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COME SALVARE LE BANCHE *

La soluzione della crisi non passa attraverso la nazionalizzazione delle banche. Anzi, molto probabilmente sarebbe una scelta controproducente. Cosa fare allora? Lo Stato si impegni ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. Un improbabile intervento futuro con un impatto immediato. Si invertirebbero le dinamiche negative dei mercati azionari e le banche potrebbero tornare a raccogliere capitale privato. Senza costi per il contribuente.

Ecco una proposta “semplice”. Lo Stato si impegna ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. (Naturalmente, i numeri che ho citato sono solo indicativi).
Il provvedimento prefigura interventi futuri (e improbabili), ma il suo impatto immediato sarebbe enorme. In particolare, invertirebbe le dinamiche negative dei mercati azionari e permetterebbe alle banche di raccogliere capitale privato.
L’effetto più diretto sarebbe un incremento superiore al 100 per cento del prezzo delle azioni delle banche, perché l’impegno preso fissa un limite minimo sui prezzi tra cinque anni, ma il potenziale di rialzo è enorme una volta superato l’ostacolo della crisi. Acquistare azioni di queste banche sarebbe come acquistare buoni del Tesoro più una “call option” al rialzo. E il rialzo si diffonderebbe immediatamente anche ai corsi delle azioni delle attività non finanziarie. I consumatori, e in particolare i pensionati, vedrebbero ricostituita almeno in parte la loro ricchezza, le compagnie di assicurazione migliorare i loro bilanci, mentre verrebbero spazzati via i venditori allo scoperto e gli speculatori (come è stato fatto a Hong Kong nel 1997): avremmo messo le fondamenta per un circolo virtuoso.

SENZA COSTI PER IL CONTRIBUENTE

Il secondo effetto, che rafforza il primo, sarebbe la stabilizzazione del settore finanziario perché le banche ora disporrebbero delle condizioni necessarie per raccogliere capitale privato. Finora le banche non hanno cercato di farlo perché ai prezzi attuali avrebbe un effetto diluizione eccessivo. E anche i potenziali investitori non hanno interesse a investire capitali perché è grande il timore di ulteriori diluizioni, attraverso gli interventi statali o, ancor peggio, direttamente attraverso le nazionalizzazioni. Un impegno a sostenere i corsi azionari in futuro, invece della nazionalizzazione a breve termine, invertirebbe queste dinamiche negative e porterebbe a una rapida ricapitalizzazione del settore bancario.
E al contribuente quanto costerebbe tutto ciò? Probabilmente, niente. È molto improbabile che la crisi duri cinque anni, in particolare in presenza di una risposta energica della politica. Ed è probabile che cambi il valore di mercato delle azioni della maggior parte delle banche. Ho proposto di “raddoppiare i prezzi recenti” per ridurre l’effetto di shock, ma forse sarebbe meglio “quadruplicarli” e allungare il periodo a dieci anni.

DUE OBIETTIVI CHE SI POSSONO SEPARARE

I due obiettivi della proposta si possono raggiungere anche separatamente. Per esempio, se non piace l’idea di sollevare la borsa, ma interessa quella della ricapitalizzazione privata, si può modificare il meccanismo per garantire solo le nuove emissioni di azioni. Ciò permetterebbe alle banche di raccogliere capitale a prezzi ragionevoli e non a quelli odierni, di saldo, determinati dal panico. Non offrirebbe però garanzie agli attuali azionisti e quindi non produrrebbe alcun effetto boom sul mercato azionario.
Per esempio, supponiamo che dopo aver studiato i libri contabili di una banca, il governo decida che se si valutano le attività in modo corretto, invece che agli attuali prezzi di mercato, le azioni valgono cinque volte il valore di mercato di oggi, che è un dollaro. Il governo decide anche che per resistere a una catastrofe aggregata la banca ha bisogno di una ricapitalizzazione di 5 miliardi di dollari. Garantirà allora il nuovo capitale con opzioni put sufficienti a far sì che si voglia acquistare un miliardo di azioni a 5 dollari ciascuna. Ciò diluisce gli attuali azionisti, ma solo perché sono costretti a detenere una riserva di capitale per garantire l’elasticità di sistema contro la catastrofe,  non per l’emissione forzata di azioni a prezzi determinati dal panico.
È possibile anche fare il contrario: sostenere semplicemente il mercato azionario, come ha fatto con successo Hong Kong nel 1997, senza però facilitare direttamente la ricapitalizzazione. Anche in questo caso, mi sembra necessario concentrarsi sulle principali istituzioni finanziarie e non sui mercati nel loro insieme. Per (almeno) tre ragioni.
Primo, le vendite a prezzo di realizzo sono concentrate su queste istituzioni da quando sono iniziate le ipotesi di nazionalizzazione e i problemi di liquidità hanno distrutto il valore delle azioni.
Secondo, è impossibile valutare i bilanci di un gran numero di società con la necessaria velocità, è meglio allora concentrarsi su quelle che hanno l’effetto sistemico più importante e procedere rapidamente.
Terzo, il debito pubblico va tenuto sotto controllo: concentrarsi sulle maggiori istituzioni finanziarie  consentirà probabilmente di mantenere l’ipotetica passività pubblica sotto i 500 miliardi di dollari.
In ogni caso, l’ammontare complessivo dipende da quanto capitale è necessario a una banca per sopravvivere alla peggior catastrofe e da quale sarà il valore atteso delle sue azioni, una volta ricapitalizzata adeguatamente la banca.

