ricordare agli autori che l’art. 66 della Legge n.133 del 2008 prevede il blocco parziale del turn over nella PA nelle seguenti misure: 80% negli anni 2010 2011; 50% nel 2012. Solo a partire dal 2013 le PA potranno sostituire l’intero contingente dei cessati verificatisi nell’anno precedente. Conseguentemente, la stima dei risparmi pensionistici nel periodo 2010-2018 deve essere ridotta della maggiore spesa per il personale che a seguito dell’incremento dell’età pensionabile ne deriverà. Dal 2013 in poi, gradualmente(2018), lo stock di personale pubblico femminile aumenterà di cinque coorti e quello delle pensionate diminuirà di altrettante. La spesa per il personale pubblico aumenterà e quella per pensioni diminuirà (tralasciando l’incremento della pensione media per l’aumento delle anzianità contributive). Siamo sicuri che l’effetto netto sia positivo per i conti pubblici? Dovremmo ipotizzare ulteriori blocchi del turn over! Ipotesi certo non irrealistica considerato che il legislatore è gia intervenuto due volte dal 2004 al 2008 spostando in là dal 2008 al 2013 la frontiera per lo sblocco delle limitazioni alle assunzioni:Leggi n.311/2004, n.244/2007 e n.133.

  6. Andrea Del Monte

    Non se ne può più di sentir parlare di riforme delle pensioni (sic) cioè di aumentare l’età pensionabile. Ho quasi 60 anni e ancora non sò se e quando andrò in pensione, nel frattempo, essendo disoccupato, sto spendendo i miei risparmi per pagare salatissimi cotributi volontari all’Inps. E’ dal 1995 che si susseguono così dette riforme delle pensioni ovvero solo e solamente aumento dell’età pensionabile; non se ne può veramente più. Fatela una volta per tutte la riforma prevedendo di arrivare almeno a 80 anni così i risparmi saranno significativi e sarete felici e contenti.

  7. roberta

    L’innalzamento dell’eta’ pensionabile delle signore nella PA è giustissimo e non solo dovrebbero innalzare anche le ore lavorative e equiparlarle a quelle degli impiegati del privato. Sono stati fino ad oggi una casta agevolatissima e non mi sembra giusto che ci siano dei cittadini di seria A e di serie B solo perchè hanno avuto la fortuna di avere un santo dalla sua al momento dell’assunzione. Fategli provare cosa vuol dire lavorare 8 ore al giorno per 5 gg. settimanali magari orario spezzato con l’uscita alle 19.00 e avere a casa marito e magari anche due figli da accudire. Speriamo che finisca anche per loro il ben godi.

  8. AM

    Finalmente, grazie all’Ue, stiamo procedendo sulla via dell’equiparazione tra uomini e donne. Forse sarebbe stato opportuno a suo tempo un intervento in materia da parte della Corte Costituzionale.

  9. moreno

    Senza alcuna conoscenza specifica dell’argomento sogno da molto tempo uno Stato che abbia la forza di mettere in pensione i propri anziani con delle cifre che oscillano tra un minimo di mille euro ed un massimo di duemila (rivalutata con indici Istat).. Ingenuamente ritengo che,almeno l’ultima tappa della vita delle persone, dopo i 65 anni,debba essere "dignitosa" e vivibile.Temo che sia solo un sogno. Sulla fattibilità, sono certo, non sarebbe un problema finalizzando a ciò anche l’utilizzo di contributi da Fondazioni e da tassazioni su transazioni finanziarie. E’ per me un sinonimo di civiltà.

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