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MA BASILEA 2 NON C’ERA

Non sono pochi gli osservatori che imputano al Comitato di Basilea la responsabilità dei recenti dissesti bancari. In realtà, l’accordo è entrato in vigore solo nel 2008 e per i primi anni è soggetto al vincolo di non discostarsi troppo dalle regole precedenti. Gli Stati Uniti, poi, sono stati molto recalcitranti ad accettare le nuove norme. Non si migliora la situazione tornando indietro, al contrario è necessario far crescere Basilea 2. Rimediando agli errori sul rischio di tasso dell’attività bancaria tradizionale, sul rischio operativo e sul capitale delle banche.

“Basilea 2 è morta: tutte le banche fallite erano in perfetta linea con questi principi normativi”. La frase, pronunciata qualche settimana fa col consueto understatement, è del nostro ministro del Tesoro. Ma oltre all’onorevole Tremonti, che non ha mai nascosto la scarsa simpatia per le nuove regole prudenziali bancarie, numerosi altri osservatori sembrano imputare al Comitato di Basilea la responsabilità dei recenti dissesti bancari.

L’ALIBI

Cominciamo allora col dire che l’imputato ha un alibi di ferro: il giorno del delitto lui non c’era. Northern Rock, Bear Stearns e Lehman Brothers, per citare solo tre vittime del serial killer delle banche, non applicavano Basilea 2. Più in generale, la nuova normativa è decollata solo nel 2008 (un po’ poco per innescare una crisi che ha radici profonde) e per i primi anni è soggetta a un vincolo (“floor”) che le impone di non discostarsi troppo dalle regole precedenti. Inoltre gli Stati Uniti, cioè l’epicentro della crisi, si sono distinti come il paese maggiormente recalcitrante nell’accettare le nuove norme, a cui hanno preferito le regole nazionali, meno sofisticate e meno risk-sensitive.
Ma forse proprio questo è il principale rimprovero che possiamo rivolgere al Comitato di Basilea: che, appunto, Basilea 2 non c’era. Se le discussioni per il nuovo accordo non avessero richiesto cinque anni, più altri quattro dalla firma dell’intesa (2004) alla sua attuazione, forse avremmo disposto di tecniche di controllo del rischio migliori e più diffuse. Questo è vero, in particolare, per due rischi cruciali nel determinare la recente crisi: il rischio di concentrazione, su singole grandi controparti e il rischio di liquidità. Entrambi sono normati da Basilea 2: ma all’interno di una sezione chiamata “secondo pilastro”, fatta più di principi che di regole algebriche, la cui messa a punto è affidata al progressivo dialogo tra autorità e soggetti vigilati. Le banche italiane hanno applicato il secondo pilastro per la prima volta quattro settimane fa: se la normativa è buona, i frutti si vedranno soltanto negli anni a venire.

ERRORI DA SUPERARE

Ma se il peccato di Basilea 2 è la latitanza, non è tornando indietro che si migliorano le cose. Bisogna, al contrario, svezzare l’accordo e farlo crescere, ponendo rapidamente rimedio ad alcuni errori.
Primo: Basilea 2 non detta requisiti patrimoniali precisi contro il rischio di tasso dell’attività bancaria tradizionale, cioè il rischio che il costo del passivo salga mentre le attività continuano a rendere un tasso fisso, non rapidamente modificabile. Lo si lascia tra quelli da gestire nel secondo pilastro. È una sciocchezza, perché i modelli per quantificare questa tipologia di rischio esistono, dunque vanno usati. E il fatto che non si tratti di una forma di rischio alla moda perché non ha prodotto danni negli ultimi due anni rappresenta, semmai, un motivo di più per correre ai ripari prima della prossima crisi.
Secondo: Basilea 2 costringe le banche a investire capitali e know-how contro il rischio operativo, cioè il rischio di frodi, eventi naturali, responsabilità legali e simili. Si tratta di rischi di natura idiosincratica, non contagiosi: possono causare morti fulminee, ma non epidemie. La loro copertura va dunque lasciata alla libera scelta dei banchieri e non c’è motivo perché la regolamentazione se ne faccia carico.
Terzo: Basilea 2 ha modificato le regole su quanto capitale è necessario a fronte dei rischi, ma non ha aggiornato le norme su quali strumenti finanziari contano come capitale e su come il capitale debba essere accantonato nel tempo. Il risultato è stato il proliferare, in tutto il mondo, di nuovi strumenti patrimoniali “ibridi” assistiti da clausole complesse e sempre diverse, così che oggi è difficile capire quanto questi ibridi potranno, alla prova dei fatti, coprire le perdite, proteggere i creditori, dare elasticità al conto economico e fornire un polmone finanziario per ristrutturazioni e investimenti. Nel frattempo, le banche non vengono incentivate ad accantonare riserve per far fronte a possibili minusvalenze future; chi lo fa, anzi, rischia di scontrarsi con normative contabili e fiscali per cui le uniche perdite degne di copertura sono quelle già realizzate.
La Commissione europea e lo stesso Comitato di Basilea hanno annunciato alcune possibili correzioni all’accordo, in parte coerenti con queste osservazioni. La crisi potrà svolgere un ruolo benefico se indurrà le autorità nazionali a partecipare senza ritardi al processo di riforma. Evitando di dividerci tra i fautori e detrattori, perché la prossima volta Basilea 3 ci sia. 

