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L’OTTIMISMO DELLA PREVISIONE*

Un’ondata di revisioni al ribasso della crescita si abbatte sulle stime ufficiali di governi e organizzazioni internazionali, che continuano a restare ancorate a un certo ottimismo. Una situazione già vista all’epoca della crisi asiatica del 1997. Allora come ora l’idea è che pubblicare stime pessimistiche peggiori la situazione. Ma è accettabile che organizzazioni multilaterali e governi facciano un uso strategico dell’informazione? Soprattutto, che cosa succede alle aspettative quando gli operatori di mercato si trovano ad affrontare continue revisioni al ribasso?

È di ieri la notizia che il Pil italiano è diminuito di un punto percentuale nel 2008, ovvero quasi mezzo punto in più di quanto inizialmente stimato dal governo. L’Italia non è certo la sola a subire revisioni al ribasso della crescita.

UNA SETTIMANA DI REVISIONI AL RIBASSO

Non più tardi di venerdì 27 febbraio, la stima della contrazione del Pil americano nell’ultimo trimestre 2008 è stata rivista da -3,8 a -6,2 per cento, a tassi annualizzati. Nel caso degli Stati Uniti, la revisione dei dati sulla crescita si distribuisce su tutte le componenti del Pil: consumo, investimento, scorte, e commercio estero.
Il giorno prima, giovedì 26 febbraio, la riunione del comitato ombra della Banca centrale europea si è aperta con un’analisi della “ripresa della caduta delle previsioni sulla crescita per l’area dell’euro per il 2009”. Ora, infatti, il “consensus forecast” indica una contrazione del 2,2 per cento. A dicembre, ci si attendeva un -0,7 per cento; a gennaio e febbraio rispettivamente -1,8 e -1,9 per cento.
Mercoledì 25 febbraio, invece, la pubblicazione del rapporto annuale sull’economia europea dell’Eeag, European Economic Advisory Grouppresso il CESifo, è stata accompagnata da un supplemento di stime macroeconomiche per l’area europea, ovviamente tutte al ribasso. E si potrebbe continuare.
Vale la pena osservare che, nella maggior parte dei casi, le previsioni al ribasso per il 2009 sono comunque accompagnate da una nota di ottimismo per il futuro non lontano. Ad esempio, il consensus forecast per la crescita del Pil europeo ha oggi ancora segno positivo, +0,9 percento. C’è da fidarsi?

IN ASIA ANDÒ COSÌ

Non è certo la prima volta che viviamo una crisi in cui siamo tutti consapevoli della gravità della situazione, ma le previsioni tendono a rimanere meno pessimiste di quanto ci si potrebbe aspettare sulla base delle informazioni di cui disponiamo.
Vale forse la pena riguardare i dati dei primi mesi della crisi asiatica nel 1997-98. Dalla fine del 1997, a pochi mesi dopo dallo scoppio della crisi in Tailandia, ondate successive di revisioni al ribasso della crescita continuarono a travolgere ogni tentativo, peraltro flebile, di dichiarare la situazione “a un punto di svolta”.
Il grafico riportato qui sotto mostra l’evoluzione del consensus forecast per la crescita del Pil nel 1998, per Corea del Sud, Indonesia, Malesia e Tailandia, dal 1997 fino alla fine del 1998. A parte la Tailandia, il paese di origine storica della crisi, in tutti gli altri casi le previsioni furono mantenute con segno positivo fino alla fine del 1997. Presumibilmente gli organismi di previsione, nazionali e internazionali, ritenevano che gran parte della regione sarebbe uscita indenne dal contagio finanziario e valutario che si era abbattuto nell’area. Per l’Indonesia, ad esempio, a dicembre del 1997 si prevedeva una crescita nel 1998 del 3 per cento, quella effettiva fu pari a -15.

