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UNA POLITICA FISCALE CONTRO LA CRISI*

La soluzione delle crisi finanziaria ed economica richiede iniziative tempestive per salvare il settore finanziario e sostenere la domanda aggregata. L’analisi svolta dal Fondo Monetario sulle precedenti crisi finanziarie insegna che una soluzione rapida dei problemi finanziari è cruciale per assicurare una forte crescita negli anni successivi. L’esperienza ci dice anche che una risposta fiscale tempestiva, forte e attenta nella scelta degli strumenti è fondamentale.

QUALI DEVONO ESSERE LE CARATTERISTICHE DEI PACCHETTI DI STIMOLO FISCALE

La crisi odierna richiede due insiemi di misure. Da una parte, misure che riparino il sistema finanziario. Dall’altra, misure che sostengano la domanda e ripristino la fiducia. In questa nota ci concentriamo sul secondo insieme di misure e, più precisamente, dati i margini limitati oggi disponibili per una politica monetaria espansiva, sulle politiche fiscali.
La politica fiscale ottimale deve essere tempestiva, consistente, duratura, diversificata, contingente, collettiva e sostenibile. Tempestiva perché c’è bisogno di intervenire immediatamente. Consistente perché la riduzione prevista della domanda del settore privato in questa recessione è di dimensioni eccezionali. Duratura perché il calo della domanda privata non sarà passeggero. Diversificata in considerazione dell’alto grado di incertezza riguardo l’efficacia di ogni singola misura. Contingente perché per cambiare le aspettative di un’altra "Grande Depressione" occorre un impegno credibile a fare di più, se necessario; collettiva perché ogni paese che ha margini fiscali per farlo deve dare un contributo. Sostenibile per evitare un’esplosione del debito e reazioni avverse dei mercati finanziari. In termini di composizione dei pacchetti di stimolo fiscale, nelle condizioni attuali incrementi di spesa e tagli fiscali o trasferimenti mirati hanno la probabilità di esercitare gli effetti più significativi sull’economia.

UNO SFORZO INTERNAZIONALE COLLETTIVO

La dimensione internazionale della crisi richiede un approccio collettivo nell’assicurare uno stimolo fiscale adeguato perché ci sono molti importanti effetti internazionali che potrebbero limitare l’efficienza delle azioni prese dai singoli paesi o addirittura avere effetti negativi su altri paesi:
Paesi molto aperti al commercio internazionale potrebbero avere un incentivo a mettere in cantiere uno stimolo fiscale ridotto; infatti, un paese più aperto al commercio estero trae benefici minori da un’espansione fiscale, che normalmente aumenta il deficit della bilancia commerciale. Di conseguenza, l’ammontare di espansione fiscale necessario ad ottenere lo stesso effetto sulla domanda aggregata dei propri beni e servizi risulta essere molto maggiore in economie aperte. L’altra faccia della medaglia é che, se tutti i paesi pongono in essere un’espansione fiscale, l’ammontare di espansione necessaria da parte di ciascun paese sarà minore (questo fornisce un argomento a favore di una azione collettiva a livello nternazionale). Allo stesso tempo, lo sforzo fiscale deve essere calibrato anche ai vincoli di ogni singolo paese, considerando l’effetto degli stabilizzatori fiscali automatici, lo stato dei conti pubblici (che influisce sullo spazio disponibile per politiche fiscali espansive) e la necessità di preservare l’equilibrio esterno.
Cosa dovrebbe comprendere il pacchetto fiscale ottimale? Ovviamente, questo dipende dalle caratteristiche specifiche dei vari paesi. Ci sono però due prescrizioni di carattere generali. La prima è quella di utilizzare diversi strumenti fiscali, non un singolo strumento. Questo perché c’è molta incertezza sull’effetto di ogni singola misura (viste le cartteristiche idiosincratiche di questa recessione). La seconda è che, più che in passato, i pacchetti di stimolo dovrebbero anche includere un aumento della spesa pubblica, in particolare l’acquisto diretto di beni e servizi da parte dello stato. L’argomento che occorre tempo per attivare questi acquisti (se si vogliono evitare sprechi) è meno rilevante nella fase attuale di prolungato calo della domanda privata. Inoltre, la spesa pubblica diretta ha un effetto più certo sulla domanda aggregata rispetto ai tagli di tasse (che potrebbero portare ad un aumento del risparmio).
Ci sono anche cose da evitare. Alcune misure che sono state prese in considerazione dai governi, come le misure di aiuto selettivo a specifici settori industriali, potrebbero essere percepite dai maggiori partner commerciali come un modo poco trasparente di condurre politica industriale e come forma di concorrenza sleale. Diverse stime suggeriscono che il costo di salvare un posto di lavoro con aiuti all’industria (ad esempio automobilistica) è più grande del salario medio annuale in quel settore.
In generale, la storia della Grande Depressione ci insegna che le pressioni ad erigere barriere commerciali verso l’estero crescono con l’aggravarsi della crisi. Occorre resistere queste pressioni.
Occorre anche che lo stimolo fiscale sia coerente con la sostenibilità dei conti pubblici. Questo vuol dire che le misure adottate non devono comportare un aumento permanente del deficit pubblico e che siano adottate nell’ambito di piani fiscali di medio termine coerenti con la sostenibilità del debito pubblico.
Tutti questi rilievi puntano alla necessità di uno sforzo collettivo da parte della comunità internazionale, con un più stretto coordinamento fra paesi con forti legami economici o istituzionali (ad esempio, nell’ambito dell’Unione Europea). Sin qui, l’Unione Europea ha richiesto uno stimolo fiscale equivalente all’1,5 percento del PIL. La decisione recente di finanziare alcune spese nazionali con fondi dell’Unione è un passo nella direzione giusta. Vari paesi hanno già posto in essere misure concrete. Altri devono ancora prendere decisioni in questo senso.
C’è chi ha messo in dubbio la necessità di un’azione fiscale o la sua efficacia. I dati che arrivano giorno dopo giorno mostrano un marcato rallentamento dell’economia a livello globale e suggeriscono che l’azione deve essere globale per aumentarne l’efficacia. Per massimizzare l’effetto sulla domanda aggregata, i pacchetti fiscali dovrebbero includere misure che abbiano il più grande effetto sulla domanda aggregata. Negli Stati Uniti, questo significa soprattutto investimenti pubblici, spesa pubblica in beni e servizi e trasferimenti mirati. In Europa, che ha un sistema più sviluppato di stabilizzatori automatici (a partire dagli ammortizzatori sociali), il pacchetto fiscale potrebbe essere più contenuto che negli Stati Uniti, ma dovrebbe in ogni caso essere consistente.

