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L’ETA’ DELLA PENSIONE

La proposta del ministro Brunetta di elevare a sessantacinque anni l’età pensionabile femminile è corretta, ma parziale. Occorre un riordino generale dei requisiti di accesso alla pensione che rimuova gli errori del protocollo del 23 luglio 2007, tanto gravi quanto quelli in precedenza commessi dal governo Berlusconi. Il modello Ndc italiano è oggi l’unico in Europa a non fare esclusivo riferimento a una fascia d’età pensionabile indifferenziata per genere. Ne risulta offeso il principio di flessibilità, attributo fondamentale del sistema contributivo.

Il modello pensionistico Ndc (notional defined contribution), in Italia noto come “sistema contributivo”, fu sviluppato in Europa nei primi anni Novanta allo scopo di garantire la corrispettività, che gli svedesi chiamano actuarial fairness, ovvero la corrispondenza fra contributi e prestazioni. In verità, il modello persegue una molteplicità di ulteriori obiettivi, fra i quali la flessibilità del pensionamento intesa come libera scelta dell’età di uscita entro una fascia predeterminata. La flessibilità si concilia con la corrispettività in quanto chi sceglie di andare in pensione prima lo fa “a proprie spese”, accettando una prestazione inferiore che, percepita più a lungo, restituisce pur sempre i contributi versati.

IL PUNTO DELLA FLESSIBILITÀ

La flessibilità fu cruciale per l’accoglimento del modello contributivo nell’Italia del 1995, ancora impegnata a estrarre dal suo fianco la spina dolente delle pensioni di anzianità, passate indenni sotto le forche caudine della riforma Amato del 1992. Nel 1994 ci aveva provato il primo governo Berlusconi proponendo “disincentivi” che riuscirono solo a portare in piazza un milione di lavoratori. Un anno dopo, il modello Ndc offrì al governo Dini una ghiotta alternativa professando l’idea di una “pensione flessibile” nel cui alveo si dissolvevano i tradizionali istituti dell’anzianità e della vecchiaia.
La riforma Ndc italiana, la prima in ordine cronologico, optò per la fascia compresa fra 57 e 65 anni, mentre le successive riforme europee adottarono, più opportunamente, fasce meno precoci. In particolare, la Svezia previde un’età minima di 61 anni e la Polonia di 65. Ovunque fu adottata una fascia indifferenziata per genere. La ragione è semplice: in un modello pensionistico in cui l’anticipazione del pensionamento è a spese dei lavoratori, piuttosto che del sistema, una fascia maschile più avanzata di quella femminile si risolverebbe in una insensata “tutela” degli uomini, cui non sarebbero consentiti oneri così gravi come quelli sopportabili dalle donne.
La riforma Dini disciplinò la transizione, destinata a protrarsi fino al 2035, in piena coerenza con la scelta di regime. Per accedere alla pensione di anzianità, prima ottenibile solo con 35 anni di contributi, fu addizionalmente richiesta l’età minima di 57 anni per evitare che i lavoratori “retributivi” e “misti” maturassero il diritto a pensione in età inferiore a quelli “contributivi”. Meno felice fu l’intervento sull’età femminile di vecchiaia: i 65 anni del settore pubblico furono ricondotti ai 60 che la riforma Amato aveva stabilito per il settore privato. L’opposto sarebbe stato preferibile, ma la concessione non snaturò il significato generale delle scelte compiute che, a regime, avrebbero posto fine a ogni differenziazione per genere delle regole di uscita.

