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  1. Jacopo Lorenzo Piscina Rispondi

    Nell'articolo "DILEMMI ITALIANI" si parla giustamente dell'aumento del rischio paese e si propone la sua misurazione come differenza del tasso di interesse pagato dall'Italia su obbligazioni a 10 anni tra il 2007 e il 2008. I numeri riportati fanno notare la notevole differenza di tasso che paghiamo noi rispetto ad altri Paesi come Germania e Stati Uniti ma riportano anche il "tasso del 2007", questo in Italia era del 4,52% mentre ora, sebbene i tassi di altri Paesi siano scesi maggiormente, si attesta al 4,49%, valore leggermente inferiore a quello dell'anno precedente. Seppur le mie conoscenze economiche siano ancora ristrette sarei tentato di dire che non è il nostro rischio paese ad essere aumentato ma quello degli altri Paesi ad essere diminuito: pagando un tasso pressoché uguale, e misurando questo il rischio di default, non mi sento di dire che il Paese rischi la bancarotta più del 2007. Ma potrei anche sbagliarmi..

  2. Beppe Caravita Rispondi

    Il rischio paese italiano nello scorso anno è aumentato molto. Chiediamoci perchè. Gli investitori internazionali, i mercati hanno forse poca fiducia dell'attuale Governo italiano? Temono l'accoppiata Tremonti-Berlusconi che non ha fruttato, nelle passate loro legislature, molto sul piano del miglioramento della situazione macroeconomica italiana? I mercati scontano forse un sospetto sull'attuale esecutivo che prima, con Prodi e Padoa Schioppa, non scontavano? La triste vicenda della dilapidazione del cosiddetto "tesoretto" (in insensati sgravi sull'Ici ai ricchi e il salvataggio Alitalia) parrebbe dimostrarlo. E allora non è forse un Governo di emergenza, con un diverso esecutivo, la prima mossa necessaria a sbloccare la situazione di stallo? Scusi ma mi paiono considerazioni persino banali. Il Giappone, con un debito pubblico analogo al nostro, oggi ha varato una manovra da due punti di Pil. Perchè gode di credibilità politica. Questa mi pare il punto, vero, oggi.

  3. Italo Nobile Rispondi

    O non si considera più prioritaria la diminuzione del rapporto deficit/pil sino alla fine della recessione o si interviene sulle aliquote impositive in senso redistributivo.

  4. francesco rotondo Rispondi

    Quindi la sua posizione in merito è contrapposta a quella del Prof. Boeri che, mi sembra di aver letto, sostiene che un incentivo all'economia con investimenti in spesa pubblica e/o una riduzione fiscale (sebbene abbiano effetti negativi sull'indebitamento) potrebbe rilanciare il nostro Paese?

  5. Edoardo Giovanni Raimondi Rispondi

    La fortuna degli USA negli anni '30 fu di avere un discreto presidente che si affidò alle cure di un discreto economista: essi gettarono le basi per distribuire reddito alla popolazione, la domanda interna fece il resto. L'italia avrebbe molto da imparare. In finanza, generalmente, si guarda a un investimento senza tenere conto dei costi finanziari, se esso è redditizio allora va intrapreso, altrimenti nulla. La stessa cosa vale per l'italietta: il governo non ha soldi da investire e non può ulteriormente indebitarsi perchè ha speso troppo e male in passato. Pazienza! Un governo capace si attiverebbe per attuare quelle riforme strutturali che stimolano gli investimenti stranieri e che possano dare linfa infrastrutturale al paese e reddituale ai suoi abitanti. Lo spettro della disoccupazione incombe su milioni di lavoratori e la sola idea che i fondi della BEI possano essere utilizzati per erogare i sussidi irrita quasi quanto sapere che la politica non ridurrà i suoi sperperi. Sarebbe ora di vedere dei ministri seri, meno attenti alla propria immagine e più alla "salvezza" del paese. Perché essere un paese industrializzato, in un'economia dei servizi non è più un vanto, ma una condanna.

  6. Carlo Cipiciani Rispondi

    Gentile Dott. Tanzi, ho letto con interesse il suo punto di vista, un po' "fuori dal coro" rispetto a quanto normalemtne si legge qui su La voce. In parte è vero che un forte aumento di spesa pubblica ed una riduzione di imposte potrebbero avere, in un'economia come quella italiana, conseguenze macroeconomiche non totalmente desiderabili. Mi sembra manchi però, mi scusi, una qualche considerazione sul fatto che qualcosa bisogna pur fare. Personalmente, ritengo che - con un occhio ai fondamentali di bilancio e quindi senza una politica in deficit - vadano fatte alcune operazioni di "rastrellamento di risorse nelle varie poste di bilancio" (come ad esempio ha mostrato, proprio qui sul "La voce", Massimo Bordignon) attualmente impiegate in modo assolutamente inutile per non dire dannoso, da utilizzare per finanziare misure anticicliche. E, soprattutto, vanno varate quelle riforme strutturali di cui l'Italia ha un gran bisogno. In questo non condivido la sua "rassegnata" considerazione sull'impossibilità di fare ora riforme strutturali. Proprio questo è il momento di farle! Se non ora, quando?

  7. luigi zoppoli Rispondi

    L'articolo era chiarissimo nei suoi intenti e nella sua sostanza. Sta di fatto che l'economia può ben essere messa in ulteriore difficoltà dalla virulenza della crisi e con essa i conti pubblici. Varrebbe la pena riflettere se invece non è questo il momento che laggioranza ed opposizione mettano mano a riforme da troppo rimandate e si impegnino normativamente a robusti tagli di spese per ullteriori interventi di sostegno. La consapevolezza dei cittadini della complessità o della difficoltà della situazione, mi parrebbe uno scenario da non lasciar decantare.