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PERCHE’ EUROPA E AMERICA AFFRONTANO LA CRISI DIVISE

Al di là delle affermazioni di facciata su una risposta congiunta o almeno coordinata alla crisi, Europa e America si presenteranno divise al G20. Per due solide ragioni: perché non ci sono gli Stati Uniti d’Europa e perché l’Europa è entrata nella crisi con molto più stato sociale rispetto agli Usa. E la generosità del welfare attenua automaticamente l’impatto della crisi nel Vecchio Continente perché riduce l’impatto sociale della riduzione del Pil.

Da quando è fallita Lehman Brothers, il ritornello più frequente è che di fronte a una crisi sistemica sarebbe richiesta una risposta congiunta o almeno coordinata. Qualche tentativo in questo senso c’è stato. Si può ricordare il taglio coordinato dei tassi di interesse della fine dell’estate 2008 quando la maggior parte delle banche centrali del mondo hanno simultaneamente ridotto il tasso di sconto di 50 punti base.

L’AMERICA PER DI QUA …

Ma una rondine non fa primavera. In pratica, ognuno (e in particolare America ed Europa) ha fatto per conto proprio. L’America ha messo in campo risorse enormi, di ammontare inverosimile anche solo fino a due anni fa. Il piano Paulson dell’ottobre 2008 destinava più di 700 miliardi al sostegno all’acquisto di titoli tossici e al salvataggio di banche, società di assicurazioni e case automobilistiche. Più di recente, appena entrato in carica, Barack Obama ha fatto approvare un altro piano per altri 787 miliardi di dollari: una montagna di soldi per salvataggi vari, con una parte importante destinata ancora al settore bancario, finanziario e assicurativo e a quello automobilistico.
In poche parole, in quella che è conosciuta come la patria del liberismo, le autorità politiche non hanno certo lesinato i fondi per aiutare i settori in difficoltà, senza riguardo per i problemi etici  posti dal salvataggio di chi aveva causato la crisi con fondi pubblici e per il rischio di inquinare il funzionamento futuro dei mercati con l’intervento pubblico discrezionale di oggi. A questi problemi si penserà dopo, in nome del “first things first”: nei momenti difficili si comincia dalle cose importanti. Per ora: risultato zero. Un po’ è perché ci vuole tempo perché le riduzioni nei tassi e gli aumenti programmati di spesa si traducano in investimenti e redditi aggiuntivi. Ma sui limitati effetti delle politiche americane pesa anche la spada di Damocle della mancata ripulitura dei bilanci delle istituzioni finanziarie coinvolte nella crisi.

.. E L’EUROPA PER DI LÀ

L’Europa ha preso un’altra strada. Nicolas Sarkozy, da presidente della Commissione Europea nel secondo semestre 2008, non è riuscito a mobilitare risorse collettive dell’Unione Europea per obiettivi comuni. Ha ottenuto solo che le diverse strategie nazionali anti-crisi fossero almeno un po’ coordinate in modo da evitare l’adozione conclamata di politiche protezioniste. Questo fino a che presiedeva le riunioni europee. Tornato a Parigi, Sarkozy non si è certo dimenticato di essere il presidente della Francia facendo approvare senza tante storie un piano di sostegno all’industria automobilistica francese che vincolava in modo protezionistico la concessione di aiuti alla condizione di non fare off-shoring (cioè di non spostare impianti e quindi occupazione) nei paesi dell’Est Europa. E in ogni caso il Sarkozy presidente dell’Unione è rimasto in carica solo per un semestre. Dopo di lui è venuto il primo ministro ceco, l’euroscettico Topolanek, che anche recentemente di fronte allo spettro del potenziale default sul debito di alcuni dei paesi dell’Est Europa (ma non della Repubblica Ceca) ha difeso la linea del “caso per caso”, con il consenso più o meno velato della Germania.

