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QUANDO LO STATO NON PAGA

Il ritardo con il quale la pubblica amministrazione regola i propri debiti commerciali è mostruoso. E ogni anno genera una domanda di credito da parte delle imprese di circa 67 miliardi di euro. Nel decreto anticrisi c’è un timido tentativo di intervenire aumentando la liquidità dei crediti verso la Pa, favorendone la monetizzazione o la cessione a intermediari finanziari. Tuttavia, manca ancora una totale consapevolezza dei costi che una simile situazione procura non solo al sistema produttivo, ma agli stessi conti dello Stato.

Uno dei primi provvedimenti presi dal governo inglese per rilanciare l’economia e attutire gli effetti del credit crunch sul sistema produttivo è stato quello di ridurre da 30 a 8 giorni i termini contrattuali entro i quali il settore pubblico paga i propri fornitori.
In Italia il mostruoso ritardo con il quale la pubblica amministrazione regola i propri debiti commerciali è recentemente entrato nel dibattito economico ed è stato oggetto di un timido provvedimento governativo nell’ultimo “decreto anticrisi”. Tuttavia, non vi è ancora totale consapevolezza dei costi che una simile situazione procura non solo al sistema produttivo, ma agli stessi conti dello Stato. Vale allora la pena chiarire come alcuni semplici provvedimenti potrebbero, riducendo l’incertezza e aumentando la liquidità di tali crediti, apportare significativi benefici a tutti gli attori.  

DA NOVANTA A NOVECENTO GIORNI

In Italia la pubblica amministrazione paga contrattualmente i propri fornitori generalmente a 90 giorni a cui, tuttavia, vanno aggiunti mediamente altri 135 giorni di ritardo, con punte di oltre 900 giorni. Dato che ogni anno l’amministrazione pubblica acquista dal settore privato beni e servizi per oltre 125 miliardi di euro (circa l’8 per cento del Pil), il ritardo dei pagamenti del settore pubblico genera una domanda di credito da parte delle imprese di circa 67 miliardi di euro, pari a quasi un quarto del totale degli impieghi a breve erogati dalle banche alle imprese. (1)
Tale domanda di credito appare, per altro, distribuita in maniera tutt’altro che omogenea a livello geografico, settoriale e dimensionale, poiché generalmente le imprese più colpite sono quelle piccole, localizzate al Sud e che operano nel settore farmaceutico, biomedicale, delle costruzioni e dei servizi.
Il problema di questi crediti non risiede soltanto nella loro dimensione e nel fatto che oggi il costo unitario del debito privato a breve è quattro volte più alto rispetto a quello pubblico, poiché un’impresa mediamente paga un tasso di oltre il 5,5 per cento contro l’1 per cento di un Bot a tre mesi, ma anche nell’estrema incertezza nei tempi e nei modi con i quali vengono liquidati. Da un lato, infatti, un’azienda non conosce con esattezza il ritardo con il quale i suoi crediti verranno regolati e in alcuni casi la varianza del ritardo è piuttosto elevata. Dall’altro, i crediti risultano spesso incerti e difficilmente liquidabili o utilizzabili quali garanzie, giacché in questi anni il settore pubblico ha cercato di tutelare in tutti i modi i suoi interessi: alcuni crediti non sono cedibili; quando lo sono, possono essere ceduti una volta solo con un atto notarile; il riconoscimento del debito spesso risulta lungo e complesso da parte dell’ente pubblico (il quale ha 45 giorni, in precedenza erano 15, per rifiutarla) e soprattutto mai completamente certo. Infatti, l’articolo 48bis del Dpr n. 603/1973, una vecchia legge per molto tempo rimasta inapplicata, che prevedeva la compensazione dei crediti vantati dall’impresa con le somme dovute all’Erario, ha recentemente trovato un’attuazione, il decreto ministeriale n. 40 del 18 gennaio 2008, che va ben al di là della legittima tutela degli interessi pubblici. Infatti, prevede il blocco indiscriminato di tutti i pagamenti dovuti all’impresa da parte di un qualsiasi ente pubblico, anche se gli importi in questione risultano superiori a quanto dovuto all’Erario, tali crediti sono sorti in precedenza o sono stati ceduti in maniera definitiva a un intermediario finanziario. A tutto questo va aggiunto che recentemente la Regione Campagna, nella legge finanziaria per il 2009, ha vietato ai fornitori della sanità regionale il pignoramento dei beni di Asl e aziende ospedaliere inadempienti. 
La tutela indiscriminata del debitore pubblico, che, di fatto, può pagare quando e come vuole i propri fornitori, finisce tuttavia per ritorcersi contro la stessa pubblica amministrazione. È, infatti, abbastanza logico che il settore privato tenda ad anticipare e a scaricare, almeno in parte, sullo stesso settore pubblico in termini di prezzi di vendita più alti i maggiori oneri, stimabili in oltre 3,5 miliardi. (2)
A tali costi diretti vanno aggiunti una serie molto lunga di costi indiretti: le imprese che vantano crediti commerciali eccessivi verso la pubblica amministrazione tendono, almeno in parte, a scaricarli verso i loro fornitori, allungando i termini di pagamento di tutta la filiera; un sistema economico con termini di pagamento più lunghi è più soggetto a costi amministrativi, contestazioni, truffe e in definitiva è meno efficiente. Non a caso l’Unione Europea già dal 2000 aveva introdotto una direttiva volta a tutelare la puntualità e correttezza dei pagamenti, sanzionando pesantemente ritardi e abusi.

