Lavoce.info

ALL’IMPRESA NON BASTA PIU’ LA FAMIGLIA

Per la Fiat la necessità di trovare un partner industriale deriva dal crescente ruolo che i costi fissi giocano nella produzione di automobili. Ma il ragionamento si applica a tutto il sistema produttivo italiano. La manifattura italiana si deve “terziarizzare”, focalizzandosi sulle attività a monte e a valle della produzione – innovazione, marketing, distribuzione-, caratterizzate da alti costi fissi. Ostacoli principali la piccola dimensione e il controllo familiare.  

Il Congresso degli Stati Uniti ha, almeno per ora, negato gli aiuti di stato all’industria automobilistica. Il settore attraversa la peggiore crisi da decenni a questa parte. Ma se l’industria automobilistica americana è sull’orlo del collasso, quella del resto del mondo non sta molto meglio. L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha dichiarato che la priorità è trovare un partner industriale. Gli ha fatto eco John Elkan, amministratore delegato di Ifil, suggerendo che di fronte a questa necessità la famiglia Agnelli è disposta a mettere in discussione il mantenimento di una quota di controllo: “Il livello della partecipazione diventerebbe di secondaria importanza rispetto alla posizione competitiva e al valore aggiunto apportato da una nuova combinazione”. Sono due messaggi importanti, provenienti dal manager e dalla famiglia di spicco del capitalismo italiano. Servono a far riflettere sull’intero assetto del nostro sistema produttivo.

IL PROBLEMA DEI COSTI FISSI

La necessità di trovare un partner industriale deriva dal crescente ruolo che giocano i costi fissi nella produzione di automobili. Il ciclo vitale dei modelli si è ridotto, la complessità della tecnologia e del design delle auto è aumentata notevolmente, i costi di progettazione e collaudo sono cresciuti di pari passo. Grandi volumi di vendita permettono di “spalmare” i costi su un numero elevato di veicoli e aumentano la probabilità di ammortizzarli e fare profitti. Da qui l’esigenza di una scala elevata: almeno 5 milioni di vetture all’anno, sempre secondo Marchionne.
Seppur particolarmente rilevante per un’impresa nel mercato automobilistico, più in crisi di altri settori, il ragionamento si applica al sistema produttivo italiano nel suo complesso.
Il sistema manifatturiero italiano è cresciuto e prosperato fino agli anni Ottanta basandosi su un modello di basso costo del lavoro e flessibilità ed efficienza produttiva dei sistemi distrettuali, aiutato da frequenti svalutazioni che ne rafforzavano la competitività sui mercati internazionali. Lo schema si è rotto negli anni Novanta con l’ingresso dei paesi emergenti nel commercio mondiale e con l’introduzione dell’euro, che ha fatto venir meno la possibilità di svalutazioni competitive. La competizione in mercati di “concorrenza perfetta” è diventata insostenibile: la produzione di beni omogenei e indifferenziati, per i quali conta unicamente il costo di produzione, viene svolta in paesi a basso costo del lavoro. Per prosperare, le imprese dei paesi avanzati devono produrre beni con caratteristiche specifiche, non immediatamente replicabili dai potenziali concorrenti, che conferiscano qualche forma di potere di mercato. Progettare e commercializzare prodotti con queste caratteristiche costa: è proprio il tipo di costo fisso di cui parla Marchionne nel caso del al mercato automobilistico.