PERCHÉ EUROPA E AMERICA SI DIVIDONO

Come mai gli americani sono così pragmatici e gli europei così tirchi? Per due ragioni. Prima di tutto, i paesi dell’Unione Europea non sono gli Stati Uniti d’Europa. Per la signora Merkel sarebbe complicato andare dai suoi elettori nel settembre 2009 a spiegare come e perché ha deciso di usare i fondi dei contribuenti tedeschi per salvare dalla bancarotta una banca franco-belga o l’Estonia. Le obiezioni sull’opportunità di salvare le case automobilistiche di Detroit sono meno forti in California o a New York di quanto siano le resistenze a Berlino per salvare Parigi o Tallinn.
La seconda ragione è economica. In Europa c’è molto più welfare che negli Stati Uniti, il che implica l’entrata in funzione di reti di protezione sociale anti-crisi (gli “stabilizzatori automatici”) su cui i contribuenti, i disoccupati e i poveri americani invece non possono contare. Quando va male il Pil, in tutti i paesi si riduce l’ammontare di risorse che lo Stato sottrae al settore privato attraverso le tasse. Ma la quota delle entrate fiscali sul Pil è pari circa al 25 per cento negli Usa e al 45 per cento in Europa. Se cala il Pil, calano quindi di più le tasse in Europa che negli Usa, il che implica un’attenuazione automatica dell’effetto della recessione in Europa senza bisogno di interventi fiscali discrezionali dei governi europei.
A questo si deve aggiungere che in Europa i sussidi di disoccupazione sono mediamente (ma non in Italia più generosi che negli Stati Uniti. Un disoccupato ottiene circa il 50 per cento del suo ultimo reddito da lavoro in Europa, mentre questa frazione è solo pari al 30 per cento in America. E i sussidi hanno durata maggiore in Europa. Lo stesso discorso vale per i programmi di assistenza sociale e sanitaria, notoriamente più generosi in Europa. Anche la generosità del welfare attenua automaticamente l’impatto della crisi in Europa perché riduce l’impatto sociale della riduzione del Pil.
Si può provare a calcolare, a titolo esemplificativo, il “moltiplicatore della crisi” in Europa e negli Stati Uniti. Scegliendo ragionevoli valori dei parametri rilevanti viene fuori un moltiplicatore pari a 1.15 in Europa e pari a 1.65 negli Stati Uniti. (1) Vuol dire che uno shock di intensità simile (una perdita di fiducia di eguale entità negli Stati Uniti e in Europa come quella attuale) viene moltiplicato per 1.65 in America e solo per 1.15 in Europa, cioè si traduce in una riduzione del Pil più grande del 43 per cento circa negli Stati Uniti.
Il che contribuisce a spiegare l’interventismo americano e la (apparente) tirchieria dell’Europa nel suo complesso. E spiega anche perché, al di là delle affermazioni di facciata, Europa e Usa si presenteranno con posizioni differenziate al G20.

 

(1) Il moltiplicatore calcolato nel testo deriva dallo schema del moltiplicatore keynesiano (insegnato nei libri di macroeconomia) che vede il Pil come influenzato da componenti esogene come la fiducia dei consumatori e delle aziende e componenti endogene che sono cioè funzione dell’andamento del Pil stesso. Ad esempio, i consumi delle famiglie, da un lato, concorrono a formare la spesa e quindi il Pil complessivo, ma poi sono a loro volta determinati da come va il Pil. Da cui l’effetto moltiplicativo di una perdita di fiducia: la perdita di fiducia ci porta a consumare di meno, il che genera meno spesa, meno redditi e ancora meno Pil. La presenza di tassazione sul reddito per fortuna attenua questo effetto moltiplicativo e così la presenza di altri trasferimenti sociali: se i consumi causano una riduzione del Pil di 100, vuol dire che anche le entrate fiscali (poiché commisurate al reddito) si riducono in proporzione, e anche i trasferimenti ai disoccupati e ai poveri aumentano. Ecco perché la crisi è più soft dove c’è più Stato sociale. Su questa base si può calcolare, a titolo esemplificativo, l’effetto moltiplicativo sul Pil complessivo di un dato evento negativo, come la perdita di fiducia delle famiglie (l’effetto “Lehman Brothers”). La formula del moltiplicatore è la seguente:

