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LA DISCARICA CHE SI CHIAMA BAD BANK

Torna di moda l’idea originaria del piano Paulson: far acquistare dallo Stato i titoli tossici detenuti dalle banche. Senz’altro può aiutare il sistema bancario a ripulire ulteriormente i bilanci e a ritornare più rapidamente alla normalità. Ma la realtà dei titoli tossici è molto complessa ed è evidente il pericolo di attribuire al pubblico compratore una enorme discrezionalità, con effetti distorsivi sui meccanismi di trasparenza dei salvataggi. Servono criteri chiari per definire bene i confini tra Stato proprietario e Stato regolatore.

Anche le crisi hanno le loro mode. Quando l’allora ministro del Tesoro americano Paulson presentò il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari l’idea era quella di comprare dalle banche i titoli “tossici” in modo che queste, liberate dalla zavorra, potessero ricominciare a fare credito o almeno smetterla di guardarsi l’un l’altra con enorme diffidenza e riportare a una situazione di normalità il mercato interbancario. Il piano, al centro di feroci polemiche, prese, però, una strada completamente diversa adattandosi all’ispirazione dei cugini inglesi, che invece avevano scelto di comprarsi non i titoli, ma direttamente le azioni delle banche. E in effetti la moda “Gordon Brown” ha avuto indubbio successo, cambiando completamente gli assetti del sistema bancario, ora saldamente ancorato alla mano pubblica.
Probabilmente se Paulson fosse ancora ministro potrebbe togliersi più di un sassolino dalle scarpe perché la sua idea, allora tanto criticata e bistrattata, è improvvisamente tornata al centro dell’attenzione con il nuovo marchio bad bank

SALVATAGGI E PRESTITI

Il ritorno di fiamma si deve anche al fatto che le speranze riposte nelle massicce iniezioni di capitale fresco nelle banche sono andate in parte deluse, ma più che speranze erano illusioni. La ricapitalizzatone pubblica non può mettere immediatamente il turbo ai prestiti alle imprese, ma serve alle banche per ritrovare il loro equilibrio e tornare al loro antico mestiere, il cui abbandono non a caso è all’origine della crisi dei subprime e di tutte le nostre attuali sofferenze: valutare il merito di credito. Ed è inevitabile che, in un periodo di grande fragilità dei mercati e degli intermediari, i criteri di selezione dei prenditori siano più severi. Questa è la cruda verità che i politici fanno fatica a trasmettere ai contribuenti alquanto arrabbiati per il fiume di denaro pubblico destinato alle banche. Per salvare il sistema, si devono certo introdurre adeguati strumenti di governance, vincoli prudenziali e severe regole a presidio della correttezza dell’attività creditizia, ma non si può pretendere di imporre una sorta di “obbligo al credito”, altrimenti si rischia, fra qualche anno, di ritrovarci tutti quanti a dire che la lezione della crisi del 2008 non è servita a niente.
La bad bank sicuramente può aiutare le banche a ripulire ulteriormente i bilanci e quindi a ritrovare più rapidamente la strada per un ritorno alla normalità, ma anche in questo caso occorre tenere i piedi per terra ed evitare facili e illusori messaggi nei confronti di chi (ancora i poveri taxpayers) deve tirare fuori i soldi.

