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ETA’ DI PENSIONAMENTO: MEGLIO FLESSIBILE

La proposta di equiparare l’età di pensionamento delle donne a quella degli uomini (rispettivamente 60 e 65 nella legislazione attuale) è sensata da un punto di vista “attuariale” se si considera che le donne vivono in media più a lungo degli uomini. Inoltre una compensazione ex post per gli svantaggi che le donne devono fronteggiare durante le loro carriere, che consiste nella possibilità di uscire prima dal mondo del lavoro, conferma le differenze tra uomini e donne invece di appianarle. In particolare la differenza più marcata tra uomini e donne è nella partecipazione al lavoro e un trattamento pensionistico di favore non rappresenta certamente la molla che convincerà le donne a partecipare alle attività produttive. Tuttavia occorre precisare che la sentenza della corte europea, tesa ad armonizzare le età di uscita, si concentra sui lavoratori pubblici, in quanto appartenenti a uno specifico regime “professionale”, e quindi non obbliga l’Italia ad un trattamento di parità previdenziale tra generi in tutti i casi.
Il vero problema è che, pur essendo cresciuta l’età media di pensionamento, i lavoratori italiani vanno ancora in pensione troppo presto rispetto alla media europea, uomini e donne. La soluzione è quella di ristabilire, da subito, i criteri di uscita flessibili della legge del 1995 (legge Dini). Queste regole prevedevano una finestra di uscita tra i 57 e i 65 anni con livelli diversi della prestazione pensionistica che crescevano al crescere dell’età di pensionamento. Per agganciarsi alla normativa vigente per le pensioni di anzianità si potrebbe prevedere una finestra di 58-66 anni. Naturalmente in questo caso l’intera pensione (e non solo la quota contributiva) dovrà rispondere alle regole del sistema contributivo con una penalizzazione per chi va in pensione prima (una decurtazione della pensione) e un premio per chi va più tardi. Oltre a garantire una parità di trattamento tra uomini e donne, sarebbe salvaguardata la sostenibilità del sistema pensionistico e si realizzerebbero dei risparmi per le casse dello stato.

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E SULL’UNIVERSITA’ DATI CONTRO PREGIUDIZI

  1. antonio p

    Per me vuol dire che le persone possono lavorare gli anni che vogliono e fanno i relativi versamenti, ma la pensione deve essere liquidata a partire dal sessantacinquesimo anno di età. Mi fa imbestialire la differenza uomo -donna quasi si fosse arrivati nel 2000 per parlare del razzismo maschi-femmina.

  2. Mario Giaccone

    Credo che la soluzione stia in un adeguato (per tempi e per indennità) sistema di congedi per ragioni di cura (maternità, cura parentale, handicap, studio) che in Italia è tanto bello nei principi quanto misero nelle compensazioni e nel "tempo liberato". E soprattutto deve essere gender neutral, a parte la maternità per ovvie ragioni. Non va dimenticato che le donne anziane (mi riferisco a quelle che hanno lavorato) sono in media più attive e concrete dei coetanei maschi, ma anche perchè sono più abituate a "volare basso" e a organizzarsi lavoro retribuito e non molto meglio. Perchè dobbiamo penalizzare la loro vitalità? Facciamole respirare un po’ di più prima senza tirarle (mariti e padroni) per il collo! Detto da un uomo.

  3. Giulio Giacchetta

    Condivido in pieno quanto riportato nell’articolo. Ritengo giusto che, eventuali differenze a danno delle donne, siano eliminate e non compensate. Unico oggetto di compensazione dovrebbe essere il periodo di maternità che, in quanto fatto sociale, dovrebbe riguardare tutte le madri (a prescindere dalla loro condizione lavorativa). Ritengo utile evidenziare che oggi sempre più donne, pur per legittima scelta, decidono di non mettere su famiglia e che, per tanto, sono sullo stesso piano di qualsiasi uomo nella stessa condizione.

  4. renata gizzi

    Questo è un argomento che mi fa andare fuori dai gangheri. Per tutta la vita lavorativa ho dovuto sopportare diversi lavori: quella da dipendente, quello di madre di due figli ho "ingrassato" le baby sitter in tantissime situazioni. Mi son sobbarcata lavoro casa figli scuole per mancanza di strutture in aiuto alle famiglie e poi sarei dovuta anche andare in pensione alla stessa età di un uomo che pensa solo al lavoro.

  5. Gabriele Peloso

    E’ possibile sapere qual è l’età della pensione (uomini e donne) nei vari stati europei? Inoltre, quali sono gli aiuti, veri e concreti, che lo stato offre alle famiglie e alle donne nei Paesi europei più avanzati per esempio: Germania, Francia, Regno Unito, Spagna?

  6. luigi zoppoli

    Mi chiedo, anzi so bene come mai una questione importantissima sì sociale, ma tecnica e demografica nei suoi limpidi meccanismi di sostenibilità sia guardata con l’occhio miope della demagogia e dello spregio per le generazioni future. Eppure dovrebbe esser chiaro che in questo caso non si tratta più di mera equità ma di ciò che è ragionevole e fattible. Troppo pesa l’improvvido passato che ci siamo regalati.

  7. Salari Federico

    Sono d’accordo con la sua proposta, che è equa e permette di risolvere ad esempio il problema di chi perde il lavoro e non ha realistiche possibilità di ricollocarsi, come gli ultracinquantenni che le aziende non vogliono più semplicemente perchè costano troppo. Purtroppo anche su questo sito c’è chi propugna come unica soluzione quella dell’aumento dell’età pensionabile, anche di 5 anni dall’oggi al domani, senza rendersi conto che è una soluzione iniqua e forse anche incostituzionale. Mi piacerebbe però conoscere, anche in percentuale, le differenze di copertura dei due sistemi, retributivo e contributivo. Può darmi qualche indicazione in proposito? Grazie e saluti.

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