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LA PENSIONE? A 65 ANNI PER TUTTI

Gli italiani sono uno dei popoli più longevi del vecchio continente. Paradossalmente, però, siamo anche un paese con un’età di pensionamento tra le più basse. E che meno incentiva la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Esistono dunque ottimi motivi per portare l’età pensionabile, per tutti e subito, a 65 anni, agganciandola poi davvero all’evoluzione dell’aspettativa di vita. La riduzione di spesa ottenuta consentirebbe di alleviare la pressione fiscale e di finanziare nuovi strumenti di protezione sociale. Esigenze ancor più importanti in periodo di crisi.

Gli italiani sono uno dei popoli più longevi del vecchio continente. Secondo le stime Istat più recenti l’aspettativa di vita maschile è vicina ai 78,5 anni per gli uomini e a 84 per le donne. Difficile trovare un altro paese europeo nel quale si vive così a lungo. Si tratta complessivamente di almeno un anno in più rispetto alla media dell’Unione a 15 e oltre due anni in più rispetto alla Unione a 27.

IL PAESE CON VITA PIÙ LUNGA

Chi poi arriva a 60 anni, praticamente tutti, si trova davanti ancora oltre 22 anni per gli uomini e 26,5 per le donne. Ma è questa una sottostima di quanto vivranno effettivamente gli attuali sessantenni, visto che fortunatamente lo scenario è in continuo miglioramento e sinora per ogni anno vissuto si sono aggiunti ulteriori tre mesi.
Ma le buone notizie non finiscono qui. Il nostro paese è tra quelli nei quali maggiore è la durata di esistenza in buona salute. Secondo i dati comparativi presentati nell’Eurostat statistical yearbook 2008 (pag. 52), il valore dell’Healthy Life Years (Hly) tocca le punte più basse in Ungheria, Finlandia e Portogallo (circa 60 anni), e le più alte in Italia (oltre 70 anni). Inoltre, il nostro paese risulta essere quello nel quale chi arriva ai 65 anni può aspettarsi di vivere più a lungo in condizioni di buona salute (circa 12 anni).
Le elevate performance italiane nel campo della longevità in combinazione con le persistentemente basse performance nel fare figli, stanno alla base dell’altro ben noto record che ci caratterizza, vale a dire l’invecchiamento della popolazione. Siamo infatti attualmente l’unico paese in Europa con quota di over 65 arrivata al 20 per cento e quota di under 25 scesa sotto il 25 per cento.

PER UNA MAGGIORE EQUITÀ GENERAZIONALE

Di fronte a questi primati ci si può allora legittimamente chiedere come mai siamo anche uno dei paesi con più bassa età di pensionamento. Secondo i dati Eurostat, l’età mediana effettiva di pensionamento è da noi di oltre due anni più bassa rispetto alla media Ue-25. (1) Quindi viviamo in media due anni in più e andiamo in pensione due anni prima. Come mai? Perché siamo più furbi degli altri? Sì, ma a esserlo sono solo le generazioni più anziane, perché i frutti di questo ingiustificato privilegio li raccolgono loro, mentre i costi gravano sui lavoratori più giovani, come in varie occasioni è stato sottolineato su questo sito. Siamo del resto, da tempo, il paese con spesa sociale più squilibrata sul versante delle pensioni. Come ci ricorda l’Ocse, nel profilo tecnico che riguarda l’Italia, spendiamo per pensioni circa il 14 per cento del Pil, contro meno dell’8 per cento del complesso del mondo sviluppato. Ciò implica un carico fiscale particolarmente oneroso per i lavoratori italiani per mantenere l’attuale sistema, salvo poi questi trovarsi, nel caso di disoccupazione, condizione usuale per i precari, con ammortizzatori sociali tra i più carenti.
Difficile in queste condizioni che i giovani possano pensare in modo previdente al proprio futuro integrando il poco che avranno dal sistema pubblico. Un allarme lanciato anche dal presidente della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensioni, nella sua relazione presentata nel 2008 e riferita al 2007, quindi in periodo antecedente la crisi finanziaria ed economica attuale. Si trova testualmente affermata la necessità di “rilanciare in modo effettivo e consistente la partecipazione delle classi più giovani (…). Il problema della partecipazione giovanile (…) si ricollega all’incertezza sulla condizione professionale, alla diffusione di forme di lavoro precario, alla connessa instabilità e insufficienza di reddito. È inevitabile che tutto ciò si ripercuota sull’effettiva capacità di accantonare risparmio per finalità previdenziali”. Un problema serio per il benessere futuro, dato che “il passare del tempo rende la situazione delle giovani generazioni sempre più problematica”. Ma è altresì importante rendere i prodotti del sistema privato più accessibili, sicuri e appetibili.
Esistono quindi, nel complesso, ottimi motivi per portare l’età pensionabile, per tutti e subito, a 65 anni, agganciandola poi davvero ed effettivamente all’evoluzione dell’aspettativa di vita. La riduzione di spesa che si ottiene consentirebbe in parte di alleviare la pressione fiscale e in parte di finanziare nuovi strumenti di protezione sociale. Esigenze riconosciute ancor più importanti in periodo di crisi.

PER UNA MAGGIORE EQUITÀ DI GENERE

Ben venga inoltre anche l’equiparazione tra donne e uomini, come imposto del resto dalla Corte di giustizia europea, la quale il 13 novembre 2008 ha condannato il nostro paese per le disparità di trattamento di genere. Un tema da tempo molto discusso e che si è riacceso nell’ultimo mese.
Il pensionamento femminile più precoce trova storicamente giustificazione nel maggior carico sulle donne degli impegni familiari e di cura all’interno della rete di welfare informale. Ma la presenza di un diverso trattamento nell’età pensionabile rischia proprio di legittimare e consolidare lo stereotipo, sempre più insostenibile, che sia la donna a doversi prendere principalmente e quasi esclusivamente cura dei soggetti deboli della rete familiare. Il fissare stessi criteri di pensionamento dovrebbe costituire invece una sollecitazione a riequilibrare i carichi familiari di genere, richiamando a un impegno maggiore in ambito domestico e di cura gli uomini italiani.
Non va dimenticato che, anche per tali motivi, l’occupazione femminile over 55 è una delle più basse in Europa: è attiva meno di una donna su quattro, sia nel Sud che nel Nord Italia, mentre la media europea è oltre una su tre. E la mobilitazione di tale risorsa è considerata una delle risposte più importanti all’invecchiamento della popolazione. Il rapporto tra anziani inattivi e persone occupate ha da noi già superato quota 50 per cento, è invece circa il 40 per cento in Francia e il 35 per cento in Svezia, paesi con longevità paragonabile alla nostra. Siamo quindi uno dei paesi che invecchiano di più, ma, paradossalmente, anche tra quelli che meno incentivano la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ciò nonostante il fatto che, secondo i dati Istat, un’ampia parte delle donne che si trovano fuori dal mercato del lavoro a causa del carico degli impegni familiari dichiara di voler lavorare, potendo eventualmente contare su una flessibilità di orario e sul part-time. Sono allora questi strumenti e i servizi che consentono in generale la conciliazione per donne e uomini, come giustamente ribadito da Chiara Saraceno, che vanno potenziati, più che difesa la disparità di età nell’entrata in pensione.
Per ridurre gli squilibri di genere e generazionali, fissare subito per tutti un’età di pensionamento a 65 anni è condizione sicuramente non sufficiente, ma necessaria sì.