m = 1 / (1-c(1-t-s)+q)

dove m è il moltiplicatore, c è la propensione a consumare (la quota dei consumi sul Pil è pari a circa 0.7 in America e 0.6 nella più “risparmiosa” Europa), t la quota delle entrate fiscali sul Pil (0.45 in Europa, 0.25 negli Stati Uniti), s la proporzione dei trasferimenti sociali sul Pil (0.05 negli Usa; 0.15, tre volte più grande nella socialmente più generosa Europa) e q la propensione a importare, che suppongo pari a 0.1 sia in America che in Europa, considerando l’Europa come un solo paese e che quindi importa molto meno che non i suoi singoli paesi membri.
Da questa formula con i numeri indicati viene fuori un moltiplicatore m pari a 1.64 negli Usa e pari a 1.16 in Europa.

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  1. Marco

    Sono in linea generale d’accordo con la tesi dell’articolo, solo non capisco questo passaggio: "Se cala il Pil, calano quindi di più le tasse in Europa che negli Usa, il che implica un’attenuazione automatica dell’effetto della recessione in Europa senza bisogno di interventi fiscali discrezionali dei governi europei." al calare del Pil penso consegua un calo automatico del gettito nelle casse dell’erario ma non della pressione fiscale sul contribuente, o mi sbaglio? O forse si intendeva dire altro?

  2. Roberto Marchesi

    Egr. prof. Daveri sulla necessità, sempre più evidente, di avere linee d’azione più coordinate tra i due poli economici più importanti del mondo non ci sono più dubbi. Ormai è chiaro che il liberismo estremo nel mercato favorisce solo la speculazione finanziaria pura a danno del cuore vero delle economie, quello legato alla produzione, alle imprese e a un moderno e ordinato mondo del lavoro. Tuttavia, come appare chiaro in questi giorni (e come ho descritto puntualmente nel mio articolo "La tigre capitalista mostra gli artigli" pubblicato lo stesso giorno del discorso inaugurale di Geithner) sono proprio gli speculatori puri ad avere ancora il più ampio controllo sulle leve finanziarie che muovono il mercato. Quindi per i politici che gestiranno il G20 questo sarà il tema principale da affrontare se vorranno che dopo questa recessione non ne arrivi un’altra uguale o peggiore tra dieci anni o meno. Dovranno anche affrontare, e possibilmente risolvere in fretta, il problema dell’outsourcing, che va regolata davvero seriamente, se non si vuole che la globalizzazione porti ad un appiattimento verso il basso delle economie dei paesi … ex-ricchi. Saluti dal Texas

  3. Marco Solferini

    L’analisi tracciata è corretta, sintetica e condivisibile. A titolo personale mi chiedo che credibilità possa avere un sistema che sta concependo scandali macroscopici, e non si tratta del fallimento di Banche o di società immobiliari, ma proprio del social network di controlli. Se si pensa accuratamente al caso Madoff c’è da riflettere seriamente su che cosa il capitalismo americano ha fatto crescere negli ultimi 20 anni e passa. Non si tratta di ideologia, bensì di pragmatica realtà. Onestamente, mi attendevo qualcosa di diverso rispetto a macroscopiche iniezioni di denaro (che non vorrei fosse stampato ad hoc con il vecchio meccanismo dei c.d. petrodollari) e che farà lievitare in modo enorme il deficit, già altissimo, degli U.S.A. Una Nazione che dipende dal consumo delle risorse energetiche, prima fra tutte il petrolio e che ha delle differenze fra Stati molto notevoli, tanto che, leggendo la stampa Americana si continua a parlare di seccessionismo industriale ed economico. Attenzione, perchè proprio per l’aspettativa alta nel nuovo Presidente, una delusione aprirebbe scenari imprevedibili.