COSTRUIRE UN DISEGNO ORGANICO

A distanza di pochi anni, due governi sono reintervenuti in materia. Le regole oggi in vigore, pattuite col protocollo del 23 luglio 2007, si rivolgono a tutti i lavoratori senza più distinguere quelli retributivi e misti da quelli contributivi. A far tempo dal 2013, gli uomini potranno andare in pensione a 61 anni d’età con 36 di anzianità, oppure in età compresa fra 62 e 64 anni con 35 di anzianità, oppure a 65 anni con qualunque anzianità. Le donne potranno andare in pensione fra 60 e 65 anni con qualunque anzianità. Infine tutti i lavoratori, a prescindere dal genere, potranno andare in pensione a qualunque età vantando un’anzianità di 40 anni.
Così stando le cose, il modello Ndc italiano si distingue per essere l’unico a non fare esclusivo riferimento a una fascia d’età pensionabile indifferenziata per genere. Ne risulta offeso il principio di flessibilità che, oltre a essere internazionalmente riconosciuto come un connotato imprescindibile del modello Ndc, era stata una delle ragioni che avevano indotto l’Italia a scegliere quel modello.
Se preoccupazioni di bilancio (impreviste nel 1995?) consigliavano di reintervenire, occorreva farlo preservando il metodo di lavoro inaugurato dal governo Dini. In primo luogo, la fascia d’età pensionabile dei lavoratori contributivi doveva essere ridisegnata e non abbandonata in favore di regole eccentriche, ma soprattutto estranee alla logica Ndc. Ragionevole sarebbe stato mutuare la fascia svedese da 61 anni a 67. In secondo luogo, occorreva disciplinare coerentemente la transizione e perciò:
·     per la pensione di anzianità richiedere, in aggiunta ai 35 anni di contribuzione, l’età minima della nuova fascia,
·     all’interno di quest’ultima, scegliere la nuova età di vecchiaia dei lavoratori retributivi e misti.

Ove si fosse mutuata la fascia svedese, l’età di vecchiaia maschile (65 anni) sarebbe stata “tecnicamente confermabile”, mentre quella femminile (60 anni) avrebbe dovuto salire di almeno un anno.
A Renato Brunetta vorrei amichevolmente suggerire di inquadrare la sua proposta, portatrice di valori condivisibili sul piano generale, in un disegno organico che ponga rimedio agli errori commessi e restituisca “senso alle cose”.

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21 commenti

  1. amsicora

    Provocazione: non si potrebbe abolire, almeno nel settore pubblico, la "pensione di anzianità" (rectius: "pensione di giovinezza", a 58 anni non si è affatto vecchi!)

  2. Fulvio

    Vorrei chiedere ai nostri governanti una sola cosa riguardo all’argomento pensioni; una legge che rimanga tale non per una legislatura intera o parziale ma che sia semplicemente una serie di regole non immutabili ma durature. Ho quasi 25 anni di contribuzione e pur sapendo di dover arrivare a 40 non so ancora neppure lontanamente cosa accadrà al momento del raggiungimento di tale soglia. Penso che sia necessaria una legge che non imponga obbligatoriamente una soglia di età o di contribuzione ma semplicemente una serie di incentivi e penalizzazioni che automaticamente lasciano la scelta al lavoratore, con benefici o decurtazioni tali che rimanga al soggetto la scelta maggior pensione/maggior contribuzione o viceversa. Ma penso sia una chimera perchè non vedo all’orizzonte nessun governo o sindacato che senza condizionamenti possa fare una scelta del genere. Dovrò attendere ancora 15 prima di sapere di che morte morire, in Svezia invece ogni lavoratore annualmente riceve il suo estratto conto con la pensione presunta già calcolata. Purtroppo sono italiano e non scandinavo.

  3. luigi angelucci

    Egregio Prof Gronchi, mi permetto di notare che nel suo articolo non si cita l’evento che ha generato la proposta del ministro Brunetta, vale a dire la sentenza GUCE che impone all’Italia una revisione della situazione attuale che non può essere realizzata se non con un’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche. E che come espresso da Pammolli e Salerno sul sole24ore.com non si estende all’INPS solo perchè tale regime non è pertinente alla causa trattata.

