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SE IL PETROLIO NON INFIAMMA L’INFLAZIONE*

Dal 2002 al 2008 l’economia americana si è trovata nella morsa di uno shock petrolifero comparabile per entità alle due crisi provocate dai paesi Opec negli anni Settanta e Ottanta. Eppure gli effetti sono stati molto diversi, a partire da un’inflazione core rimasta sostanzialmente stabile. Un risultato che dipende da una lunga serie di fattori, nessuno dei quali sembra predominante, ma ognuno dei quali gioca un ruolo. Con un po’ di fortuna e politiche sagge, non è più necessario che gli shock alimentari ed energetici abbiano quegli effetti devastanti che invece hanno avuto in passato.

Dalla fine del 2002 alla metà del 2008, l’economia degli Stati Uniti si è trovata nella morsa di un significativo shock petrolifero: il prezzo del petrolio si è quintuplicato, toccando per un breve periodo anche i 145 dollari al barile. Anche se aggiustati per l’inflazione, i prezzi reali del petrolio erano del 50 per cento superiori rispetto ai record precedenti, raggiunti nel corso del secondo shock petrolifero provocato dai paesi Opec nel 1979-1980. Dopo aver toccato il picco nel 2008, il prezzo del petrolio è sceso rapidamente, oscillando negli ultimi sei mesi tra i 30 e i 50 dollari al barile.

SHOCK SIMILI, EFFETTI DIVERSI

La recente rincorsa dei prezzi petroliferi è comparabile per grandezza ai primi due shock del petrolio Opec, ma gli effetti sull’economia sembrano essere stati molto diversi. Nei manuali è scritto che sono gli “shock di offerta”, compreso il sostenuto rialzo dei prezzi alimentari oltreché petroliferi, i responsabili dei prolungati periodi di alta disoccupazione e alta inflazione, o  “stagflazione”, degli anni Settanta e primi anni Ottanta .

Al contrario, i più recenti incrementi dei prezzi petroliferi sembrano aver avuto scarso effetto sull’espansione seguita alla recessione del 2001. E se l’economia degli Stati Uniti è poi entrata in recessione alla fine del 2007, la responsabilità è stata attribuita quasi unanimemente alla caduta della fiducia dei consumatori e delle imprese dovuta alla crisi dei subprime e al panico finanziario che ne è seguito. Nello stesso periodo, l’inflazione core, quella che esclude i prezzi alimentari e petroliferi, è rimasta relativamente stabile, in netto contrasto con quanto accadde nei casi precedenti.

Un’interpretazione delle vicende degli ultimi anni è che si confermano le teorie “revisioniste” sul ruolo giocato dagli shock petroliferi (e dagli altri shock sull’offerta) nel determinare la stagflazione degli anni Settanta. Per queste teorie, la causa prima del pessimo andamento macroeconomico tra il 1973 e il 1983, è stata una politica monetaria sbagliata, non gli shock petroliferi. (1)

Per esempio, J. Bradford DeLong ritiene che le tristi memorie della grande depressione, che hanno lasciato la Fed timorosa di usare una politica monetaria restrittiva per combattere l’inflazione, insieme al tentativo della stessa Fed di sfruttare quella che vedeva come una curva di Phillips di lungo periodo non verticale, abbiano creato una situazione nella quale era inevitabile l’infiammarsi dell’inflazione. Allo stesso modo, Barsky e Kilian vedono in una politica monetaria fatta di “stop‑and‑go” il volano della più alta inflazione e della più alta disoccupazione di quegli anni. Anzi, Barsky e Kilian si spingono fino a sostenere che furono le politiche monetarie espansive degli Usa e di altri paesi a condurre sia al rialzo dell’inflazione totale sia alla crescita del prezzo del petrolio e di altri beni, implicando che gli stessi shock di offerta erano semplicemente i sintomi del fallimento della politica sottostante.
In un nostro lavoro recente, riprendiamo la teoria tradizionale e sosteniamo che regge decisamente bene all’accumularsi di nuovi dati, nuove teorie e nuovi risultati econometrici a trent’anni dalla sua prima formulazione. (2)
Ciononostante resta un interrogativo: se gli shock di offerta sono il fattore chiave dietro i pessimi risultati macroeconomici degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, perché le recenti rincorse del prezzo del petrolio non hanno avuto gli stessi effetti negativi?