Il grafico mostra chiaramente che dalla fine del 1997 le previsioni furono invece in caduta continua per molti mesi. Ma i consensus forecast furono rivisti non solo lentamente, il che potrebbe essere giustificabile sulla base dei metodi di stima e di ritardi tecnici nel produrre e processare informazione, ma anche molto “prudentemente”.
In alcuni documenti del Fondo monetario internazionale (Fmi) si fa un esplicito riferimento all’idea secondo la quale pubblicare stime pessimistiche avrebbe potuto peggiorare la situazione, alimentando il panico nei mercati finanziari e la fuga di capitali dalla regione.
È peraltro plausibile che le stime e previsioni interne alle organizzazioni internazionali fossero più pessimistiche di quelle pubblicate, o almeno che non siano stati resi pubblici alcuni degli scenari di previsione peggiori. Se questo è vero, tuttavia, l’omissione solleverebbe due questioni.
Primo, è accettabile che organizzazioni multilaterali (e governi) facciano un uso strategico dell’informazione, ovvero decidano di manipolare, seppure per nobili motivi, le aspettative dei mercati distorcendola? A questa domanda non si può rispondere “dipende dalle circostanze”, poiché tale risposta riproporrebbe semplicemente lo stesso quesito in termini diversi: chi decide sulle ‘circostanze’ in cui ciò sia possibile e auspicabile? E in ogni caso andrebbe reso pubblico il fatto che una tale opzione è a disposizione dei funzionari di un’organizzazione internazionale.
Ma esiste anche una seconda domanda, ancora più pertinente: siamo sicuri che la grande prudenza nella pubblicazione delle stime sia più efficace di una valutazione onesta, per quanto dura, della crisi? Che cosa succede alle aspettative quando gli operatori di mercato si trovano ad affrontare una continua revisione al ribasso?
Purtroppo, le nostre istituzioni interne e internazionali sono probabilmente oggi nella stessa situazione del 1997-98, se non forse in una ancora peggiore. Sarà interessante, alla fine del 2009, produrre un grafico come quello qui riportato, per l’area dell’euro, gli Stati Uniti, il Giappone e le altre macro regioni economiche del mondo.

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  1. Davide Borricelli

    Non sorprende che i governi nazionali comunichino previsioni che vadano nella direzione dell’ottimismo. Trovo che questo sia un atteggiamento sbagliato, ma comprensibile, specie per quei governi, come quello italiano, che contemporaneamente invitano gli operatori economici all’ottimismo. Trovo però che quando i vertici delle maggiori organizzazioni internazionali sbagliano con questa frequenza le previsioni allora debbono cedere il posto ad altri. il sistema economico necessita di informazioni e queste non possono essere gestite da chi le manipola o da chi non è mai in grado di fare corrette previsioni. Inoltre ritengo che uno strumento come quello del PIL, particolarmente in un momento come questo caratterizzato da un aumento delle differenze sociali tra i cittadini, sia inadeguato a spiegare gli effetti della crisi sulla popolazione. in altre parole, anche quando le previsioni sul Pil dovessero essere "azzeccate" questo non fornirebbe ai governi la corretta informazione sui necessari interventi.

  2. Beppe

    Finalmente un articolo sulla "rimozione" in cui vivono più o meno consciamente gli esperti. Oltre all’effetto ipotizzato dall’autore, aggiungerei l’aspetto comico dato dalla pubblicazione di dati settoriali molto eloquenti (produzione industriale e contrazione dei consumi dei settori coinvolti), seguiti dalle stime sul pil che appaiono riferite a un altro pianeta. Ho personalmente parlato con un direttore di filiale di una grossa banca nazionale che riteneva inconcepibile che la sua banca potesse fallire nel corso del 2009 e nel contempo riteneva plausibile una mia stima di 30-40% di fallimenti tra le aziende italiane nello stesso periodo. L’idea che 2+2 faccia 5 sarà dura a morire. A tutti i livelli…

  3. luigi zoppoli

    Le previsioni generano aspettative ed aspettative delle aspettative anche da chi troverebbe utile conoscere il futuro. Come se fosse possibile. Gli strumenti sono quello che sono e come tali vanno considerati. Nel merito trovo eticamente poco ortodosso e praticamente dannoso indorare una previsione o celare la situazione quale appare anche in una stima particolarmente dura. Avere un consensus forecast ritenuto realistico e darne comunicazione insieme a credibili iniziative di contrasto alla crisi, rimane il metodo migliore. Consente agli operatori di avere uno scenario credibile nel cui ambito operare scelte corrette. E non demolisce la credibilità di stime continuamente smentite.

