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ATENEI TRA DUE DECRETI: PURCHÉ 35 ANNI NON SIANO PASSATI INVANO

Paghiamo ancora le conseguenze del reclutamento indiscriminato di docenti disposto quando esplose la domanda di istruzione universitaria. Nelle nuove misure per gli atenei si prefigura sia una rottura con il passato sia una ripetizione di alcuni degli errori più grossolani che lo hanno caratterizzato. Da un lato introduce l’impiego di procedure di valutazione della ricerca, ma dall’altro si rischia di riprorre un meccanismo di assunzione dei giovani senza una selezione rigorosa e senza creare un contesto ambientale idoneo ad attrarre i ricercatori migliori.

L’università italiana risente ancora della sanatoria realizzata con il D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, che consentì ai “precari” degli anni Settanta, i professori incaricati stabilizzati, di essere inquadrati nel ruolo degli associati previo superamento di un giudizio di idoneità e senza obbligo del giudizio di conferma. Il provvedimento portò all’assunzione di una categoria di docenti reclutati in gran fretta per effetto  dell’articolo 4 del D.L. 1 ottobre 1973, n. 580 recante “Misure urgenti per l’università” e noto, dal nome dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, come “decreto Malfatti”. Questo decreto era stato varato per ampliare il corpo docente a fronte dell’esplosione della domanda di istruzione universitaria successiva alla liberalizzazione degli accessi alle Facoltà introdotta nel 1969 e rimasta tra le conseguenze più significative del Sessantotto italiano.

LE CONSEGUENZE DEI DECRETI

Del combinato disposto del D.L. 580 e del D.P.R. 382 paghiamo ancora i costi, con una generazione di docenti che, immessi in ruolo tutti insieme e senza una reale selezione, dopo aver completato rapidamente la carriera durante le prime tornate dei concorsi nazionali per ordinario (dominate dal criterio dell’anzianità), si sono specializzati nella gestione del potere accademico. Non di rado con una progressione verticale che li ha portati ad occupare in sequenza le posizioni di Direttore di Dipartimento, Preside, Pro-rettore e Rettore. Con il senno di poi – ma intellettuali come Paolo Sylos Labini lo denunciarono subito, puntando l’indice contro le stabilizzazioni ope legis e preconizzandone le conseguenze negative – una misura demagogica che ha pesato come un macigno sui tentativi successivi di costruire un sistema universitario efficiente. Vale a dire un sistema che da un lato selezioni con rigore i docenti e dall’altro apra realmente l’accesso all’istruzione terziaria, sostenendo finanziariamente gli studenti meno abbienti (Ballarino e Checchi, 2006).
Dagli errori si può imparare e la fase di turbolenza che sta caratterizzando l’università italiana potrebbe portare ad assetti e regole in grado di chiudere definitivamente con questo passato.

LE DISPOSIZIONI? SEMPRE “URGENTI”

Il decreto legge 10 novembre 2008, n. 180 – emendato dalla Commissione Istruzione del Senato nella sua Seduta n. 55 del 27 novembre – ha in comune con il 580 l’aggettivo urgenti, riferito in questo caso alle diposizioni che esso contiene “per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”. Se questa coincidenza terminologica da un lato suscita sensazioni sinistre, dall’altro lascia sperare che alcune parti del decreto possano rappresentare un momento di svolta nel processo di riforma dell’università italiana.
In realtà, il decreto prefigura sia una rottura con il passato che una riproposizione di alcuni degli errori più grossolani che lo hanno caratterizzato. Di questa schizofrenia sono emblematici l’articolo1, in due sue parti, e l’articolo 3 bis così come proposto dalla Commissione Istruzione del Senato.