CERTEZZA E LIQUIDITÀ DEI CREDITI

Il decreto così detto anticrisi approvato dal Parlamento lo scorso 27 gennaio cerca timidamente di aumentare la liquidità dei crediti verso la pubblica amministrazione, favorendone la monetizzazione o cessione a intermediari finanziari. In particolare, il testo stabilisce che “su istanza del creditore di somme dovute per somministrazioni, forniture e appalti, le Regioni e gli enti locali (…) possano certificare, entro il termine di venti giorni dalla data di ricezione dell’istanza, se il relativo credito sia certo, liquido ed esigibile, al fine di consentire al creditore la cessione pro soluto a favore di banche o intermediari finanziari (…)”. (3)
Tuttavia, la norma ha validità solo per l’anno in corso; non riguarda le amministrazioni centrali, come i ministeri, e gli enti strumentali, quali le Asl e simili; è vincolata alla disponibilità di risorse definite in base al patto di stabilità interno; e soprattutto non è vincolante neppure per le amministrazioni coinvolte che “possono”, ma non “devono” certificare i crediti.
È auspicabile che qualche miglioramento possa essere introdotto in fase di emanazione dei decreti attuativi, tuttavia appare chiaro che un approccio più globale al problema è assolutamente necessario sia nell’interesse del settore privato che dello Stato. Pur comprendendo che in questo momento i conti pubblici non consentono una immediata “normalizzazione” dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione, una maggior certezza e liquidità dei crediti potrebbe ridurre il fardello privato migliorando contemporaneamente i conti dello Stato. 

(1) La domanda di credito aggiuntiva da parte delle imprese è data dal rapporto fra il valore dei bene acquisiti (125) ed il ritardo medio oltre quello standard del credito commerciale (90+135-45=180 giorni, cioè 1/2 anno):
(2) I maggiori oneri finanziari che le imprese sopportano e che tendono nel lungo periodo a scaricare sui prezzi sono dati dal maggior credito (67) per il costo unitario del credito (5,5%).
(3) Decreto legge 185/2008 articolo 9 comma 3bis.

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14 commenti

  1. mussari ferdinando

    La questione dei ritardi dei pagamenti da parte dello stato è una gogna che le imprese pagano caramente. Il problema si accentua nelle regioni meridionali in cui i costi bancari sono molto più alti e i ritardi e l’inefficienze pubbliche fanno diminuire i margini di guadagno.il recupero crediti è un lavoro aggiuntivo che le piccole e medie aziende difficilmente riescono a sostenere e a soddisfare completamente. Il grido di aiuto parte verso il pagatore (regione) e verso le istituzioni affinché ci sia un controllo sull’azione delle banche nel meridione.

  2. stefanobacchelli

    Debbo dire che dei Tremonti bond al 7,5% di tasso da pagare da parte delle banche non capito molto. Le spiegazioni televisive sono uno spot: si aiuteranno le aziende in crisi e le famiglie indebitate. Mah! Ad esempio: perchè le banche per avere denaro non aumentano i tassi creditori ai loro clienti? Se portano i tassi creditori al 3% lordo ricavano una quantità enorme di denaro e risparmiano rispetto al 7,5% statale. Per me c’è un accordo segreto Tremonti-banche con il quale Tremonti impedisce una reale concorrenza ai suoi (nostri) Bot. In tutti i casi acquistare denaro coi Bot-Btp-Cct al 1,5% e rivenderlo al 7,5% è usura, o no?

  3. Bruno Cipolla

    Esattamente! La "bieca" multinazionale per cui lavoravo aveva già negli anni ’80 un apposito listino opportunamente maggiorato per la pubblica amministrazione. Inoltre, posso confermare per esperienza personale che la capacità di spesa oculata della pubblica amministrazione, dalle cartucce per la stampante alle commesse multimilionarie, è estremamente limitata, in parte per incapacità ed in parte per "connivenza".