(1) Eurostat, “Transition of women and men from work to retirement”, Statistics in focus 97/2007.

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Leggi anche:  I pensionati non sono tutti uguali*

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

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COMMENTO A “UNA POLITICA FISCALE CONTRO LA CRISI”

62 commenti

  1. Fernando Di Nicola

    Colpisce la rudimentalità del ragionamento sull’età di pensionamento a 65 anni per tutti per almeno due motivi: 1) il sistema contributivo ispirato a criteri attuariali è intrinseco corollario della libertà di scelta sull’età di pensionamento; in caso contrario, oltre alla negazione di una libertà, si spingerebbe il cittadino a scappare da un sistema pensionistico pubblico illiberale ed inefficiente. 2) il mercato del lavoro tende ad espellere, con poche probabilità di reinserimento, gli ultra 55-enni. Se alziamo l’età minima di pensionamento condanniamo molti di loro ad un difficile periodo pluriennale senza pensione e senza stipendio, e senza che l’eventuale pensione che gli neghiamo sia frutto di alcuna “elargizione” pubblica. Insomma, dobbiamo farcene una ragione: abbiamo voluto un sistema ispirato a criteri attuariali? E allora dobbiamo riconoscere un diritto al pensionamento flessibile.

    • La redazione

      Bisogna invece disincentivare l’uso del pensionamento precoce degli over 55 (persone che spesso hanno ancora grande capacità di essere attive) usato come protezione rispetto ad un mercato del lavoro poco virtuoso e che non li valorizza adeguatamente. Non è così, con delle scappatoie, che si affrontano le vere sfide che abbiamo davanti (invecchiamento e longevita’ in continua crescita) e si risolvono le fragilita’ del nostro sistema. Affrontiamo i motivi veri del perche’ l’occupazione over 55 e’ da noi cosi’ bassa. Manca adeguata formazione, si fa poco aggiornamento, i lavoratori maturi costano troppo e sono poco flessibili nel riadattare le proprie competenze. Utile sarebbe inoltre potenziare il part-time, come si fa in molti altri paesi.

  2. Giuliano Nozzoli

    L’Italia è peraltro un paese schizofrenico. Mentre si propone di elevare l’età pensionabile si manda la gente a casa coattivamente. Non solo nell’industria ma ora anche nella P.A. con il famoso decreto legge 112 del 2008. Nel comune di Torino, per es, sono state mandate in pensione 400 persone, perché avevano 40 anni di contributi. La maggior parte non aveva alcuna intenzione di andare a casa e avrebbe lavorato ancora qualche anno. A che gioco giochiamo?

    • La redazione

      Non valorizzando adeguatamente i lavoratori maturi e la loro voglia di continuare ad essere attivi, non solo sprechiamo risorse preziose ma aumentiamo la popolazione inattiva e facciamo crescere il peso di una spesa pensionistica gia’ eccessiva. Un pensionamento precoce e’ la via piu’ comoda ma meno virtuosa per un’azienda che vuole ridurre i costi e uno stato che non vuole modernizzare il suo sistema di welfare.

  3. Chiara Fabbri

    Non condivido assolutamente l’idea di equiparare immediatamente l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini in assenza di tutti quei presidi che consentirebbero alle donne di avere analoga vita lavorativa. Per le note disfunzioni del nostro sistema sociale, le donne a fronte di uguale o superiore formazione con la controparte maschile scontano una tardiva età di entrata nel mondo del lavoro, a parità di responsabilità lavorativa percepiscono salari più bassi, sono costrette ad assentarsi dal lavoro per periodi anche prolungati in concomitanza con la nascita dei figli e per le esigenze di cura dei minori e dei non autosufficienti che, in assenza di minimali presidi sociali, restano comunque a carico delle donne. Il rientro nel mondo del lavoro dopo tali assenze non è scontato e difficilmente non si traduce in un deterioramento delle condizioni di lavoro, sia dal punto di vista economico che normativo. In tale contesto, porre a carico delle donne l’ulteriore gravame dell’aumento dell’età pensionabile si tradurrebbe nuovamente di un dazio imposto alle nuove generazioni per finanziare gli sprechi delle precedenti.

    • La redazione

      E’ tutto vero quello che lei dice riguardo alle donne e sono i motivi che storicamente hanno giustificato la loro eta’ di pensionamento piu’ precoce. Ma se lasciamo tale divario giustifichiamo di fatto le disparita’ di genere esistenti in termini di salario e legittimiamo il fatto che siano in pratica quasi esclusivamente le donne ad occuparsi delle attivita’ di cura e assistenza facendo da supplenza ad un sistema di welfare pubblico inadeguato. Tutto il resto del mondo cambia e noi siamo ancora fermi. Dobbiamo imporci di cambiare e per farlo servono scelte drastiche. Per la stessa logica io sono favorevole alle quote rosa. Visto che il sistema non riesce ad imboccare la via virtuosa dobbiamo forzare il cambiamento. L’alternativa e’ lasciare tutto cosi’.