* Estratto dalla nota predisposta dai Dipartimenti Affari Fiscali e Ricerca del Fondo Monetario Internazionale (a cura di Antonio Spilimbergo, Steve Symansky, Olivier Blanchard e Carlo Cottarelli)

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CONTROMANO IN AUTOSTRADA

  1. Giuseppe Caffo

    Nell’attuale crisi economica dominata da sfiducia e incertezza le politiche fiscali dovrebbero essere stabili e non contingenti per dare certezze a famiglie e imprese. Quella che si è persa e va recuperata è la sensazione di normalità, nell’economia come nella finanza. Interventi straordinari e contingenti rischiano di produrre effetti contrari a quelli che si prefiggono, alimentando la sensazione di allarme e di emergenza. Gli organismi internazionali, gli economisti e i governi dovrebbero comunicare messaggi tranquillizzanti, stabilizzanti per famiglie e imprese, magari spingendo molto verso una apertura decisa dei mercati internazionali e una severa vigilanza verso i gravi illeciti finanziari. Così pian piano tornano fiducia e serenità, la domanda riprende, le banche prestano soldi, le imprese investono, guadagnano e assumono. Le condizioni non mancano: denaro, energia e materie prime costano poco, quel che manca è fiducia, tranquillità e stabilità.

  2. alessandrini daniele

    Si fa un gran parlare ultimamente di solidarietà. Chi più ne parla, però, meno si adopera. L’ultima è la proposta di Riello secondo cui va tolto, seppur temporaneamente, ai dipendenti pubblici con reddito lordo maggiore di € 30.000,00 lordi l’anno per dare ai dipendenti privati che più rischiano in questa fase di depressione. Al di là e al di sopra del fastidio vetero polemico che appare mal celato dietro la proposta di Riello, essa fornisce alcuni importanti spunti di riflessione dapprima culturali e poi, se si vuole, strutturali, di sistema. Il dato culturale è a dir poco desolante poichè lo sguardo è corto e parziale. Nel condividere il ragionamento secondo cui lo sforzo collettivo deve tendere in generale al “tenere tutti in casa durante la tempesta”, vediamo quali dovrebbero essere le priorità: a) utilizzo del coefficiente familiare e non del facile e banale rapporto con il reddito lordo annualmente prodotto; b) azzeramento delle detrazioni (tutte) per coefficiente familiare superiore ad € 30.000,00 pro capite; c) cospicuo innalzamento delle detrazioni per i coefficienti più bassi; d) impegno etico e giuridico degli imprenditori alla riassunzione post crisi dei licenziati.

  3. Marco

    Giusto salvare il sistema finanziario. Una risposta pratica fiscale: aumentare dal 12,5 al 15% l’imposta sui titoli di stato (data l’attuale richiesta il collocamento non ne soffrirebbe). L’aumento del gettito andrebbe destinato alle pensioni minime o agli assegni familiari o ai cassintegrati: categorie che lo tradurrebbero in immediati maggiori spese e consumi.