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L’ETA’ DELLA PENSIONE

36 commenti

  1. Oscar Piccinini

    Un bell’articolo che chiarisce aspetti "rilevanti" sull’introduzione della nuova normativa "Basilea 2" e della sua connessione alla crisi finanziaria. Si percepisce anche chiaramente la totale incompetenza su questioni tecnico-finanziarie di alcune alte cariche istituzionali, incompetenza che si manifesta con dichiarazioni errate ed inopportune per il ruolo ricoperto.

  2. Giuseppe Graci

    Una considerazione che emerge da questo convulso periodo è che i modelli e le regole emesse dai diversi organi di controllo non sono più sufficienti per gestire ed anticipare fenomeni come quello che stiamo vivendo. Il livello di incertezza, la dinamicità delle interrelazioni e delle variabili endogene ed esogene di un’istituzione bancaria o azienda e dei sui mercati in cui la stessa opera (più in generale il suo ecosistema) sono tali che occorrono nuovi indicatori, che complementano e rafforzano quelli in essere e che possano consentire di misurare la complessità e come la stessa evolve. Possiamo introdurre sempre più stringenti controlli, per prevenire e limitare l’insorgere di stati di criticità ma non siamo in grado di prevedere come la banca o l’azienda stessa si adatteranno e si modificheranno alle sollecitazioni a cui sono sottoposte. Quindi il ricorso alla complessità come sistema di pre-allarme di possibili crisi a complemento delle regole diventa necessario ed indispensabile. Conoscere la complessità, e quindi misurarla, significa essere in grado di gestire in modo appropriato il Rischio Strategico.

    • La redazione

      Sono d’accordo: per inseguire la complessità del mondo reale servono modelli sempre più complessi (non il ritorno, come qualcuno vorrebbe, al brutale quoziente tra attivo non ponderato e patrimonio, che è opaco come una mattina di nebbia in Valpadana). D’accordo al 100% con Villa quando dice che Basilea 2 costringe i banchieri a comportarsi da veri imprenditori, privilegiando chi il credito lo merita davvero e liberandosi da logiche clientelari e parastatali (forse per questo molti hanno fretta di seppellire Basilea 2 e di tornare all’antico?).

  3. villa

    D’accordo ad una sola condizione. Intanto Basilea2 per la prima volta nella storia del ‘banchiere improvvisato’ gli ha detto: valuta te stesso, diventa un imprenditore, utilizza talenti adeguati. Forse questo è il solo dramma di Basilea2: il banchiere non è innovativo, abile solo a gestire la ‘norma altrui’, che ha solo pensato di far contenti i controllori sui ‘numeri finali’ della sua attività, su Piani Strategici e Piani Operativi ambiziosi, salvo poi smentirli passo passo… tanto hanno tutti memoria corta. La sua occupazione è quella di far tornare numeri, non di verificare la solidità nel tempo mediato delle sue scelte e il Valore generato. Spesso il banchiere si dimentica che dopo l’azionista ha uno stackeholder unico nel mondo imprenditoriale: il depositante. Un risparmiatore che gli affida i suoi sogni: sogni di sicurezza per il suo futuro e la sua vecchiaia, il patrimonio per i propri figli. Se poi è un imprenditore, questi gli affida il lavoro del passato mentre sta progettando un nuovo investimento per un nuovo business ‘da sogno’. E qui è la condizione: il banchiere è capace di generare un proprio progetto convincente anche per la Vigilanza?

