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PERCHÉ MANSUR NON HA COMPRATO UNA SQUADRA ITALIANA

Ha offerto una cifra astronomica per il milanista Kakà. Ma allo sceicco costerebbe di meno acquistare un’intera squadra italiana. Non lo fa perché l’industria del calcio riproduce gli stessi fattori che allontano gli investitori esteri dalle aziende italiane. Ci sono le tifoserie organizzate che esigono una sorta di pizzo. Le normative sono complesse, inapplicate o comunque arbitrarie, esponendo gli stranieri a rischi difficilmente ponderabili. Abbondano leggi ad hoc e sanatorie per chi viola le regole. E poi c’è l’endemico conflitto di interessi del nostro paese.

Kakà resta al Milan! I tifosi milanisti (tra cui uno di noi) sono felicissimi perché si aspettavano che Kakà e il Milan non resistessero di fronte ai 110 milioni di euro che lo sceicco Mansur Bin Zayed aveva offerto al Milan e i 15 milioni l’anno promessi all’asso brasiliano. Lo sceicco si è consolato, si fa per dire, comprando Bellamy dal West Ham e si consolerà con altre offerte tra gennaio e l’estate. Ma c’è una domanda che nessuno sembra essersi posto: perché lo sceicco Mansur, invece di comprare un solo giocatore in Italia, non acquista un’intera squadra italiana? Gli costerebbe molto di meno e sarebbe una squadra in gran parte già fatta, cui apportare solo alcuni ritocchi per essere ben più competitiva del Manchester City. Per fare un esempio, la capitalizzazione di borsa della Juventus è di 170 milioni, quella della Roma di 85 milioni mentre la Lazio capitalizza solo 27 milioni. Le altre squadre non sono quotate in Borsa, ma il loro valore di mercato (in Italia coincide quasi solo con il parco giocatori) è probabilmente ancora più basso. Lo sceicco potrebbe fare shopping alla grande in Italia, di squadre prima ancora di giocatori, se solo lo volesse. Per la gioia di molti tifosi (uno di noi gli suggerisce caldamente l’acquisto del grande Toro).
Perché allora non lo fa? Ci sono due ragioni per le quali si acquista una società di calcio.

I RICAVI DELLE SQUADRE DI CALCIO IN ITALIA: UN TERNO AL LOTTO

La prima è quello più ovvia: per fare soldi. E’ vero, come ci ricordava un recente articolo del Corriere della Sera che alcune società inglesi non se la passano bene. La più prestigiosa, la squadra campione del mondo in carica, il Manchester United ha un indebitamento di 770 milioni di euro. Inoltre fronteggia la prospettiva di perdere il suo sponsor, la compagnia assicurativa AIG travolta dalla recente crisi finanziaria. Ancor peggio è messo il Chelsea, con un debito di 935 milioni di euro e un proprietario, Abramovich, che sembra essersi stancato di investire nel calcio. Anche Liverpool, Newcastle e il West Ham allenato da Zola sono in grave crisi. Ma se le squadre inglesi fanno scarsi guadagni, quelle  italiane sono messe anche peggio. Per tante ragioni. L’ad del Milan Adriano Galliani ricorda spesso il regime fiscale che in Italia rende il “costo del lavoro” (gli ingaggi delle superstar) più elevato che nel resto d’Europa. Ma questo non è l’unico fattore di svantaggio competitivo. Di fronte a ingaggi fissati sul mercato internazionale, il calcio italiano ha debolezze nazionali sul lato dei ricavi. Gran parte delle entrate dei club viene dai diritti televisivi. In Italia le squadre di calcio ormai vivono solo di questi. Le loro fortune dipendono da trattative complesse, dall’esito molto incerto. Questo espone la proprietà a rischi più forti che altrove. In Inghilterra c’è molta più diversificazione nelle entrate: biglietti dello stadio, merchandising, sponsor e gestione degli stadi garantiscono fino al 70 per cento delle entrate. In Italia, stadi vecchi e poco ospitali scoraggiano la presenza di spettatori, specie durante i mesi invernali. Gli stadi non sono di proprietà dei club (solo la Juve si sta costruendo il suo) e ciò impedisce di ottenere ricavi derivanti dalla visita dell’impianto: al Bernabeu, per esempio, si fa la coda per visitarlo ogni giorno dell’anno. Il merchandising ha un valore ridotto dalla massiccia presenza di gadget “taroccati”, come accade del resto per la maggiore parte dei capi di abbigliamento di marca in Italia. In più, le squadre di calcio italiane sono spesso ostaggio della cosiddetta tifoseria organizzata, talvolta vere e proprie associazioni a delinquere che minacciano con le loro violenze di causare danni irreparabili ai patrimoni delle società. La timidezza con cui i presidenti delle squadre ricattate reagiscono alle violenze degli ultras, il fatto che ogni ministro degli Interni di turno faccia la voce grossa, ma le normative contro la violenza negli stadi siano ancora largamente inapplicate, garantendo un regime di impunità a ben identificabili bande di criminali, sono la dimostrazione evidente di questa malattia endemica del calcio italiano. Anche altrove ci sono i violenti, gli hooligans. Ma da noi la violenza è meno individuale; è organizzata per il conseguimento di fini economici, come la vendita dei biglietti omaggio e di oggetti di merchandising.
Per anni, le squadre si sono barcamenate scambiandosi calciatori e iscrivendoli a bilancio con valutazioni nettamente superiori a quelle del mercato per realizzare plusvalenze, portando in nero bilanci effettivamente in rosso e lasciando poi in eredità ammortamenti (dunque costi di esercizio) elevati. Decreti come il salvacalcio, varato sotto il precedente governo di un presidente di squadra di calcio, offrivano poi alle società la possibilità di svalutare il patrimonio calciatori, riducendo in questo modo gli ammortamenti, senza essere costrette a ricapitalizzare o fallire.
Insomma, in tutta la sua specificità, l’industria del calcio riproduce gli stessi fattori che allontano gliinvestitori esteri dalle aziende italiane. Le tifoserie organizzate non saranno come la mafia, la camorra o la ndrangheta, ma anche loro, in qualche modo, esigono un pizzo. I diritti di proprietà non sono difesi in modo efficace. Si fanno leggi ad hoc e abbondano le sanatorie per chi viola le regole.