  4. Dario Piersanti (pidario)

    Non capisco, visto che ci si riferisce a numeri probabilistici, le conclusioni. Se parliamo di numeri dovremmo portare la pensione delle donne a 65 anni e quella degli uomini a 62/63 visto che la loro aspettativa di vita ammonta a ben più sei anni e forse più e visto che il numero delle donne è nettamente maggiore di quello degli uomini. Tutto questo mentre comincia a fare capolino nel nostro Paese il “lavorare meno lavorare tutti” anche se non sono chiari gli obiettivi. Ma non sarebbe più semplice e giusto un sistema che crei davvero le condizioni per avere, dopo una certa età lavorativa (trent’anni a mio avviso potrebbero bastare) la possibilità di scelta individuale di andare o meno in pensione ma con un rendimento pensionistico davvero proporzionato a quanto versato e alla attesa media di vita? Certamente andrebbero eliminati privilegi quali gli anni figurativi di versamento che riguardano già troppi privilegiati così come andrebbero eliminate pensioni diciamo “esagerate” o almeno tali rispetto ai versamenti effettuati (certamente tra queste quelle dei parlamentari nazionali e regionali e tanti altri privilegi del mondo politico).

    • La redazione

      Il vero problema e’ la bassa occupazione over 55. Se si lascia la possibilita’ di andare in pensione precocemente molti saranno indotti a farlo e molte aziende sfrutteranno tale possibilita’ anziche’ investire in formazione e valorizzando i lavoratori maturi. Allo stesso tempo lo stato e’ meno forzato ad investire in servizi e aiuti alle famiglie contando sul fatto che le donne faranno da care-givers. Il sistema pero’ cosi’ non funziona, soprattutto in un paese che invecchia piu’ degli altri. E’ senz’altro vero, come sottolinea lei, che ci sono anche altri privilegi da eliminare per rendere il sistema complessivamente piu’ equo ed efficiente.

  5. Luciano Casmiro

    Il tema merita adesione e ha più di una ragione fondata per essere accolto. Al contempo però deve esser inquadrato in una visione d’insieme nell’ambito delle dinamiche del mercato del lavoro. Come conciliare l’andata in pensione in età più avanzata con la mentalità e prassi corrente che un lavoratore a 45 anni è vecchio e un over 50 è da rottamare? Le imprese, salvo casi limitati, pensano mediamente che assumere un over 50 non sia un buon affare (troppo costoso). Ritengo che, parimente alla suddetta riforma, bisognerà agire anche per un cambio di mentalità e l’introduzione di nuovi strumenti giuridici ed economici per allungare “davvero” e “sostanzialmente” la vita lavorativa. In assenza ci potremo trovare con una massa consistente di diseredati in mezzo al guado.

    • La redazione

      Concordo pienamente. Il vero punto e’ aumentare l’occupabilita’ dei cinquantenni, non dargli la possibilita’ di andare in pensione presto e rottamarli anziche’ valorizzare il loro apporto. Potremo sempre meno permettercelo in futuro.

  6. Rita

    Pur che rimanga una scelta volontaria va benissimo “senza tagli naturalmente”, mi chiedo pero i nostri giovani in cerca di lavoro come faranno a trovarlo se non ce un ricambio generazionale al più presto ,la crisi di lavoro la abbiamo adesso! e si pensa di allungare l’età pensionabile ”le grandi aziende danno bonus per mandare via i loro lavoratori, per prendere giovani, non vi pare un controsenso aumentare l’età pensionabile per le donne le nostre donne che devono lavorare in azienda, e a casa, accudire i nipoti , curare i loro genitori anziani altrimenti i loro figli ,con questi stipendi da fame, con i quali oggi come oggi riescono a malapena a sopravvivere, come fanno a lasciare il lavoro per accudire i loro bambini, metterli a gli asili nido costa troppo caro e devono per forza lasciare il lavoro , mentre se ce la nonna che li accudisce il lavoro non si perderebbe anche le case di riposo per anziani costano care, una donna a casa dopo 35 anni di lavoro .. se lo meriterebbe proprio!

    • La redazione

      Aumentare l’occupabilita’ dei cinquantenni non necessariamente comprime le possibilita’ di lavoro dei giovani. Quello di cui i giovani hanno bisogno sono veri e adeguati ammortizzatori sociali che rendano il loro lavoro meno precario. Riguardo alle donne, va affrontato il problema dei fattori che limitano la loro partecipazione al mercato del lavoro, tra le piu’ basse nel mondo occidentale. Investire di piu’ in servizi e riequilibrare i rapporti di genere, incentivare il part-time. Accettare un pensionamento anticipato come compensazione per un sistema che le penalizza mi sembra davvero un compromesso al ribasso che va a loro discapito nel complesso, ma che priva anche tutta la societa’ di un loro apporto pieno.

  7. tuccio raciti

    Ho apprezzato moltissimo l’articolo del Sig. Rosina. Ben articolato ed esaustivo. Detto questo, è pur vero che l’innalzamento dell’età pensionabile per tutti comporterà, sicuramente, un risparmio in termini di risorse finanziarie, ma occorre, a mio avviso, rivedere i coefficienti di trasformazione, attualmente, in atto per il calcolo della futura pensione. Dopo le varie riforme succedute in questi anni da quella Amato, Dini, Prodi e Maroni, tutte hanno avuto il solo scopo di innalzare l’età pensionabile per le pensioni di anzianità.Dalla mia esperienza di 40 anni, svolta nell’ambito dell’amministrazione del personale e viste le retribuzioni corrisposte nel settore industria in questi anni, posso affermare che con 35 anni di anzianità contributiva, un operaio, si colloca in pensione con quasi 1.100 euro nette al mese. Mi sembra veramente un poco raffrontando la somma con gli anni di prestazione effettuata. Se invece, si modificassero i coefficienti di trasformazione legandoli all’inflazione sia le attuali generazioni che quelle future, potranno contare su un futuro sostegno finanziario più rassicurante. RingraziandoVi per l’attenzione cordialmente Vi saluto.Tuccio Raciti

    • La redazione

      Vero, alzare di per se’ l’eta pensionabile non basta. Come ho detto e’ condizione non sufficiente. Grazie a lei,
      AR

  8. Paolo

    Va da sé che il prolungamento della vita lavorativa a 65 è nella logica delle cose. Però: 1. nel nostro paese è molto penalizzante, lavorare part-time, dal punto di vista reddituale e previdenziale, soprattutto nell’ultimo periodo; 2. Portare immediatamente a 65 anni l’età pensionabile femminile, senza che si avvii decorosamente un nuovo welfare per giovani e donne con figli, risulterebbe punitivo. Pur con tutta la gradualità necessaria, in quanto tempo si otterrebbero risultati tangibili, anche di incremento dell’occupazione femminile, al netto dell’attuale crisi ovviamente?