  4. Luigi Pisano

    Che la presente crisi finanziaria possa costituire un brutto colpo per la credibilità e l’efficacia di Basilea 2 è una preoccupazione che non riesco a liquidare come infondata. Le due questioni che mi vengono subito in mente sono le seguenti: – molti dei modelli matematici su cui si basa il primo pilastro sono già oggetto di attacchi pesanti (o, meglio, lo è un loro utilizzo troppo “naif”, ma la questione non cambia); e – il ruolo centrale che Basilea assicura alle società di rating nella definizione del rischio di credito fa già storcere il naso a più di un operatore. Temo che la lista possa essere estesa molto facilmente. Concordo, invece, col fatto che sia assurdo enumerare Basilea 2 come una delle cause della crisi.

    • La redazione

      Ricordo, sommessamente, che per sostituire le agenzie di rating bisogna prima trovare qualcosa di meglio (Basilea 2 peraltro ci prova, facendo spazio ai sistemi interni delle banche, ma anche questa soluzione presenta alcuni rischi). A Massimo Giannini rispondo, sorridendo, che la tassa sui fessi è la più equa che ci sia (perché colpisce un cespite, la stupidità, socialmente dannoso), e dunque non riesco a intenerirmi troppo per i banchieri truffati da Madoff che pensavano di seppellire dieci zecchini nel campo dei miracoli e trovarne cento la mattina dopo.

  5. Massimo GIANNINI

    Sarebbe interessante sapere in che misura una Basilea 2 o 3 riesca a prevenir i vari Ponzi schemes nelle cui maglie non poche banche primarie si sono ritrovate. Hai voglia di gestire il rischio se non si sa distingure Ponzi dalle persone per bene. E per un banchiere è grave…

  6. ROSSI STEFANO

    Imputare solo a Basilea 2 le responsabilità dei dissesti bancari del 2007 e del 2008 sarebbe probabilmente un errore. Il problema di fondo rimane più complesso: in primo luogo i tempi di introduzione di Basilea 2 sono stati troppo lunghi da quando si è iniziato a dibattere (gennaio 2001) a quando sono entrati in vigore (fine 2007 inizio 2008). Negli anni che si è cominciato a discutere per definire la nuova regolamentazione in materia di patrimonio delle Banche sono nati o si sono implementati gli stumenti finanziari complessi che sono all’origine dei dissesti bancari recenti. Di sicuro l’entrata in vigore di Basilea 2 qualche anno prima non avrebbe risolto i problemi che si sono manifestati questi ultimi due anni. Probabilmente non si poteva fare molto di più perchè la crisi è nata come epicentro negli Stati Uniti nel cuore del capitalismo mondiale, dove da anni esisteva un sistema di non regolamentazione dei Mercati Finanziari, dove la teoria imperante era quella del “il Mercato si regola da solo”. Penso comunque da questa crisi bisognerà trarre molti insegnamenti per il futuro, Basilea 2 dovrà essere aggiornata in relazione a tutte le problematiche che sono rimaste scoperte.

    • La redazione

      Concordo sulla necessità di aggiornare Basilea 2 (ma non sul fatto che negli USA il mercato viene lasciato da solo a regolamentarsi: loro hanno approvato la Sarbanes-Oxley mentre noi depenalizzavamo il falso in bilancio…).

  7. Nicola Menegazzi

    Le critiche che mosse a Basilea II riguardano in genere un problema di prociclicità che possono generare, che è un effetto comune a tutte le normative che impongono dei dati ratio fra capitale e investimento.* Mi chiedo se anche la normativa precedente a Basilea II soffrisse di questo difetto. Era basata su dei ratio di capitale o che altro? *si veda ad esempio: http://www.csef.it/Unicredit_conference/Keynote_Shin.pdf

    • La redazione

      Che anche Basilea 1 era prociclica, perché durante le recessioni le perdite abbattono il capitale, e per ripristinare le proporzioni tra capitale e attivi è necessario ridurre questi ultimi (con ciò accentuando le difficoltà dell’economia). Basilea 2 però ha accentuato il problema perché nel calcolo degli attivi entrano in gioco i rating, che in recessione peggiorano, accrescendo gli attivi ponderati.

