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NON E’ SOLO UN COSTO IL PACCHETTO CLIMA

La distruzione dell’ambiente e della natura è secondo i sondaggi una delle principali preoccupazioni degli italiani. Ma ai livelli più alti delle istituzioni e della nomenclatura economica si continua ad avversare il pacchetto clima europeo, adottando l’ottica parziale dei suoi costi, senza il minimo riferimento ai benefici attesi. Certo, non facilmente quantificabili. Anche perché si tratta di una manovra complessa, con molteplici obiettivi, dalla lotta ai cambiamenti climatici all’indipendenza energetica. Un peccato non parteciparvi.

 

In attesa delle decisioni del Consiglio europeo dell’11-12 dicembre, che potrebbero essere risolutive, il pacchetto clima continua a tenere banco. (1) La presidente degli industriali italiani, Emma Marcegaglia, arriva a dettare la linea al governo, affermando che deve porre il veto all’approvazione del pacchetto nella sua attuale versione perché rischia di provocare la “scomparsa dell’industria manifatturiera nazionale e tra i primi a farne le spese sarebbero i settori del vetro, ceramica, carta e siderurgia”. (2)

GLI EUROPEI, I COSTI E I BENEFICI

Queste drammatiche dichiarazioni rivelano ancora una volta che, anche ai livelli più alti delle istituzioni e della nomenclatura economica, si continua ad adottare l’ottica parziale dei costi della proposta, senza il minimo riferimento ai benefici attesi. Secondo la Commissione europea, il pacchetto clima contribuirebbe a creare dai 600mila ai 900mila nuovi posti di lavoro nell’Europa a 27, a partire dai settori legati all’energia rinnovabile e dell’efficienza energetica, che attualmente occupano 150mila persone nell’Unione a 15, contro i 60mila occupati nel settore del cemento e di 30mila in quello dell’acciaio. Forse non bastano questi quattro dati per rendere conto del lato negletto del pacchetto clima. Insomma, se davvero l’industria scomparirà o se invece finirà per espandersi e rinnovarsi, dipende dalla valutazione dei costi del pacchetto clima al netto dei benefici che esso produrrà.
Il 22 novembre 2008 la Repubblica dava risalto a un sondaggio contenuto nel secondo rapporto Demos, curato da Ilvo Diamanti, secondo cui al primo posto nella graduatoria delle paure degli italiani stava, a ottobre 2007 come a novembre 2008, “la distruzione dell’ambiente e della natura”, mentre al secondo le preoccupazioni per “il futuro dei figli”. In precedenza, un sondaggiodi Eurobarometro aveva rivelato che tre quarti dei cittadini europei prendono molto sul serio il problema dei cambiamenti climatici: il 62 per cento lo considera uno dei problemi più gravi che il mondo deve attualmente affrontare. (3) L’Italia, insieme al Portogallo, si piazza penultima con il 47 per cento nella classifica europea, superando di poco il 45 per cento della Repubblica Ceca.
Un dato di particolare interesse è che quasi due terzi degli europei (il 63 per cento) ritiene che la tutela dell’ambiente costituisca un motore dell’innovazione tecnologica, più che un ostacolo al suo sviluppo (16 per cento). Il 64 per cento crede che sia necessario privilegiare la protezione dell’ambiente rispetto alla competitività economica, mentre solo 18 per cento  pensa l’opposto. Infine, circa i due terzi di coloro che hanno risposto al sondaggio ritengono che sia giusto prendere decisioni in materia ambientale all’interno dell’Unione Europea più che a livello nazionale.
Quella del pacchetto clima sembra quasi una battaglia personale del governo e dell’industria italiana e non si capisce se il resto del paese la condivide. In realtà, se l’esito dei sondaggi è veritiero, bisognerebbe concludere che deve esserci, nella pubblica opinione, una percezione dei benefici delle politiche a mitigazione dei cambiamenti climatici che i nostri governanti, per dolo o per colpa,  trascurano.