IL CRITERIO DEL MERITO

Il comma 4 dell’articolo 1 prepara il terreno per una reale modernizzazione, riformulando le regole per la composizione delle commissioni di concorso. Tra le auspicabili estensioni di questa regola va annoverata quella proposta da Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera dell’11 novembre (“Chi ha paura del sorteggio”) – e in parte ripresa dalla Commissione Istruzione del Senato nell’art. 3 bis – con l’individuazione di un elenco di professori eleggibili nelle commissioni giudicatrici, individuati non tramite una procedura di votazione ma sulla base della loro produttività scientifica. La proposta è stata ripresa dalla Commissione Istruzione del Senato nell’art. 3 bis che, al comma 2, stabilisce che “il carattere scientifico delle pubblicazioni è stabilito con apposito decreto del Ministro, su proposta del CUN e sentito il CIVR” e al comma 4 prevede l’esclusione dalle commissioni di concorso di quei docenti “che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche individuate secondo i criteri di cui al comma 2”.
Questo accorgimento, che implica l’impiego di procedure di valutazione della ricerca, rappresenta un passo in avanti per lasciarsi alle spalle l’eredità del D.L. 580 e, opportunamente integrato, potrebbe trovare applicazione anche nella riforma della governance delle università, dove pure è necessaria una svolta meritocratica. Estendendo la proposta dei “requisiti di accesso” alla eleggibilità negli Organi accademici (Rettorato incluso), si potrebbe restringere anche in quest’ambito la scelta agli studiosi più valenti, escludendo dall’elettorato passivo quelli dimostratisi incapaci di produrre (buona) ricerca.

UN PIANO PER ASSUMERE GIOVANI

Il comma 3 dell’art. 1 prevede che le università statali possano, nel triennio 2009-2011, destinare alle assunzioni di personale una somma pari al 50 per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. Purché una quota non inferiore al 60 per cento sia riservata all’assunzione di [giovani]ricercatori a tempo determinato e indeterminato e una quota non superiore al 10 per cento a quella di professori ordinari. Sembra implicita in questo comma la convinzione che sia necessario un piano straordinario di assunzioni di giovani per far fronte all’uscita per pensionamento, attorno al 2015, di gran parte dei docenti entrati nell’università grazie al D.L. 580. Si intende, in pratica, sostituire una generazione reclutata in blocco senza una rigorosa selezione con una generazione (quasi) altrettanto numerosa reclutata con procedura analoga. Come scrive Paolo Garella su lavoce.info l’idea spesso sbandierata dal ministro di turno, sia di sinistra che di destra, di rinnovare l’università con migliaia di concorsi per posti di ricercatore, con gli attuali stipendi, è del tutto controproducente: la qualità media dei concorrenti è, purtroppo, bassa. Persino più bassa, a volte, delle generazioni precedenti, e i concorrenti sono solo italiani.”

IL RISCHIO DI RIPETERE GLI ERRORI

Quello che si stenta a capire (o si fa finta di non capire?) è che l’emergenza didattica (reale) degli anni Settanta ha generato una soluzione che, se replicata, affosserebbe le speranze di riforma dell’università. Partiamo dai dati e da una importante modifica statutaria: 1) tra il 1998 e il 2007 la crescita del corpo docente è stata superiore di quasi cinque volte (+24,1%) a quella degli studenti complessivamente iscritti (+5,48%); 2) a seguito dell’implementazione del Bologna Process (il modello 3+2) dopo il 2000 gran parte degli atenei hanno modificato i propri statuti, introducendo per ordinari e associati l’obbligo di raddoppiare l’impegno didattico (passando da 1 a 2 insegnamenti o, meglio, da 10 a 20 crediti), a parità di retribuzione. Malgrado non vi sia alcuna emergenza didattica e il problema vero sia di rendere sempre più competitiva sul piano internazionale la ricerca prodotta nelle nostre università, si sta riproponendo la stabilizzazione di una intera generazione di aspiranti professori universitari: tutti italiani e spesso formatisi esclusivamente in Italia facendo da portaborse a qualche “baronetto”  diventato tale grazie al cocktail 580/382.
Anziché fossilizzarsi sul “ringiovanimento” e sulla necessità di “scongiurare la fuga dei cervelli” o di promuoverne il “rientro”, sarebbe forse opportuno cominciare a parlare di selezione rigorosa e creazione di un contesto ambientale idoneo ad attrarre i ricercatori migliori. Non di reclutamento in massa di giovani usciti dai programmi di dottorato nazionali ha bisogno l’università. Ma di un sistema coerente fatto di procedure di selezione trasparenti e di retribuzioni adeguate agli standard internazionali, che renda possibile una graduale sostituzione del personale in uscita con studiosi eccellenti di provenienza e cittadinanza italiana o straniera. Eliminando quegli steccati di passaporto e di scuola accademica che hanno fatto dell’università italiana un’entità impermeabile alla globalizzazione e alla circolazione delle idee, cioè a quei fattori che in ogni tempo e in ogni luogo dovrebbero essere alla base della sua stessa esistenza. Se 35 anni non sono passati invano…

Per saperne di più
G. Ballarino e D. Checchi (a cura di) (2006), Sistema scolastico e disuguaglianza sociale, il Mulino, Bologna.

