Uno sguardo agli ultimi dieci anni mostra che l’esperienza dell’Italia nell’Unione monetaria non è stata univoca. L’euro è spesso utilizzato come capro espiatorio per spiegare l’andamento non soddisfacente dell’economia italiana, ma una valutazione complessiva di come sarebbero andate le cose con l’Italia fuori dell’euro, molto probabilmente porterebbe a concludere che i benefici correlati all’Unione monetaria, in termini di un ambiente macroeconomico e finanziario stabile, superano di gran lunga i costi della perdita dell’autonomia di politica monetaria. Gli scarsi risultati economici dell’Italia derivano da politiche economiche non appropriate a livello nazionale, che non hanno saputo cogliere appieno le opportunità offerte dalla partecipazione all’Unione monetaria.

IL PROBLEMA DELLA PRODUTTIVITÀ

È opinione condivisa che il problema principale dell’economia italiana nello scorso decennio sia stato il notevole e protratto differenziale di crescita potenziale rispetto agli altri paesi dell’area euro, nell’ordine di 0,75 punti percentuali all’anno, ovvero appena sopra l’1,25 per cento dell’Italia contro il 2 per cento dell’area euro. La diagnosi per questa malattia è ancora in gran parte simile a quella raggiunta in un’analisi dell’economia italiana pubblicata dalla Commissione europea nel 1999. Solo rispetto a una delle specifiche debolezze emerse all’epoca si sono registrati notevoli progressi: l’incapacità dell’Italia di sfruttare appieno il suo potenziale di lavoro. Anche se la crescita del paese può essere stata insoddisfacente, risultati decisamente migliori si sono ottenuti in termini di creazione di posti di lavoro, grazie tra l’altro alle riforme che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, in particolare per ciò che riguarda le nuove assunzioni.
Sfortunatamente, il rovescio della medaglia è stato un significativo rallentamento della produttività, con una crescita della produzione oraria scesa dall’1,5 per cento annuo in media nel periodo 1992-98 ad appena lo 0,5 per cento nel periodo 1999-2008. Il positivo andamento dell’occupazione potrebbe essere all’origine del rallentamento della produttività del lavoro, almeno nel breve periodo. Tuttavia, l’evidenza empirica dimostra che il principale colpevole è stato l’acuto e prolungato rallentamento della crescita della produttività totale dei fattori (Tfp).
Si tratta di una componente della crescita economica generalmente associata a un utilizzo più produttivo dei fattori di produzione, ottenuto riallocando risorse verso settori e attività ad alta crescita e assorbendone ogni debolezza, sfruttando meglio le economie di scala e innovando di più. Difficilmente il rallentamento della produttività dei fattori in Italia può essere attribuito alla moneta unica: al contrario, avrebbe dovuto contribuire a rilanciarla, imponendo mercati meglio funzionanti e una più forte competizione. Al massimo, si può sostenere che il nuovo ambiente indotto dall’euro ha portato alla luce le debolezze strutturali che stanno alla base del fenomeno. (…)
Il brusco calo dei premi per il rischio innescati dalla partecipazione all’area euro, del quale l’Italia ha beneficiato in misura maggiore della media dei paesi dell’area, ha agito come un temporaneo shock positivo sul lato della domanda. Sul lato dell’offerta, la decelerazione della Tfp è stata compensata dalla più elevata accumulazione di lavoro, lasciando la crescita potenziale sostanzialmente immutata. L’Italia ha registrato anche una sostenuta perdita di competitività sul piano delle esportazioni, dovuta alla repentina decelerazione della produttività e al rapido aumento della concorrenza dei paesi esportatori a bassi salari. Sebbene quest’ultimo sia in linea di principio uno shock che ha interessato tutta l’area euro, ha avuto un effetto decisamente asimmetrico sull’economia italiana, a causa della particolare specializzazione commerciale del nostro paese. La perdita di competitività esterna si è trasformata in un contributo negativo delle esportazioni nette alla crescita, accentuando così il divario di crescita con gli altri paesi dell’area euro. (…)

LE OCCASIONI MANCATE DELLA FINANZA PUBBLICA

Quanto alle finanze pubbliche, la storia dei primi dieci anni dell’Italia con l’euro è sostanzialmente una storia di occasioni mancate. Nel periodo di rincorsa all’euro, è stato realizzato un imponente consolidamento fiscale e sono state varate importanti riforme che miravano a contenere il debito pensionistico, in modo da garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche nel lungo periodo. Ma una volta esaurita la “carota” della partecipazione all’area euro, si è fatto fatica a proseguire nel consolidamento. Così il “dividendo” dell’euro in termini di minore spesa per interessi non è stato utilizzato per creare e mantenere una situazione di bilancio propedeutica a finanze pubbliche solide. Né il periodo di crescita sostenuta degli anni intorno al volgere del secolo è stato utilizzato per realizzare un aggiustamento strutturale anticiclico del bilancio. E poiché la crescita potenziale non è aumentata come previsto dal governo, il deficit è tornato a crescere e ha superato il tetto del 3 per cento imposto dal Trattato già nel 2001. È stato poi riportato entro i limiti nel 2006-2007 solo grazie a un aggiustamento essenzialmente basato sulle entrate, attuato sotto il “bastone” della procedura per disavanzo eccessivo.

RIFORME STRUTTURALI

La rincorsa all’euro è stata caratterizzata da passi significativi verso la riforma del mercato del lavoro, la liberalizzazione di settori protetti, la privatizzazione delle aziende di Stato e la rimozione dell’eccesso di regolamentazione. Nel mercato del lavoro, il processo di riforma è iniziato con l’accordo del luglio 1993 sulla politica dei redditi, che ha contribuito efficacemente alla moderazione salariale e alla riduzione strutturale dell’inflazione in Italia. Dal 1997 sono state avviate altre riforme che mirano alla flessibilità dei contratti di lavoro dei nuovi assunti, riducendo così significativamente i costi al margine dell’assunzione e del licenziamento. Risultati molto importanti sono stati raggiunti nella riduzione del ruolo diretto dello Stato nell’economia e la riforma delle norme sulla governance societaria è stata un deciso passo avanti nella modernizzazione e nella liberalizzazione del sistema economico. Nel periodo successivo all’adozione dell’euro, tuttavia, la spinta verso le riforme strutturali è diminuita, probabilmente anche perché il “bonus della convergenza monetaria” rappresentato dal calo del premio per il rischio ha ridotto l’urgenza dell’aggiustamento. Con due importanti eccezioni: il mercato del lavoro, nel quale il processo di riforma è stato portato avanti con la cosiddetta legge Biagi, e il settore finanziario, dove la Banca d’Italia ha promosso serie riforme della regolamentazione che hanno prodotto una maggiore contendibilità nel sistema. In altri settori, molte riforme si sono fermate allo stadio iniziale, per esempio la riforma della pubblica amministrazione, oppure si è seguito un approccio frammentario e non complessivo, come nel processo di liberalizzazione dei mercati dei servizi e dei prodotti nel 2006-07. Quanto alla sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche, il risultato della riforma non è stato univoco: per esempio, nel processo di riforma del sistema pensionistico si è registrato qualche passo indietro.

* Il testo è un estratto del libro di Marco Buti Italy in Emu: The Challenges of Adjustment and Growth, 2009, Palgrave MacMillan, riprodotto per gentile concessione di Palgrave MacMillan – www.palgrave.com.

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