  4. trebestie

    Con le nuove regole del patto di stabilità anche gli enti solerti saranno costretti a rimandare di parecchio i pagamenti degli investimenti.
    Non c’è che dire… un bell’aiuto alle imprese.

  5. andrea ascari

    Ma se i contratti con lo stato indicano i termini di pagamento in 90 giorni, e se invece ciò non avviene, lo stato non pagando propri debiti alla scadenza pattuita, non si configura di fatto uno stato di default? complimenti all’inghilterra, da 30 a 8 giorni, chapeau!

  6. Francesco Tassone

    I tassi reali applicati nel sud Italia sono molto più alti di quelli segnalati nell’articolo. La camera di commercio di VV ha stimato in quasi 5 punti la differenza di tasso a breve tra la provincia di Vibo Valentia e le regioni più sviluppate. A fonte di tassi di insolvenza equivalenti. In più abbiamo Banche condannate per usura senza che nessun direttore, dipendente usciere sia finito in galera. Noi abbiamo dei crediti nei confronti del ministero del lavoro da più di 5 anni, ad un tasso reale su fido di conto corrente che sfiora il 14% praticamente non solo abbiamo lavorato gratis ma ci abbiamo perso pure il capitale. Da esperienza se uno poi si ribella sulle cifre non dovute e non pago gli importi non dovuti la prima cosa che succede è la segnalazione alla centrale rischi come insolvente. La conseguenza è che fino a quando un giudice non si pronuncia ti vengono tagliati tutti i fidi presso tutte le banche in quanto da regolamenti non possono più farti credito. Su ritardo del giudice le banche ci speculano per cercare i estorcerti in più possibile chiedendo in trattativa cifre folli, anche doppie rispetto al richiesto inizialmente. Pizzo legale.

  7. Eforo

    Conosco molte imprese che sono a rischio default per colpa degli enti locali che non stanno pagando da mesi. E’ un grave problema.

  8. Marino

    Spesso dipende dalle procedure interne. Dirigo la biblioteca di una piccola facoltà, e quando i pagamenti venivano effettuati dalla ragioneria dell’università non solo i tempi erano biblici, ma era difficile per i fornitori capire a quali fatture si riferissero i mandati di pagamento. Inoltre la normativa ci obbligava a impegnare tutti i fondi per l’acquisto pubblicazioni a favore di un unico fornitore, che quindi aveva un potere di monopolio, e ovviamente ricaricava a man salva sui prezzi, anche per tutelarsi dai ritardi. Con l’autonomia amministrativa e contabile e la possibilità di scegliere liberamente i fornitori adesso paghiamo entro i sessanta giorni e otteniamo pure degli sconti. In realtà, l’unico motivo per cui non paghiamo immediatamente le fatture è che la banca che effettua il servizio di tesoreria prende una commissione fissa su ogni mandato a prescindere dall’importo, quindi per avvantaggiare il fornitore cerchiamo di cumulare più fatture possibili in un unico mandato. Se si potessero generalizzare i pagamenti tramite carte di credito istituzionali ci sarebbero ulteriori risparmi e certezze , ma le procedure e i software sono ancora legati al modello banca-tesoreria

  9. renato

    Qui ci vorebbe quello scatto che la situazione richede, lo stato paghi subito i suoi debiti; le banche vengano messe in condizione di non speculare nelle situazioni di insolvenza da parte delle amministrazioni pubbliche e si accertino tutte le situazioni di strozzinaggio più o meno strisciante che sta mettendo in crisi gli operatori onesti che pagano le tasse.

  10. Dario Quintavalle

    Sono perfettamente d’accordo. Il problema è in un mix micidiale di vecchie regole di Contabilità di Stato e innovazioni fasulle. Un dirigente di un ufficio pubblico, per effettuare gli acquisti, inconta i seguenti problemi: 1) conosce l’ammontare delle risorse a disposizione non all’inizio ma alla fine dell’anno; 2) deve obbligatoriamente rivolgersi al portale di e-procurement della Consip. A parte che non funziona affatto bene, e può capitare di spendere una giornata intera per fare un acquisto, tutta l’innovazione consiste nel fatto che l’ordine si fa in via telematica con la firma digitale. Per il pagamento invece valgono le vecchie procedure di contabilità di Stato, quindi manda le fatture alla ragioneria centrale, che paga quando può. Dunque i nostri fornitori, sapendo che saranno pagati in ritardo, praticano alla PA prezzi più alti. Se invece gli fosse fornita una carta di credito di servizio, con un budget prefissato, e potesse fare i suoi acquisti sul mercato libero, magari organizzandosi in gruppi d’acquisto con i suoii colleghi, potrebbe sicuramente spuntare prezzi molto migliori. Ne guadagnerebbe lo Stato e il sistema delle imprese.