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LA RISPOSTA AI LETTORI

23 commenti

  1. Giovanni Federico

    Non vedo come il (quasi) sorteggio dei commissari possa migliorare la qualità dei concorsi. In primo luogo, i commissari devono essere pur sempre eletti, riproducendo il meccanismo di accordi spartitori già in essere. In secondo luogo, non vedo perchè un commissario debba comportarsi diversamente dal “solito” solo perchè il suo nome è stato originariamente estratto a sorte invece che suggerito. Il sistema potrebbe cambiare solo se un congruo numero di professori ordinari “meritocratici”, per puro spirito di servizio, si sobbarcasse gli oneri di una campagna elettorale e di un’aspra lotta all’interno delle commissioni al solo fine di bloccare le operazioni clientelari, col rischio di esporre i concorsi nel proprio Dipartimento ad un analogo trattamento. Finora questi “eroi” non si sono materializzati. Perchè dovrebbero farlo ora?

    • La redazione

      L’introduzione di requisiti minimi per entrare a far parte delle commissioni dovrebbe aiutare. Chi è o è stato studioso di livello dovrebbe avere a cuore i criteri meritocratici. Quantomeno un po’ più di chi l’attività di ricerca non l’ha mai praticata.

  2. Galimberto Galimberti

    Che per il reclutamento a posti di ricercatore “la qualità media dei concorrenti è, purtroppo, bassa. Persino più bassa, a volte, delle generazioni precedenti, e i concorrenti sono solo italiani” e che ciò dipenda anche dai dottorati nazionali sono due affermazioni probabile frutto di una indebita generalizzazione a partire forse dall’esperienza dell’autore. La prima nega una realtà che è sotto gli occhi di tutti: chi attualmente aspira a posti di ricercatore sono figure di studiosi molto raramente sotto i 32, in genere tra i 32 e i 38, talvolta i 40 anni con ottima esperienza di ricerca alle spalle, gran belle pubblicazioni, profili invidiabili: ha mai l’autore fatto parte in tempi recenti di commissioni di concorso per ricercatore? La qualità di quei candidati è buona anche grazie a percorsi dottorali di ottimo livello. Oggi i dottorati non sono più così buoni? Può essere. Ma è conseguenza di un peggioramento a catena dei profili dei candidati: cattiva istruzione secondaria, scadimento qualitativo legato al 3+2, scarsi candidati di dottorato. E anche questo è sotto gli occhi di chiunque abbia fatto parte di comissioni di ammissione al dottorato. Sarebbe indispensabile ragionare tenendo conto delle specificità esistenti in ambiti disciplinari diversi. Ma in generale sarebbe indispensabile sopprimere il ruolo dei ricercatori, introdurre ricercatori a tempo determinato (2+2 o anche 2+2+2) e poi una figura di assistant professor con compiti didattici ben definiti e sempre tenendo presente la falsità (e l’illogicità) del mito della piramide. Certo, poi sarebbe anche da riformare il dottorato. Ma senza dimenticare il rischio che si sta chiaramente correndo: un eccesso di regolamentazione, troppa pretesa di stabilire per legge cos’è il merito, cos’è la qualità, l’idea assurda di inventare il meccanismo perfetto di reclutamento, gioco di società in cui si stanno scatenando numerosi soloni con più o meno esperienza a volte solo annusata di università straniere. Purtroppo nella attuale foga riformatrice e iconoclasta manca del tutto un vero disegno d’insieme: questo i commenti dovrebbero sottolineare.

    • La redazione

      Ha ragione. Un meccanismo perfetto di reclutamento non esiste in nessuna parte del mondo e chi sostiene il contrario deve davvero conoscerlo poco il mondo. Poi sappiamo bene che la tentazione di cambiare tutto per non cambiare nulla è sempre dietro l’angolo. Quanto ai “soloni” di cui parla nel suo commento, almeno per quelli di origine accademica l’articolo di Daniele Checchi e Tullio Jappelli offre uno strumento utile (anche se non infallibile) per cominciare a distinguere tra “buoni” e “cattivi”. Naturalmente senza alcun fideismo.
      Concordo con lei che la strada è ancora molto lunga. in ogni caso, l’art. 1 di questo decreto lascia aperta la possibilità di reclutare ricercatori a tempo determinato. Combinata con la legislazione vigente in materia di autonomia delle università, questa disposizione dovrebbe rendere possibile bandire posti a tempo determinato con retribuzioni di standard internazionale (50-70 mila euro l’anno), auspicando che in questo modo si riesca a “pescare” tra i migliori ricercatori junior sul mercato internazionale.