    • La redazione

      1) Giusto. Il part-time va potenziato e incentivato.
      2) Giusto ancora. Pero’ discutendo se prima viene l’uovo o prima la gallina, ci troviamo ancora ad essere un paese tra i meno efficienti, che cresce poco e con un sistema di welfare tra i piu’ inadeguati. Costringiamoci a cambiare e per farlo eliminiamo tutti gli alibi dietro i quali ci nascondiamo. L’innalzamento dell’eta’ pensionabile sta nelle cose. E’ tutto il resto che e’ rimasto indietro.

  9. nikita.russka

    Cosa si deve pensare di questo articolo? E’ un instigazione al suicidio per gli over 60? Un’istigazione alla rivoluzione per i giovani precari con la conseguente eliminazione dei genitori ed eventuali nonni ancora in vita? Vorrei ricordare a tutti che se il lavoro è precario, se c’è la cassa integrazione, se c’è una ipertassazione dei redditi, il tutto è imputabile alla politica, o meglio alle scelte sbagliate dei nostri governi. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in noi Italiani: l’arte di arrangiarsi, divenuta furberia a tutto campo. In Francia ed altrove hanno delle leggi certe e delle procedure snelle, ma soprattutto hanno un forte senso del dovere personale e di appartenenza nazionale. Noi abbiamo la Lega coi fucili, Berlusconi con le televisioni e le leggi ad personam, Veltroni contro D’Alema, i Craxi che si alternano nella stessa poltrona a seconda che vinca la destra o la sinistra…., la nipote di Mussolini! I Francesi non sono marziani e noi possiamo essere anche meglio di loro. E’ la classe politica che deve dare delle risposte, soprattutto smettendola di aumentarsi lo stipendio e benefit connessi!

    • La redazione

      Cosa pensare di questo commento? Perche’ non siamo come la Francia? Il discorso sarebbe troppo lungo…

  10. Adriano Zanon

    Rosina ci ricorda che siamo un paese unico per la longevità e per l’esistenza in buona salute, ma “anche uno dei paesi con più bassa età di pensionamento”. Siamo “più furbi degli altri”? Si, ma “solo le generazioni più anziane” che sfruttano un “ingiustificato privilegio”. Attenzione però, così noi “spendiamo” il 14% del PIL in pensioni contro l’8% scarso del mondo serio. Ci sono dunque “ottimi motivi” per andare “tutti e subito” in pensione a 65 anni. “Ben venga inoltre anche l’equiparazione tra donne e uomini” che sarà “una sollecitazione” chiara “ad un impegno maggiore in ambito domestico e di cura gli uomini italiani.” – Intervento ineffabile (eufemismo). Citando ben due dati e senza una vera analisi differenziale, si parla di privilegi come se le pensioni fossero a carico della fiscalità generale, voce del debito pubblico, pagato dalle generazioni più giovani, quelle che senza certi privilegi potrebbero avere più lavoro, of course. – Forse questa volta l’esperto ha esagerato, diciamo che ha semplificato un po’ troppo….

    • La redazione

      Grazie per la sintesi ineffabile (eufemismo) del mio articolo. Consiglio allora al buon lettore di approfondire, ad esempio leggendosi il rapporto Ocse “Live longer, work longer” e potra’ farsi un’idea piu’ precisa dei costi sulla collettivita’ di una scarsa valorizzazione dei lavoratori maturi e dell’occupazione femminile.

  11. GIANLCA COCCO

    Si continua ad affrontare l’argomento pensioni dandone una lettura asettica. Sinora il problema della sostenibilità previdenziale è stato affrontato prettamente con il taglio di pensioni tutt’altro che dignitose (stendiamo un velo pietoso sui fondi pensione!). Non importa se previdenza ed assistenza vengono confuse in unico calderone. Se i governi non creano le condizioni per aumentare la natalità. Se ostacolano l’ingresso degli extracomunitari, il cui tasso di natalità risulta molto superiore agli indigeni. Quanto all’argomento principale dell’articolo, concordo, in linea di principio, che le maggiori incombenze familiari delle donne non debbano essere compensate con questa differenza di età pensionabile, ma cercando di superare vecchi retaggi culturali ancora duri a morire e soprattutto creando strutture e servizi efficienti e accessibili per l’assistenza alle famiglie. Tuttavia, il problema principale resta la carenza di lavoro per le donne, per cui in mancanza di una inversione di tendenza da questo punto di vista qualunque intervento per ridurre le disparità di genere rischia di risultare vano.

    • La redazione

      Ma e’ proprio questo il problema. Cominciamo a toglierci l’alibi del pensionamento precoce, e investiamo in occupabilita’ dei lavoratori maturi e miglioriamo le possibilita’ di conciliazione per le donne.

  12. Daniela

    Condivido in pieno le analisi. Spesso però ci si dimentica di affermare anche che in Italia rispetto agli altri paesi d’Europa, sono le aziende che attuano una discrimanzione forte nell’accesso al lavoro. Non sono semplicemente le donne a decidere di rimanere fuori dal mercato per occuparsi degli anziani o dei bambini, anche volendo entrare o rientrare, passata una certa età, molto precoce intorno ai 35 anni, di fatto si è tagliate fuori da molte aziende. Questo con mio rammarico devo constatarlo, perché avendo vissuto all’estero devo dire che la situazione della discriminazione di genere e per età in Italia è molto più accentuata, legalizzata o tacitamente condivisa dalla politica, dai media che non fanno informazione critica e anche dalle stesse persone inermi di fronte a speranze nulle. Al sud poi non si tratta di scegliere, li il lavoro manca proprio.

  13. Sandro Gronchi

    Invito Alessandro Rosina a leggere il mio modesto contributo sulla penultima uscita di questo giornale. Occorre distinguere la necessità (anche ‘logica’ per i lavoratori contributivi) che l’età di pensionamento sia la stessa per uomini e donne, dalla pari necessità che lo schema contributivo sia nuovamente dotato (come in origine) di un meccanismo di uscita flessibile. In conclusione, non va per niente bene che l’età di pensionamento sia rigidamente fissata a 65 anni.