UN’ARCHITETTURA COMPLESSA

Esercitarsi in una valutazione quantitativa e monetaria dei benefici di un insieme di misure articolato come quello europeo è operazione non facile, e comunque assai più impegnativa della valutazione dei costi. Il primo motivo è che l’operazione architettata dalla Commissione europea non è solo un pacchetto di direttive sulle emissioni di CO2 delle industrie europee o sullo stimolo alle fonti rinnovabili di energia. È ben di più, se consideriamo come parte integrante del disegno la proposta di direttiva sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio, la direttiva già recepita sull’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici e soprattutto lo Strategic Energy Technology  Plan,un importante documento che contiene misure relative alla pianificazione, realizzazione, risorse e cooperazione internazionale nel campo delle tecnologie energetiche. (4)
Il secondo motivo è che l’obiettivo di questa complessa manovra non è uno solo, ma molteplici. Non solo si vuole contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche accrescere l’indipendenza energetica, particolarmente dalle fonti fossili di importazione. Si vuole dare un impulso decisivo a un nuovo modello di sviluppo, quello dell’economia a basso tenore di carbonio, conquistando la leadership sui mercati delle nuove tecnologie energetiche, promuovendo la nascita o la diffusione di nuove industrie e settori produttivi, cambiando permanentemente le modalità di produzione e di consumo, e con esse le abitudini dei cittadini europei. Si vuole presumibilmente infine riconquistare un ruolo di primo piano nello scenario geopolitico dove si affacciano nuovi e rilevanti attori.