  3. liliana palermo

    Vorrei sapere se, finalmente, c’è una rigorosa scelta di validità internazionale delle pubblicazioni:il barone, a monte, potrebbe motu proprio cassare come insignificanti le pubblicazioni del malcapitato, magari per motivi politici….questo avete dimenticato di dire a proposito della 382…

    • La redazione

      Purtroppo non vi sono procedure che riescano ad annullare l’eventualità di comportamenti scorretti se non addirittura truffaldini. Però abbiamo il dovere morale di (tentare di) aspirare al bene.

  4. MORSELLI ELIO

    Finalmente un discorso molto chiaro. Anche questo provvedimento è inficiato di lassismo, come i precedenti. Evidentemente la politica ha le sue esigenze, e i suoi limiti di demagogia. Ma ci sono anche delle difficoltà di carattere obiettivo: come si fa a valutare il merito di uno studioso solo in base all’impact factor o al numero di pagine scritte?

    • La redazione

      Occupandomi istituzionalmente di valutazione della ricerca conosce bene le difficoltà di individuazione di criteri ottimali per tutti i settori scientifico-disciplinari. Sulla base della mia esperienza, credo che l’utilizzo di un buon mix di indicatori bibliometrici e peer review possa offrire le garanzie maggiori.

  5. Nicola

    Dice l’autore “la qualità media dei concorrenti (concorsi da ricercatore) è, purtroppo, bassa. Persino più bassa, a volte, delle generazioni precedenti, e i concorrenti sono solo italiani.” E’ molto triste pensare che si pensi a normare l’università sulla base di questi pregiudizi. Nel mio settore (Matematica) alla fine degli anni ’80 il vincitore di un concorso da ricercatore aveva, di regola, 1/2 pubblicazioni, a volte solo preprint. A metà degli anni ’90 era diventato standard non presentarsi ad un concorso con meno di 3 articoli pubblicati (stiamo parlando di riviste internazionali con referee). All’ultimo concorso da ricercatore in cui sono stato uin commissione, un mese fa, nessuno dei candidati papabili aveva meno di 8 pubblicazioni internazionali. Almeno tre di loro avevano un curriculum migliore di alcuni ordinari del mio dipartimento.

    • La redazione

      Bene. Quanto dice conferma che vi può essere eterogeneità fra settori e che fra gli attuali ordinari vi e’ chi ha completato la propria carriera con meriti dubbi.

  6. decio

    In tante parti del mondo funziona così: io sono il direttore di un dipartimento, e devo far arrivare i soldi (dallo Stato, oltre che dai privati. Lo Stato mi dà pochi soldi o tanti soldi in relazione alla quantità e qualità di ricerca che il mio dipartimento produce. Per essere valutabile, io direttore ed il mio dipartimento, devo avere le mani libere di assumere chi voglio io! Altrimenti non potrei essere giudicabile. Per essere responsabilitzzato devo poter assumere chi voglio io, e ciò si può fare eliminando i concorsi. Così va il mondo.

    • La redazione

      In linea di principio non si può non essere d’accordo. Tuttavia, il nostro paese è molto indietro per quanto riguarda l’accettazione della cultura stessa della valutazione. Per questo credo che la sua proposta possa essere attuata soltanto in modo graduale, anche se sono convinto come lei che il punto d’arrivo dovrebbe essere l’abolizione dei concorsi.

  7. loris perotti

    Il contributo mi sembra mettere sullo stesso piano e in successione logica due cause assai differenti dell’aumento dei docenti in Italia. La prima causa risiederebbe nei meccanismi ope legis di immissione in ruolo in seguito ai provvedimenti urgenti del 1973; la seconda starebbe invece nelle modifiche successive al Bologna process. I contesti sono del tutto differenti: nel primo caso i provvedimenti del 1973 furono l’effetto della centralizzazione dei meccamismi concorsuali che per le inefficienze ministeriali (anche 4 o 5 anni per la completa conclusione di una tornata concorsuale) non fu in grado di garantire l’adeguamento tra la crescita della domanda (studenti) e quella dell’offerta (i docenti). Dopo il 1998 invece la crescita è da mettere in relazione con la ragione opposta, vale a dire con il decentramento che ha condotto ai nuovi concorsi su base locale (L. 210/98). Sarebbe però ingiusto non ricordare che la crescita post 1998 non è indipendente dalla circostanza di venire dopo un periodo di centralismo burocratico inefficiente che aveva reso lunghissime le procedure concorsuali generando aspirazioni (più o meno legittime) di un avanzamento di carriera.