    • La redazione

      Ok. Ma non fa forse nemmeno bene che l’eta’ di pensionamento sia troppo flessibile o il limite inferiore troppo basso, perche’ diventa la tentazione di risposta piu’ comoda a questioni che richiederebbero tutt’altra soluzione. Noi, piu’ di altri, abbiamo bisogno di aumentare l’occupabilita’ degli over 55 e delle donne. E questo significa potenziare il part-time per entrambe le categorie, investire in formazione per i primi e su servizi di conciliazione per le seconde.

  14. Giovanni Maria Boffi

    Attualmente (anno 2009) in media, si va in pensione a 60 anni. Se l’età di uscita venisse portata a 65 avremmo 5 classi di età in piu’ sul mercato del lavoro. Una classe comprende circa 550.000 individui. La platea delle forze di lavoro attive e non attive crescerebbe dunque di 2,2 milioni di individui pari a un incremento del 9% della sua forza attuale. Trovare lavoro a così tanta gente richiederebbe un volume di investimenti cospiquo; si tratterebbe di costruire, di punto in bianco un volume di infrastrutture e strutture produttive, pari a quelle oggi presenti nella regione Lazio. Se non si fosse in grado di adeguare il capitale fisico disponibile in questa ampia misura, mantenendo al contempo un flusso di investimenti capace di preservare dal degrado quanto gia esiste; avremmo come effetto la crescita dei tassi di disocupazione, un aumento dei livelli di precarieta fra gli occupati, ed un calo della massa salariale. Il Calo dei salari, porterebbe le aziende a sostituire cuote del proprio capitale fisso con il lavoro umano. Ci sarebbero meno macchine e piu braccia; ci sarebbe una produttivita piu bassa e aziende piu vulnerabili alla concorrenza e povere.

    • La redazione

      Certo. Invece di aumentare l’operosita’ e investire nella crescita, rassegnamoci a vivere in un paese che ha deciso di incamminarsi verso un declino irreversibile. Abbiamo gia’ rinunciato a cercare di rimanere almeno in linea con lo sviluppo medio degli altri paesi europei? Se e’ cosi’ allora va bene, si salvi chi puo’. Teniamo comunque presente che nei prossimi 20 anni (previsioni Istat) la popolazione in eta’ 30-44 (il cuore della forza lavoro) e’ destinato drasticamente a diminuire e invece ad aumentare fortemente la popolazione over 45. Investire sui cinquantenni e sulla loro occupabilita’ e produttivita’ e’ quindi cruciale, in prospettiva, anche a parita’ di posti di lavoro complessivi.

  15. lucio

    Grazie per la chiarezza e la precisione dell’esposizione che condivido pienamente. Peccato che in Italia la maggior parte è interessata ai giovani, a una riduzione del carico fiscale, a una maggiore equità sociale però soltanto a chiacchiere. Il grande problema è che la stragrande maggioranza ritiene egoisticamente che soltanto gli altri devono essere coinvolti nel processo di riduzione dei privilegi perché esiste sempre qualcun altro che ai nostri occhi sembra più privilegiato di noi. Invece per esempio coloro che hanno un reddito sicuro, come per esempio gli impiegati delle amministrazioni pubblicche e delle tante aziende para-pubbliche sono senza alcun dubbio privilegiati che in questo momento vedono migliorare il tenore di vita a causa della diminuzione dei prezzi. Alla cultura del “ben altro” bisognerebbe sostituire quella di “iniziamo da qualche parte e attiviamo senza esitazione il processo virtuoso” di risistemazione degli equilibri a favore dei più poveri e di coloro che non hanno alcuna protezione sindacale, corporativa, politica e mediatica come per esempio le persone che non hanno diritto ad alcuna assistenza economica (cassa integrazione, sussidi, sostegni).

    • La redazione

      Condivido l’accusa verso il “benaltrismo”. Grazie per il commento,
      AR

  16. Alessandro

    Tutto giusto quello che scrive. Pero’ bisognerebbe spiegarlo anche (o soprattutto) alle aziende, le quali tentano in tutti i modi di disfarsi gia’ dei cinquantenni. Su questi temi non so chi siano piu’ arretrati, se i sindacati o gli imprenditori.

    • La redazione

      E’ vero. E’ una scelta di comodo quella di rottamare i cinquantenni incentivandoli ad andare in pensione precocemente. Per le dinamiche demografiche in atto avremo invece sempre piu’ bisogno di valorizzarli.

  17. Armando Rinaldi

    Buongiorno, è dalla metà degli anni novanta che l’infinita serie di riforme previdenziali è stata giustificata dalle esigenze di bilancio degli enti previdenziali e dalla necessità di reperire risorse per sostenere un nuovo welfare, serio, universale, dignitoso, allineato con gli altri paesi della Comunità Europea. Con il sottofondo di questo ritornello sono state attuate riforme che hanno lasciato del tutto privi di reddito lavoratori maturi espulsi dalle aziende a pochi anni dalla pensione. Si è quindi agito concretamente penalizzando chi era in attesa della pensione mentre si sono spese tonnellate di mirabolanti parole sul welfare senza fare praticamente nulla. E’ troppo chiedere a voi super esperti di provare a cambiare ritornello provando ad ipotizzare una volta tanto che sia prima necessario creare strumenti di sostegno al reddito di chi perde il lavoro e poi tornare a parlare di pensioni. Giusto per evitare di continuare a sentirci presi per i fondelli.

    • La redazione

      Certo. Ma il timore e’ anche che un’eta’ pensionabile precoce sia un elemento funzionale al mantenimento dello status quo. Si puo’ non investire in Italia nell’occupabilita’ e nella formazione dei cinquantenni anche perche’ si puo’ mandarli in pensione presto. Si puo’ non potenziare il sistema di welfare pubblico perche’ tanto ci pensano le donne a fare da care-givers mandandole in cambio in pensione prima. Continuando a discutere su cosa venga prima tra l’uovo e la gallina, stiamo arretrando in termini di opportunita’ di crescita e sviluppo rispetto agli altri paesi.

  18. Giuseppe L'Altrelli

    Francamente, che noia questa storia dei 65 anni. Io vorrei poter decidere di lavorare anche fino a 70 anni, ma vorrei anche poter smettere a 55 o 60 se non ce la faccio più e se ho già pagato i contibuti per un cospicuo numero di anni. Basta semplicemente creare un parametro universale, per l’assegno della pensione, che tenga presente aspettativa di vita e soldi versati. Poi, siete certi che gli imprenditori vogliano tenerci fino a 65 anni ? L’esperienza dice il contrario.