  4. camillo linguella responsabile www.laprevidenzacomplementare.it

    E’ evidente che il governo appoggiato dai suoi opinion leaders approfitta di una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea per forzare la mano sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne partendo da quelle che lavorano nella P.A. La Corte di Giustizia europea con sentenza del 13/11/ 2008 ha condannato l’Italia per essere venuta meno agli obblighi di attuare la parità “mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne”. L’incapacità del il governo italiano ad illustrare come il sistema previdenziale italiano si fonda su due poli, uno per i lavoratori dipendenti del settore privato assicurati all’Inps ed un altro per i lavoratori dipendenti della Pubblica Amministrazione iscritti all’Inpdap, ha fatto si che la Corte abbia stabilito che il regime pensionistico gestito dall’INPDAP non si configura come un regime legale di pensionamento (vedi INPS) che dà la possibilità di stabilire età diverse tra i sessi, ma una sorta regime professionale di una specifica categoria di lavoratori…

  5. Roberto Cisini

    La pensione differenziata nasceva storicamente perchè gli uomini sposavano donne di 4-5 anni più giovani. Il principio ispiratore era la famiglia ed era forte l’attenzione ai problemi delle persone piuttosto che all’economia o alla produzione. Le modifiche si possono (o debbono) anche fare, ma ho l’impressione che l’attenzione alle persone non ci sia più. E conseguentemente le soluzioni sono tecniche (economiche) e non politiche, cioè di risposta alle esigenze delle persone. La pensione a 65 dovrebbe prevedere una risposta flessibile per maschi e femmine collegata alle esigenze famigliari, non ai problemi di bilancio.

  6. Brescia Giuseppe

    Perchè con 62 anni di età e 37 di contributi non si può andare in pensione? Perché una legge iniqua non permette la totalizzazione di contributi tra enti diversi ( 27 INPS e 10 Gestione Separata INPS ) se non a 65 anni o con 40 anni di contributi; si parla tanto di flessibilità, che ben venga, ma l’equità tra lavoratori è una chimera; cassaintegrati! disoccupati! mobilità! Mi auguro di compiere presto i 65 anni altrimenti rischio che qualche… "pianista" si inventa una vecchiaia pensionistica a 70 anni ( dai che saremmo i primi in Europa )! in barba alla Francia che in tema di Welfare e non solo, ha tanto da insegnarci.; e per finire perchè Voi economisti non vi fate promotori di una separazione tra la previdenza e l’assistenza così la finiamo di sostenere che non ci sono i soldi per pagare le pensioni: Grazie

  7. brunini pierpaolo

    Sono un Funzionario di Banca felicemente in pensione da 10 anni. Sono uscito a 57 anni di età con quasi 37 anni di contributi. In un momento, anzi, meglio dire in un’era di disoccupazione quasi mai calante, non riesco a capire il senso dell’allungamento dell’età lavorativa. Quando sono uscito io, un Collega ha preso il mio posto ed in una struttura ben organizzata si sarebbe dovuto liberare un posto per una nuova assunzione. Sbaglio forse ?…

  8. antonio p

    Mi risulterebbe che l’età a cui uomo/donna dovrebbero iniziare a percepire la pensione deve essere aggiornata ai 60-65 anni (qualcuno in europa sta pensando di alzarla ulteriormente fino ai 70), l’importo della stessa sarà certamente proporzionale alle somme versate senza alcun riferimento agli anni lavorati. Rimane sempre in essere la necessità/possibilità di assistenza nei casi socialmente validi, non elemosina a tutti!

  9. Patrizia

    Vorrei aggiungere al commento dell’amico Fulvio, con il quale sono d’accordo, che in Italia purtroppo non siamo scandinavi in tantissime altre cose.
    Potrebbe sembrare qualunquismo, ma credo che il prof. Gronchi dovrà pur ammettere che l’Italia non è la Svezia.