    • La redazione

      Passata la fase delle stabilizzazioni ope legis, la stagione dei concorsi nazionali non è stata poi così negativa. Proprio in virtù del fatto di aver rallentato e reso meno automatici gli avanzamenti di carriera. Certamente è stata molto meno negativa di quella dei concorsi locali, che è anzi tra le concause del dissesto finanziario di alcuni atenei. Il meccanismo delle tre (in seguito due) idoneità su ogni posto bandito ha infatti innescato una progressione verticale indiscriminata che da un lato ha consentito a molti ricercatori e associati di modesto livello scientifico di completare la propria carriera e dall’altro ha fatto lievitare la spesa per il personale in quegli atenei che non hanno saputo limitare le promozioni degli idonei. Cosa che con il perdurare del sistema dei concorsi nazionali non sarebbe potuta avvenire. E di questo, non nascondiamoci dietro un dito, chi lavora nell’università italiana e ha un minimo di onestà intellettuale è ben consapevole.

  8. Aram Megighian

    Spero di non essere l’unica persona che si chiede che rapporto c’è la la nuova legge (e le migliaia proposte) e la sbandierata autonomia universitaria. Ragioniamo: i) si vuole migliorare la didattica universitaria; ii) ciò si raggiunge con docenti validi; iii-a) questi sono validi se sono bravi scienziati; iii-b) questi sono validi (anche) se sono bravi docenti. Per ottenere ciò, a mio parere, basterebbe introdurre appieno l’autonomia universitaria e stimolare la concorrenza tra università e, all’interno delle università, tra i Dipartimenti. Come? i) Togliendo il valore legale al titolo di laurea (se mi laureo in una valida università valgo di più); ii) introducendo (come timidamente si cerca di fare) criteri di valutazione della didattica e ricerca per dirigere i soldi e i posti di docente alle università migliori; iii) lasciando le università e i dipartimenti liberi di scegliersi chi vogliono (come all’estero); iv) chi sceglie male, paga: in termini di posti, il dipartimento nell’Università, l’Università rispetto alle altre. Mi pare semplice e pragmatico. Lo fanno tutti, e non capisco perchè qui non lo si voglia fare.

    • La redazione

      Sono d’accordo. Il mio articolo evidenzia soltanto alcune delle ragioni storiche e dei vincoli di natura culturale che rendono una trasformazione come quella da lei auspicata abbastanza problematica e, temo, piuttosto lunga. A meno che non accadano eventi traumatici tali da determinare una forte accelerazione delle istanze riformatrici. Tra questi, penso alla possibilità che le (numerose) famiglie italiane che investono 10-15 mila euro l’anno per consentire ai propri figli di andate a studiare presso luoghi lontani da quello di residenza si accorgano che essere “fuori sede” in una qualunque città universitaria italiana non è più costoso che esserlo in tante altre città europee. E decidano di spedire i propri rampolli a studiare presso università olandesi, francesi, o magari tedesche, nella (giusta) convinzione di offrire loro, mal che vada, l’opportunità di approfondire la conoscenza di culture e lingue diverse. Immagino che in una situazione di questo tipo, con il rapido assottigliarsi del numero degli studenti immatricolati, le forze realmente riformatrici riuscirebbero a imporre all’università italiana una brusca sterzata nella direzione auspicata nel suo commento.