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IL CONTRASTO ALL’EVASIONE? SINTETICO

  1. franco benofi gambarova

    Trovo l’idea esposta nell’articolo, estremamente intelligente. Magari gli acquisti potrebbero essere pianificati a due, tre, quattro, cinque anni, con coefficienti diversi da applicare ai prezzi. Io penso, però, che debba essere stimolato l’investimento in borsa, a favore di tutte le società quotate. E questo si potrebbe realizzare sospendendo per cinque anni l’applicazione della legge sui capital gains, se non anche dei dividendi. Non applicare la legge sui capital gains per cinque anni è praticamente a costo zero, perchè non vedo generarsi plusvalenze da tassare, per un lungo periodo. Lascerei per contro in vigore la legge, con riferimento alle obbligazioni e ai titoli di stato. Investire in azioni significa essere imprenditori "pro-rata" e contribuire allo sviluppo, investire in titoli di stato significa essere "rentier". E questo metterebbe anche gli investitori al riparo da quella che ritengo essere inevitabile "inflazione da stampa di carta moneta".

  2. guidoz

    Santa polenta! Dire che regalare agli azionisti delle banche due opzioni PUT a cinque anni parecchio In-The-Money sia "senza costi per il contribuente" è un delirio: e il rischio che si corre nel frattempo? Viene pudicamentete definito "improbabile" ma ben ci si guarda dal quantificarlo. Sarebbe invece interessante conoscere una stima, magari impiegando e anche forzando gli usuali metodi di valutazione. Invito gli esperti a farlo. L’enormità dell’importo, e la sua elevata incertezza sotto molti punti di vista, definiscono questa proposta come derivato tossico per eccellenza. La lunghezza (5/10 anni) poi ricorda molto lo scopo secondario della finanza derivata delle amministrazioni locali italiane: passare a "chi ci sarà" la patata bollente. E poi dicono che siamo arretrati!

  3. Giuseppe Caffo

    Complimenti! Finalmente un’idea innovativa che non segue linee guida formulate nel secolo scorso. Mi permetto di aggiungere che l’auspicato impatto immediato si potrebbe ottenere solo a patto di enunciare regole molto chiare e semplici facilmente comprensibili da tutti.

  4. dvd

    Non credo che sia la cosa migliore da fare in questo momento, in fondo il corse delle azioni bancarie rigurdano per lo più le persone che oggi sono meno ricche di ieri ma alla fine pochi. Credo che invece occorra e subito dare stabilità al mercato reale e per farlo bisogna ridare reddito alla gente che spende perchè costretta a farlo (reddito medio – medio/basso e basso). Per cui vedrei meglio l’ingresso dello stato eventualmente nelle aziende produttrici di beni e non di carta/finanza. In alternativa vedo meglio la detassazione delle imprese come per altro fatto per diversi anni per le nostre zone del meridione. Ritengo che il problema bancario è ancora una volta speculativo al ribasso. Non è reale avere oggi quei prezzi per istituti non troppo diversi da quello che erano 5 anni fa per cui tentare di sorreggerli a tutti i costi per me è solo uno spendere male il denaro pubblico. Allora vedo meglio l’acquisto sul mercato con soldi pubblici dei titoli delle banche, ma senza arrivare ad averne il controllo in modo da portare dentro alle stanze del potere persone non di partito o di governo, ma tecnici del settore.

  5. Filippo Biscarini

    L’idea mi sembra attraente, un classico uovo di Colombo. Ho però un dubbio. L’impegno del governo sarebbe mirato a restituire fiducia agli investitori privati ponendo un prezzo minimo garantito alle azioni (seppur differito nel tempo). Però questo non sconguira il pericolo di fallimento della banca, nel qual caso l’investitore perderebbe tutto, perché lo Stato non potrà ricomprare un’azienda che non esiste più. O sbaglio?

  6. Agostino

    Perseverando la mi ostinata ostilità all’intervento pubblico per risolvere la crisi sono perfettamente contrario ai movimenti finanziari denominati "Tremonti Bond". Alle banche sì, viene dato del denaro da potere prestare alle imprese, ma a "a caro prezzo". A sua volta le banche presteranno tale denaro alle imprese ma "a caro prezzo". Nulla di più negativo in questo momento molto difficile. La scelta potrebbe non risolvere nulla e non portare nulla di buono allo Stato. Stato che a sua volta garatisce i "bond" e nello stesso tempo hai già un’esposizione enorme con il debito pubblico anch’esso ora in forte aumento. Se lo Stato non fosse più in grado di pagare il proprio debito va in default e con questo si annullerebbero le coperture ai "Tremonti Bond" che si potrebbero trasformare in "titoli tossici".

  7. Libero

    Se con l’Euribor all’1,85 i mutui costano (circa) il 5%, quando dovranno costare quelli fatti con i tremonti bond all’8%? e gli "aiuti" alle PMI? Quando il debitore accetta tassi fuori mercato vuol dire che è messo molto male… Per non parlare che il Tesoro raccoglie (con i bot) al 2% e impiega al 8%: l’unico che ci guadagna è il tesoro, IL 400%… Solo SCALFARI sull’editoriale di oggi (1.3.2009) ne parla per il resto silenzio. Non mi piace…

  8. gianmario tondato

    Mi pare un approccio molto pragmatico e semplice. Sicuramente la linearità è finora mancata nella gestione di questa crisi. Non sono un economista, ma come risparmiatore e investitore nel mercato azionario mi pare convincente.

  9. Michele Orlandini

    Difficile essere in disaccordo con l’autore. Tuttavia la ricetta proposta sarebbe sicuramente efficace solo se accompagnata da un ‘opera di regolamentazione, controllo e vigilanza veramente pedissequa, svolta nell’interesse generale. Solo regole chiare, ispirate da una etica diversa da quella finoggi utilizzata, possono evitare che anche l’inversione del circolo vizioso messo in opera possa di nuovo degenerare in dinamiche negative. Serve, in breve, una classe politica e manageriale che non distrugga la semplicità disarmante e l’efficacia della soluzione proposta.

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