PREFERENZE RIVELATE

Se si è convinti di tutto ciò, si converrà allora che quantificare i benefici dell’intera manovra è difficile e, nel caso di molti , praticamente impossibile. Vi sarebbe però un argomento che, nella sua semplicità, potrebbe essere guardato come risolutivo. Poggiando sull’assunto della razionalità, l’economista direbbe che se osserviamo individui e organizzazioni effettuare certe scelte, in presumibile presenza di alternative, allora dobbiamo dedurre che ciò corrisponde alla soluzione preferita, quella ritenuta migliore. Gli economisti le chiamano “preferenze rivelate”. Se osserviamo un gruppo nutrito di paesi avanzati che consapevolmente e concordemente approva un siffatto pacchetto di misure, allora “deve essere vero” che per ognuno di essi i benefici (il più estesamente definiti) superano i costi. Due esempi su tutti. Secondo le ultime rilevazioni della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu, la Spagna è terza dopo Canada e Giappone a essere più distante dall’obiettivo di Kyoto, quello che va centrato entro fine 2012. (5) Pur tuttavia non abbiamo visto gli iberici mettersi a capo della fiera opposizione al pacchetto clima europeo. Il Regno Unito sta per approvare definitivamente una nuova legge, il Climate Change Bill, che imporrà al paese l’obbligo di ridurre le emissioni dell’80 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050. La legge in arrivo, per raggiungere l’obiettivo, legalmente vincolante, garantisce una voce di spesa apposita nel bilancio statale, con un budget che sarà rivisto ogni cinque anni assieme a una commissione indipendente di esperti di cambiamenti climatici, “per evitare che i politici decidano sulla base delle pressioni del momento”, secondo le parole di Ed Miliband, segretario di stato per l’Energia e i cambiamenti climatici del governo britannico. (6) Altro che l’Italia.
Se dovessimo comunque tentare una rassegna dei benefici attesi del pacchetto clima, potremmo iniziare articolando il discorso secondo gli obiettivi che intende perseguire. La riduzione delle emissioni di gas-serra conduce essenzialmente a valutare i danni evitati. E questi ricomprendono numerose conseguenze negative, anche se molte ancora non si vedono alle nostre latitudini. Ma ci sarà un buon motivo se, dopo il programma di evacuazione che il governo indonesiano prepara per gli abitanti delle isole a rischio innalzamento dei mari, leggiamo che il nuovo presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, ha annunciato un fondo per finanziare l’acquisto di un "nuovo paese" se l’arcipelago fosse sommerso, causa riscaldamento globale, dall’oceano Indiano. (7) Tra gli effetti più chiaramente percepibili vi sono gli episodi climatici estremi, come l’ondata di calore del 2003. Secondo l’Organizzazione mondiale per la salute (Who)più di52mila europei morirono durante quell’estate. Ma questo è solo un esempio, forse il più significativo, delle conseguenze che si potrebbero attenuare, se non evitare del tutto, con un’azione incisiva a riduzione delle emissioni. (8) Secondo unostudio, commissionato dalla Heal (Health and Environment Alliance), dalla Can (Climate Action Network) e dal Wwf, il risparmio di spese sanitarie stimato per il target di emissioni del 20 per cento, sarebbe di 51 miliardi di euro, ma salirebbe a oltre 76 miliardi se il taglio fosse del 30 per cento.
Quanto al tema della sicurezza energetica, il pacchetto clima consentirebbe all’Italia di risparmiare fino a 12,3 miliardi di euro di importazioni di petrolio e gas secondo le valutazioni di impatto della stessa Commissione europea. Vale la pena ricordare che nel 2005 più del 54 per cento dell’energia consumata in Europa era importata da paesi terzi. Come valutare i costi non monetari di una minore dipendenza dalla politica di pressione che la Russia esercita sull’Unione, quando si ricordi che quel paese soddisfa il 18,1 per cento della domanda europea di energia primaria? Questi minori costi, che non sono solo di minori importazioni, ma che sono anche di minori rischi, di diminuito potere di monopolio sono certamente di difficile quantificazione.
Più semplice è, per così dire, valutare i benefici per giro d’affari e occupazione che il pacchetto clima produrrebbe nell’industria delle fonti di energia rinnovabile. L’industria europea delle rinnovabili impiega oggi più di 400mila persone con un giro d’affari di 40 miliardi di euro. Secondo un recente rapporto di Erec, l’associazione europea dei produttori di rinnovabili, al 2020 il settore garantirà 2 milioni di posti di lavoro. Secondo l’Aper, l’associazione italiana, una chiara politica di promozione delle fonti rinnovabili e della filiera industriale collegata può significare per l’Italia nei prossimi dodici anni investimenti privati per oltre 50 miliardi di euro e la creazione di nuova occupazione per più di 100mila addetti, offrendo inoltre un importante contributo allo sviluppo economico e sociale.(9) Lo stesso Barack Obama progetta di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro con un investimento da 150 miliardi di dollari in dieci anni in questo settore.
Contribuire a quello che l’Onu ha chiamato un “Global Green New Deal”, una rivoluzione che promette vantaggi anche per l’Europa, e per l’Italia, seppure non immediatamente quantificabili. E pure degli obblighi. Non va dimenticata la responsabilità storica che abbiamo in ordine alla crescita secolare delle emissioni. Non va dimenticato il principio di chi inquina paga. Ma andrebbe attentamente valutato il vantaggio da first mover che il pacchetto garantirebbe all’Unione nel mettere gli altri paesi di fronte alle proprie responsabilità, forse già a Copenhagen 2009, e nel condizionare l’esito del negoziato. Con quali benefici globali netti?

 