  4. LUCA SANTINI

    Ritengo che tale crisi non sia solo finanziaria, ma strutturale e di sistema. Il settore finanziario ha fatto scoppiare il problema non perchè la crisi è solamente di tipo finanziaria, ma è stata la prima “a venire a galla” perchè la finanza è, nel sistema, il punto più debole essendosi basata per molti anni sull’effimero e non sul reale. Ho dovuto, purtroppo, fare molte ripetizioni per cercare di esprimere il mio modesto parere nel modo più chiaro possibile. Per superare od arginare il problema, sicuramente, andrebbe affrontato il nodo finanziario riportando, così ed anche, tale settore “sulla Terra” e, contemporaneamente, dare una forte risposta con una buona, calibrata ed equilibrata politica fiscale. Non va tralasciato, però, un forte ripensamento alla struttura economica che si è data il mondo in questi ultimi anni in considerazione anche che ci sono molti paesi cosidetti emergenti che hanno di fatto rivoluzionato il nostro modo occidentale di fare economia scardinando, oltretutto, le nostre sicurezze sociali. Un ringraziamento per il piccolo spazio concesso che ci permette di esprimere il nostro parere di semplici lettori.

  5. ramirez

    Non che sia contrario a bonus fiscali o misure simili. Solo mi chiedo. In queste feste natalizie gli unici settori che sono andati meno peggio se non proprio bene sono quelli dei telefonini e giochi elettronici. Non è che gli stimoli fiscali alla fine premiano questi settori che vedono l’Italia completamente assente? Non vorrei passare per nazionalista, ma penserei a provvedimenti che premino l’industria italiana, almeno in parte.

  6. Nino Magazzù

    Non avete la credibilità per proporre un’azione collettiva internazionale di stimoli fiscali coordinati. Siete stati per anni i propugnatori della libera mobilità dei capitali in un sistema di scambi flessibili senza freni, senza controlli amministrativi sui capitali, senza meccanismi (come Robin Tax o camere di compensazione internazionali alla Keynes) che evitassero la vera causa della crisi (non finanziaria ma reale). Questo sistema porta gli stati a dover raggiungere attivi di partite correnti pena vedere scappare via capitali. Questo si fa abbattendo la domanda interna ed il rapporto salari/Pil. Se tutti lo fanno, diminuisce la domanda aggregata mondiale, quindi anche gli investimenti. Gli Usa hanno assorbito tali eccedenze commerciali grazie al patto con la Cina e al deficit corrente. Ciò basato sul debito privato che si è rilevato insostenbile. Molti economisti già nel 2001 chiedevano di cambiare l’attuale sistema con uno di tipo keynesiano (camera di compensazione con penalizzazione per i paesi in surplus) ma questo va contro la vostra ideologia che sottintende nuovamente la validità della legge di Say. Ora state qua a raccontarci che è frutto di “eccessi finanziari”.

  7. Luciano

    Potrei sbagliarmi, ma già negli anni ’80, quando in molti paesi venne adottata una politica di cambio forte per rientrare dall’inflazione, grazie anche alla cornice istituzionale offerta dallo SME, nei paesi meno virtuosi la politica fiscale assunse una intonazione espansiva per contrastare gli effetti recessivi del cambio. I costi di quelle politiche espansive vennero alla luce con la crisi del ’92.

  8. Gabriele Andreella

    In un altro commento vi si fa notare, piuttosto brutalmente, che “non avete la credibilità” per proporre oggi dei freni o dei controlli all’iperliberismo, avendolo sovente supportato in passato. Probabilmente è un giudizio semplicistico. Forse dovrebbe essere rivolto meno genericamente. Spero però che possa essere da stimolo perchè sviluppiate delle serie riflessioni non solo sugli aspetti tecnici contingenti (quelle ci sono eccome e sono spesso davvero ben fatte), ma anche sulle questioni fondanti, direi ontologiche, dell’economia globale esistente (che sono sostanzialmente inesistenti su questo sito e che, quando vi sono, sembrano sempre date per scontate). Semplificando banalmente: va benissimo un’analisi che ci spiega come ritornare a condizioni di produzione, crescita e consumo pre-crisi. Soprattutto se è ben condotta, approfondita e giustificata. Ma arriva il momento in cui ci si deve domandare se la fiducia in questi traguardi economici (del tutto arbitrari) sia davvero giustificata, e dove essa ci conduca.

  9. Giovanni

    Sono d’accordo per un forte intervento pubblico nell’economia attraverso lo strumento fiscale purchè sia market sensitive che garantisca l’occupazione (e quindi la domanda) e stimoli gli investimenti (e quindi l’offerta).

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