I RITORNI DI IMMAGINE

Quindi in Italia non si compra una squadra di calcio per ottenerne direttamente profitti. Nella maggior parte dei casi, le squadre di calcio sono comprate per una seconda ragione, cioè per beneficiare di ritorni di immagine, connessioni e influenza politica. La Juventus è appartenuta da sempre al gruppo controllato dalla famiglia Agnelli. Il Milan appartiene a un impero mediatico come quello controllato dalla famiglia Berlusconi. Il Torino è controllato da un gruppo editoriale relativamente piccolo, quello di Cairo. Il Napoli è di proprietà di un gruppo che opera nel settore dei media, quello del presidente De Laurentis. Poi ci sono i petrolieri, come Moratti, Sensi, Garrone, la cui attività è molto influenzata da decisioni politiche come le norme sulla protezione ambientale, le accise sulla benzina e le varie Robin e Gheddafi tax. E non dimentichiamo che anche i due gruppi al centro degli scandali finanziari di qualche anno fa, Parmalat e Cirio, avevano due squadre di calcio. A prima vista si potrebbe pensare che questi benefici privati siano di scarsa rilevanza. Ma quanto ha influito il fatto che Tanzi e Cragnotti fossero proprietari di Parma e Lazio nelle decisioni di finanziamento delle banche verso questi gruppi? E che impatto ha il fatto che la famiglia Sensi possieda la Roma nella gestione del rientro del debito verso Unicredit?
Un’altra semplice prova del fatto che i benefici privati non sono trascurabili sta nel fatto che il presidente Berlusconi non ha certo pensato di dare ascolto ai tifosi che gli suggerivano di vendere il Milan e non Kakà. Probabilmente Berlusconi si aspetta un danno di immagine più forte se dovesse vendere la sua squadra a uno sceicco, soprattutto dopo aver difeso a spada tratta l’italianità di Alitalia. E ieri sera ha trovato il tempo per collegarsi personalmente con il Processo di Biscardi, Sky Sport 24 e Sport Mediaset Premium, e forse con altre emittenti, per dare al popolo milanista la buona novella relativa alla permanenza di Kakà. L’annuncio della possibile cessione era stato invece delegato al fido Galliani che si è beccato le contestazioni dello stadio.
Ma questi benefici privati sono rilevanti soprattutto per operatori economici che già operano in Italia, che hanno rapporti con la politica italiana o con i gruppi bancari italiani. Per lo sceicco Mansur sono del tutto irrilevanti. Ecco perché preferisce investire i suoi soldi nella Premier League. Come gli americani che hanno già investito nel Manchester United e nel Liverpool. Invece a Roma stanno ancora ridendo dell’americano Joe Tacopina che di soldi ne aveva pochi, ma di confusione ne ha fatta tanta.

