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NEL FUTURO IL NUCLEARE. SUL PRESENTE IL SILENZIO

L’accordo Italia-Francia per un ritorno del nostro paese al nucleare è un colpo a effetto fondato su un’illusione. Quella che vede nell’elettronucleare la soluzione ai problemi della sicurezza energetica, del clima e dei costi dell’energia. Ma anche a regime il contributo del nucleare sarà ridotto. E su tutte le questioni quello che accadrà nel 2030 dipende dalle altre scelte in materia energetica che nel frattempo il nostro governo avrà o non avrà fatto. Senza dimenticare le difficoltà su localizzazione degli impianti, rispetto dei tempi di costruzione e finanziamenti.

 

Da qualunque lato lo si guardi l’annuncio dei presidenti Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy in materia di energia nucleare appare più un colpo a effetto che una decisione dai contorni nitidi e realistici. E il nostro presidente del Consiglio sembra esercitare ancora una volta il suo talento nell’intercettare e opportunamente sfruttare un sentimento oggi (assai più) diffuso nel nostro paese di favore verso il ritorno all’energia elettronucleare. Si tratta di un orientamento, probabilmente maggioritario, più favorevole al principio che non alla sua concreta articolazione, alimentato da tre rilevanti fattori: una nuova preoccupazione per i cambiamenti del clima provocati da emissioni di gas-serra in continua crescita, una ricorrente preoccupazione circa la garanzie di forniture di gas di provenienza russa nel periodo invernale e soprattutto una crescente allergia al costo della bolletta elettrica delle famiglie, doppia di quella francese.

L’ILLUSIONE

Con la strategia di rientro nel nucleare inaugurata dall’attuale governo all’indomani del suo insediamento e con le decisioni franco-italiane di pochi giorni fa tra governi e tra monopoli o ex (o quasi) monopoli di stato, si crea l’illusione nella pubblica opinione e in tutti coloro che, non esperti, ricoprono posizioni di responsabilità che l’energia nucleare sia “la” soluzione al contempo del problema della sicurezza energetica, del problema climatico e del problema dei costi dell’energia.
In realtà non è affatto così. Non intendiamo, sia chiaro, entrare nel merito della vexata quaestio “nucleare: a favore o contro”; ci terremo di conseguenza lontano dalla questione del costo del nucleare rispetto a quello di altre fonti energetiche (gas, rinnovabili, carbone), così come non entreremo nel merito del problema delle scorie radioattive e del loro stoccaggio. (1) Vale però la pena considerare il ruolo del nucleare rispetto ai tre problemi menzionati.

LA TECNOLOGIA

La prima riguarda il tipo di tecnologia. Si tratta dei reattori Epr (European Pressurized Reactor), tecnologia messa a punto dai francesi e rappresentativa del nucleare cosiddetto di terza generazione avanzata: a oggi non esiste alcun esemplare in attività, ma solo due in costruzione a Olkiluoto (Finlandia) e a Flamanville (Francia). Non si tratta dunque di tecnologie da tempo (breve o lungo) in regolare attività, ma di nuove tecnologie. In particolare si rileva che il reattore in costruzione nell’efficiente Finlandia è già in ritardo di tre anni sui tempi di conclusione previsti con costi nel frattempo lievitati di quasi il 50 per cento. Rispetto alla generazione precedente, gli Epr offrono il vantaggio di una maggiore sicurezza rispetto al rischio di incidenti gravi e quello di una maggiore economicità in quanto la taglia è spinta fino a una potenza di 1660 MW. D’altra parte, a differenza della quarta generazione, questa tecnologia produce la stessa quantità di scorie di prima, ma ancor più pericolose, e pare abbisognare di una quantità d’acqua assai maggiore. Questo fatto, insieme ad altri, condiziona e restringe significativamente le possibilità di individuazione dei siti idonei. Tra i vecchi siti nazionali pare che solo quello di Montalto di Castro, lontano da insediamenti abitativi e vicino al mare, risponda alle esigenze. Le altre eventuali localizzazioni andranno individuate successivamente e comunque sarà necessario intervenire in modo significativo sulla rete per trasportare l’elettricità lì prodotta.
L’accordo con la Francia prevede che l’Italia acquisisca o condivida il know-how tecnologico circa i reattori di terza generazione. Dal punto di vista degli interessi francesi la convenienza appare chiara: i cugini d’oltralpe hanno bisogno di alimentare una loro importante industria nazionale alla continua ricerca di commesse, in un contesto in cui, secondo le previsioni al 2030 o 2050 della Agenzia internazionale dell’energia, il nucleare non dovrebbe conoscere a livello mondiale una grande espansione sia nello scenario business as usual che in scenari di stabilizzazione delle emissioni di gas-serra (si vedano le figure 2, 3 e 4). Meno chiara è la convenienza italiana, in quanto si limita alla partecipazione di Enel alla costruzione di cinque nuovi reattori su territorio francese con tempi non indicati e quindi alquanto aleatori. Inoltre, sotto il profilo della ricerca e sperimentazione, se il futuro prossimo del nucleare è già delineato nei reattori di quarta generazione, non è chiaro perché per meglio sviluppare tale nuova tecnologia sia necessario adottarne una precedente. Dopotutto Enel è già presente nel nucleare attraverso gli impianti che possiede nei paesi dell’Est Europa. E l’Italia partecipa già al progetto Iter sul “vero” nucleare pulito, basato sulla fusione.