  11. Pietro Lavino

    E’ un problema annoso a cui gli imprenditori italiani sembrano essere abituati eppure è diventato una regola. Tale regola impedisce una piena fiducia nello Stato in quanto è una battaglia che si combatte contro i mulini a vento e i dipendenti dell’Amministrazione Pubblica, che a riguardo potrebbero essere più efficienti, si trincerano dietro la frase "ma lo Stato pagherà, non si preoccupi, con i suoi tempi pagherà" ! E’ un’assurdità italiana, certo che lo Stato deve pagare, ci mancherebbe, ma perchè non lo fa con i dovuti tempi. E’ uno Stato che si appropria impunemente di una ricchezza degli imprenditori. Ma l’asimmetria dei diritti sta proprio in questo. Lo stato può appropriarsi di una mia ricchezza, ma nel momento in cui esige il dovuto (si spera) verso i cittadini questi devono adempiere nei tempi indicati pena, sanzioni amministrative e addirittura confisca dei beni. Ma perché il cittadino non può ottenere gli stessi diritti?

  12. luca dall' emilia

    E una catastrofe, se ne stanno rendendo conto? ho una ditta metalmeccanica con una dozzina di persone tutti in cassa… un azienda "sanissima" con un +15% fino a giugno 2008. ho chiesto un chirografico di liquidita come ammortizzatore in caso di necessità di 35.000 euro a 36 mesi (35000 non 200000 incredibile)con un tot di interessi pari a 1500 euro (in 3 anni va benissimo) . la banca mi ha prontamente aiutato appioppandomi un’assicurazione di 1000 euro nel caso le cose non andassero bene (avvisato all’ultimo di questa iniziativa fantastica, naturalmente se le cose vanno bene i 1000 euro mica te li ridanno). E letteralmente uno schifo!, per colpa di quelli che anni indietro hanno regalato soldi , mutui 100% a persone con garanzie pressoche nulle . Adesso si fa di tutt’un erba un facio. E non finisce qui….. giorni fa ho chiesto un fido di liquidità in un altro mio istituto e loro "sempre pronti perché sono un’azienda sana" mi rispondono che oltre i 6500 euro (ne avevo chiesto 10000 miseri ) diventava un po difficoltoso senza nessun "anticipo fatture".

  13. giorgio

    Sono perfettamente d’accordo nel definire "mostruoso" il ritardo con cui la Pubblica Amministrazione paga i suoi debiti commerciali. Sono anche sconcertato, e non da ora, dal fatto che questo fenomeno non sia considerato poi così importante. Fisiologico, si è sempre detto nella business community. E passi. Ma praticamente ignorato da chi sta al timone della finanza pubblica e della politica economica in questo Paese. E ciò mi sembra davvero mostruosamente più grave. Se un quarto del totale degli impieghi a breve erogati dalle banche alle imprese è dovuto a questo, chiunque ne comprende l’influenza distorsiva e permanente sulla nostra economia. Ho lavorato in una multinazionale, e ricordo i benchmarks sui tempi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni in Europa: Italia fanalino di coda, per usare un termine eufemistico, gli altri paesi tra i 10 ed i 60 giorni, misurati dalla data di prestazione/fattura e la data d’incasso. Non credo che le cose siano migliorate negli ultimi dieci anni, anzi. Ora, il fatto che siamo in una pesante fase critica dell’economia mi indurrebbe a pensare che sarebbe il momento più adatto per orientarsi, dico orientarsi, alla soluzione.

  14. giorgio

    Ed invece, chi sta al timone della finanza pubblica e della politica economica, come si orienta? Molto all’italiana, in vero. Invece di tendere, dico tendere, a ridurre i tempi di pagamento degli enti, cerca di facilitare le pratiche di cessione di credito (sburocratizza? modernizza?). Cioè, a me pare, rema furiosamente nella direzione che ha portato, porta e porterà il nostro sistema alla rovina. 5 domande: 1) Chi sta al timone declina così il +privato –stato per cui è stato eletto? 2) Se Brunetta consegue eccellenti risultati nell’efficienza della P.A., perché non li traduce in moneta sonante? 3) Le migliori intelligenze si cimentano per mettere a punto provvedimenti anticrisi e volani, segnatamente per indurre le banche a far credito: e se provassero invece a diminuirne la domanda puntando su uno Stato veloce nel pagare? 4) La P.A. al sud paga molto più in ritardo che al nord. Ciò sta fra le cause o le conseguenze dell’arretratezza economica del nostro meridione? 5) Tutti sanno che lo Stato, conscio della propria inefficienza, ammette il regime di IVA in sospensione per i propri fornitori. Estenderlo ai privati non sarà ancor peggio, sottraendo liquidità allo Stato stesso?

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