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18 commenti

  1. Giovanni

    Bell’articolo. In effetti nessuno ha parlato di questo tema. Un breve cenno al ruolo di Berlusconi: voleva vendere, era chiaro a tutti, però è riuscito da gran pubblicitario qual è, a passare per il salvatore della patri milanista! E i tifosi lo ringraziano pure… E’ vero, il calcio italiano, come molti altri settori, vive di una serie di connivenze, interessi locali, politica locale che lo rendono impermeabile (diciamo così!) a investimenti stranieri, che invece lo renderebbero più affascinante. In questo il calcio è una buona spia della mentalità del nostro paese. Per lo meno una buona notizia, Kakà resta! Abbiamo evitato un ulteriore danno di immagine, solo sportivo, ma pur sempre un danno.

  2. Giambattista Rossi

    Un libro molto interessante scritto dal professor Stephen Morrow, People’s game, analizzando 4 case studies in 4 nazioni differenti sulla corporate governance nel calcio. Esattamente, quel libro trova corrispondenze ben delineate tra forme di corporate governance calcistiche vigenti nei paesi analizzati e forme di mercato predominanti in nei mercati calcistici stessi. Il calcio inglese è un calcio determinato dal mercato economico e questa è la relazione che porta gli investitori stranieri ad acquisire squadre inglesi, speacialmente i tycoons americani. In Italia, le esternalita’ negative da parte di fattori socio-politici evitano di poter applicare politiche finanziare ed economiche virtuose a livello calcistico, dalla costruzione di un semplice stadio nuovo e moderno ad una organizzazione centralizzata della lega sulla vendita dei diritti di immagine e tv della Serie A. Tutto ciò porta a comprendere parzialmente e semplicemente il perché Mansur o chi per esso preferisse comprare un giocatore in Italia al posto di una squadra.

  3. Luigi Serra

    Il sollievo (per noi milanisti doc) si mescola all’irritazione (per come è stata gestita l’operazione, ed inizialmente per come è stata “venduta” all’opinione pubblica). Al di là degli aspetti economici, la cessione di Kakà non avrebbe finanziato alcuna “rinascita” della squadra, perchè quella passa attraverso acquisti mirati di giovani di sicure speranze, a costi relativamente abbordabili, e un paziente lavoro di tessitura. La cessione avrebbe risanato semmai un bilancio su cui non c’è molta chiarezza, e abbassato drasticamente il monte ingaggi, per il quale l’unica soluzione rimane una decisione “sovranazionale” di salary cap, sul modello della NBA, meglio se con un manager alla Stern a gestirla. Si sa, qui siamo in Italia. Dove gli eroi sono i Lotito (che ottengono il più sconcertante spalmadebiti dal fisco), i Tanzi+Cragnotti (finchè comprano), i Moratti (che fine ha fatto l’indagine sul collocamento SARAS e le sue implicazioni col bilancio Inter?) e, perchè no, i Galliani (che si immolano volentieri, col sorriso sulle labbra, di fronte alla pubblica opinione).

  4. creonte

    …si sentirebbero "venduti" se il proprietario fosse uno straniero. Si dice calcio italiano e si presuppone lo siano i loro proprietari. Il calcio non è come lo yogurt, non possono esistere "multinazionali" del calcio. tra l’altro la "triade a strisce del nord" rappresentano non sono tre magliette, ma il oro proprietari sono essi stessi simbolo della squadra, loro identità. Inoltre una squadra di calcio non si prende per far quattrini, ma per ottenere visibilità e fa da vero "marketing" della persona proprietaria. Se manca una buona pubblicità, è inutile allora investire. La Gran Bretagna è più multiculturale, se un non italiano comprasse sarebbe una mosca bianca. ultimo "dettaglio": deve parlare la lingua italiana. I magnati di certo se la cavano solo con l’inglese.

  5. Gianluca Grossi

    L’analisi del fenomeno delle tifoserie organizzate sembra un tantino semplicistico. Mi risulta difficile da credere che queste possano costituire un qualsiasi tipo di ostacolo ad un investimento nel calcio italiano. La situazione in Francia, Spagna, Grecia, Turchia, Germania, Romania, Repubblica Ceca etc. etc. non sembra affatto migliore.