  8. Luca Erzegovesi

    Solo una precisazione a margine del bell’articolo di Andrea Resti. Nel criticato e farraginoso quadro di vigtilanza USA, era la SEC a sorvegliare su base consolidata le maggiori investment bankis. Bear Stearns, Goldman Sachs, Lehman Brothers, Merrill Lynch e Morgan Stanley partecipavano dal 2004 al CSE (Consolidated Supervised Entities), un programma volontario di controllo prudenziale della SEC, che applicava le nuove regole di Basilea 2 fissando un coefficiente di solvibilità minimo rafforzato dall’8% al 10%. La SEC aveva tutti i giorni scambi di informazioni con le big five sulle esposizioni al mark-to-market, il value-at-risk (applicato a fini di vigilanza) e i buffer di liquidità. L’impianto applicato era quello delle regole sul market risk basate sui modelli VaR interni, risalenti al 1998. Però Basilea 2 ha innovato il trattamento delle cartolarizzazioni, riconoscendo alle tranche AAA e AA ponderazioni bassissime nell’approccio IRB-RBA basato sui rating. E sono proprio le CDO subprime nate AAA quelle che hanno prodotto le perdite più devastanti. Dunque Tremonti dice, nel suo stile, una cosa vera.

    • La redazione

      Luca Erzegovesi, collega e amico, dice garbatamente una cosa verissima, che non trovava spazio nel mio articolo per ragioni di brevità. E dice, correttamente, che le investment banks americane applicavano, su base volontaria, un pezzettino di Basilea 2 (non, ad esempio, i rating alle imprese (e alle PMI) tanto invisi al ministro Tremonti). Un punto per Luca, e palla al centro.

  9. Pasquale Difonzo

    Anch’io penso che Basilea 2 non c’entri nulla con la crisi che stiamo vivendo sui mercati finanziari. Mi concentrerei di più sul fatto che ciò che è saltato completamente è stata la capacità di valutazione riguardo a talune attività finanziarie. Chi poteva prevedere (mi riferisco ai risparmiatori) che i titoli obbligazionari di Società come Lehman Brother divenissero carta straccia nel giro di pochi giorni? Qui non c’è modello statistico che tenga! Penso che il problema sia la regolamentazione e la trasparenza dei mercati e soprattutto l’esistenza di istituzioni di vigilanza realmente "vigili" ed autonome a tutela del risparmio.

  10. Robin

    La tesi rappresentata dal prof Resti, che ricalca il mainstream delle Autorità di Vigilanza, circa l’impossibilità di imputare a Basilea 2 la responsabilità dei recenti dissesti bancari perchè "l’imputato non era presente sul luogo del delitto" è suggestiva ma, a mio avviso, fuorviante. La vera questione non è se il nuovo quadro regolamentare sia responsabile della crisi attuale (e ci mancherebbe altro se fosse così) ma se esso, una volta a regime, fosse stato in grado di evitarla o quanto meno di attenuarne gli effetti. La risposta è con tutta evidenza negativa, perché ha purtroppo ragione Tremonti nell’affermare che tutte la banche fallite o che hanno evitato il fallimento solo grazie a salvataggi pubblici erano Basel-compliant. Invece, B2 non solo non ha scoraggiato i comportamenti che sono alle radici della crisi, ma ha consentito alle banche di aumentare la leva risparmiando (ottimizzando, nella versione politicamente corretta) capitale regolamentare tramite,ad es., l’adozione di modelli interni di valutazione dei rischi del tutto opachi, il ruolo assegnato alle agenzie di rating, l’ampio riconoscimento di tecniche di risk mitigation, ecc.).