    • La redazione

      Tutto sta a trovare il giusto limite inferiore. Non è un caso che tale limite sia previsto in tutti i paesi e tenda ad essere innalzato. Bene la libertà di scelta, ma vanno anche incentivate scelte dei singoli utili per il benessere comune e disincentivate quelle dannose. Bisognerà pur garantire in un paese che invecchia, che un numero consistente di persone contribuisca produttivamente
      alla crescita del paese e attraverso le tasse finanzi i servizi pubblici (sanità, istruzione, ecc.). Rimanere a lavorare ben oltre i 60 anni è una condizione che dovrà in prospettiva valere per la maggioranza delle persone, prima questo ci entra in testa e ci prepariamo (tutti: sindacati, politici, imprese, lavoratori, ecc.) e meglio è per tutti. Nel mondo occidentale siamo il fanalino di coda nell’adattarci a questi cambiamenti.

  19. Vincenzo Rocchino

    Per molti giovani la pensione è impossibile. Perché un giovane oggi ha scarse possibilità di mettere assieme un periodo contributivo tale da consentirgli una pensione; vengono assunti in prova per pochi mesi. Poi devono sperare di essere chiamati per un altro periodo di prova, con stipendio ridotto naturalmente, e quindi con pochi contributi. La storia può ripetersi per anni. Un mio conoscente geologo, è giunto al suo quarto periodo di prova. E’ inutile prolungare l’attività lavorativa di chi un lavoro lo ha; occorre che si creino le condizioni per facilitare l’ingresso all’attività lavorativa dei giovani, in modo stabile. Smetterla di approfittare di certe forme di lavoro che sanno parecchio di sfruttamento, come il lavoro “in prova” o, come si usa dire oggi, il lavoro precario.

    • La redazione

      Il problema è la flessibilità senza sicurezza = precarietà. Ma la sicurezza manca perché mancano adeguati ammortizzatori sociali. E’ un nuovo sistema di protezione sociale che va costruito, oggi troppo sbilanciato verso la spesa pensionistica.

  20. Piero Torazza

    Tutto vero il calcolo sull’età media sul pil, però è dura far digerire i sacrifici alle persone. Personalmente ritengo che un fattore che aumenta di molto l’opposizione al cambiamento è l’iniquità: quando leggi di pensioni d’oro dei boiardi di stato, vitalizzi di parlamentari, e fondo dirigenti in perdita girato a carico dell’Inps (cioè degli impiegati), allora le persone si ritengono autogistificate a far di tutto x bloccare la riforma. Aggiungo che la contro-riforma del governo Prodi rispetto allo scalone di Tremonti (che ra stato saggiamente rinviato nel tempo) ha contribuito a mandare fuori tilt la spesa. Aggiungo ancora che la mancata separazione della contabilità tra Previdenza ed Assistenza non si fa non per difficoltà tecniche: ma per precisa volontà politica di mascherare la realtà.

    • La redazione

      Aggiungo solo che finora i sacrifici li hanno ‘subiti’ soprattutto le nuove generazioni. Se sacrifici vanno fatti è giusto che pesino sulle spalle di tutti. Magari forse un po’ di più sulle generazioni che hanno protetto il loro benessere creando debito pubblico, le stesse che sono attualmente nel complesso più tutelate sia sul mercato del lavoro che sul versante pensionistico.

  21. Lorenzo Nucita

    • La redazione

      Più che una questione di equilibrio si pone un problema di equità generazionale. Finora i costi delle riforme (lavoro, pensioni ecc.) non sono stati ripartiti equamente tra le generazioni. C’e’poi il fatto, vero, che si e’ aggiunta anche incertezza relativamente al trattamento pensionistico. Le vecchie generazioni sapevano e sanno quanto aspettarsi, i piu’ giovani no perché la loro pensione
      dipende da molti fattori. Ma una cosa almeno la sanno, di sicuro sarà più povera di quella dei padri.

  22. Giovanni

    Gentile Rosina pur con tutta la buona volontà non riesco a convincermi che lasciare la gente al lavoro fino a 65 anni contribuisca a creare più possibilità per i giovani. Il sistema contributivo dovrebbe porre fine a ogni discussione. Come ho scritto in altra occasione, se voglio andare in pensione a 55 anni, accontentandomi di quanto mi spetta in base a calcoli attuariali, perché non devo poterlo fare? Oltretutto lascerei libero un posto che al datore di lavoro costerebbe di meno. Lei sembra pensare che impedire il pensionamento possa magicamente cambiare la mentalità di politici e imprenditori: non credo proprio che accadrebbe. Infine mi sembra che lei pensi di utilizzare i fondi previdenziali per far cassa e ridurre la pressione fiscale: non sarebbe una distrazione di fondi?

    • La redazione

      Quello che serve all’Italia e’ aumentare l’occupazione degli over 55. La domanda allora è: sul fatto che la partecipazione dei cinquantenni sia dai noi particolarmente bassa c’entra qualcosa la relativamente bassa età pensionabile? Non è che ciò incentiva, poco virtuosamente, l’essere rottomati troppo precocemente? Obblighiamoci a diventare tutti piu’ virtuosi: stato, imprese, lavoratori. Creiamo le condizioni per contribuire meglio e piu’ a lungo allo sviluppo del paese. Cominciamo con l’eliminare allora le scorciatoie.
      Quello di lavorare più a lungo non aumenta magicamente le opportunità per i più giovani, ma se ciò che si risparmia, dall’avere un sicuro pensionato inattivo in meno e un contribuente in più, si investe in un miglior e più adeguato sistema di ammortizzatori sociali si risponde ad una delle esigenze fondamentali che hanno i precari di oggi. Contenendo maggiormente la spesa per pensioni e
      spendendo di più per disoccupazione si riequilibria una spesa per protezione sociale che è tra le meno generose in Europa verso le nuove generazioni.

  23. Francesco Artioli

    Andare in pensione a 65 è un lusso che si può permettere chi ama il proprio lavoro e ne trae soddisfazione. Mi chiedo come si possa applicare questa ipotesi a chi svolge lavori manuali usuranti dove l’integrità fisica, l’energia ed il vigore sono indispensabili. L’uguaglianza si realizza nel tener conto della differenza.