  6. Alessandro Malchiodi

    Nulla da eccepire sull’analisi del sistema economico del calcio in Italia. Né sull’analisi della gestione mediatica della vicenda Kaka’ da parte del Milan (a Galliani gli insulti, a Berlusconi i plausi in diretta tv, che show). Ma preferisco che Mansur non compri in Italia. Non abbiamo bisogno di Paperoni stile Abramovich che adesso abbandonerà il Chelsea in una situazione economica pessima.

  7. francesco rotondo

    Articolo molto interessante non c’è che dire e che, per noi romanisti, ricorda la vicenda Soros in cui (sigh) personalmente avevo creduto. Tuttavia sforando dal tema ritengo che sia stata data troppa importanza alla vicenda. In televisione è stato dipinto il dubbio amletico di un giocatore straziato tra guadagnare una fortuna al milan (se non sbaglio 6 milioni di €) e il doppio e mezzo di quella fortuna al man city. Non voglio fare finti moralismi, ma questi danno quattro calci ad un pallone….non decidono i destini del mondo, non licenziano persone…danno solo quattro calci ad un pallone e per questo si sono spesi fiumi di inchiostro e parole in tv. Amo il calcio, avrei dato tanto per giocare anche io a quei livelli e trovo che Kakà sotto il profilo umano sia un personaggio da encomiare…eppure questa vicenda è grottesca (soprattutto in questi periodi di vacche magre) ai limiti del ridicolo. Chiedo scusa per aver sforato l’oggetto dell’articolo, preciso e perfetto come al solito nella sua analisi.

  8. Stefano Fiorani

    Per un magnate arabo (azionista di Barclays) e un affarista Russo (Abramovich) Londra (e di riflesso l’Inghilterra) è un punto di riferimento forte. Il calcio non c’entra. Se fossi straricco e volessi farmi un nome nella City mi comprerei una squadra inglese e non certo italiana o francese o tedesca. Probabilmente Briatore la pensa nella stessa maniera…

  9. Paolo Barbieri

    Anche se svia dalla questione centrale dell’articolo, ritengo sia giusto fare qualche riflessione su questa vicenda di mercato. Traduzione (che smaschera la montatura) dal sito della società inglese: "Il Manchester City ha chiuso le trattative con l’Ac Milan sul possibile trasferimento del giocatore Kakà. Dopo un incontro tenutosi oggi a Milano la società ha compreso che era improbabile che le due parti fossero riuscite a raggiungere un terreno comune per un accordo. I colloqui avevano raggiunto soltanto la fase preliminare e in nessun momento il calciatore è stato coinvolto. Non sono stati definiti accordi economici". Su un canale tv Obama e il futuro del mondo e sull’altro il Pres. del Consiglio che fa la sceneggita al Processi di Biscardi. E poi ci si chiede perchè siamo derisi all’estero…

  10. Giorgio Sarrietti

    L’analisi è impietosa ma impeccabile, e porta ad una sola possibile conclusione: fallirà prima il giocattolo (il calcio) o chi lo usa per giocarci (il sistema industriale italiano)? E quando accadrà tutto questo? (speriamo il prima possibile)

  11. rocco passerotto

    Il bello è che i disastri dei conti delle società di serie A sono emulati nelle categorie minori, Financo dove per legge la squadra calcistica non può essere un impresa. Ogni regione/provincia ha il suo imprenditore che spende (perchè non è un investimento) nel calcio senza un ritorno economico. Per non parlare degli ingaggi in nero di molti atleti delle serie minori…

  12. diego

    Per capire come si comportano le tifoserie organizzate in Italia basta parlare della Lazio. La tifoseria laziale contestava Lotito nonostante fosse riuscito a portare una squadra in risanamento (con la dilazione in 24 anni del debito fiscale) in Champions League e questo avveniva con il finto stupore dei media. Ma sapete cosa aveva fatto di così grave Lotito? Aveva tolto alla tifoseria organizzata la possibilità di usufruire di biglietti gratis ed altre agevolazioni normalmente concesse da tutte le società.