I TEMPI

Una seconda considerazione riguarda i tempi. Usando le parole dello stesso ministro Claudio Scajola la prima pietra del primo reattore dovrebbe essere posata nel 2013 e la prima energia elettronucleare dovrebbe fluire in rete non prima del 2020. A distanza di un anno l’uno dall’altro seguirebbero poi gli altri, cosicché nel 2023 avremmo una potenza complessiva di 6.640 MW elettronucleari. Secondo il ministro, a regime il nucleare dovrebbe fornire il 25 per cento dei consumi nazionali di elettricità, il resto sarebbe costituito da rinnovabili per un altro 25 per cento e da gas per il restante 50 per cento. Ma quel 25 per cento di nucleare corrisponde a circa 12.500 MW installati, il che implica che sarebbero necessari altri quattro reattori, che di fatto non potrebbero entrare in funzione prima del 2025-2030.
Queste previsioni naturalmente presuppongono che l’iter legislativo del cosiddetto Ddl manovra giunga finalmente al voto del Senato, dove è fermo e soggetto a emendamenti del governo, della maggioranza e dell’opposizione, così da produrre il necessario quadro normativo per il ritorno del nucleare in Italia in tempo utile. E le previsioni naturalmente suppongono che non vi siano ritardi mentre per queste opere sono sempre possibili se non probabili, soprattutto in un paese come il nostro. E poi che sia risolto il prevedibilmente controverso problema della scelta dei siti, in un’Italia dove la sindrome Nimby è ancora imperante e dove l’accettazione del nucleare da parte della popolazione non ha certo la tradizione dei cugini d’oltralpe. Ed è allora interessante notare l’approccio affatto differente scelto dal Regno Unito per le proprie future centrali nucleari: si sono scelti i siti attraverso la Nuclear Decommissioning Authority e poi si è bandita una gara internazionale tra aziende e tecnologie.

I FINANZIAMENTI

Collegato al discorso dei tempi è quello dei finanziamenti. A parte il problema contingente della crisi che ha fermato il credito, è un punto di debolezza del nucleare poiché è difficile concedere finanziamenti quando è difficile prevedere il prezzo dell’elettricità a dieci anni e più da oggi. Vero è che tale prezzo dipenderà crucialmente da cosa sarà avvenuto nel frattempo, sia sul fronte del costo delle fonti fossili, che su quello delle politiche di contrasto delle emissioni di gas-serra e del conseguente prezzo del carbonio. In una parola, il 2030 dipende dal 2020. Vero è pure che la costituzione di un consorzio sul modello finlandese, in cui i futuri acquirenti si impegnano a ritirare tutta l’elettricità nucleare di nuova produzione attenua il problema del finanziamento, al netto della crisi. Da questo punto di vista ci dichiariamo totalmente scettici in ordine al rischio che lo Stato non finisca per farsi carico di una parte, forse cospicua, degli oneri connessi alla realizzazione o completamento del progetto. Un ulteriore elemento riguarda l’attore italiano. Per digerire il boccone Endesa, la nostra Enel si è pesantemente indebitata. Al punto che progetta una cospicua ricapitalizzazione, il che mette in imbarazzo lo Stato italiano: se non vuole rinunciare al cospicuo dividendo distribuito dal leader di un mercato che non conosce la crisi e la cassa integrazione, deve partecipare alla ricapitalizzazione; se non lo fa la sua quota viene diluita. In questo contesto non è chiaro se la strada del rientro nel nucleare sia in discesa per l’Enel. Veniamo così all’aspettativa di un dimezzamento della bolletta elettrica. Pare quasi un miraggio, se non uno specchietto per le allodole: i francesi soddisfano il 78 per cento del proprio fabbisogno di elettricità con centrali nucleari i cui costi di costruzione sono stati da tempo sostenuti dallo Stato. In Italia non sarebbe così nemmeno nel 2030: un ruolo rilevante continuerebbe ad averlo il prezzo del gas. E ancora una volta ciò che accadrà dipende dalle scelte in materia di rinnovabili che nel frattempo il nostro governo avrà o non avrà fatto.

LA SICUREZZA ENERGETICA

E veniamo alla questione della sicurezza energetica. L’opzione nucleare consente di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero. Verosimilmente diminuirebbe il nostro uso di gas nella produzione di elettricità, facendoci sentire relativamente più tranquilli negli inverni successivi a quello del 2020. In realtà, il contributo del nucleare a questo problema è tutto da definire: dipenderà infatti da quanto nel frattempo si sarà fatto per ridurre le emissioni espandendo il ricorso alle rinnovabili e migliorando l’efficienza energetica. A ciò si potrebbe aggiungere che ulteriori decisioni in materia di stoccaggio del gas e di rigassificatori potrebbero ridimensionare più o meno significativamente il potere di monopolio russo. Quanto poi al petrolio, importato soprattutto dai paesi arabi, è chiaro che la scelta nucleare è irrilevante: questa fonte fa funzionare i trasporti (su strada, per mare e per aria) e dovrà continuare a essere importata, in assenza di interventi sulla mobilità e di opzioni tecnologiche significative, come auto elettriche, ibride, a idrogeno. Sempre su questo punto confessiamo di non comprendere l’argomentazione spesso avanzata secondo cui il nucleare ci consentirebbe finalmente di produrre quella quota di fabbisogno elettrico che siamo costretti a comprare all’estero, in genere rappresentata da nucleare francese, svizzero, sloveno. Non capiamo perché mai, in un contesto di mercato unico europeo dell’elettricità (anche se ancora completamente interconnesso non è), in un momento in cui monta la discussione sulle supergrids, un paese come l’Italia dovrebbe puntare all’autosufficienza energetica. Perché in fondo dovremmo farci in casa il nucleare quando lo possiamo “comodamente” andare a comprare, a buon prezzo, dai partner d’oltralpe?

LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI

Infine il problema della riduzione delle emissioni e la lotta ai cambiamenti climatici. Il nucleare non produce emissioni di gas-serra. (2) Ma, come già osservato prima a proposito della bolletta elettrica, il suo contributo a regime sarà alquanto contenuto e così pure le minori emissioni che consentirà. Questo si può per esempio vedere nelle proiezioni al 2020 e 2040 dell’Enea (figure 5 e 6)  nell’ipotesi di scenario di riduzione accelerata delle emissioni dove il nucleare contribuisce, rispetto al tendenziale, per il 10 per cento, a fronte di un contributo delle misure di risparmio energetico per il 17 per cento, dell’efficienza energetica per il 25 per cento e delle energie rinnovabili per il 25 per cento. In sostanza, per l’obiettivo di riduzione delle emissioni molto dipenderà dalle politiche. E qui il discorso si rivolge fatalmente all’orizzonte più vicino, quello del 2020, cui corrispondono precisi impegni di riduzione delle emissioni e di incremento delle rinnovabili per il nostro paese. Qualche tempo fa Chicco Testa sostenendo il ritorno al nucleare italiano osservava, non senza efficacia dialettica, che il mondo non finisce nel 2020. Ciò è sicuramente vero, ma una caratteristica di molte cose del mondo, dalle infrastrutture energetiche alle scelte politiche fino alla psicologia umana è la path dependence: le condizioni in cui la scelta di oggi giungerà a maturazione dipenderanno in modo cruciale, come abbiamo cercato di osservare in questo articolo, dalle misure di contrasto della crescita delle emissioni che saranno state prese nel frattempo. Sotto questo profilo il governo parla per il futuro, ma tace per il presente.

(1) Solo a titolo informativo alleghiamo, senza commentare, un grafico che rappresenta i costi della generazione elettrica per fonti e regioni contenuto nell’ultimo World Energy Outlook 2008 della Agenzia internazionale dell’energia (figura 1). Sul fronte delle scorte osserviamo, anche sulla base dei commenti dei lettori de lavoce.info, che questo sembra essere l’elemento di maggiore preoccupazione e critica al nucleare oggi.
(2) Naturalmente a questo proposito i critici del nucleare osservano che se consideriamo l’intero ciclo di produzione, inclusa l’estrazione dell’uranio, cospicua è l’energia tradizionale consumata e di conseguenza le emissioni generate, che non sono quindi nulle.

Figura 1: Costi della generazione elettrica (fonte: IEA, WEO2008)

Figura 2: Generazione elettrica (fonte: IEA, WEO2008)

Figura 3: Scenari di riduzione delle emissioni di CO2 da fonti energetiche (fonte: IEA, WEO2008)

Figura 4: Mix energetico nella generazione elettrica globale per scenari di riduzione delle
emissioni di CO2 da fonti energetiche (fonte: IEA, ETP2008)

 

Figura 5:Contributo di diversi fattori alla riduzione delle emissioni di CO2 nello scenario ACT+ rispetto allo scenario di riferimento (anno 2020)(fonte:ENEA, REA 2007)

Figura 6:Contributo di diversi fattori alla riduzione delle emissioni di CO2 nello scenario ACT+ rispetto allo scenario di riferimento (anno 2040)(fonte:ENEA, REA 2007)

Foto: centrale nucleare; da internet

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39 commenti

  1. DOMENICO

    Ricordo male oppure molti anni fa un referendum bocciò la costruzione di centrali nucleari in Italia? Essendo un comune cittadino senza conoscenze in materia referendaria; mi chiedo se ora per costruire le centrali (che secondo gli esperti nascerebbero già con tecnologia superata) non serva una nuova consultazione oppure il referendum è a scadenza dopo un certo numero di anni? In merito poi alla localizzazione di queste centrali penso non vi siano problemi; sicuramente il nostro Premier potrebbe ospitarle in una delle sue innumerevoli dimore sarde. In attesa di chiarimenti.

    • La redazione

      Non sono un giurista, ma mi sembra di capire che i nostri referendum sono abrogativi di leggi esistenti. Come tali non riguardano principi. Nulla toglie dunque che una nuova legge che introduce, o reintroduce, il nucleare in Italia possa essere approvata. Se non è stato fatto prima è perché non c’erano le condizioni politiche, internazionali, ambientali, energetiche, e di opinione pubblica che oggi sembrano esserci. Questo tipo di pronunciamenti, se riguardano principi come quello in oggetto, non possono essere permanenti.