  4. luis

    E’ molto interessante seguire questa storica crisi economica. Certo Europa e America si presenteranno con posizioni differenti al G20. La cosa incredibile è che gli squilibri americani sono ancora tutti irrisolti, anzi si sono aggravati: deficit pubblico alle stelle, Cina e America sempre più gemelli siamesi( se muore uno muore anche l’altro), creazione di moneta e quantitative easing senza precedenti. Dove stiamo andando? Mistero. La crisi è arrivata ad uno di centri fondamentali del sistema americano: il settore pensionistico. Ma ecco che forse è finalmente ripartito il primario fattore di sviluppo mondiale: la Borsa e la finanza. Spiragli di luce all’orizzonte.

  5. Massimo GIANNINI

    C’è forse una terza solida ragione, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti in campo finanziario. Che si affronti la crisi divise perché l’Europa si sta convincendo che la colpa è degli Stati Uniti. a) Si poteva essere più uniti prima, il che non è stato per colpa di uno scomodo inquilino alla Casa Bianca con un’agenda politica diversa dall’Europa su molti punti. b) Il casinòl finanziario si poteva evitare e anche qui ci sono grosse responsabilità americane (economisti, managers, banchieri, frodatori, ecc.). L’errore dell’Europa e delle sue banche è stato una semplice e cattiva gestione del rischio con investimenti sbagliati in prodotti derivati made in US. Errore non da poco, soprattutto per le considerazioni sulla competenza e buona fede di certi banchieri, ma che ai fatti risulta uno shock esterno per l’Europa. Sono convinto che se non ci fosse stata la crisi finanziaria la recessione in Europa sarebbe stata ben diversa o forse giusto ciclica perché la distruzione di ricchezza e il mancato credito non sono da poco in economia…

  6. Massimo Merighi

    Il perche’ affrontano la crisi in maniera diversa e’ perche sono diverse le culture e le mentalita’. Gli US vogliono tutto e subito: pompiamo denaro nel sistema e tutto si risolve. In EU ci si dice prima di pompare denaro facciamo regole chiare, affinche’ non si ripeta. La differenza non e’ da poco, anche se qualcuno, al di la’ dell’Atlantico soffia su un’inesistente crisi sistemica dei paesi dell’Est, le cui economie sono assolutamente trascurabili. Come dire che l’Oklaoma e’ in bancarotta. Il problema esiste ma e’ strumentalizzato per far dimenticare i problemi casalinghi.

  7. paolo landi

    Faccio una domanda che può sembrare sciocca. Dato che l’innesco della crisi è costituito dal subprime ed in sostanza dal rischio che molti mutui non vengano ripagati dai proprietari di casa insolventi non si poteva costruire un gigantesco fondo immobiliare che ricomprava le case al prezzo di acquisto, anche se oggi può apparire sopravvalutato? Lasciando infatti perdere le leve e le connessioni sul mercato dei derivati mi viene da pensare che se tutti i cittadini che hanno stipulato un subprime potessero restituire la casa e ricevere i soldi (al netto del mutuo ovviamente) le banche recupererebbero il flusso primario e con esso la fiducia del mercato e la "sparizione" del rischio implicito che tanto spaventa i mercati. Certo, in questo modo si premierebbe l’azzardo morale di compratori e banche ma neanche troppo, dato che tornerebbero alla situazione liquidità di partenza. Lo Stato si troverebbe proprietario di milioni di case ma con la possibilità di rivenderle nel tempo, con l’orizzonte temporale lunghissimo tipico del pubblico. E’ una proposta idiota? Irrealizzabile? Quanto costerebbe ricomprare le case del 2007, 2006, e cosi via? (Si potrebbe adottare una soluzione per gradi).

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