I PERICOLI DELLA BAD BANK

Già la prima versione del piano Paulson aveva incontrato molti ostacoli. Non è ben chiaro cosa la bad bank debba comprare, la realtà dei titoli tossici è infatti molto complessa e non facilmente definibile, e soprattutto non è affatto chiaro a quanto debba comprare: la valutazione dei titoli tossici è un autentico puzzle che finora anche i più fervidi sostenitori di questa ipotesi non sono riusciti a comporre. In questo regime di incertezza è evidente il pericolo di attribuire al pubblico compratore una enorme discrezionalità con effetti distorsivi sui necessari meccanismi di trasparenza dei salvataggi, e non è un caso che le prime verifiche parlamentari sull’esecuzione del piano statunitense Tarp abbiano messo il dito nella piaga dicendo a chiare lettere che il Department of Treasury non può utilizzare i soldi dei contribuenti a suo piacimento. Tutti adesso seguono con ansia le scelte del nuovo ministro Geithnerper il rafforzamento del piano, pochi si sono accorti del fatto che il suo primo impegno è garantire quella trasparenza e accountability che ancora manca e che sta suscitando non pochi e giustificati malumori. (1) 
C’è poi l’obiezione “etica” di fondo, ripresa da un recente intervento di Luigi Zingales: perché il già bastonato taxpayer deve nuovamente metter mano al portafoglio facendo un favore agli azionisti delle banche? (2) Ed è obiezione sensata, anche perché la collettività non ha niente da guadagnare da una gigantesca trasformazione di debito privato in debito pubblico, che potrà essere certo recuperato, ma non si sa come e in quali tempi.
Zingales propone che siano le banche stesse a farsi la loro bad bank, ma anche in questo caso sarebbe comunque necessaria una attenta disciplina su cosa si possa mettere nella spazzatura e con quali metodi. Inoltre, una simile operazione, visto che i titoli tossici sono ormai dappertutto, per essere efficace dovrebbe coinvolgere tutti i mercati, e quindi presupporre un coordinamento internazionale difficilmente attuabile in tempi brevi.

I VESTITI DELLO STATO

Insomma, la bad bank è un terreno sul quale avventurarsi con attenzione e prudenza e comunque poco adatto ai messaggi a effetto tanto cari, in questo periodo, ai politici. Piuttosto, la politica dovrebbe occuparsi di risolvere il vero, spinoso problema, che sta dietro a tutte queste ipotesi, talmente spinoso che nessuno ne parla. Lo Stato che entra nel capitale delle banche, o che si compra parte delle loro attività, deve ora convivere con lo Stato che detta le regole e non è facile cambiarsi rapidamente il vestito, la tentazione è quella di usare sempre lo stesso abito. Detto fuori di metafora, c’è bisogno di criteri chiari che definiscano bene i confini tra il proprietario e il regolatore, perché solo così si possono realizzare interventi, indubbiamente dolorosi per la collettività, che abbiano tempi certi, garanzie di trasparenza e di tutela del mercato e degli interessi pubblici. In queste condizioni di eccezionalità è un equilibrio difficile da raggiungere, ma necessario: usando un paradosso potremmo dire che gli stati oltre alle banche devono regolamentare bene se stessi. Ci riusciranno?

(1) “To Increase Transparency in Financial Stabilty Program”, sul sito www.ustreas.gov/press/realease

(1) Luigi Zingales, “Yes we can, Mr. Geithner”, sul sito www. vox.eu.org

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IL COMMENTO ALL’ARTICOLO DI BOERI E BRUGIAVINI*

  1. Diego Valiante

    Gentile Prof. Vella, scopro subito le carte e dico che l’idea della bad bank come per molti, mesi fa, era una scelta sbagliata, rimane per me tale ancora oggi. I forti ribassi sui titoli azionari, le quasi nazionalizzazioni e i fallimenti hanno, a mio avviso, già scontato le perdite derivanti da questi titoli tossici. Siamo sicuri che l’incertezza sul mercato del credito sia dovuta alla diffidenza sul reale peso dei titoli tossici nelle banche? Non è più ragionevole pensare che questa diffidenza, avendo il mercato già scontato largamente il valore di quei titoli (siamo a livelli di capitalizzazione per le banche di fine 2001), possa derivare sull’incertezza legata all’outlook economico negativo delle nostre economie? L’esposizione delle più grandi banche del mondo verso i grandi gruppi industriali che iniziano a soffrire la recessione non ciclica ma sistemica in atto è talmente importante che a sua volta le banche diffidano della solvibilità di questi gruppi (che hanno ottenuto enormi risorse dalle banche negli ultimi anni). Non rischiamo con la bad bank di mettere le poche risorse di cui disponiamo nel posto sbagliato? Non dovremmo investire strutturalmente sull’economia reale?