INFLAZIONE, SALARI E COMMERCIO INTERNAZIONALE

Alcuni autori hanno documentato come dagli anni Ottanta gli shock petroliferi abbiano avuto minori effetti macroeconomici. (3) Schematicamente, i fatti sembrano dire che la risposta positiva dell’inflazione core sia diminuita drasticamente nel tempo e le risposte negative del prodotto e dell’occupazione siano quasi scomparse.
Come è potuto accadere? Una ragione è ovvia: grazie a un insieme di reazioni del mercato ai più alti prezzi dell’energia dopo le due crisi petrolifere, gli Usa e gli altri paesi industrializzati usano ora molto meno energia a parità di prodotto di quanto non facessero nel 1973. Nel caso degli Stati Uniti il consumo energetico per unità di Pil (come misurato per numero di Btu consumati per dollaro di prodotto in termini reali) è sceso drasticamente dal 1973, ed è oggi circa la metà di quello che era allora. Già di per sé il dimezzamento dell’intensità di energia dell’economia Usa dovrebbe dimezzare l’impatto macroeconomico delle crisi petrolifere, con una riduzione all’incirca proporzionale per i prezzi e le quantità.
Tuttavia, Mark Hooker mostra che il contagio dai prezzi petroliferi a quelli di altre merci si è ridotto nel tempo a proporzioni insignificanti, e questo spiega circa il doppio della modifica dovuta alla riduzione del consumo energetico. Allo stesso modo, nel periodo 2002-2007 troviamo che non sembra esserci alcuna relazione positiva tra l’intensità di energia dei beni di consumo (misurata utilizzando coefficienti di input-output) e le variazioni dei loro prezzi. Così la storia non finisce qui.
Un recente lavoro di William Nordhaus esplora tre possibilità. La prima è che la natura più graduale dei più recenti aumenti dei prezzi del petrolio ne ha modificato gli effetti. Benché l’incremento complessivo del prezzo del petrolio sia stato assai elevato, lo shock continuo del periodo 2002-2008 è stato nettamente inferiore alla prima e seconda crisi petrolifera se lo si guarda su base annuale, appena lo 0,7 per cento del Pil per anno (fino al secondo trimestre del 2006, quando si conclude lo studio di Nordhaus) contro il 2 per cento del Pil per anno negli altri due casi. Incrementi più graduali dei prezzi petroliferi sono più facili da assorbire.
Forse ancora più importante è che Nordhaus suggerisce, utilizzando stime econometriche delle regole di Taylor, che la Federal Reserve abbia risposto di più all’inflazione headline fino al 1980 e più all’inflazione core nel periodo successivo. Se è così, e se il tentativo della Fed di tenere sotto controllo l’inflazione causata da un incremento di prezzo del petrolio spiega una buona parte degli effetti che prezzi petroliferi più alti hanno avuto sul prodotto, come sostengono Bernanke e i suoi coautori (4), allora dovremmo aspettarci effetti recessivi significativamente minori dovuti ai più recenti shock petroliferi, a causa dell’effetto limitato che il prezzo del petrolio sembra ora avere sull’inflazione core.
Infine, Nordhaus trova qualche evidenza limitata che i salari abbiano assorbito i recenti shock petroliferi più di quanto non è avvenuto negli anni Settanta. Una maggiore flessibilità dei salari rende le risposte allo shock petrolifero più neoclassiche (basate sulla sostituzione dei fattori nel contesto di piena occupazione) e meno keynesiane (basate su effetti dal lato della domanda come la “tassa petrolifera”). E poiché semplici calcoli suggeriscono che gli effetti neoclassici sul prodotto sono inferiori agli effetti keynesiani, quel mutamento rende meno potenti gli shock petroliferi.
Anche Olivier Blanchard e Jordi Gali trovano qualche evidenza a favore di una maggiore flessibilità dei salari negli ultimi anni. Ma la loro ipotesi più speculativa è che la credibilità anti-inflazionistica della politica monetaria sia cresciuta dagli anni Settanta, il che ridurrebbe sia gli effetti inflazionistici sia le perdite di prodotto derivanti da shock petroliferi, presumibilmente riducendone l’impatto sulle aspettative inflazionistiche. E infatti i due autori trovano un minore impatto sull’inflazione attesa, ma loro stessi mettono in guardia dall’attribuire troppa importanza a tali conclusioni del loro modello, che definiscono “primitivo”.
Lutz Kilian aggiunge alla lista due idee empiricamente interessanti, entrambe connesse al commercio internazionale. (5)
Primo, i mutamenti nella struttura dell’industria automobilistica americana dal 1973, presumibilmente essi stessi una reazione agli shock petroliferi, fanno sì che gli americani non debbano più rivolgersi al mercato d’importazione se cercano veicoli più piccoli e più efficienti sotto il profilo dei consumi. Il risultato è che la domanda interna aggregata è caduta meno di quanto accadeva in precedenza dopo uno shock petrolifero. La moda dei suv rappresenta chiaramente un ritorno al passato sotto questo profilo e infatti l’industria americana dell’auto ne paga oggi il prezzo, come tutto il resto dell’economia. Inoltre, l’industria automobilistica interna, che ovviamente è sensibile a più alti prezzi della benzina, rappresenta oggi una quota minore dell’economia rispetto agli Settanta.
In secondo luogo, lo shock petrolifero continuo del periodo 2002-2008 sembra derivare da una più forte domanda globale per la produzione industriale, non da shock di offerta o di domanda specifici del mercato del petrolio. Mentre prezzi in crescita del petrolio costituiscono ancora uno “shock petrolifero” per i paesi importatori come gli Stati Uniti, la crisi petrolifera recente è stata accompagnata da un più sostenuto andamento delle esportazioni, che ne ha attenuato l’impatto sulla domanda aggregata.
Insomma, la ricerca di una spiegazione del perché gli shock petroliferi abbiano oggi un impatto minore di quanto è accaduto negli anni Settanta non è stata vana, anzi ha prodotto una lunga lista di fattori, nessuno dei quali sembra predominante, ma ognuno dei quali gioca un suo ruolo. Se ciò è vero, la spiegazione della stagflazione basata sullo shock di offerta resta oggi qualitativamente rilevante, ma meno importante quantitativamente di quanto non fosse in precedenza. Così, con un po’ di fortuna e politiche sagge, non è necessario che gli shock alimentari ed energetici abbiano gli effetti devastanti sull’economia che invece hanno avuto gli shock di offerta degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta.