  2. Rino Ruggeri

    Nonostante io non sia contrario all’uso dell’atomo per produrre energia, in particolare elettrica pulsante, ritengo la proposta del governo pura demagogia e sicuramente propaganda a basso prezzo. Le sue considerazioni sui tempi di messa in opera, sulla interconnessione europea e non ultima la dislocazione dei siti sono perfette. Regalare poi ai confinanti e concorenti francesi questa vendita rasenta il ridicolo. Meglio sarebbe stato scambiare l’acquisto di elettricità dai francesi per due o tre decenni in cambio dell’ingresso nel gruppo di studio e progettazione della successiva generazione. Ma cercare consenso facendolo pagare al cittadino ed all’ambiente è il tipico atteggiamento di questo premier.

  3. marco scamardella

    Se le quattro centrali possono produrre il 25 % del consumo elttrico, il contributo non sarà ridotto ma sarà un pilastro della diversificazione e della possibilità di ottemperare agli obblighi di emissioni C02 . Mi sbaglio?

    • La redazione

      Non si sbaglia. Ma bisognerebbe capire con che costi e con che benefici. E confrontarli con quelli di altre soluzioni ricordando che le risorse economiche sono scarse, e come tali obbligano a delle scelte. Un esempio: perché il nucleare ce lo dobbiamo fare in casa, anziché comprarlo già fatto da Francia, Slovenia, Svizzera?

  4. Erasmo Venosi

    Ritengo essere riduttivo, non discutere del costo del nucleare e del problema delle scorie. La chiusura del ciclo del combustibile, lo smantellamento delle centrali e il ripristino ambientale, hanno una rilevante incidenza sul costo del Kwh. L’EPR è un reattore cosiddetto evolutivo, rispetto alla generazione prima e seconda: un po’ più di sicurezza e sostituzione del 18% della carica di uranio arricchito con il Mox (uranio e plutonio riprocessato). Non si capisce perchè privilegiare i francesi, mentre l’Ansaldo partecipa al progetto della terza generazione plus, l’AP 1000 a sicurezza passiva (l’EPR non lo è!) e che per questo ha ottenuto una commessa da Toshiba-Westinghouse. Per la sostituzione del 25% ci vorrebbero 6 reattori e non 4 (stime fabbisogno Terna ed Enea al 2020). L’Epr richiede 140 mln di litri all’ora o torre di raffreddamento in alternativa. E’ un falso inaccettabile l’affermazione che le bollette diminuiranno del 50%. Enel ha oggi un indebitamento di 61 mld di euro e il suo impegno dei 4 reattori non sarà inferiore 10 mld di euro (costo overnight) e con redditività differita per almeno 10 anni. Il risparmio di CO2, è intorno al 5%.

  5. lucio

    Concordo che il nucleare non è la panacea, ma ai fini di avere una maggiore indipendenza energetica, ridurre l’emissione dell’anidride carbonica e stare al passo con l’evoluzione tecnologica nella produzione di energia ritengo sia meglio puntare sullo sviluppo e sull’ottimizzazione di differenti fonti energetiche. Chi è in grado oggi di dire con certezza quale sarà lo sviluppo delle energie rinnovabili? In che misura crescerà la domanda di energia da parte delle potenze economiche emergenti? Quali sono le riserve di petrolio e di metano nel mondo e quale sarà la dinamica della crescita dei prezzi? Quale sarà il futuro dell’auto elettrica? Se non si è in grado di dare risposte convincenti a queste e ad altre domande analoghe, è evidente che le considerazioni fatte a bocce ferme sul nucleare risultano quanto meno parziali e incomplete. Inoltre l’effetto nimby non riguarda purtroppo soltanto il nucleare, ma qualsiasi infrastruttura di qualsivoglia tipo: per le comunicazione (siano esse su su strada, su rotaia, che per via aerea), i ponti radio per la telefonia mobile, lo stoccaggio e la rigassificazione del metano, la raffinizazione del petrolio, il trattamento dei rifiuti.

  6. ing. Andrea Trenta

    L’analisi del prof. Galeotti è ampiamente condivisa da altri esperti. Segnalo a questo proposito anche l’articolo degli ingg. Morelli e Zaffiro apparso sul notiziario tecnico di agosto 2008 dell’ordine degli ingegneri di Roma, reperibile su http://www.ording.roma.it.

  7. edoardo

    Caro Maurizio, la sera dopo una estenuante giornata, una doccia carda è quello che ci vuole, ma…l’acqua come la riscaldiamo? Con la divina provvidenza? Domanda base cui nessuno risponde ed a cui nessun chiede.

    • La redazione

      Non mi chiamo Maurizio, se lei pensava di rivolgersi a me per nome. L’acqua adesso con cosa la sta riscaldando? Più in generale quale è la fonte o le fonti di energia che ci garantiscono di più che, prima di riscaldarla, l’acqua continui a fluire in abbondanza nelle nostre tubature?

  8. Bombelli

    Siete i soliti disfattisti: futuristi catastroficamente negativi! Se siete così intelligenti calcolate a ritroso quanto avremmo potuto risparmiare se le 4 o 5 centrali nucleari non fossero state sospese. E andatelo a dire alle vecchiette che vivono solo della pensione sociale! Mi incuriosisce la vostra risposta. Tanto non me la darete come per altre domande che vi ho già posto.