(1)Se non si dovesse arrivare a una decisione definitiva Sarkozy ha ventilato la possibilità di convocare tra Natale e Capodanno un consiglio straordinario dopo il pronunciamento dell’Europarlamento sul pacchetto di direttive energia-clima.
(2)Si vedano le dichiarazioni rese al Corriere della sera del 3 dicembre 2008.
(3)Rapporto disponibile a http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_300_full_en.pdf, del settembre 2008 su sondaggio condotto a maggio.
(4)Decreto legislativo del 5/6/2008 che attua nel nostro ordinamento la direttiva 2006/32/Ce. Il provvedimento recepisce la direttiva che obbliga l’Italia a ridurre i consumi del 10% entro il 2016. Il Set Plan si trova all’indirizzo http://ec.europa.eu/energy/technology/set_plan/set_plan_en.htm.
(5)Si veda per esempio alla pagina http://unfccc.int/press/items/2794.php.
(6)
Informazioni dal sito http://www.kyotoclub.org/index.php?go=30b603&.
(7)
http://www.guardian.co.uk/environment/2008/nov/10/maldives-climate-change.
(8)
Sulle ondate di calore si veda lo studio del Who del 2004 http://www.euro.who.int/document/e82629.pdf.Un esaustivo rapporto sugli impatti in Europa si trova presso l’Agenzia europea per l’ambiente all’indirizzo http://reports.eea.europa.eu/climate_report_2_2004/en.La stima di 51 miliardi di euro è calcolata sulla base delle spese derivanti dalle cure mediche, dalla perdita di giorni di lavoro e dai costi sostenuti dagli ospedali. La Commissione europea stima che ogni anno 369mila persone muoiano prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e che queste morti premature e le cure mediche associate all’inquinamento costino il 3-9% del Pil europeo. I co-benefici calcolati per i cittadini europei sono il risultato delle riduzioni che si avrebbero di tutti quegli inquinanti che derivano dal taglio delle emissioni di CO2, come il biossido di zolfo (SO2), l’ossido di azoto (Nox) e il particolato (polveri sottili, Pm). Si veda http://ilcorrieredelweb.blogspot.com/2008/10/wwf-riduzione-del-30-di-gas-serra-un.html.
(9)Rapporto “Renewable Energy Technology Roadmap – 20% by 2020” http://www.erec.org/fileadmin/erec_docs/Documents/Publications/Renewable_Energy_Technology_Roadmap.pdf.In rete si trova un’interessante ed esaustiva rassegna dal titolo “Jobs from Renewable Energy and Energy Efficiency” relativa ai vari studi condotti al proposito: http://www.eesi.org/files/green_jobs_factsheet_102208.pdf.

 

Foto: EFDA-JET

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11 commenti

  1. Gianni Alioti

    Il Sole 24 ore on line ha intitolato l’articolo su questo argomento: "Clima, Italia insoddisfatta". La manipolazione risulta evidente. Governo e Confindustria per il giornale sono l’Italia, in contromano alle preoccupazioni degli italiani risultanti dal sondaggio richiamato nell’articolo di Marzio Galeotti. Tralascio di esprimere giudizi su questo Governo in merito a quello che non sta facendo per rispettare gli impegni internazionali sottoscritti con il protocollo di Kyoto, in perfetta sintonia con quelli che lo hanno preceduto. Ho, invece, molto da rimproverare a Emma Marcegaglia che, non solo non esprime il sentire comune della maggioranza degli italiani, ma – in questo specifico caso – non rappresenta neppure gli interessi di migliaia di imprese associate alla Confindustria. In compenso si rappresentano molto bene gli interessi privati di poche grandi corporate (dall’Enel al Gruppo Riva), che non brillano certo in fatto di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, tanto meno in capacità di innovare e migliorare sul piano tecnologico il nostro sistema produttivo.

  2. Luigi Angelucci

    Come scrive anche lei, prevedere gli effetti di un pacchetto complesso è come giocare d’azzardo e nessuno può essere certo di nulla. Quello che è certo, invece, è che la CO2 non è un gas inquinante, mentre non è certo che sia l’uomo la causa principale dei cambiamenti climatici effettivamente in corso. Aggiungo anche che battersi contro provvedimenti del genere è considerando in modo negativo per principio, mentre se ci si lavora si capiscono, ad esempio, una serie di "storture" all’interno di accordi come quello di Kyoto contro le quali sarebbe stato opportuno protestare. Lei aggiunge che "Non solo si vuole contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche accrescere l’indipendenza energetica, particolarmente dalle fonti fossili di importazione" ma non riesco proprio a capire come sarebbe possibile. Con l’eolico? Con il fotovoltaico? Non considerando gli spazi necessari per quest’ultimo, e se poi non tira vento e piove? La supply chain di una centrale a carbone è lunghissima in termini di tempo ed accendere una caldaia richiede 24 ore. Mi rendo conto che questa non può essere una giustificazione di immobilismo tecnologico.