  9. Paolo Stefano Marcato

    Concordo. "Appare cruciale, come invece non si constata in varie proposte, l’importanza del primo arruolamento nella carriera universitaria. E’ vero che oggi i giovani (salvo in determinati atenei afflitti notoriamente da parentopoli) arrivano al primo gradino di ricercatori di ruolo dopo un tirocinio non breve da dottorandi, post-doc, borsisti. Ma l’acquisizione di una posizione a tempo indeterminato non può avvenire senza un controllo di merito, che nei casi critici è irrimediabilmente vanificato perché se si arrivasse al non superamento del periodo di prova il posto andrebbe perso per la struttura. Così il dilemma ‘perdere il posto o stabilizzare il ricercatore incapace si risolve di regola con la seconda opzione. Anche perché il giudizio negativo sui tre (più eccezionalmente altri due) anni di prova viene affidato a un consesso assembleare (il Consiglio di Facoltà) che è rarissimamente propenso e/o non ha interesse a esprimersi per un grave provvedimento ad personam. Pur comprendendo che la proposta farebbe pensare ad un’ulteriore precarizzazione dell’aspirante ricercatore, sarebbe risolutivo affidare il giudizio per la conferma in ruolo solo a docenti esterni".

  10. rosario nicoletti

    Serpeggia in vari articoli di questo giornale l’opinione che tutto quel che riguarda l’università – e di qualsiasi cosa si tratti -possa essere sanato con la “meritocrazia”, che si identifica poi con il numero di buone pubblicazioni prodotte. Vorrei allora difendere una cattiva notizia: non tutto può essere risolto attraverso il numero delle pubblicazioni. L’esclusione dei professori che non hanno pubblicato negli ultimi tre anni trova giustificazione non già nel fatto che costoro sarebbero più ingiusti e nepotisti dei colleghi più “bravi”: questa giustificazione sarebbe senz’altro risibile. Così come è risibile la giustificazione che non sarebbero in grado di “giudicare”. Ritengo tuttavia giusta l’esclusione dal momento che essi stessi si sono esclusi dalla ricerca. L’idea poi che il rettore vada pre-selezionato per meriti scientifici cozza con l’idea che un vero ricercatore rifugge dall’idea di fare il “manager”. E che le doti manageriali – necessarie per fare il rettore – non coincidono con quelle del ricercatore. Il dottor Marchionne, al quale tutti riconoscono il merito di aver risanato la FIAT, sarebbe un buon rettore; Einstein sarebbe sarebbe forse un cattivo rettore.

    • La redazione

      Per quanto riguarda la prima parte del Suo commento non ho molto da aggiungere rispetto alle tesi, comunque prudenti, espresse nell’articolo e in precedenti risposte ad altri commenti. Colgo l’occasione offertami dalle Sue considerazioni in termini di individuazione e nomina del Rettore “ideale” per sviluppare alcune riflessioni ulteriori.
      In linea di principio, come accade in svariati paesi, il Rettore dovrebbe essere un manager nominato dai principali stakeholders, che lo scelgono per le sue competenze rispetto a un settore particolare come quello dell’università. Sulla base delle norme vigenti, in Italia il Rettore viene invece eletto direttamente dal personale (docente) di ciascun Ateneo, che lo individua tra i professori ordinari dell’Ateneo stesso. Prima di esprimere un giudizio sulla preferibilità o meno di questa procedura, vorrei ricordare che a più di dieci anni da quella “Legge Bassanini” che portò alla privatizzazione dei contratti dei dirigenti pubblici di grado più elevato – sulla base della convinzione che in questo modo si sarebbe creato un mercato, appunto, dei manager pubblici libero da interferenze politiche – il nostro paese presenta ancora un bilancio fallimentare per quanto riguarda l’adozione di moderne pratiche manageriali all’interno delle amministrazioni pubbliche. In nessuna articolazione del settore pubblico si è creato un mercato dei manager (con la parziale eccezione della sanità!) e il principale risultato raggiunto è stato l’aumento vertiginoso delle retribuzioni di questi dirigenti a contratto, raramente associato a un recupero di efficienza della struttura da essi diretta. Lo stesso meccanismo incentivante implicito nella natura privatistica dei contratti è sostanzialmente venuto meno, soprattutto in quei casi (numerosissimi) in cui il “manager” altri non è che un funzionario della stessa struttura collocato transitoriamente in aspettativa e pronto a riprendersi il proprio posto a tempo indeterminato una volta scaduto il mandato. In attesa che il Legislatore cancelli questa assurdità, che si configura come vincolo intrinseco alla creazione di un mercato dei manager pubblici, io credo che per quanto riguarda l’università il male minore sia per il momento rappresentato dal mantenimento dell’attuale sistema di elezione dei Rettori.
      Data la legislazione vigente in materia di elezione, il mio Rettore ideale è pertanto un professore ordinario che abbia dimostrato una significativa capacità di svolgere ricerca ad alto livello, meglio se anche in sedi internazionali. Per una ragione molto semplice: il trovare o l’aver trovato gratificazione personale nei successi conseguiti facendo ricerca (si certo, anche il semplice gusto di pubblicare nelle riviste più prestigiose). Sono convinto che chi ha ottenuto soddisfazioni personali di questo tipo non abbia come principale argomento della sua funzione obiettivo quello che soprattutto gli accademici mediocri pongono al primo posto: accaparrarsi quante più risorse finanziarie (pubbliche) possibili da trasformare in “posti” (cattedre) per i propri allievi e collaboratori.  Sovente ancor più mediocri di loro.