    • La redazione

      Ho la sensazione che la pensione sociale delle vecchiette sarebbe stata minore dato che l’onere finanziario delle 4-5 centrali cui lei allude sarebbe gravato sul bilancio dello stato. Vuole fare lei un calcolo?

  9. koufax

    Quella di Galeotti è una vera provocazione all’italiana. Si buttano là le sole ragioni del non fare, invitando a nozze gli antinucleari, certamente più loquaci degli ingegneri, l’unica categoria apertamente e generalmente a favore. Non si dice che il nucleare è una delle poche strade da battere se si vuole una diversificazione delle fonti di energia. Di queste si parla come se le possibilità di scelta fossero molte. Il fatto che qualcosa debba essere realizzato non viene citato. Ah, già: forse si intende sotto sotto illudere con le fonti rinnovabili. Così la sinistra rinnoverà tra qualche lustro la sua propensione all’autocritica, facendola passare come un atto nobile e non come una ammissione di incapacità politica.

    • La redazione

      Che dire? Lei sembra cadere nella stessa trappola in cui cadono gli ambientalisti oltranzisti quando pala di illusione delle rinnovabili. Quella di ritenere che vi è un’unica soluzione, che si chiama nucleare. A mio modo di vedere gli ingegneri sanno troppo poco di costi e benefici, gli economisti troppo poco di tecnica e tecnologia: c’è bisogno del lavoro congiunto di entrambi. Ciò di cui non c’è bisogno sono coloro che pensano che ci sia una sola via, una sola soluzione, una sola cosa da fare.

  10. Bruno Cip

    Desidero aggiungere alcuni elementi alla ottima analisi fatta. 1) In Francia gran parte del riscaldamento domestico (e della cottura) sono elettrici. Ai primi di gennaio ero in Francia e, a causa del freddo eccezionale, i consumi elettrici superavano la produzione, costringendo a importazioni di energia e distacchi. 2) Già più di 20 anni fa, un alto dirigente dell’Enel, mi confidava che i guadagni che già allora Enel faceva sull’elettricità importata (dalla Francia) erano enormi (100%?). 3) Nell’analisi non viene quasi citata la fonte "Negawatts" ovvero il risparmio energetico. Ognuno ha sotto gli occhi gli incredibili sprechi di elettricità, milioni di scaldacqua elettrici (quelli solari consumano circa zero, ma li usano in Germania e non da noi) luci su luci accese di giorno, uffici con centinaia di computers accesi 24h, gallerie illuminate a giorno (di notte) così il guidatore rimane abbagliato e rischia incidenti, edifici energeticamente "colabrodo" che necessitano di pesante condizionamento e via andando.

  11. alberto

    Vorrei aggiungere solo un paio di righe all’articolo e cioè che i reattori super moderni hanno si molti più sistemi di sicurezza, gusci esterni straordinari ecc ecc… ma alla fine il meccanismo di produzione di calore e di energia è sempre il solito ed in caso di tragedia (pur se sembra "quasi impossibile") i rischi sarebbero comunque terribili. La fissione rimane una brutta bestia che non deve mai "sfuggire di mano".

  12. luigi zoppoli

    L’articolo è una utilissima analisi per avvicinarsi alla questione del nucleare. Mi sento di osservare che l’accordo strombazzato sia una mera marchetta mediatica pre-elettorale. I tempi lunghi, le incertezzze normative, il nimby, le obiettive difficoltà di finanziamento, la presenza di reattori più evoluti, sono tutti fattori da tempi lunghi. Logica e buon senso dovrebbero imporre la messa a punto di una strategia che spinga aziende e privati al recupero di efficienza energetica e acceleri ricerca ed installazione di impianti di emergia alternativa. Insomma di ciò che è possibile fare fin da subito. E non è da sottovalutare l’effetto positivo che implementare le fonti di energia rinnovabile è un fattore di innovazione che sarà cruciale nel futuro. Ma è inutile illudersi con questi.

  13. fm.parini

    Premessa. I siti per il nucleare bisognava sceglierli quaranta anni fa. Ora con l’incremento della popolazione è materialmente impossibile trovare un’area abbastanza libera e con i servizi adeguati. Poi bisogna costruire la centrale sul mare con tutti i problemi relativi alle acque di raffreddamento, all’impatto ambientale ed alla corrosione. Poi esiste anche un problema strategico. Ed infine rimane non ultimo il problema delle scorie. Non sarebbe più intelligente puntare ad una rete internet energetica ed allo sfruttamento sia delle biomasse sia del calore geotermico a bassa entalpia?