  2. sigieri

    Ho l’impressione che fino a quando non si metterà mano ad un nuovo organico e stringente pacchetto di regole di funzionamento dei mercati finanziari e degli operatori ogni azione di intervento da parte dello stato sia destinato a produrre risultati insoddisfacenti;con difficoltà i contribuenti potranno accettare operazioni di ingegneria finanziaria il cui costo graverà sul loro portafoglio.Accountability, criteri di valutazione del rischio a livello sistemico, istituzionale e particolare, limitazione del livello consentito di leverage, ecc sono aspetti fondamentali della nuova regolamentazione.

  3. raffaele principe

    Indubbiamente l’autore pone, come si suol dire, il dito nella piaga. E a proposito di Bad Bank ne abbiamo avuto un anticipo in Italia con la vicenda Alitalia e la costituzione della Bad Company. Se è quella la strada non c’è da stare allegri, e dato che sono "loro" a dettare lo spartito e bene stare in campana. Se la costituzione delle Bad Bank non è seguita da nuove e serie regole sul controllo dei mercati finanziari, se non si chiudono i paradisi fiscali e se non si aprono le opportune inchieste per capire l’origine dei titoli tossici e non si congelano i beni finanziari, almeno, dei top manager che con questi giochetti si sono spartiti centinaia per non dire migliaia di miliardi di dollari, allora è meglio che "la storia" faccia il suo corso.

  4. vincesc

    Il nostro Governo non avrà problemi a mettere in pratica queste idee, con tutta l’esperienza accumulata nella gestione di discariche a Napoli e discariche Alitalia.

  5. andrea

    Sarò lapidario e semplificatore ma è chiaro che qualunque intervento "eccezionale" e’ distorsivo della concorrenza per definizione. Se lasciamo che qualcuno non paghi anche se responsabile di un incauto dissesto, avremo certamente spostato solo in avanti nel tempo il problema. Si impara solo dall’esperienza.. se lasciamo ognuno al suo destino, alcune banche falliranno e nuove banche, più avvedute (ci saranno, no?), ne prenderanno il posto. E’ la legge del mercato.. no? e che la Banca d’Italia si metta a fare lei direttamente il credito alle imprese, almeno in questa fase di ripulitura del panorama finanziario. avevano cominciato bene con Lehman ma non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo.. e cosi’ il taxpayer finanzierà questi salvataggi anche se non vuole ( e nessuno potra’ sapere come sarebbe andata se avessero lasciato agli incauti di assumersi le loro responsabilità per davvero..) almeno non dicessero che lo fanno per il nostro bene di cittadini. sa tanto di excusatio non petita!

  6. Francesco Mendini

    Da non tecnico non mi è chiaro un aspetto del funzionamento di un’ipotesi come quella della bad bank. In particolare: quali potrebbero essere i parametri per definire il prezzo di cessione dei titoli "tossici", che presumibilmente hanno un valore di mercato molto basso se non nullo? Ciò mi pare che si ripercuota sui costi, per lo Stato, di una manovra del genere. Nel caso, invece, si decidesse di stanziare una data somma, questa potrebbe anche non essere sufficiente a coprire tutti i titoli pericolosi e la manovra potrebbe, quindi, non raggiungere lo scopo.

  7. Luciano

    Come esistono bad banks per ripulire il sistema dai prestiti in sofferenza, così possono esistere bad banks per ripulire dai titoli tossici detenuti dal sistema.

  8. Francesco Liucci

    Almeno per l’Europa si potrebbe creare un sistema di vigilanza bancaria comunitario facente capo ad un organo con piena indipendenza politica a fianco o all’interno delle funzioni già espletate dalla Bce.

  9. Fabio

    Ogni banca si faccia la sua bad bank come dice zingales. Lo stato sottoscriva subordinato a condizione "di favore" nella good bank che rimane dopo la scissione.

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