  10. giovanni

    Non vedo perché per i lavoratori soggetti al sistema contributivo debba essere prevista una rigida fascia di età. Se uno vuole andare in pensione a 55 anni, accontentandosi di quello che gli spetta in base a quanto versato e all’aspettativa di vita, penso sia suo diritto poterlo fare. Magari si creerebbe, senza costi per l’ente previdenziale, un nuovo posto, oltretutto ad un costo minore per il datore di lavoro.

  11. Silla Cellino

    Mi pare pretestuosa la polemica sindacale contro la parificazione dell’età pensionabile tra i sessi e la Corte di giustizia europea ha ottime ragioni per affermare la disparità di trattamento. Oltre il diritto c’è però da valutare anche il quadro sociale, poiché a parità di condizioni di lavoro, non nei principi ma nella situazione effettiva, il carico sociale inteso come familiare della donna è molto più gravoso ed usurante di quello dell’uomo. Da qui la necessità, pur a parità di condizioni giuridiche, di farsi carico di una diversa sistemazione della questione nell’ambito previdenziale. Poiché il prolungamento dell’età pensionabile a 65 anni anche per le donne costituirebbe un notevole polmone anche per l’Inps, prima che questi soldi se li sputtanino tutti da un’altra parte, si potrebbe pensare ad un loro utilizzo per consentire alle donne con figli [diciamo almeno due] di utilizzare l’istituto del part-time senza rimetterci ai fini pensionistici, con il riconoscimento di contributi figurativi come se il lavoro si fosse svolto a tempo pieno. Ovviamente lo stesso trattamento parentale potrebbe essere riconosciuto, in alternativa, anche agli uomini.

  12. Alessandro TRUDDA

    Molto interessante lo spunto del prof. Gronchi ed altrettanto il dibattito a seguire. A parziale integrazione dico che, in un ottica di transizione verso un sistema di calcolo contributivo, non è possibile trascurare il problema dell’aggiornamento periodico dei coefficienti di trasformazione sulla base delle evoluzioni delle aspettative di vita. Capisco possa risultare impopolare, ma aver deliberatamente trascurato in questi anni questo tema (che naturalmente comporterebbe una riduzione delle prestazioni in generale ed anche in funzione dell’età di uscita) sta "premiando" coloro che vanno oggi in pensione con un alta componente di retributivo e quindi in maniera già generosa di suo. Ciò oltre che poco equo può essere visto come moderatamente irresponsabile in quanto naturalmente saranno le coorti dei giovani (e futuri?) lavoratori a pagare questi onerosi eccessi di generosità.

  13. valmi

    Ho iniziato a lavorare a 16 anni fortunatamente sempre con contributi e adesso ne ho 49. Aspetto i 40 anni di contributi x la pensione, perche prima di procedere ad inalzare l’eta a tutti per 65 anni non si provvede a far in modo che tutti e dico tutti vadano in pensione a 40 anni di contributi. Facile fare le modifiche alle pensioni e metterlo in quel posto ai poveracci che lavorano x un tozzo di pane e salari da fame. Poi vedi Dini che la pensione se la prende, vedi Feltri che urlava e sbraitava contro le pensioni e poi e corso a farle. Siamo un paese schifoso dove tutti fanno i moralisti e poi fanno i loro porci comodi. A me hanno insegnato che i contributi che verso servono per la mia pensione e se facciamo i calcoli quando andrò in pensione me li sono pagati per bene. Il problema sono quelli che sono andati in pensione a 20 anni e negli anni 80 in poi han fatto in modo di far andare in prepensionamento nelle grosse aziende, la legge sull’amianto e stata creata per sfoltire il personale in esubero e non per quelli che erano ammalati veramente di amianto. Purtroppo con c’è nessuna speranza x il futuro, fino a che avremo una classe politica senza pudore e senza senso civico.