  14. angelo agostini

    Sono molto scettico soprattutto per quanto riguarda il problema della ormai sistemica inadeguatezza del nostro paese, anche e soprattutto degli attori istituzionali e privati che si troverebbero a gestire un sistema (realizzazione, gestione, etc.) così complesso e pericoloso, ad affrontare un tema così delicato con dei margini di sicurezza ragionevoli, da paese evoluto e niente più, fatto che parlando di energia nucleare mi sembra adeguato ed irrinunciabile. Sono un addetto del settore, ho lavorato ad alcune delle "grandi opere" di questi anni ed ho conosciuto alcuni degli attori di cui sopra, ebbene: alla larga! L’Italia non è assolutamente in grado di giocare alla potenza nucleare! Non ci sono più le capacità, le competenze tecniche e le qualità etiche e, sì, morali. Leggete cosa pensano gli esperti, tra i quali il progettista, sul Ponte sullo stretto: un’opera pericolosa e comunque non italiana. Progetto e realizzazione VERI sarebbero danesi e giapponesi, gli italiani una cosa così non la sanno fare. In compenso qualcuno forse ricorderà che in una delle numerose puntate precedenti era emerso che alcuni investitori interessari al progetto erano mafiosi d’oltreoceano. La domanda è questa: a gente così affidereste una cosa così pericolosa? Affidereste lo smaltimento di scorie radioattive ad un sistema paese che oggi, 9 marzo, vede su (solo alcune) prime pagine questa notizia: "Rifiuti, truffa all’impianto di Colleferro tredici persone agli arresti domiciliari. Gli inquirenti hanno accertato che a Colleferro veniva smaltito ogni tipo di rifiuto violando "tutte le norme previste". Parte del materiale arrivava "di nascosto" dalla Campania e comprendeva anche rifiuti pericolosi che dopo essere stati trattati venivano commercializzati come cdr"? Come si fa a dargli in mano delle centrali nucleari?

  15. Paolo Bizzarri

    L’autore confonde parlando di nucleare da fissione (reattori EPR e reattori di quarta generazione) e nucleare da fusione (progetto ITER). Il nucleare di quarta generazione è un’evoluzione di quanto già esiste con particolari accorgimenti per ridurre le scorie e i rischi di incidente. Il nucleare da fusione: – non esiste neppure a livello di prototipo, ma neanche di dimostrazione di fattibilità: – si basa su principi FISICI radicalmente diversi, (una reazione di fusione contro una reazione di fissione); – presenta problemi FISICI completamente diversi (sostenere la fusione anzichè moderare la fissione); – presenta problemi di irraggiamento PEGGIORI di quelli della fissione (radiazioni gamma e neutroni ad alta energia); – non si ha nessuna idea dei tempi per arrivare a un prototipo, nè tantomeno dei costi. Tuttavia, esaminando il costo del progetto ITER (fatto da un consorzio internazionale) da un’idea di quali siano le difficoltà di un progetto del genere.

    • La redazione

      Il commento di Furetto (qui sopra) afferma "Sarebbe bene che su certi commenti vi sia il controcommento dell’autore e, meglio, sarebbe opportuno che chi commenta leggesse bene l’articolo." A parte che se è di IV generazione vuol dire che vi sono state generazioni precedenti, ovviamente nel caso della fissione, ma è lei che si confonde nel pensare che ho confuso fissione e fusione.

  16. cosimo benini

    Sorprende la presenza di commenti marcatamente politici a un’analisi tecnica del tutto oggettiva. Vorrei però entrare nel merito della scelta del tipo di reattore: si tratta certamente di una scelta politica che trascura il merito tecnico della questione. Perché non reattori di tipo CANDU? Hanno molti vantaggi, il maggiore dei quali è la capacità di impiegare più tipi di materiale fissile, compreso l’uranio naturale, il MOX e l’uranio “esausto” dei reattori tradizionali, anche se necessitano di acqua pesante come moderatore neutronico e quindi occorre procurarsi/sintetizzare il deuterio necessario. L’offerta di uranio, infatti, non è infinita e occorrerebbe pensare anche al periodi di vita utile dei reattori costruendi (2020 e oltre).

    • La redazione

      Come quasi tutti gli articoli de lavoce.info si tratta di un commento a scelte politiche. Queste generalmente si fondano, come in questo caso, su elementi tecnici oltreché economici. Credo che in un articolo sulle prime non possano mancare riferimenti ai secondi.

  17. Furetto

    Sono anch’io stupito del fatto che alcuni commenti si rifacciano alla disputa nucleare SI vs. nucleare NO, Destra vs. Sinistra. L’articolo è chiaro, non si addentra sul terreno nucleare vs. altre fonti energetiche. Fa un’analisi dell’opzione scelta, dando per scontato che il governo voglia tornare a produrre energie elettronucleare. Sarebbe bene che su certi commenti vi sia il controcommento dell’autore e, meglio, sarebbe opportuno che chi commenta leggesse bene l’articolo. Una opzione che non è stata accennata è la produzione di energia con i reattori ADS alimentati a Torio proposti da Rubbia. E’ una soluzione ancora alla fase embrionale che non risolve la situazione a breve-medio termine ma sembra promettente e darebbe un impulso alla ricerca in Italia, invece che andare a rimorchio dei Francesi. Purtroppo non credo che Rubbia sia ben visto da questo governo e così scopriamo che anche l’atomo ha le sue preferenze politiche.