  11. patrizia balit

    Ho apprezzato i contenuti dell’articolo, sintetico, scritto bene, e soprattutto, il tentativo di mantenere un’equidistanza tra la posizione "contro" e quella "a favore" di Basilea 2. Curiosando nella varie rassegne stampa sull’argomento, vorrei far notare che lo stesso identico articolo è stato riportato da due testate giornalistiche diverse, debitamente citando autore e fonte, ma con due TITOLI diametralmente opposti. Mi riferisco a "Finanza e Mercati" del 7 gennaio con "Crac, Basilea 2 non è il colpevole"- Basiela 2 innocente per i Crac e il "Mondo" con " Ma quando serviva Basilea 2 dov’era ?" . Ecco, tutto qui. L’ho trovato singolare e mi sembrava opportuno evidenziarlo. In fondo, come si dice, do not judge the book by the cover…

  12. pl

    Le norme cogenti possono risultare davvero fastidiose, ma se sono anche mal progettate e per di più applicate a discrezione diventano inaccettabili. Basilea 2 (o il suo cadavere) è il riferimento che da una anno tutti gli imprenditori si sentono opporre ogni volta che necessitano di elasticità nei fidi. Una specie di formula magica, un fatto tanto impersonale quanto misterioso nelle sue catene causali: molto comodo, non richiede spiegazioni dettagliate, basta la parola.

    • La redazione

      Mi ha divertito il suo commento, che ricorda come “Basilea 2” sia il mantra con cui alcuni solerti impiegati di banca hanno zittiscono gli imprenditori che chiedono maggiore flessibilità. Lo stesso faceva la mia mamma quand’ero piccolo, minacciando di chiamare l’uomo nero. Anni dopo ho scoperto che l’uomo nero, citato a sproposito, era totalmente innocente. Credo che Basilea 2 si trovi in una situazione analoga.

  13. Gianni

    Ci sarebbe da dire "Per fortuna che Basile 2 non c’era" Resti si dimentica di dire che i nuovi parametri avrebbero ridotto in modo sostanziale l’assorbimento di capitale dei mutui e infatti Northern Rock (ex building society quindi focalizzata proprio su quel prodotto) aveva deliberato un extra dividendo per ridurre il capitale "in eccesso" Non di meno Resti ignora che tutte le banche e su tutto il pianeta erano regolametate da Basilea I, si tratta cioè di un colossale fallimento della regolamentazione su scala planetaria del sistema bancario Resti peraltro critica errori su errori di Basilea I e II chidendo altra regolamntazione e non riesce a giungere alla logica conclusione che è meglio affidare al mercato e alla competizione il modo migliore per determinare la patromonializzazione delle banche anzichè regalare ai banchieri l’alibi della irresponsabilità e del collasso del sistema bancario.

  14. Felice Di Maro

    L’articolo di Resti è un contributo importante perché pone le relazioni tra finanza e Basilea 2 in relazione alla crisi economica che è essenzialmente finanziaria che in Italia a mio parere è ancora più grave in quanto il governo nazionale con le sue misure anticrisi ci ha preso tutti in giro. Purtroppo Basilea 2 nelle sue articolazione e in prevalenza in funzione del “rischio” legato al sistema finaziario è nata male e si è sviluppata malissimo ignorando le reali condizioni delle famiglie che per sopravvivere debbono fare continui mutui con interessi altissimi a tutto a vantaggio degli intermediari finanziari: banche e istituti finanziari. Chiedo quindi al prof. Resta: che senso ha salvare l’accordo di Basilea 2 quando quest’accordo porta vantaggi solo ai soliti noti? E mi riferisco alle banche e istituti finanziari connessi. Non sarebbe meglio avere una basilea 3 nella quale abbia rilievo di base il quadro finanziario delle famiglie tipo che tra diminuzione del potere di acquisto dei salari e inadeguatezza dei servizi pubblici utilizzano continuamente prestiti dalle banche e istituti finanziari?

    • La redazione

      Pone problemi seri, ma la sua soluzione non mi trova d’accordo. Io credo che le banche debbano essere imprese, orientate al profitto, il cui unico obbligo “sociale” è rispettare le regole e pagare le tasse. Se adescano clienti con contratti non chiari, vanno punite. Se guadagnano vanno tassate, perché con quel denaro lo Stato possa intervenire a favore dei più deboli. Ma non devono diventare istituzioni ibride, un po’ imprese e un po’ enti di pubblica assistenza, perché così facendo si offre un alibi all’inefficienza.