  14. N. Scalzini

    Altro che 60 e 65 anni. Nel nostro paese l’età di pensionamento effettiva è di 58,4 per gli uomini, 57,2 per le donne, secondo l’Eurostat. Ciò implica che moltissimi lavoratori vanno in pensione in età ancora inferiore. In un rapporto sulla finanza previdenziale del 2006 la Corte dei Conti scriveva che l’età media di pensionamento dei lavoratori dipendenti era di 57,6 anni, ma quella dei pensionati di anzianità era di appena 56,3 anni. Solo il 14,4% dei lavoratori dipendenti raggiungeva 65 anni al pensionamento. La causa della nostra eccessiva spesa per pensioni si deve al nostro primato della più bassa età media al pensionamento? No. La causa è da ricercare nei generosi regali che lo Stato fa a tutti coloro (e sono la quasi totalità)che decidono di anticipare il pensionamento. Nel 2001 la Commissione Brambilla quantificava in 8 anni di prestazioni il regalo al lavoratore che decideva di pensionarsi a 58 anni. L’onere è imponente e appesantisce indebitamente l’IRPEF dei giovani che non potranno avvalersi degli stessi vantaggi. La soluzione? Tutti a 65 anni, ma a tutti la possibilità di anticipare a partire da 58 anni, a condizione di accettare il calcolo contributivo.

  15. Aldo da Pisa

    Anno nuovo proposte vecchie! Si ritorna ancora una volta a parlare di innalzamento dell’età pensionabile dimenticando che le riforme pensionistiche di questi ultimi anni hanno già innalzato l’età per uscire dal lavoro. Si richiamano paesi come la Svezia dimenticando che l’Italia per molti versi è vicina all’Africa! Invece di pensare ad innalzare l’età pensionabile sarebbe meglio che si partisse con una riforma dei vari enti previdenziali, che si applicassero criteri e parametri uguali nelle varie amministrazioni dello Stato, che si incentivasse il permanere al lavoro oltre i 35 anni di contribuzione, che si omologassero i trattamenti stipendiali: a parità di mansioni parità di stipendio a prescindere dal luogo di lavoro (vedi stipendi dei dipendenti del Parlamento, Quirinale, Corte Costituzionale, etc.). Infine sarebbe l’ora che la materia pensionistica fosse affrontata per eventuali futuri aggiustamenti solo con il consenso dei lavoratori i quali con una media di stipendio di 1000-1200 euro al mese una volta pensionati diventeranno poveri!

  16. Ivano Gregorini

    Commentare nel merito la dichiarazione di Brunetta è quantomeno ridicolo, visto che l’interesse del ministro non era certo quello di mettere realmente mano alle pensioni, tema elettoralmente caldissimo, per l’ennesima volta dal 1992 e per l’ennesima volta marginalmente. Già perchè interventi strutturali alle pensioni, in Italia, sono impossibili a realizzarsi: impossibile chiedere sforzi ad uno stato "cappottato", impossibile smuovere i lavoratori dalle loro legittime posizioni. Brunetta voleva semplicemente ammonire i lavoratori pubblici, i fannulloni, che le mani sarebbero potute finire in tasca a loro, come già Padoa Schioppa e Visco ammonivano gli evasori fiscali. Insomma, in Italia, ancora di più se è in crisi, bisognerà pure che i nostri amministratori provino a fare cassa. L’argomento pensioni esce a Jolly e, secondo me, al posto di lanciarsi in discussioni di merito, entrando nel tema, alle dichiarazioni di Brunetta bisognerebbe rispondere: "Caro Signor Ministro, in bocca al lupo" – giacchè, è evidente, che in questo periodo politico (o stagione politica) a stare a zero non sono le chiacchiere, ma i fatti.