  18. VR

    Mi sembra un film già visto ai tempi del referendum.Ci paventavano innumerevoli alternative al nucleare. Bene siamo qui a parlarne ancora, dopo aver acquistato per anni energia nucleare prodotta oltre confine. Non penso che ci sia un insieme di "folli" che appoggia il nucleare così tanto per fare, io personalmente ne farei volentieri a meno, ma la sensazione che ho è che allo stato attuale non vi siano strumenti efficaci per far fronte alla crescente richiesta di energia. Inoltre abbiamo un gap di 20 anni da colmare nella costruzione delle centrali. Ciò non toglie che se continuiamo a costruire abitazioni come 20 anni fa e a non praticare la politica, peraltro a costo zero del "risparmio energetico" quando le centrali saranno pronte ci troveremo nelle stessa situazione. E’ una battaglia da combattere su più fronti.

  19. Simone

    Gentile Bombelli, il punto non è se sia stato un bene o meno l’essere usciti dal nucleare a suo tempo (personalmente ritengo sia stato un grave errore), ma se sia opportuno rientrarvi. L’analisi di costi/benefici (in linea con quella che può ricavare da latre fonti indipendenti) è chiaramente contraria. Disfattista è chi sta sistematicamente annientando il paese, tanto in senso civico-istituzionale che ambientale. Ma oramai si ragiona solo per slogan…

  20. marco l.

    Quando leggo che ad oggi, passati oltre venti anni dal referendum sul nucleare, continuano ad essere emessi bandi di gara per la ricerca del miglior trattamento delle scorie radioattive – mi riferisco in specie all’ex centrale di Sessa Aurunca -, io qualche dubbio me lo pongo. La Sogin ci costa uno sproposito e basta la minima inchiesta giornalistica per svelare contaminazioni ambientali tremende. Tutto questo per un coprire il 25% del fabbisogno complessivo? Solo un quarto della domanda energetica, quanto potrà mai incidere sul costo delle bollette… in Italia poi, il paese dove il crollo del prezzo del petrolio si traduce in un sensibile aumento del costo della benzina alla pompa! E Rubbia emigrato in Spagna.

  21. qpdm

    Premesso che non fare un confronto con le altre fonti (possibilmente rinnovabili) è un errore di ragionamento che falsa tutta l’analisi (come posso infatti decidere quale investimento fare se non confronto costi e benefici di tutti gli investimenti possibili?) Mi pare superficiale anche l’analisi del costo della bolletta perchè non considera il costo delle scorie: ok lasciarle fuori da un punto di vista ideologico/politico/sociale…ma non si possono non considerare nell’analisi di economicità! Infatti chi mi vende l’elettricità nella bolletta mi scarica tutti i costi che deve sostenere, compresi: individuazione, progettazione e costruzione del loco per lo stoccaggio delle scorie gestione delle scorie nella centrale con tutte le misure di profilassi/prevenzione/intervento che non sono certo trascurabili trasporto in sicurezza delle scorie presso il sito di stoccaggio manutenzione sito di stoccaggio militarizzazione/vigilanza presso il sito di stoccaggio costo per tutto il business della malavita organizzata che ci nascerebbe attorno in Italia, con relativi costi per contrastarlo infine: scarsità della materia prima…quanto dura ancora in natura? quanto costerà nel 2020 l’uranio?

  22. Alessandro Bellotti

    Di reattori ne servirebbero almeno una quindicina per un totale di almeno 20 Gwatt installati. Costo fra gli 80 e i 100 miliardi di euro (siamo in Italia e non in Francia). La vera alternativa al nucleare è l’energia dal sole. Bastano 2 miliardi di euro per far partire la ‘filiera fotovoltaica’ per produrre 1,2 Gwattpicco/anno di celle solari. Occorre che lo stato investa in 4 /5 raffinerie di silicio per un totale di 1 miliardo e un altro miliardo per le fabbriche di celle solari. Ogni 3/4 anni, da un punto di vista energetico, è come se si costruisse una centrale pari a quella di Caorso. In Italia il sole non manca.

  23. emanuele

    Mi associo al commento fatto da altri: per la localizzazione non dovrebbero esistere problemi, le ville del presidente del consiglio hanno parchi molto ampi e sono vicine a fonti di acqua! Propongo anche una mega centrale sotto Montecitorio e sotto Palazzo Madama, potrebbero cosi dimostrare i ns. rappresentanti che si fidano della sicurezza delle centrali.

  24. enrico

    L’articolo è fallace sotto diversi aspetti. Qualcuno ha già citato la mancanza di confronto con altre fonti energetiche. Per quanto paragonare in modo completo ed obiettivo diverse tecnologie sia complicato, mi sembra l’unico modo per affrontare la questione energetica. Partendo dal presupposto che l’Italia ha bisogno, in tempi brevi, di disegnare un piano energetico di media – lunga durata, che ci svincoli dal petrolio, abbassi gli alti costi della bolletta, e riduca le emissioni di CO2. Questa “urgenza” non sembra essere condivisa dall’autore, che preferirebbe che l’Italia aspettasse i reattori di quarta generazione, o addirittura la fusione (il citato ITER non produrrà un kW di elettricità e sul sito di iter.org si ipotizza che la prima centrale potrebbe essere costruita nel 2045, ipotizzando che tutti i problemi fisici e tecnologici vengano risolti prima …).

    • La redazione

      Sono sorpreso dalla conclusione che mi viene attribuita. Condivido l’urgenza. La soluzione tuttavia non passa solo per il nucleare, né di terza né di quarta generazione. Sono profondamente convinto che passi dalle politiche di riduzione delle emissioni di gas serra.