    • La redazione

      E’ vero. Esiste un criterio generale sull’età pensionabile che deve poi tener conto che alcuni lavori sono particolarmente usuranti. Non va però usato l’alibi dei lavori usuranti per lasciare tutto com’è, oppure facendo diventare quella una categoria allargata a dismisura comprendendo di tutto e di più.

  24. Francesco

    Ho 23 anni, concordo pienamente con l’idea di elevare l’età pensionabile ai 65 anni, in modo da riequilibrare il sistema e da poter alleviare carichi fiscali e condizione di precarietà continua. Anche sulla parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne sono molto d’accordo, anche perchè reputo che i soldi che ne deriverebbero, potrebbero essere utilizzati per andare incontro alla donna con maggiori possibilità di occupazione e maggiore tutela per la stessa nei momenti per esempio di maternità.

  25. Tommaso Franco

    Complimenti all’autore dell’articolo per l’esposizione chiara e succinta delle dinamiche relative all’età pensionabile. Vorrei solo aggiungere che il maggiore problema non sta tanto nei meccanismi di calcolo nell’età minima per la pensione, flessibile o no. Bisognerebbe concordare tra tutti una visione di società, di distribuzione di carico lavorativo tra generazioni e sessi, sia retribuito sia non retirbuito (cure di famiglia, anziani ecc.), con il dovuto dibattito pubblico condiviso. Dopodiché si dovrebbe plasmare questa visione in leggi che la regolino, e mantenere il quadro stabile per decenni. Con questo metodo, sono condivisibili i presupposti dell’articolo: entrata precoce dei giovani nel mondo del lavoro (min 15, max 25 per i laureati), flessibilità nel carico di lavoro (part-time ecc.) per tutti in funzione delle necessità, reddito minimo per i disoccupati e redditi bassi (alla francese/danese), uscita flessibile a partire dai 60 per tutti. Certo che con la politica italiana attuale un quadro normativo “stabile per decenni” è una chimera. PS: Bisognerebbe poi sfatare il mito degli ultra-50enni più costosi dei giovani: e chi dice che lo stipendio non possa diminuire?

    • La redazione

      Infatti, dicevo condizione necessaria, ma non sufficiente. Siamo nel complesso un paese squilibrato e la permanenza di tali squilibri e’ uno dei motivi principali dello scarso dinamismo e delle difficolta’ di crescita del paese.

  26. Anna M. Ponzellini

    Condivido la proposta di equiparazione, almeno in via di principio, come ho già sostenuto in risposta all’intervento di Saraceno, e comunque all’interno di una riforma che renda il pensionamento flessibile per tutti – poniamo dai 62 anni? – con disincentivi al pensionamento precoce. Non condivido però la sbrigatività con cui si risolve il problema del differente contributo sociale delle donne, per il quale finora hanno goduto di un inadeguato “risarcimento” sotto forma di età pensionabile più bassa: non credo davvero ci si possa accontentare di un invito “ad un maggiore impegno dei maschi” nel lavoro di cura (ci vogliono un paio di generazioni di cambiamento culturale) e neppure della generica prospettiva di un aumento dei servizi (che, per altro, farebbe capo ad un comparto di spesa pubblica differente da quello pensionistico). Credo che lo scambio deve essere contestuale: aumento consistente della durata e dell’importo dei congedi parentali, riconoscimento forfettario di contributi figurativi (anche fuori dal rapporto di lavoro) per ogni figlio o anziano o disabile accudito (da donne e uomini, naturalmente) e poi anche più servizi. Sennò restiamo così, almeno ci teniamo le nonne

    • La redazione

      Certo, l’ideale e’ che lo "scambio" sia "contestuale". Ma restare cosi’ no.

  27. Guerriero

    Buona sera, il problema delle pensioni è legato soprattutto al fatto che dai versamenti INPS, lo Stato attinge di volta in volta per fronteggiare la cassa integrazione oppure la sanità e quant’altro. Anche il Presidente dell’I.N.P.S. dice che l’istituto è in attivo quindi, aggiungo, lo Stato sarebbe opportuno che andasse a prendere i soldi da chi evade le tasse e far decidere ai dipendenti quando andare in pensione una volta maturato, il minimo pensionabile. La realtà è che già ora noi Italiani andiamo in pensione grosso modo come la media Europea e se poi aggiungiamo che i nostri giovani si avvicinano al mondo del lavoro tardi, in futuro sarà automatico andare in quiescenza a tarda età. Già che ci siamo vorrei toccare anche l’argomento amianto, attualmente si sta verificando una moltitudine di pensionamenti anche in ambienti dove l’amianto era presente come in tutti i luoghi e magari dove davvero veniva maneggiato, il presunto danno non è stato riconosciuto. Come al solito alcuni furbi, pur avendo vinto le cause dell’amianto contro l’ INPS hanno pensato bene di usufruire anche del bonus Berlusconi e tuttora non si schiodano dal proprio posto di lavoro perché aspettano gli incentivi dell’azienda, ne conosco molti ed inoltre cito anche quelli che escono dal mondo lavorativo nelle condizioni che se gli sottraiamo i 40 anni dall’età anagrafica e come se avessero cominciato a lavorare a 11, 12, 13… anni, questo accade perché la legge concede fino a 10 anni per arrivare ai 40. Vi sembra possibile vedere queste persone in pensione a 50, 51, 52… anni? Poi ci sono casi come quello di due dipendenti che hanno impostato la domanda in maniera diversa pur facendo lo stesso lavoro, ebbene uno è stato riconosciuto e l’altro no, mi domando dove sono i controlli. Anche di questo, lo stato, il sindacato e le aziende hanno le loro responsabilità. Concludendo dico che è una vergogna far pagare agli altri i propri errori gestionali. Saluti F.G.

  28. andrea

    Vietiamo oggi in Italia il pensionamento dei 60-64enni: che accade? Chi è nel pubblico impiego, avrà 5 anni in più di stipendio intero e di contributi patronali. Chi è dipendente privato invece (esclusi pochi privilegiati in posizioni elevate), avrà 5 anni di pensione in meno, non solo, ma anche una pensione più bassa venendogli a mancare 5 anni di contributi. La misura proposta è, quindi, in pratica un trasferimento di risorse dai dipendenti privati a quelli pubblici, dei quali per singolare coincidenza il dr. Rosina fa parte.