(1)Tra i propugnatori di queste tesi, troviamo DeLong, J. Bradford, 1997, “America’s peacetime inflation: The 1970s”, in Reducing inflation: Motivation and strategy, eds. Christina D. Romer e David H. Romer, 247-280, Chicago: University of Chicago Press. Barsky, Robert B., Lutz Kilian, 2002, “Do we really know that oil caused the Great Stagflation? A monetary alternative”, in Nber Macroeconomics Annual 2001, eds. Ben S. Bernanke and Kenneth Rogoff, 137-183. Cecchetti, Stephen G., Peter Hooper, Bruce C. Kasman, Kermit L. Schoenholtz, Mark W. Watson, 2007, “Understanding the evolving inflation process”, U.S. Monetary Policy Forum working paper, July.
(2)Blinder, Alan S., and Jeremy B. Rudd, 2008, “The supply-shock explanation of the Great Stagflation revisited”, Nber Working Paper no. 14563, December.
(3)Blanchard, Olivier J., and Jordi Gali, 2007, “The macroeconomic effects of oil shocks: Why are the 2000s so different from the 1970s?” Nber Working Paper no. 13368, September. Hooker, Mark A., 1996, “What happened to the oil price-macroeconomy relationship?” Journal of Monetary Economics 38 (October): 195-213. Hooker, Mark A., 2002, “Are oil shocks inflationary?  Asymmetric and nonlinear specifications versus changes in regime”, Journal of Money, Credit, and Banking 34 (May): 540-561. Nordhaus, William D., 2007, “Who’s afraid of a big bad oil shock?”  Brookings Papers on Economic Activity 2: 219-240.
(4)Bernanke, Ben S., Mark Gertler, and Mark Watson, 1997, “Systematic monetary policy and the effects of oil price shocks”, Brookings Papers on Economic Activity 1: 91-142.
(5)Kilian, Lutz, 2007, “The economic effects of energy price shocks”, University of Michigan, October, mimeo.

 

Foto: tratta da shell.com

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COMMENTO A “UNA POLITICA FISCALE CONTRO LA CRISI”

  1. Leonardo

    A sostenere che l’effetto della bolla delle materie prime sul sistema dei prezzi sia stato trascurabile, quando siamo nel mezzo della recessione più grave degli ultimi 50 anni? Una recessione determinata da una violenta contrazione della domanda, a sua volta determinata dall’inflazione energetica, alimentare e delle materie prime industriali. Dunque, se le politiche monetariste hanno ridotto di molto l’effetto inflattivo, il contenimento è avvenuto a spese dell’effetto reale, che è stato notevolmente amplificato.

  2. Fabrizio Maronta

    L’articolo è molto interessante ma mi sembra trascuri l’effetto calmierante sull’inflazione (specialmente negli Stati Uniti) delle importazioni di beni di consumo a basso prezzo dalla Cina, che ha sostenuto il potere d’acquisto dei salari compensando in parte il rincaro di carburanti, generi alimentari e altri beni dovuto all’aumento di petrolio e derivati.

  3. Lorenzo

    Articolo interessante ma anche molto tecnico e complesso.
    Mi sembra strano che non si faccia menzione alla bolla speculativa che ha fatto lievitare il prezzo del petrolio nell’ultimo anno.

    The lack of considering the topic of speculation on the anlaysis surprises me much.

  4. andrea forni

    L’inflazione si può definire come un aumento dei prezzi. Letta così, il suo rapporto con il prezzo del petrolio passa per almeno tre elementi: 1) il rapporto tra l’inflazione in USA, in UE ed in CINDIA, 2) lo sviluppo basato su settori a basso contenuto energetico, 3) la stabilità del settore energia. Il punto 1 è sviluppabile tenendo conto che in UE, con l’euro, l’inflazione è ferma, mentre in CINDIA invece è cresciuta fino a porre seri problemi, in modo strettamente correlato ai prezzi del petrolio. Il punto 2 parte dal fatto che l’inflazione in USA c’è stata ed ha riguardato le case, notoriamente costruite con piccoli contributi energetici. Ma gli aumenti del prezzo del petrolio sono stati compensati dalla riduzione del costo del lavoro, attraverso prodotti realizzati in CINDIA. Il punto 3 parte dal fatto, inusuale ma presente, che si è avuta una forte sostituzione del petrolio con altre fonti (Brasile, UE ed anche USA): processo non completo ma di forte traino economico e sociale, ancora in corso. La ricerca è interessante, perchè indica che sono state messe in campo serie politiche per ridurre la dipendenza dal petrolio; decisione politica-economica-ambientale non scontata.

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