  15. sapio

    Ricordo ai lettori l’art. 116bis del TUB, tuttora inapplicato: “La Banca d’Italia può disporre che le banche e gli intermediari finanziari illustrino alle imprese che ne facciano richiesta i principali fattori alla base dei rating interni che le riguardano. L’eventuale conseguente comunicazione non da luogo ad oneri per il cliente.” Se questo articolo fosse applicato alcune delle perplessità emerse nei commenti precedenti sarebbero superate.

    • La redazione

      Io credo che una buona banca debba discutere i rating con le imprese e aiutarle a migliorarli. Ma non sono certo che questo si ottenga imponendo dall’alto un obbligo di comunicazione. Credo maggiormente al potere della concorrenza: se le banche competono davvero  per assicurarsi i clienti migliori, anche la trasparenza diventa un obbligo imprenditoriale a cui è difficile sottrarsi.

  16. sapio

    Rispondo a Di Maro. Basilea2 serve a proteggere i depositanti (la maggior parte di noi, e, se permettete, non è male) ed a far pagare i prenditori secondo il loro profilo di rischio. Le banche devono farsi pagare nel tasso applicato ai prenditori: i costi operativi (ammortamenti, stipendi), la perdita attesa ed il costo della provvista. Quest’ultimo diviso fra costo della provvista allo sportello e costo (molto maggiore del primo) del capitale “di guardia” a protezione delle perdite inattese. Le perdite inattese potrebbero scatenare insolvenze a catena destabilizzanti per il sistema e dannose per i depositanti. Basilea2 ha solo innovato Basilea1 fornendo un nuovo metodo di calcolo delle perdite attese ed inattese basato sui rating interni in aggiunta a quelli esterni. Sono questi ultimi che hanno fallito e la ragione è da ricercarsi anche nel conflitto di interessi fra agenzie ed aziende retate.

  17. Claudio D'Auria

    Sono d’accordo con le tesi sostenute da Andrea nel suo articolo. Non è possibile imputare a Basilea2 la crisi finanziaria cominciata nell’estate del 2007 con i primi default sui subprime. Basilea2 è entrata in vigore solo nel 2008 in Europa e in USA in maniera scaglionata solo dal 2009. Peraltro, occorre dire che in Basilea2 ci sono molte cose che risentono del clima di “entusiasmo finanziario” che poi è stato effettivamente all’origine della crisi. Oltre agli aspetti sottolineati da Andrea (rischio di tasso nel secondo pilastro, aleatorietà del rischio operativo, mancanza di regole omogenee sugli strumenti ibridi), io sottolinerei la normativa prudenziale sulla cartolarizzazione che, di fatto, ha accolto tutte le richieste “lassiste” dell’industria. Basti pensare che sulle tranche AAA il coefficiente di ponderazione può essere addirittura del 7% (il che equivale a un requisito pari allo 0,56% della posizione!). Questo modo di procedere, a mio avviso, ha risentito della fiducia cieca nelle valutazioni delle agenzie di rating. E sappiamo bene, proprio dall’esperienza dei subprime, che le AAA sulle tanche di cartolarizzazione non sono molto spesso sinonimo di sicurezza. Rispetto alla posizione di Andrea do una lettura leggermente diversa al problema degli ibridi. Infatti, il proliferare di strumenti ibridi è sicuramente una causa della debolezza patrimoniale di alcune banche (in particolare di quelle residenti nei paesi la cui vigilanza ha “filtrato” meno questa tipologia di strumenti), ma non mi sembra una causa della crisi finanziaria. L’effetto pè stato pertanto quello di determinare nelle banche con molti ibridi nel patrimonio di vigilanza la necessità di acquisire maggiore capitale puro, il che non mi sembra poi un gran male.

    • La redazione

      Grazie all’amico Claudio D’Auria per le precisazioni. E’ sempre un bene quando le banche raccolgono capitale “puro”, cioè di alta qualità, ma avrei voluto che lo facessero gradualmente, quando il ciclo era benigno, senza accalcarsi ora che il mercato è spaventato e la minaccia della nazionalizzazione è concreta.