  25. Francesca

    Raramente mi è capitato di leggere un articolo così poco “onesto” dal punto di vista intellettuale e, allo stesso tempo, così apparentemente “fact based”. A parte gli errori e le imprecisioni, non si può affermare, da docente, che l’e.e. da nucleare viene comprata dalla francia “a buon prezzo”. Così come non si possono ignorare i limiti di interconnessione esistenti per l’e.e. e i problemi legati all’approvvigionamento di gas e allo sbilanciamento verso questa fonte energetica nel mix di generazione. E non si può considerare un orizzonte temporale di 10 anni per un investimento che ha una vita utile di 40 anni, solo per fare qualche esempio.

    • La redazione

      Sorvolo sull’onestà intellettuale: quando si tirano in ballo queste espression ic’è da diventare subito dubbiosi circa l’onesta intellettuale del commentatore. L’orizzonte di 10 anni si riferisce al lasso di tempo che dovrebbe passare prima di poter disporre dell’elettricità da nucleare: 10 anni che potrebbero finire per essere molti di più e durante i quali è necessario agire, e non stare a guardare mentre costruiscono i reattori. Sui limiti di interconnessione e i problemi sull’approvvigionamento del gas potrei osservare che costruire un rigassificatore richiede all’incirca tre anni. Questo può contribuire a ridurre la nostra dipendenza dal gas russo così come si può rafforzare la politica europea sul mercato interno dell’elettrcità e del gas che passa, o meglio vorrebbe passare, per una migliore interconnessione tra i paesi membri. Voglio solo notare che non mancano soluzioni diverse ed alternative.

  26. pierino

    Senza tornare sui costi delle centrali nucleari, tema che da solo è sufficiente a sconsigliare l’utilizzo. La sicurezza è quella che mi preoccupa maggiormente, visti gli incidenti capitati in Francia, visti gli aumenti di tumori nei paesi limitrofi ai poligoni militari in Sardegna, la mancanza assoluta di garanzie su possibili incidenti. mi preoccupa e sono pronto a dire no al nucleare se dovessi essere interpellato.

  27. Tommaso

    Ma nessuno ha mai sentito parlare di Desertech? Ma avete idea di come sono stoccate le scorie nucleari in Italia? Informarsi e non stare qui a blaterale di nulceare italiano (neanche riusciamo a finire la Salerno-Reggio Calabria). Ma siete a conoscenza dell’incidente occorso a Ispra? Tra l’altro le scorie che volevamo smaltire in Utah non ce le prendeno mica: "Lo Utah non è la discarica nulceare dell’Italia". All’inteligentone che ha scritto che dobbiamo svincolarci dal petrolio: e cosa ci metti nei serbatoi dei 44 milioni di autoveicoli circolanti in Italia? Vuoi fare andare i tir con le Duracell? La cosa migliore è autoprodursi la propria quota di energia (e ce ne sono di modi), così quando entreranno in funzione le centrali nucleari italiane (ahahahah) nessuno gli compererà un kilowatt.

  28. Sardegnablogz

    Vi scrivo perchè da un pò di tempo gira la notizia di una probabile costruzione dei reattori nucleari in Sardegna. Questo mi sconcerta, visto anche che la mia isola è una delle poche regioni italiane che produce più energia di quanto ne consuma. E comunque sia il nucleare non è il futuro. E’ il passato. E’ morto.

  29. Rinaldo Sorgenti

    La necessità per il nostro sistema Paese di riequilibrare il “Mix delle Fonti” per produrre elettricità non è più neppure un’opinione dei fautori dell’uno o dell’altro combustibile, ma una ovvietà semplicemente desumibile dalla mera osservazione di qual’è la situazione per tutti gli altri importanti Paesi sviluppati, a cominciare da quelli del G8 (appunto, Italia esclusa). Tornando all’articolo sopra citato si nota però che, per un’evidente svista, non si fa alcun cenno al “carbone”, il 1° combustibile utilizzato nel Mondo ed anche nella Ue27 per produrre l’elettricità. Ritengo quindi che in una prospettiva al 2020 (visto l’enfasi che si da al “pacchetto clima-energia 20-20-20”) e dopo i brillanti risultati ottenuti dal nostro Governo (per la prima volta davvero coeso in materia) nelle negoziazioni a Bruxelles, sarebbe possibile ed auspicabile prevedere un “Mix” così composto:  30% gas metano;  2% olio combustibile  30% carbone  15% nucleare  14% idro (rinnovabile)  9% altre rinnovabili (geotermia, eolico, solare, rifiuti). Con una visione proiettata invece al 2030 la situazione potrebbe quindi evolvere ulteriormente.

  30. graziano

    Premetto che in materia sono meno di zero, ma da cittadino ignorante mi pongo alcune domande: 1) risponde al vero che l’uranio è sempre più raro e dunque costoso? 2) l’Italia possiede la tecnologia per arricchire l’uranio allo scopo di utilizzarlo? 3) Scorie: dove stoccarle? 4) Quale percentuale di fabbisogno energetico e a quale costo, copriranno le future centrali italiane? 5) I futuri siti saranno individuati con le realtà locali o si utilizzeranno altri "percorsi"? Qualcuno può rispondere ai miei dubbi? Grazie.

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