  17. Donty

    Non concordo con quanti auspicano l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, almeno non per le donne della mia età. Sono una alla quale, in quanto femmina, è stato impedito di studiare quanto voleva ed è stata "spedita" a lavorare molto presto (17a) perché i propri genitori erano convinti (nonostante non l’abbiano mai esplicitato) che sarei diventata una casalinga come mia madre non appena mi fossi sposata (lo studio prolungato era, ai loro occhi, una perdita di tempo e di soldi soprattutto, in quanto ambivano a godere per un po’ di anni di un reddito extra proveniente dalla prima figlia impiegata a tempo pieno). Così io ora dovrei andare in pensione a 57 anni con 40 anni di contributi, lottando per almeno una decina d’anni con l’azienda che ti vorrebbe far fuori il prima possibile e ti considera un paracarro da quando compi i 40 anni di età. Però lo Stato auspica che io tiri la carretta fino ai 65? Ma siamo matti? A forza di fare il doppio lavoro ufficio/famiglia sono stanca oltre ogni limite, non ce la faccio proprio più a correre e ruscare come Brunetta & soci maschi non si sognano di fare neppure per un giorno, figuriamoci per decenni di fila!

  18. Giorgio Calabresi

    Leggo con piacere i suoi articoli ma sempre più mi convinco che è come una voce che grida nel deserto. In Italia, purtroppo, non ci sono mai le persone giuste al posto giusto; servirebbero delle competenze in ambito giuridico, economico, matematico, e sociologico; vediamo invece che la fanno da padrone, sindacalisti e politici senza nessuna competenza. Penso che la prima cosa da fare per risolvere il problema sia quello di inquadrarlo in una cornice ben definita; una immagine, un significato che sia uguale per tutti. Per un sindacalista, la pensione è una retribuzione differita e in quanto retribuzione deve essere oggetto di trattativa; Per un politico la pensione è solo una questione di quadratura del bilancio, una percentuale di PIL che non deve andare oltre certi limiti; per un sociologo potrebbe essere l’equivalente della solidarietà intergenerazionale che esisteva una volta all’interno delle famiglie patriarcali; Per un economista e un matematico, quale è Lei, potrebbe essere la ricerca di un equilibrio macroeconomico a livello nazionale tra entrate contributive e spesa previdenziale e di un equilibrio microeconomico a livello individuale tra contributi versati e rendite…

  19. ciccio

    A mio avviso il discorso sulle pensioni è soltanto marginale rispetto ad un quadro complessivo di neo servilismo nei rapporti sociali; dopo un tentativo maldestro, è il caso di dirlo, di dittatura del proletariato, si è giunti alfine alla più classica dittatura del padronato che oggi è dato dall’alto management e nel caso italico dalla classe politica. Tutti i costi sociali del nostro sistema infatti gravano esclusivamente su lavoratori e pensionati: fisco, servizi, denaro crescono e decrescono solo in questa direzione. Solo i lavoratori dipendenti hanno infatti pagato il saldo passivo delle liberalizzazioni anni 90; per contro gli ordini stanno ancora lì, e così le grandi dinastie imprenditoriali, i grandi clans politici, e via dicendo. Ancora oggi i sacrifici vengono richiesti ai dipendenti-in termini retributivi certo, ma anche previdenziali, nonchè in termini di produttività misurata col bilancino-mentre si cerca di proteggere compassionevolmente i redditi dei professionisti, dei lavoratori autonomi, con disposizioni ad hoc sulla circolazione dei contanti e degli assegni, per non parlare della riforma delle professioni, una liberalizzazione mai fatta.

  20. riccardo camellini

    Il signor Brunetta, da quello che mi risulta, entra nel gioco, ben retribuito, della politica molto presto e sponsorizzato da un certo De Michelis! Di pensioni, facciamo parlare persone serie e non venditori ambulanti di "tornelli".

  21. ALESSIA

    Al posto di pensare di mandarci a 65 anni in pensione……..sarebbe oppurtuno pensare ai posti di lavoro che mancano. Io ho cominciato all’eta’ di 14 anni a lavorare, non avendo la possibilita’ di studiare ho sempre lavorato in fabbrica, e pensare di arrivare a 65 anni e veramente pesante

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