  18. alberto

    Basilea 2,3,4 è un fallimento come tutte le misure fatte a tavolino. Le banche invece di assumere del sano rischio finanziando imprese medio piccole, hanno girato i fondi in eccesso in strumenti poco chiari ma ben presentati o peggio a fantomatici santoni del “creo dal nulla”… Speriamo arrivi la Basilea -1 (dicesi meno uno) quella dove a prestare soldi sono banche (fatte di persone concrete) attente alla realtà di medio lungo e non di questo santone…. o di quell’ultimo ritrovato della finanza creativa….

    • La redazione

      Divertente l’idea di “Basilea meno uno”, ma al di là della battuta che si fa? Si spera che la carezza dello spirito santo tocchi il cuore e la mente di banchieri e imprenditori oppure ci si siede “a tavolino” (o su uno sgabello, se il tavolino sta antipatico) per cercare di mettere a punto qualche buona regola, magari senza buttare via ciò che è stato faticosamente compreso e sperimentato negli ultimi vent’anni?

  19. Antonello L@i.

    Nessuna regolamentazione che non ingessi la composizione dell’attivo di una banca avrebbe potuto evitare la crisi. Finché ci saranno strumenti finanziari strutturati in modo tale da nascondere/truccare il proprio contenuto. La verità è che la complessità richiede una specializzazione in termini di conoscenza e in termini di risorse umane così elevata che una singola Autorità di vigilanza non può avere. Questa dovrebbe controllare ogni singolo strumento scambiato dai soggetti e nei mercati di propria competenza, che con l’internazionalizzazione dei mercati significa esercitare un controllo globale. D’altra parte qualsiasi modello di valutazione del prezzo di un’azione è basato su stime, previsioni future e valutazioni fortemente soggettive e aleatorie. Il che non significa che la regolamentazione è inutile ma che non potrà mai garantire al 100% la stabilità del sistema.

    • La redazione

      Concordo con il suo commento: l’opacità è una sirena, che nel breve termine moltiplica i profitti degli intermediari e nel lungo termine distrugge la fiducia e distrugge valore. Credo che il ritorno a strumenti più semplici, negoziati su mercati centralizzati, sia una buona medicina, anche se certo non la sola.

      Infine, faccio le mie scuse agli amici Francesco Cannata e Mario Quagliariello, perché ho scoperto di avere usato un lessico (Basilea “imputato”, con un “alibi” e un “luogo del delitto”) simile a quello da loro utilizzato in un brillante pamphlet sulla crisi. Chi volesse approfondire lo trova tra i working papers del CAREFIN Bocconi (http://www.carefin.unibocconi.eu); a me è piaciuto molto.

  20. Fabrizio Vettosi

    Egregio Professore, le scrive in quanto oltre a svolgere il ruolo di Amministratore Delegato di un Fondo di PRivate Equity di imminente operatività specializzato nel settore dello shipping e della logistica, ricopro anche la carica di Vice-Presidente della Commissione Finanza di CONFITARMA (Confederazione Italiana Armatori) ed ho delega a monitorare l’applicazione di Basel II nel settore Shipping che, come sa, rientra tra gli "Specialised Lending Activities". Il suo articolo è estremamente interessante e finalmente veritiero su Basilea II. Qualche settimana fa segnalai al Dott. Merli de "Il Sole 24 Ore", il quale si scagliava contro il Nuovo Accordo di Basilea, che gli USA, pur facendo parte del Gruppo costitutivo G10 e, quindi, tra i redattori del primo "paper", non hanno mai applicato l’accordo che, paradossalmente, per motivi connessi alla normativa comunitaria, è stato invece introdotto (con la solita lentezza e con un anno di grazia) dai Paesi UE, nonchè da altri Paesi emergenti (Sic!!). In Italia solo due Banche operano con Metodi IRB, tutte le altre adottano lo standard, come dire: non è mutato nulla. Grazie mille.

  21. Francesco

    Scusi supponiamo che io abbia un’esposizione su un bond di rating tripla A di 100. Basilea su un bond tripla A mi dice di applicare una ponderazione al 25%; ebbene per me l’attività conta per 25. In secondo luogo Basilea mi dice che a fronte di quell’attività ponderata devo detenere un capitale di vigilanza almeno pari all’8%. Ebbene applicando l’8% a 25 ottengo 2, quindi ho 2 di capitale per 100 di esposizione: questo significa che sono a leva di 50. Questo è dove ci ha portato Basilea 2.