  3. Alex

    Non le sembra che il sondaggio riveli semplicemente una bugia? Moltissimi italiani fanno perfino fatica a fare "bene" la raccolta differenziata, gettare la sigaretta nel bidone piuttosto che per terra, e la lista potrebbe essere infinita. Con tristezza devo dire che il nostro Governo semplicemente rappresenta la nostra italianità.

  4. Matteo Nesti

    Sicuramente questo pacchetto clima europeo avrà dei costi molto alti per le imprese, però sicuramente compensati da un alto beneficio. Il problema è che in un periodo di crisi e recessione come in questo periodo, e le imprese non se la stanno spassando, gli industriali hanno paura a fare certi tipi di investimenti, perchè in fondo è di quello che si tratta. Sono investimenti che è obbligatorio fare con il futuro che ci prospetta ma non dobbiamo delibitare ulteriormente le nostre imprese che si trovano già in forte crisi di competitività. Sono sicuro che quando la congiuntura ritornerà positiva la nostra classe industriale sarà molto volenterosa a fare certi tipi di investimenti. Per il momento posso giustificarli dicendo che: "non è il momento giusto".

  5. marco

    L’impatto ambientale umano va sicuramente gestito, ma stando ben attenti a non spendere cifre immense per combattere contro situazioni che non sono sotto il controllo umano. L’evoluzione del mondo è stata determinata da forze endogene ed esogene di molti ordini di grandezza superiori alle forze antropogeniche. La valutazione delle azioni da compiere deve tener conto che le conoscenze attuali sono parziali: ad esempio si è da poco capito il ruolo determinante delle emissioni di gas dal permafrost, il terreno semi ghiacciato delle zone sub-artiche, nella creazione del buco dell’ozono. Sarebbe meglio investire in ricerca sui meccanismi climatici e sulle tecnologie realmente efficienti, prima di causare danni irreparabili alla nostra struttura industriale. E’ necessario aumentare la generazione di energie rinnovabili, ma non indiscriminatamente: l’energia fotovoltaica attuale è 50 volte più costosa dell’energia idroelettrica o nucleare e si diffonde soltanto perché spinta da enormi contributi statali. Se gli stessi finanziamenti fossero dedicati al nucleare o al geotermico si otterrebbero risultati di un ordine di grandezza superiori.

  6. Massimo MERIGHI

    Prima di cominciare mettiamo due paletti, il cambiamento climatico esiste e i danni del non agire subito possono essere notevoli (Stern Report). Adesso c’é da chiedersi di quale industria stiamo parlando? I grandi colossi nazionali non esistono piu’, la grande chimica degli anni 70 e’ sparita, l’agroalimentare polverizzato, grandi nomi come Montecatini, Olivetti non sono piu’ presenti, oggi in italia non abbiamo campioni industriali nazionali. Inoltre l’impatto dell’industria manifatturiera nel PIL e’ passato dal 30% del 1980 al 20% nel 2005, se poi andiamo a vedere le dimensioni oltre il 77% delle aziende ha meno di 250 dipendenti. Conclusione, come sempre per la voglia di non essere in testa al gruppo, pare che piaccia arrancare in fondo, perdiamo ancora una volta la possibilita’ di aiutare innovazione, supporto e risparmi alle Piccole-Medie Imprese, che rappresentano la vera spina dorsale del paese al fine di non infastidire i soliti obsoleti dinosauri industriali che altro non fanno cha spettare la fine.

  7. tiziano draghetti

    L’articolo è condivisibile, sarebbe anche più apprezzabile se esaminasse anche i punti deboli del 20 20 20 (di cui 10 per i biofuels) dal punto di vista economico sarebbe meglio puntare maggiormente sull’efficienza e meno sulle rinnovabili (come si deduce dalle varie elaborazioni Vattenfall Mckinsey). In particolare sui biofuels il dibattito è ancora aperto per importanti impatti ambientali, tra cui la deforestazione, con conseguenze paradossali tra cui l’aumento di emissioni invece della riduzione, e i problemi sollevati per ultimo dalla FAO di aumento dei prezzi degli alimentari.