  11. decio

    Gent. mo Prof. Santarelli, sono contento del fatto che lei condivida con me il contenuto del mio intervento ("Mani libere"). Forse ha ragione lei, l’italia non è matura per un sistema dell’abolizione dei concorsi. La ragionevolezza, però non può aspettare sempre la maturità. Anche quando si voleva introdurre l’uso obbligatorio del casco per i ciclomotori, della cintura di sicurezza, del divieto di fumo nei locali pubblici, si diceva che l’Italia non era matura (molte proteste). Sembrava tutto inattuabile e non concepibile. In fondo siamo nel G8, perchè non dovremo essere maturi per un sistema basato sul "rischio io, perciò chiamo chi voglio io"? In Italia tale sistema già esiste nel settore pubblico: il CT della nazionale italiana di calcio, chiama chi vuole, e si tratta di una cosa pubblica (la nazionale). Di questo sistema se ne parla poco, occorrerebbe parlare di più (il ministro Brunetta dovrebbe farlo). La rigrazio.

  12. Francesco Silvi

    Penso che siano stati trascurati alcuni elementi importanti.Se si parla di Baroni si riferisce a coloro tra la docenza e direttori di dpartimenti ha il controllo della didattica, della ricerca e dei fondi. La legge approvata a gennaio non risolve il problema di togliere potere alla classe docente che è la colpevole della riproduzione del sistema clientelare e baronale; saranno proprio gli ordinari a controllare i concorsi, in maniera ancora più forte mentre rimangono tutte le situazioni di precariato e subordinazione delle figure non strutturate.Come studente e militante dell’onda vedo solo che i precari della ricerca e gli studenti saranno sempre più consumatori o servetti delle strutture centralizzate della ricerca e didattica. Non sono state introdotte forme di partecipazione a nessuno dei due ambiti fondamentali (didattica e fondi), neanche minime.La prospettiva mi sembra che sempre più ci saranno “negri” che faranno lavoro sporco nell’università, mentre avremo un’elitè accentratrice di potenti ricercatori; già è ridicolo fare stage, tirocini, attività di didattica e ricerca gratuiti e non riconosciuti, ma qui si va solo peggiorando (vedi articolo di Paolo Do Sul sito uniriot)

    • La redazione

      Pur non rifuggendo da un orientamento critico e auto-critico, non vorrei aver dato l’impressione di condividere certi giudizi "distruttivi" sull’università italiana che sono apparsi negli ultimi tempi sulla stampa nazionale. Spesso superficiali e basati sulla non conoscenza, nel senso più generale. Credo che la nostra università non navighi certo in acque peggiori di quelle in cui si trovano a galleggiare altre istituzioni e corporazioni (ordini professionali) nazionali che pure continuano ad ostentare un orgoglio e uno spirito di corpo che talvolta tracimano nella sicumera. Un certo atteggiamento auto-flagellatorio che molto professori universitari italiani, tra i quali evidentemente il sottoscritto, non esitano a manifestare non deve essere utilizzato strumentalmente per tracciare quadri catastrofici non corrispondenti alla realtà, ma essere preso come espressione di una volontà di miglioramento.

  13. rosario nicoletti

    Ringrazio l’autore per avere risposto cortesemente ed in modo dettagliato alla mia osservazione. Lo spazio limitato non mi consente di difendere il mio punto di vista, ma osservo che vi è nella risposta una sovrapposizione tra due aspetti: uno riguarda il dilemma manager professionista o docente (e manager dilettante), un secondo riguarda chi è il "dante causa". La nomina del Rettore, e delle altre autorità accademiche, attraverso il voto dei docenti pone un problema permanente di conflitto di interessi. E questo aspetto non può essere sanato con una "meritocrazia" (vera o presunta).

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