    • La redazione

      Le banche sono, per loro natura, aziende che operano a leva. Basilea 2 stabilisce che se acquistano obbligazioni tripla A possono avere una leva di 62,5 (non di 50 come indicato dal signor Francesco), mentre se acquistano obbligazioni di cattiva qualità devono limitare la leva al 8,3. Vengono inoltre incentivate a non fidarsi dei rating di agenzia ma a ricalibrare questi limiti di leva attraverso sistemi interni di analisi del merito creditizio, soggetti a requisiti di qualità e di trasparenza. A me il principio sembra ancora giusto, più che altro perché non mi viene in mente niente di meglio. Per inciso: una leva più bassa significa maggiori costi del credito per le imprese. La leva è dunque un giocattolo delicato, da maneggiare con qualche cautela.

  22. Mario Del Monaco

    D’accordo sul fatto che Basilea II non era colpevole perchè non c’era, però forse è il caso che impariamo qualcosa da questa crisi e non ripetiamo gli stessi errori. Questa crisi si è alimentata dal proliferare di “complessità” che nessuno è stato in grado gestire o meglio, che ha rinunciato a gestire, pensando che l’avrebbe fatto il vicino (agenzia di rating, banca centrale, organismi di vigilanza, ecc.). Basilea II va in questa stessa ottica, prevedendo dei sistemi di una forte complessità che si demanda vengano poi vigilati dalla banca centrale. Banca Centrale che già in passato si è vista non essere in grado di vigilare elementi “semplici” della gestione bancaria. Vogliamo ripetere gli errori del passato facendo finta di niente? all’indomani della vicenda Parmalat apprezzai molto una dichiarazione di Marco Vitale che diceva: “noi da quel gruppo eravamo fuori perchè l’abbiamo giudicato troppo complesso, per vendere latte non servono oltre 100 società nel mondo ed io non sono in grado di controllarle tutte…”. Bene, un gruppo bancario a caso, es. Unicredit, controlla circa 280 altri soggetti finanziari. Chi è in grado di controllare la corretta applicazione di Basilea2?

    • La redazione

      A me, la vera mamma della crisi non sembra la complessità, ma l’opacità (la prima, se mai, è la nonna della crisi, perché spesso è servita a generare la seconda). Prodotti finanziari opachi consentivano margini di profitto elevati, ma si sono rivelati un frutto avvelenato quando le banche hanno cercato di rassicurare gli investitori travolti da una crisi di sfiducia, perché gli attivi di bilancio erano (sono) pieni di scatole nere di cui nessuno conosce il contenuto. Basilea 2 cerca, tra mille difficoltà che devono essere risolte, di promuovere la trasparenza. Lo fa con regole minuziose e articolate, che servono a governare una realtà minuziosa e
      articolata. La città di Roma ha una struttura immensa e irregolare, ma se voglio orientarmi è meglio che usi la mappa di Roma, immensa e irregolare. Usare la mappa di Manhattan, così rassicurante con i suoi angoli retti, le Street e le Avenues, non sarebbe una buona idea.

  23. Sebastiano Cariani

    Leggo con interesse il webpaper ed i commenti. Da studente non posso che sottolineare un paio di cose: l’attuale crisi é figlia dell’opacitá dei mercati. Ne sono sempre più convinto. Se l’obiettivo delle riforme introdotte con Basilea 1 (e poi B2) era una maggiore trasparenza dell’azione bancaria, l’obiettivo é stato mancato appieno. Serve pertanto una riforma di adeguamento e semplificazione del B2, per rendere uno strumento magari buono sulla carta anche efficace nella vita di tutti i giorni. Applicabile, chiaro, con formule algebriche dove serve (concretezza!!) e sanzioni, perché no, a chi fa il furbetto, i cui proventi vadano a coprire i danni fatti in passato da comportamenti non consoni. Il mio professore di Diritto dell’Economia diceva che la legge fiorentina "si faceva la sera e si cambiava la mattina": una grande flessibilitá della finanza abbisogna di strumenti altettanto flessibili. Basilea II deve essere questo!

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