TERZIARIZZAZIONE DEL MADE IN ITALY

Le strategie di creazione di potere di mercato variano a seconda dei settori. Nell’high-tech, si tratta di fare innovazione. Per i beni strumentali, è cruciale la capacità di produrre su specifiche del cliente e di garantire assistenza post-vendita. In quelli tradizionali, conta il marketing e la rete distributiva. L’aspetto comune di queste attività è che sono tutte a monte e a valle della produzione. Il valore aggiunto del bene venduto si genera sempre meno in fabbrica e sempre più nelle attività che precedono, accompagnano e seguono la produzione, per molti versi assimilabili ad attività di servizi: la manifattura si “terziarizza”. Il cambiamento è radicale, particolarmente per i settori tradizionali del “made in Italy”. Al riguardo è interessante la strategia di un’altra impresa leader italiana, i Benetton. In un’intervista recente Alessandro Benetton ha sostenuto che, oltre alla tradizionale attenzione alla pubblicità, la maggior parte degli investimenti previsti per il 2008 riguarda l’ampliamento del network commerciale, cioè l’apertura di nuovi negozi. Per sostenere la produzione di magliette nel trevigiano servono un marchio riconoscibile e una rete commerciale ben sviluppata.
È difficile quantificare quanto questa trasformazione sia limitata a pochi casi di grandi imprese o se si stia diffondendo nel sistema produttivo italiano nel suo complesso. Una implicazione di questo ragionamento è che dovrebbe crescere l’importanza degli addetti che non lavorano direttamente in fabbrica. La figura riporta la quota degli operai nelle imprese manifatturiere italiane con almeno 50 addetti. Il trend calante si arresta dopo la svalutazione del 1992, che ridà temporaneamente fiato al modello competitivo basato sui costi di produzione. Con l’introduzione dell’euro la discesa riprende più accentuata di prima. Qualche indicazione che la manifattura italiana si sta terziarizzando quindi emerge.
Il deludente andamento dell’economia italiana indica chiaramente che questi cambiamenti non sono stati sufficienti per ridare competitività al sistema. Due elementi sono cruciali nel ritardare il processo. Da una parte, la prevalenza della piccola dimensione impedisce di sfruttare le economie di scala che caratterizzano queste attività. Dall’altra, il controllo familiare rappresenta un ostacolo a processi di crescita sia interni che esterni, come fusioni, cessioni, acquisizioni: le famiglie tendono a mettere il controllo al di sopra di qualunque altro obiettivo. È quindi particolarmente significativo che l’amministratore delegato della più grande impresa manifatturiera italiana e il rappresentante della più importante famiglia imprenditoriale abbiano indicato una strada che rompe con questi limiti tradizionali del capitalismo italiano.
Basterà aumentare la scala produttiva delle imprese? L’esperienza dei produttori di automobili americani indica inequivocabilmente di no. La dimensione è condizione necessaria, ma non sufficiente. Solo una gestione manageriale efficiente e oculata può portare al rilancio del sistema. E solo un processo di selezione dei manager su basi meritocratiche, piuttosto che di appartenenza a network di potere, può garantire una gestione efficiente. C’è da sperare che considerazioni diverse dal perseguimento dell’efficienza, quali l’italianità delle imprese, non si mettano di traverso nel lungo e difficile percorso di ristrutturazione del sistema produttivo italiano. Se la proprietà e il management della Fiat dessero seguito alle loro affermazioni, non è difficile immaginare le reazioni: ci sarà da allacciare le cinture di sicurezza.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Ritorno al passato per riportare Aspi sotto il controllo pubblico

Precedente

SE I TRE GRANDI RISPARMIATORI DELL’ASIA SI PARLANO

Successivo

UN UOMO SOLO CONTRO LA DEFLAZIONE

  1. sgl

    Forse la famiglia non basterà più in Italia, ma che dire del ‘Mittelstand’ tedesco? Siamo nazioni manufatturiere ed esportatrici di beni e servizi ma, mentre le PMI tedesche continuano ad investire strutturalmente in innovazione, molte PMI italiane allocatano risorse al di fuori dei loro ‘core business’. La ragioni saranno tante, ma una mantiene il suo primato: l’eterna grido della cosa pubblica all’emergenza dello Stato divoratore di risorse reali.

  2. luigi zoppoli

    Sia l’intervento di Marchionne ai manager FIAT che quelli qui richiamati sono un consolante esempio di grande novità soprattutto da parte di Elkan. Rimane la difficoltà del far passare concetti siffatti nelle imprese familiari soprattutto quando in ambito politico si assumono partite IVA e piccole imprese come base di consenso elettorale e si pretende di fare il loro interesse tentando di limitare il tasso di competizione a cui sono esposte.