  4. Luca Neri

    La pratica di sovrastimare volontariamente la previsione di crescita solleva un’altra questione. Se gli operatori avevano informazioni riservate che non hano pubblicato, come le hanno usate? Questa pratica non induce scelte sbagliate nei consumatori che al posto di risparmiare per favorire investimenti futuri o ripagare debiti hanno speso in attesa di una imminente crescita che non ci sara’? Gli estesi e pervasivi conflitti di interessi che legano il mondo della finanza internazionale, i governi e le compagnie di analisi economica lasciano il sospetto che queste previsioni ottimistiche siano rilasciate per lasciare il tempo ai grandi investitori di mettere al sicuro i loro capitali, lasciando nei guai, attraverso l’inganno sistematico, i piccoli risparmiatori, gli outsider che non hanno accesso a informazioni riservate.

  5. Cesare Sacchi

    Luigi Einaudi scriveva sul Corriere della sera dell’ 8 settembre 1943 (un giorno terribile) un articolo memorabile. ll titolo era NON ATTENDERSI TROPPO e cominciava così « Mi è accaduto di questi giorni di sentirmi dire, a voce e per iscritto: « I lettori aspettano da voialtri economisti … ». Che cosa si aspetta? Temo assai di più di quanto possiamo dare. Purtroppo, non possiamo fare previsioni sull’avvenire ». In modo limpido spiegava perchè « le previsioni sono difficilissime ed azzardatissime », concludendo amaramente che « un economista il quale usasse indulgere in previsioni, presto si squalificherebbe ». So bene che da allora l’econometria ha fatto qualche passo avanti, ma penso che le considerazioni fondamentali di Einaudi siano ancora valide, almeno quando, come oggi, le « condizioni mutano in fretta ». e prevalgono gli elementi di discontinuità (come dice oggi il grande matematico Benoit Mandelbrot in una bella intervista su La Stampa di oggi 4 febbraio 2009, 56 anni dopo Einaudi).

  6. Paolo Guglielmetti

    Bravo! Finalmente un economista che ha il coraggio di denunciare pubblicamente le incredibili previsioni che le grandi istituzioni economiche internazionali e nazionali giornalmente ci propinano. Più che previsioni sembrano proiezioni della situazione presente "qui e adesso" su un ambito temporale più lungo. Senza utilizzo di nessun mezzo econometrico serio per valutare quali sono le conseguenze future degli accadimenti presenti. Non so dire cosa sia peggio pensare: se siano incapaci o disonesti. Temo che non siano all’altezza, basta vedere i disastri delle politiche del FMI in tanti paesi.

  7. Fede

    Una volta ho sentito da un econometrico una battuta: "ci sono due cose che ci piacciono molto ma che non vogliamo sapere come sono fatte altrimenti ci schiferebbero, le salsicce e le stime". Scherzi apparte, la crisi mi sembra talmente grave che, per il momento, non vedo nessun appiglio a cui attacarsi. 2009 e (forse, 2010) saranno anni di "guerra".

  8. stefano

    Le stime ottimistiche di quegli istituti pongono seri dubbi sulla libertà dell’informazione, e soprattutto sulla democrazia. Se riteniamo la democrazia come una forma di governo partecipata dalle persone nelle decisioni trovo strano che si possa ammettere un utilizzo strategico delle informazioni. Tale utilizzo ha l’obiettivo di influenzare le decisioni delle persone in modo artificioso. D’altro canto i continui appelli del governo ai media, nel creare panico, sono "sinceri". Trovo che i titolisti dei quotidiani e dei siti internet (incrementando il numero di click aumentano gli incassi pubblicitari) marcino molto sul rendere sensazionalistica qualsiasi previsione negativa, moltiplicandone l’effetto negativo. Fino a che i media marceranno sulle stime negative e sui crolli di ordinativi, la popolazione non farà altro che reagire riducendo i consumi e gli investimenti, ponendo le basi per ulteriori licenziamenti incoraggiando il circolo vizioso che potrebbe danneggiare ancora di più l’economia. Una legislazione per controllare i giornali di fatto si potrebbe tradurre in un controllo assolutistico dell’informazione creando una dittatura di fatto e una democrazia sulla carta.

  9. Italo Nobile

    Un autorità di questo tipo dovrebbe diffondere stime oneste (cioè stime nelle quali essa stessa crede). A mio parere sono i media che dando un’enfasi esagerata e distorte alle stime (che sono congetturali e prive di certezza) possono avere un ruolo negativo per il clima psicologico che accompagna una crisi.

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