  29. Ugo Beronia

    Vorrei sommessamente ricordare la soppressione progressiva dello stato sociale sprecone è l’attività che occupano i più diligenti economisti e sociologhi. Se ci soffermassimo per un momento a considerare perché la nostra vita è così fastidiosamente lunga, perchè i vecchi non si ammalano più come nei bei tempi passati quando le pensioni si erogavano per cinque, dieci anni al massimo, quando le donne non avevano alcuna tutela ed erano costrette a piegarsi sulla terra per sopravvivere con difficoltà forse, e dico forse, avremmo la lucidità e il coraggio di dire che sì, lo stato sociale è fastidioso. Purtroppo le imprese, la clientela dei professionisti e degli artigiani chissà perchè gli ottantenni non li cercano più?! A me risulta che qualunque impresa dai 55 anni in su considera i suoi dipendenti esuberi (letteralmente: avanzi). Sarei ancora sommessamente felice se si cominciasse a parlare di lavoro, di formazione permanente, di servizi sociali per le donne giovani, di stabilità dell’impiego, di salute garantita, di contribuzione INPS destinata ai pensionati e non solo in parte alle pensioni e poi via con tutti gli aumenti dell’età di sopravvivenza e di pensione. Fine del sogno.

  30. Ozel Giuseppe

    Mi sembra di aver capito che l’INPS è in attivo. Allora perché si parla di riduzione delle spesa pubblica se si aumenta l’età pensionabile? Non sarebbe più giusto parlare di più soldi dei versamenti dei lavoratori disponibili da usare per altre cose? Qual è l’obiettivo? Quello di far lavorare tutti gli anziani fino a 65 anni, tutti i giorni, e far lavorare i giovani sei mesi l’anno e con i soldi dei versamenti degli anziani pagare a loro gli altri 6 mesi?

  31. paolo consolini

    Concordo con la necessità di equiparare l’età pensionabile tra uomini e donne e sulla necessità di destinare maggiori risorse pubbliche alle misure di sostituzione (tramite servizi) del lavoro di cura familiare (bambini e persone non autosufficienti), ciò al fine di garantire maggiori opportunità alle donne di inserirsi o di restare nel mercato del lavoro. Mi trovo ad essere meno d’accordo con l’Autore sulla necessità di un maggiore riconoscimento economico per il lavoro di cura prestato dalle donne lavoratrici, poiché per ragioni di equità tale riconoscimento andrebbe esteso anche nei confronti delle donne non occupate (…a tutti o a nessuno). Mi sembra che il nostro sistema assistenziale preveda l’erogazione di prestazioni nei confronti di soggetti non autosufficienti, mentre è decisamente avaro ed iniquo nei confronti dei carichi familiari (cura dei figli). Credo che il maggiore problema del nostro sistema previdenziale sia nella sperequazione, e quindi non svolge in pieno la sua funzione redistributiva e solidaristica. Si consentono privilegi in favore di pochi (cumulo di pensioni d’oro ) e poi si livellano le pensioni da lavoro di tanti altri.

  32. PDC

    A margine di questo tema, osservo che sì, è vero, l’allungamento della vita dovrebbe comportare come naturale conseguenza l’allungamento dell’età pensionabile. Ovviamente il ruolo dei lavoratori più anziani dovrebbe valorizzare non tanto la loro flessibilità quanto la loro esperienza… ma certamente questo non avviene facilmente, soprattutto nel settore privato, a causa (a mio parere) del livello patetico delle capacità gestionali della classe dirigente italiana, che valorizza l’economicità e la ricattabilità del dipendente al di sopra di ogni altra considerazione. Anche i sindacati, comunque, sono corresponsabili della "inappetibilità" dei lavoratori anziani… ma il discorso si allungherebbe troppo. In effetti nella società reale gli unici lavoratori che riescono ad accrescere il proprio “valore di mercato” a dispetto della senilità incipente sono coloro che occupano posizioni di relativo potere, dai politici agli alti dirigenti pubblici e privati. Ossia esattamente quelle categorie di lavoro che dovrebbero essere riservate a persone ancora “fresche”, con quelle capacità innovative che purtroppo l’età sempre e comunque cancella senza eccezioni.

  33. sandra

    E’ sempre il cittadino che "paga".Perché non si risolve ritoccando gli sprechi dei parlamentari?

  34. franzoni roberto

    Visto che l’obbiettivo è quello di favorire l’occupabilità delle persone over 55 non vedo perché non si possa costringerle a lavorare, più a lungo, però nel frattempo bisognerebbe comunque liquidare loro la pensione.

  35. Del Fabbro Giuseppe

    Sulla mia busta paga le tasse e i contibuti previdenziali sono ben distinti. Perché, dunque,confondere le due entità? Sò che le pensioni inps derivate da verasmenti contributivi sono in perfetto equilibrio. So anche che i sussidi, e sottolineo la parola sussidi (pensioni sociali,pensioni di invalidità, indennità di disoccupazione ecc…) sono erogati tramire l’inps avendo questi la struttura tecnica per farvi fronte,ma devono essere finanziati con la fiscalità e non con i contributi, quindi ogni anno lo stato ripiana giustamente queste spese,ma in questo modo si da la stura alla confusione fra fiscalità e previdenza e ho il sospetto che questa confusione non sia in buona fede.

  36. Salari Federico

    L’autore auspica l’aumento a 65 anni per tutti e subito dell’età pensionabile (vecchiaia e anzianità, ritengo). Io sono contrario, per diverse motivazioni. Tra queste mi preme sottolineare la seguente: l’aumento dell’età pensionabile deciso unilateralmente dallo Stato per esigenze di bilancio è iniquo all’evidenza ed è incostituzionale, poichè configura un esproprio senza indennizzo dei contributi versati nel corso della vita lavorativa. C’è una parte della pensione, quella appunto costituita dall’ammontare dei contributi versati, più gli interessi almeno al saggio legale, la cui restituzione al lavoratore non può essere rimandata sine die con continui aumenti dell’età pensionabile. Lo Stato intervenga come gli pare sulla quota della pensione a suo carico ( ne ritardi la corresponsione, la riduca etc.); ma eroghi a richiesta la quota rappresentata dagli accantonamenti individuali, specialmente quando ci si trovi di fronte a chi, ultracinquantenne, privo di concrete possibilità di ricollocarsi, ha perso il lavoro a pochi anni dal raggiungimento della (precedente) età pensionabile.

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