Una prima osservazione è che le misure proposte realizzano una "micro­manutenzione" del sistema, mentre i problemi della giustizia sono ben altri e richiedono interventi molto più incisivi e consistenti. Di ciò siamo tutti consapevoli. Nell’articolo tuttavia si chiarisce in partenza che quelli ipotizzati sono interventi "minori", il cui impatto è ritenuto importante per l’efficienza complessiva del sistema. Esistono certamente problemi che investono i "rami alti" della giustizia, il suo assetto complessivo, i principi di rilievo costituzionale che ne regolano l’organizzazione e il funzionamento. Un serio metodo riformatore non può che prendere atto di questa molteplicità di profili nei quali il problema si declina, impostando un percorso di riforma che ne affronti le principali criticità in modo organico, attraverso misure articolate in tempi, livelli e su tavoli di confronto diversi. In un percorso di questo tipo, concentrarsi subito ed in modo massiccio sui "rami bassi" del sistema ha un’evidente convenienza: innanzitutto permette di affrontare un segmento di riforma più fattibile politicamente; in secondo luogo, nel presuppostoche le misure individuate abbiano il comune requisito di incentivare il miglioramento del servizio, si ha il duplice vantaggio di venire incontro alle esigenze immediate dei cittadini e delle attività economiche, che esigono processi più brevi e maggiore efficienza della giustizia, e, per questa via, di allentare la morsa che rende drammatica la crisi del sistema, soprattutto in termini di insostenibilità sociale dell’attualedurata dei processi. Sarebbe possibile allora, in tempi ragionevoli, un confronto più sereno sulle problematiche che riguardano le questioni più controverse, sulle quali la ricerca di soluzioni è certamente più impegnativa.

In merito, poi, all’affermazione dell’articolo secondo cui è possibile migliorare la qualità della spesa della giustizia e rendere il servizio più efficiente, molti commenti esprimono la convinzione, analoga a quella di tanti addetti ai lavori, che la giustizia abbia soprattutto problemi di quantità e non di qualità della spesa, nel senso che il settore ha bisogno di più risorse di funzionamento e di maggioriinvestimenti nelle strutture. Non mi sembra che la ricerca di una migliore qualità della spesa sia incompatibile con la possibilità di investire nella giustizia ovvero con l’esigenza di quantificarne correttamente gli oneri di funzionamento. Va detto, anzi, che in regime di risorse scarse ciò che viene enfatizzato è proprio il rapporto fra qualità e quantità della spesa, nel senso che a parità di fondi disponibili è possibile ottenere risultati migliori procedendo a razionalizzazioni organizzative, alla diffusione delle best practices, alla semplificazione delle procedure, e così via, come confermato dalle analisi della ex Commissione tecnica per la finanza pubblica. Una spesa migliore e più produttiva offre un servizio migliore agli utenti, ma può rappresentare anche un valore aggiunto in termini economici, qualora permetta di liberare risorse per gli investimenti. Sono comunque convinto che, pur in tempi di finanza pubblica sotto controllo, un progetto di riforma che voglia migliorare la giustizia non può non mettere in conto gli investimenti necessari per realizzare alcuni progetti strategici: ad esempio la realizzazione del processo telematico, che può ridurre in modo decisivo la durata dei processi civili, e la rapida attuazione del sistema unico delle intercettazioni, cui sono legati notevoli risparmi di risorse e una migliore organizzazione del servizio.

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Un lettore segnala gli alti costi e le inefficienze che derivano dall’attuale separazione fra le giurisdizioni civile, contabile e amministrativa, giudicata inutile e superata. Propone la confluenza nella giustizia ordinaria delle due giurisdizioni amministrative. Aprescindere da valutazioni di merito, la prospettiva dell’unificazione delle giurisdizioni è di assai difficile praticabilità, se non altro per l’estensione e la delicatezza delle modifiche costituzionali che comporterebbe, visto che l’autonomia delle tre giurisdizioni gode di copertura costituzionale. Non solo, ma mettere sul treno della riforma un carico di questioni così intricato (dobbiamo ricordare le discussione che al riguardo si svolsero all’Assemblea Costituente?) equivarrebbe ad allontanare fatalmente la fine del viaggio. Altra cosa è porsi il problema dell’assetto e della funzionalità della giustizia amministrativa e di quella contabile, che presentano problemi sui quali è senz’altro opportuna una specifica riflessione.

Un commento richiama l’attenzione sul problema della chiarezza e della semplicità delle leggi, variabili che condizionano in misura non trascurabile la funzionalità del sistema giudiziario. Il problema, visto nelle sue implicazioni generali, travalica in qualche modo la questione giustizia. La qualità della legislazione, o meglio la sua cattiva qualità, quando diventa un fenomeno generalizzato, incentiva certamente ilcontenzioso ed incide sui tempi e sulla bontà delle decisioni, ma affievolisce anche lacertezza del diritto e modifica silenziosamente il rapporto fra i poteri dello Stato, nel senso che di fronte a formulazioni normative oggettivamente confuse e in qualche caso indecifrabili (si pensi alle finanziarie di un solo articolo e più di seicento commi!) si riduce la forza della legge, aumenta la discrezionalità dell’interprete e il "diritto vivente" creato dai giudici, si accresce lo spazio del potere esecutivo (ad esempio nelle delicate funzioni di indirizzo interpretativo, esercitate in modo sistematico dall’amministrazione finanziaria nella materia fiscale). Questa dinamica dell’ordinamento non è certamente da assecondare, ma per fare leggi migliori si richiede non tanto capacità e competenza tecnica disponibili in misura sufficiente, ma sensibilità istituzionale e forte volontà politica. Si potrebbe cominciare rafforzando gli strumenti, già previstiin sede parlamentare, per garantire la qualità dei testi normativi, riprendendo anche la buona abitudine della codificazione e dei testi unici.

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Uno dei commenti accende poi un faro sul complesso di riti, procedure e regole che disciplinano le separazioni e il divorzio, che darebbero luogo ad un perverso intreccio di fenomeni che inciderebbero negativamente sul sistema economico, alla pari e forse più di altri profili segnalati nell’articolo. Si tratta di un problema a me poco noto. Ben vengano quindi analisi più precise da parte degli esperti del settore, in particolare sui meccanismi che determinano un così rilevante impatto sull’economia del c. d. "divorzificio" (così lo definisce il lettore).

Infine, qualche considerazione su un possibile e (apparentemente) semplice intervento sul regime delle prescrizioni, rivolto ad evitare che, al solo scopo di far decorrere i termini, si adottino comportamenti dilatori finalizzati ad allungare la durata dei processi. Il problema è reale, le soluzioni tecniche per raggiungere l’obiettivo sono molte e quasi tutte valide, ma occorre volontà politica per attuarle: una serie di leggi recenti vanno però in senso contrario (ricordate le varie Cirami, Cirielli, ecc… ?).

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