  8. Aram Megighian

    Qualcuno, riprendendo anche alcune idee del Governo, sostiene che ora, data la recessione, non è il momento giusto per spendere soldi nel sostenere il pacchetto clima. Io penso invece che sia il momento giusto. Infatti, proprio data la recessione, si può sfruttare questo momento per "spingere" l’industria verso la produzione di tecnologie e prodotti che rappresentano il futuro della produzione industriale. Insomma un possibile merito della recessione è la ristrutturazione dell’economia ed industria. Cogliamo allora questa possibilità e modernizziamo la nostra industria. E’ seccante sentire che la Germania è il principale produttore di energia solare (e credo anche sia tra i maggiori produttori di prodotti legati al solare), mentre il paese del sole è indietro. E poi i tedeschi vengono a prendere il sole da noi durante l’estate…

  9. Federico Arzilli

    Sono d’accordo con l’affermazione contenuta nel titolo dell’intervento dell’esimio L. Angelucci: le visioni parziali e superficiali possono fare danni. Le dono, però, un consiglio. Fare affermazioni così definitive ("…quello che è certo, invece, è che la CO2 non è un gas inquinante…") senza citare la fonte su cui si basano è quantomeno incauto. Al riguardo, faccio osservare che i redattori del WEO 2008 (IEA) affermano: "…per prevenire conseguenze catastrofiche ed irreversibili sul clima, si deve procedere ad una profonda decarbonizzazione (CO2?) delle fonti energetiche mondiali…". L’IPCC dice che il cambiamento climatico è inequivocabile e che, per una probabilità del 90%, dipende dalle attività umane. Quindi, seguendo il suo ragionamento, i governi sono tutti impazziti, poiché prevedono di spendere ingenti risorse per affrontare il problema. Penso invece che valga la pena lavorare su tutte le opzioni disponibili, per evitare quelle che lei chiama "storture".

  10. Luigi Angelucci

    Mi permetto di rispondere ad Arzilli. La CO2 è un gas ad effetto serra, certo. Ma altrettanto certamente non è una sostanza inquinante, cioè dannosa in sè come NOx o SOx. Il mio intervento era seguito da una seconda parte che non è stata pubblicata. Il punto tuttavia è un altro: l’energia deve essere programmabile (cioè disponibile al momento del bisogno). E ahimè l’unica soluzione per decarbonizzare veramente nei prossimi 30/40 anni è il nucleare, con tutti i problemi che si porta dietro. Io non sono contrario ad interventi importanti adesso, nè mi dolgo della spesa che potrebbero comportare. Ciò che conta è che i soldi siano impiegati in modo più promettente che non verso eolico o altre rinnovabili che riechiedono investimenti importanti e il cui saldo "ambientale" è ancora tutto da valutare. In FRA o in GER, oggi, la polemica contro le pale eoliche monta rapidamente, visto che spesso lavorano solo per il 20% delle ore. Quanto scrive viene da esperienza diretta nel settore (e della CO2 e dell’energia) e in merito alla razionalità dei governi, a partire dal nostro, mantengo i miei dubbi… proprio per aver visto dal vivo che cosa è successo con Kyoto.

  11. Federico Arzilli

    Esimio Angelucci, la sua precisazione è stata utilissima perchè, sinceramente, avevo frainteso. Ma la domanda che mi pongo da, spero, prossimo architetto è: Che fare? L’efficacia delle rinnovabili è tutta da verificare ed il nucleare ha i problemi che ha, ma ciò non può essere motivo d’immobilismo, come lei stesso ammette. A me non interessa entrare nella battaglia nucleare vs rinnovabili, perchè questa non ci porta da nessuna parte. Molto più importante, a mio avviso, è maturare una cultura che ci porti ad avere un rapporto più consapevole con i cicli naturali. Non è un fatto di essere degli stupidi creduloni. La IEA nel suo ETP 2008 propone uno scenario che, grazie soprattutto all’apporto dell’efficienza energetica (45% delle misure totali), cerca di trovare una via d’uscita. Perchè non provarci?

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