  13. mario mongiuffi

    Ma quale investitore straniero serio rischierebbe in un mondo in cui sino a qualche anno fa, a prescindere dai risvolti penali della vicenda, la più potente società di procuratori era gestita dal figlio del più importante dirigente della principale società calcistica insieme con altri rampolli di personaggi importanti del mondo del calcio. E il fatto che il presidente della lega calcio di allora fosse anche manager del più grosso network televisivo privato italiano? E Gaucci che controllava contemporaneamente più società? Nel paese delle banane che siamo diventati, oramai a scandalizzarsi siamo rimasti in pochi, ma all’ estero dove le regole contano, certe cose sarebbero inammissibili.

  14. Aldo

    E se la richiesta d’acquisto di Kaka fosse stata tutta una montatura? Chi ne ha guadagnato? I protagonisti della combine: Il Milan che vede rivautato il suo parco giocatori e Kaka in particolare, il Manchester City che dimostra grande disponibilità e poi non scuce. Risultato: esposizione mediatica di Berlusconi che salva (sic) Kaka dal perfido sceicco. Insomma prendere Beckam x 10 partite e spacciarlo per grande acquisto. Simulare vendita di Kaka per guadagnare in valore e in visibilità. Se il Milan fosse quotato in Borsa si potrebbe aprire la procedure di insider trading.

  15. Andrea Villa

    L’analisi delle tifoserie organizzate è più fuorviante che semplicistica (per una realtà, come quella di roma, ce ne sono altre come Bergamo e Genova di tutt’altra natura). L’accenno alle "normative contro la violenza negli stadi" è invece del tutto fuori luogo: delle attuali normative, molto si può dire, ma non che garantiscano "un regime di impunità". Al contrario, esse rendono possibili provvedimenti di restrizioni della libertà personale in spregio a principi più elementari dello stato di diritto, come la presunzione di innocenza ed il diritto al giudizio. Mi riferisco all’invenzione della fragranza di reato differita (di per sé un’aberrazione giuridica) e al DASPO, il divieto di assistere a manifestazioni sportive, la cui emanazione spetta all’autorità di polizia ed al quale sono oggi sottoposti, in modo del tutto arbitrario circa 4.000 persone in tutto il paese. Le stesse leggi che impediscono di introdurre bandiere, striscioni, tamburi e quant’altro non espressamente autiorizzato negli stadi, o in molti casi proibiscono addirittua la vendita di biglietti per la partita. Ne abbiamo già discusso in privato, ma mi sa che non la ho convinta.

  16. Vitto

    Ma lo sceicco in questione non è lo stesso che attraverso il Fondo Sovrano della sua famiglia possiede una piccola quota di Mediaset?? E che possiede un’altra quota della Barclays che a sua volta ha una piccola quota in Mediaset?? Nella mia ignoranza ipotizzo un insider trading "indiretto" .. Ho letto questi dati più di una volta sia su blogs che su carta stampata..

  17. Francesco

    Il motivo per cui nessuno compra squadre italiane è che in Italia il calcio è noioso, sì noioso, non c’è quella fluidità di gioco che c’è in Inghilterra e Spagna, non c’è divertimento, il calcio italiano è un gioco basato solamente sulla tattica. Le squadre italiane non possono essere confrontate con altre squadre d’Inghilterra e Spagna, la squadre di mezza classifica italiane sono a livello di squadre di bassa classifica di vari campionati esteri, sia a livello di gioco che a livello finanziario. Le squadre di altri campionati hanno stadi propri, in Italia invece gli stadi sono proprietà dei comuni, quindi guadagnano meno di altre squadre. Il calcio italiano deve cambiare, deve rivoluzionare , anche se questo commento non c’entra molto con questo testo argomentativo ho espresso una mia opinione sul calcio italiano. Inoltre le squadre italiane non hanno sponsor che posso garantire tanti soldi, all’estero hanno sponsor che posso garantire molti soldi alle società. Il calcio italiano deve cambiare ci stiamo annoiando.

  18. Ciro

    Perchè il calcio italiano è morto, i campioni più "pregiati" giocano in inghilterra, le squadre più forti sono in inghilterra, gli stadi più belli sono in inghilterra il calcio più spettacolare è in inghilterra e piano piano anche calcio spagnolo e (sembra incredibile) tedesco e francese ci stanno superando. offrono un prodotto migliore e sopratutto vince il più forte. Anche lì gli arbitri sbagliano, ma qui, guarda caso, sbagliano sempre a favore di chi ha più soldi. Io ho disdetto sky sport, non vado più allo stadio e non mi interessa più il calcio italiano perchè a guardare un calcio così in mano a ultrà delinquenti, dirigenti incapaci dove "vincono" sempre i più furbi che gusto c’è?

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