  3. daniele am.

    Bell’articolo. Mi pare che al vostro articolo si possa applicare un argomento molto semplice. Se si aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti e si migliora l’enforcement delle legal norms le aziende familiari saranno indotte ad aprirsi a risorse esterne, che saranno più propense ad arrivare, e il mercato di manager sarà indotto ad adottare regole meritocratiche di selezione. Quello che invece accade è che molto spesso le aziende familiari sono chiuse, non in quanto "aziende familiari" ma proprio perchè sono protette, spesso politicamente, dalla competizione. Non credo sia un caso che le poche aziende familiari italiane realmente esposte alla concorrenza sono casi di successo, e non credo sia un caso che quando una realtà familiare si apre fortemente al mercato cambia sia la governance sia la strategia aziendale (come appunto il caso fiat dimostra).

  4. Enrico Pedretti

    La terziarizzazione dell’economia e il concentrarsi del maggiore valore aggiunto proprio nei servizi è in atto da anni nelle maggiori economie avanzate. Solo in Italia la politica industriale (non a caso si chiama ancora così), le istituzioni e tanti imprenditori stentano a cogliere appieno il cambiamento strategico e culturale che questo deve comportare. Per recuperare produttività, per aumentare Pil, valore aggiunto e reddito procapite è necessario puntare su settori e attività ad alto valore aggiunto e darsi una vera gestione manageriale. Alcune migliaia medie aziende italiane l’hanno capito e da questo cambio di strategia e di gestione hanno tratto quei vantaggi che le portano oggi a primeggiare sui mercati internazionali. Peccato che tutto il resto del paese da chi ci governa a chi fa impresa non l’abbiano neppure considerato. Ci vogliono manager scelti e valutati sulle performance e soprattutto – in un economia così povera di presenza, cultura e competenza manageriali – più manager e sempre più in grado di dispiegare appieno il loro ruolo senza essere frenati da un’economia ancora troppo succube della piccola dimensione, del controllo familiare e di tutto quanto ne consegue.

  5. andrea

    L’articolo è molto acuto e autorevole. Tuttavia mi domando come la conclusioni si concilino con gli esempi di industrie automobilistiche di taglia medio piccola come Honda, che manifattura in paesi ad alto costo, e che ha minori problemi di colossi sempre più terziarizzati come GM o Daimler. Non sarà proprio la terziarizzazione, invece, la causa del tracollo, con la perdita progressiva del know how tecnico che non è solo laboratori di innovazione hi-tech ma umile attenzione alla qualità dei processi produttivi? E` pacifico che vi sarà una concentrazione dettata dal livello dei 5 milioni di unità, ma non credo che la terziarizzazione sia una buona strada.

  6. michele

    Va bene, però adesso basta scherzare. E’ almeno dieci anni che si sa, perchè lo dicevano sia gli esperti che gli stessi dirigenti di grandi case automobilistiche, che al di sotto di un certo volume produttivo non si può reggere il confonto internazionale. Che poi questo volume sia raggiunto grazie a sinergie con partner adeguati o da soli cambia poco, è un dato acquisito. Da tutti, evidentemente, e a volte neppure basta. Dalla Fiat no, ma bisognerebbe chiedersi quando questa azienda, che ha sempre, per ovvi ma non giustificabili motivi, beneficiato di aiuti statali e bancari e di buona Stampa, è stata davvero sul mercato. Mai, negli ultimi ventanni. Nemmeno con Marchionne che è servito, sostanzialmente, come utile foglia di fico per un salvataggio contraddittorio e ambiguo, finito anche sotto il lentino della magistratura per i noti escamotage finanziari.

  7. Giuseppe

    Condivido l’analisi ma mi chiedo quali siano l’alternativa alla famiglia. Al momento mi sembra che operatori finanziari (venture capital, fondi di private equity) non siano in grado di sostituirsi al modello familare. Bisognerà attendere la fine della crisi.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén