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LA POLITICA FISCALE AI TEMPI DELLA RECESSIONE

In una recessione le espansioni fiscali sono più efficaci se riducono le imposte sul lavoro, si accompagnano a diminuzioni di spesa credibili e sono coordinate a livello internazionale. Il pacchetto fiscale del governo italiano soddisfa questi principi? La risposta è semplice: no. Ed è molto probabile che anche i pochi benefici espansivi di breve periodo dei provvedimenti siano riassorbiti velocemente da un aumento dello spread sui titoli del debito pubblico. Un paese con uno stock di debito come il nostro non può permettersi una finanza pubblica improvvisata.

Di fronte alla recessione praticamente già in atto, sia negli Stati Uniti che in Europa, che cosa può  fare la politica fiscale? Aumentare la spesa oppure diminuire le tasse? L’evidenza empirica non è univoca sull’impatto diverso di queste strategie. Il trade-off è chiaro. Da un lato, gli effetti immediati di maggiore spesa sono superiori, perché stimolano direttamente la domanda aggregata e il reddito, mentre minori tasse seguono una via indiretta: stimolano il reddito disponibile e quindi solo indirettamente i consumi e il prodotto aggregato.

RIDURRE LE TASSE E LA SPESA

Ragioni di immediatezza o, peggio di “impazienza politica” suggerirebbero quindi uno stimolo sbilanciato dal lato della maggiore spesa. Espansioni fiscali di questo tipo, però, nascondono distorsioni intertemporali. Prima o poi le maggiori uscite dovranno essere finanziate e porteranno quindi tasse più alte in futuro. Espansioni fiscali che riducano le tasse generano effetti meno rapidi, ma se ristrette all’imposizione sul lavoro portano il beneficio di ridurre le distorsioni, sia dal lato della domanda che dell’offerta di lavoro.(1)In linea teorica, però, corrono il rischio di essere completamente inefficaci, se sono accompagnate da aspettative di incrementi futuri delle tasse. L’evidenza empirica mostra infatti che questo meccanismo vizioso è importante: riduzioni delle tasse correnti portano generalmente non a riduzioni della spesa, ma a incrementi futuri delle tasse. (2)
Riduzioni delle tasse (sul lavoro) devono quindi essere accompagnate da parallele riduzioni della spesa corrente. L’effetto netto tende a essere positivo, soprattutto in una congiuntura come quella attuale, per due motivi: primo, la riduzione delle distorsioni sul lavoro oggi non viene neutralizzata dalle aspettative di più alte tasse in futuro; secondo, una riduzione delle tasse durante una recessione può rivelarsi particolarmente efficace. Questo perché in recessione aumenta in modo sostanziale la percentuale di famiglie con vincoli di liquidità: per questa quota di famiglie la propensione a consumare ogni euro aggiuntivo (la propensione marginale al consumo) tende ad aumentare durante una recessione. In generale, incrementi di reddito disponibile alle famiglie con la più alta propensione al consumo sono quelli potenzialmente più espansivi.

DUE TEMPI NON PRATICABILI

Alcuni sostengono che la strategia fiscale possa essere in due tempi: riduzioni di imposte oggi accompagnate da riduzioni di spesa future. Sembrerebbe una strategia politicamente più sostenibile e, magari, più espansiva nel breve periodo. Chiariamo alcuni punti: (i) quasi ogni riduzione di spesa ha tempi di attuazione che comunque determinano uno sfasamento e un allargamento del deficit nel breve periodo; (ii) è illusorio pensare che di per sé riduzioni di tasse oggi "causino" riduzioni di spesa future. Riduzioni di tasse oggi devono essere accompagnate, se non da riduzioni di spesa oggi, da impegni credibili per riduzioni delle spese future.
Qui sorge un problema importante di cosiddetta “incoerenza temporale”. Dopo che i governi si sono guadagnati consensi elettorali tramite una riduzione delle imposte, che incentivo avranno domani a ridurre le spese? Ma se così è, gli agenti economici e i mercati finanziari, scontando oggi questa mancanza di incentivi futuri, anticiperanno già futuri aumenti di imposte, invece che riduzioni di tasse, e la manovra corrente risulterà virtualmente inefficace.
È cruciale perciò che l’impegno di oggi a riduzioni di spesa future sia credibile. L’unico modo è di intervenire con riforme che introducano risparmi di spesa strutturali graduati nel tempo. Per esempio, dal lato della spesa pensionistica o dal lato della spesa per ammortizzatori sociali. Purtroppo, in Italia abbiamo già visto esempi di riforme, soprattutto pensionistiche, graduate nel tempo che hanno prodotto risparmi modesti e su cui governi diversi sono intervenuti in modo estemporaneo.

L’IMPORTANZA DEL COORDINAMENTO

Un secondo importante aspetto nella situazione attuale riguarda il coordinamento internazionale. La teoria economica suggerisce che la politica fiscale tende a essere meno efficace in economie aperte agli scambi con l’estero. Il canale è doppio: (i) un’espansione fiscale, sia da maggiore spesa che da minori tasse, genera un aumento dei tassi di interesse, e quindi un apprezzamento del cambio,  nominale e reale. L’effetto tende a riflettersi negativamente sulla bilancia commerciale. (ii) L’eventuale aumento del reddito indotto dall’espansione fiscale tende a far crescere le importazioni, rafforzando l’effetto negativo sulla bilancia commerciale. (3)
Immaginiamo un mondo con due paesi, A e B, che attuano simultaneamente un’espansione fiscale della stessa entità: il tasso di cambio (reale) quindi non si muove. L’incremento del reddito in A fa crescere le importazioni: i cittadini di A sono più ricchi e consumano di più di ogni bene, compresi quelli importati da B, e quindi peggiora la bilancia commerciale di A. Ma lo stesso avviene per B, che incrementa le proprie importazioni da A, e quindi fa crescere le proprie esportazioni da A verso B, annullando l’effetto negativo sulla bilancia commerciale di A.
Riassumendo, ne traiamo due principi. Le espansioni fiscali sono più efficaci se sono dal lato della riduzione delle imposte sul lavoro e se si accompagnano a riduzioni di spesa credibili. E sono coordinate a livello internazionale. (4)
Chiediamoci quindi: in che misura il pacchetto fiscale del governo italiano soddisfa questi principi? La risposta è semplice: certamente non il primo, perché non riduce le imposte sul lavoro e non riduce le spese, né oggi né domani. Non soddisfa neanche il secondo principio, perché il barlume di coordinamento internazionale acceso dal piano Barroso rischia di essere una goccia nel mare. Èmolto probabile che anche i pochi benefici espansivi di breve periodo dei rivoli di provvedimenti del governo siano riassorbiti velocemente da un aumento dello spread sui titoli del debito pubblico. Un paese con uno stock di debito come il nostro non può permettersi una finanza pubblica improvvisata.

(1) In quest’ottica non sembrano perciò così chiari i benefici della strategia britannica di riduzione essenzialmente delle imposte sul consumo.
(2) Si veda Romer D. and C. Romer (2008), “Do Tax Cuts Starve the Beast? The Effects of Tax Changes on Government Spending”, mimeo University of California.
(3) Per gli effetti di espansioni fiscali sulla bilancia commerciale si veda Corsetti e Muller (2007).
(4) Va da sé che un sistematico coordinamento delle politiche fiscali è un’utopia. Qui ci riferiamo a un’iniziativa isolata nel tempo vista la gravità della recessione incombente. Usando uno slogan: coordinamento internazionale della politica fiscale, se non ora quando?

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E CATRICALA’ PORGE L’ALTRA GUANCIA

20 commenti

  1. Gerardo Fulgione

    Mi fa piacere, da economista "amatoriale" quale credo di essere, aver pensato esattamente le stesse cose dette da un illustre professore della Bocconi. Una domanda: cosa ne pensa di una proposta di riduzione di un punto di percentuale nei primi due scaglioni delle Imposte sui redditi? E lasciar perdere la riduzione dell’IRES, poiche’ faccio fatica a pensare che i problemi di maggiori costi per le imprese provengano proprio da questa imposta? Inoltre, come tagli di Spesa interverrei gia’ immediatamente sulle spese militari (magari richiamando qualche contingente impegnato all’Estero) e su alcuni interventi legati a finanziamenti (o meglio erogazioni liberali) a settori poco produttivi (o addirittura improduttivi) che si alimentano di continuo di soldi pubblici. (i classici "mungitori della P.A." )?

  2. padanus

    Forse i mercati premieranno l’Italia in termini di spread, proprio perchè ha tenuto la barra della politica fiscale pressochè ferma in questo frangente. Con le prospettive fosche sui mercati azionari, è probabile che i collocamenti del debito statale vadano a ruba, quindi il loro costo dovrebbe scendere. Lo spread Bund-Titoli potrebbe non ampliarsi oltre, proprio perchè mentre la Germania muove pesantemente la leva fiscale correndo i medesimi rischi in termini di credibilità, che voi individuate. La teoria in merito ai tassi di cambio non applica all’area Euro, e se eurolandia riparte, l’export italiano ne beneficerebbe indirettamente, saremmo quindi dei free riders di politiche fiscali di altri paesi. Chi paga il momento attuale? I cittadini che restano senza lavoro e la domanda interna, ma è un rischio politico che per intanto pare che non spaventi il governo. Non so se la politica attuale sia poi tanto improvvisata.

  3. Giovanni Gellera

    "In quest’ottica non sembrano perciò così chiari i benefici della strategia britannica di riduzione essenzialmente delle imposte sul consumo." (nota 1) Vero. Come si legge nella legge proposta dal Labour, la VAT (l’IVA britannica) sarà tagliata relativamente di poco (£3.8bn nel biennio 2008-09 e £8.6bn in quello 2009-10, scendendo dal 20% al 15% – fonte The Times 25-11-08). Sembra una politica del consenso più che altro, specie di fronte agli altri – pesanti – tagli annunciati (prestiti statali per £394bn fino al 2013, sforando di molto i preventivati £163bn). Anche se i negozi qui stanno già pubblicizzando il taglio della VAT.

  4. Massimo GIANNINI

    E’ ovvio che la politica fiscale del governo rispetta solo un criterio, quello dell’effetto annuncio. Poi i problemi rimangono. E’ la politica del CUCU’, altro che coordinamento internazionale.

  5. Paolo Guglielmetti

    Condivido in pieno il contenuto dell’articolo mentre, mi spiace scriverlo, la proposta del precedente commentatore di ridurre le spese militari non mi trova per nulla consenziente: guardate anime belle che un esercito forte ed efficace/efficiente è, con la speranza di non doverlo mai usare, indispensabile per qualsivoglia nazione. Tanto più in tempi come questi di massima turbolenza. E’ la riforma delle pensioni che va attuata con rapidità e decisione: ad esempio ma perchè mai le donne, solo per il fatto biologico di essere di sesso femminile, possono andare in pensione prima degli uomini? Parifichiamo e procastiniamo l’età in cui si può percepire la pensione a 64/65 anni. Analogamente vanno fatte altre riforme strutturali: le Regioni, i comuni, le provincie che sforano il bilancio non devono ricevere alcun aiuto dallo Stato. Se hanno sbagliato paghino loro che ne sono responsabili non tutta la nazione.

  6. Enio Minervini

    Sarebbe interessante seguire il filo del ragionamento ma.. Perchè l’autore non dà qualche chiarimento in merito ai settori in cui ridurre la spesa pubblica? Davvero pensa che si debba intervenire con risparmi su previdenza e ammortizzatori? Sulla previdenza ormai da tre lustri è in atto un esproprio, una parte del reddito dei lavoratori viene sottratto ai legittimi benficiari e regalato alla collettività. Intervenire sugli ammortizzatori significa gettare sul lastrico chi sta perdendo il lavoro ora, mentre invece bisognerebbe mettere a disposizione più risorse per fronteggiare la crisi. E allora? Che fare? Primo: ridurre la spesa militare. Secondo: a cosa sono serviti i miliardi di euro regalati a imprese, banche e assicurazione per la riduzione del cuneo fiscale? E i miliardi che lo Stato continua a regalare alle imprese in cambio di niente? Ecco, ci sono entrate che andrebbero ripristinate, per decenza, per senso civico… per democrazia.

  7. andrea

    Fa piacere anche a me, per una volta, ascoltare una voce discorde dal keynesismo imperante che vocifera di faraonici piani di lavori pubblici, new New Deal ed esplosione della spesa fiscale. Improponibili nelle attuali condizioni del budget statale. A onor del vero, mi sembra pero’ che la sua analisi trascuri un punto importante: le riduzioni di spesa necessarie per considerare riduzioni fiscali comporteranno immancabilmente una contrazione della domanda aggregata. Un lettore propone il taglio alle spese militari: sono pur sempre riduzioni di trattamento per militari in missione le quali non saranno piu’ disponibili per alimentare i consumi. Ogni altra riduzione di spesa mi sembra avere un impatto sull’economia. In definitiva, siamo sicuri che sia possibile questo magico bootstrapping di aumento della domanda, semplicemente inibendo una ridistribuzione fiscale di risorse dai lavoratori ai funzionari? Forse che i funzionari non sono anch’essi consumatori?

  8. Daniele Pessa

    Leggo con molto interesse gli articoli, soprattutto di natura fiscale (sono commercialista/fiscalista), di tutti voi illustrissimi professori. A volte concordo e a volte dissento, anche pesantemente dalle vostre considerazioni. Però ogni volta che leggo un vostro articolo mi chiedo; ma se hanno la soluzione e la ricetta per ogni cancro che assila la nostra povera Italia, perchè non si propongono ai leader delle varie coalizioni o dei vari partiti per essere finalmente eletti e poter così guarirci tutti? Credetemi non lo scrivo con sarcasmo o facile ironia. Forse che Tremonti, Brunetta, Maurizio Leo, Vincenzo Visco, Padoa Schioppa, Bersani sono tutti dei decerebrati?

  9. Carlo Catalano

    Da anni assistiamo alla riduzione del potere d’acquisto dei redditi medi e medio bassi a vantaggio dei redditi elevati. La progressiva riduzione della massima aliquota marginale IRPEF associata al mancato recupero dell’enorme drenaggio fiscale che ha gravato sui redditi medi e medio bassi hanno generato quanto sostengo. Empiricamente il fenomeno è reso evidente dalla costante crescita dei consumi dei beni di lusso associata ad una generale stagnazione dei consumi. Io credo che per stimolare l’economia occorra innanzitutto correggere questo fenomeno restituendo potere d’acquisto ai redditi medi e medio bassi, solo così si possono far ripartire i consumi. La crescente sperequazione dei redditi e delle ricchezze costituisce una tendenza generalizzata a livello mondiale che, sia sul piano etico che su quello economico, occorre contrastare. Bisognerebbe quindi innalzare notevolmente gli scaglioni IRPEF, mantenendo inalterato il gettito recuperando quanto necessario tramite un sufficente incremento dell’aliquota marginale massima.

  10. Giuseppe Caffo

    L’ottimo articolo mette una volta ancora in evidenza l’esorbitante debito pubblico che pone un freno ad ogni politica economica volta alla ripresa. I continui inviti a consumare di più che giungono da tutte le parti, come le proposte di abbassare le tasse per aumentare il reddito disponibile pongono un problema. Dato per scontato che la liberalizzazione dei commerci mondiali é un fondamentale fattore per la soluzione della crisi globale, i consumatori potrebbero utilizzare ipotetiche maggiori disponibilità per acquistare prodotti esteri a basso costo (cinesi, coreani, ecc. ) col risultato di un peggioramento della bilancia commerciale e di un aumento del debito publico. Meglio sarebbe una ferma lotta all’evasione e agli sprechi del denaro pubblico per reperire risorse da destinare a un piano importante di infrastrutture di cui il paese ha assoluto bisogno, anche per non rimanere indietro ai nostri partner europei, e per far lavorare imprese italiane. Aumenterebbe così anche l’occupazione, altro tema che rischia di diventare drammatico. Con la chiara consapevolezza che il debito pubblico deve diminuire. E’ difficile, ma credo sia indispensabile.

  11. angelo

    Secondo me, si deve (e bisogna fare presto) intervenire sugli stipendi dei dipendenti pubblici è assurdo che il governatore della California guadagni meno del presidente di una regione italiana essendo il Pil della California superiore a quello dello intero Stato italiano. Inoltre, la liquidazione Alitalia ci è costata 12 milioni di euro di compenso per Fantozzi e continuando così ce ne sono tanti di casi se tali somme fossero investite in modo serio avremmo lo stato più ricco al mondo come lo era negli anni 60 con debito pubblico basso e reddito alto.

  12. Claudio Lama

    In tempi di recessione ci sarebbe bisogno di capitani coraggiosi al comando di un vascello in preda della tempesta. Ci troviamo invece con capitani pavidi e poco avveduti. Secondo il mio parere sono pochi i punti fondamentali che una politica fiscale seria dovrebbe affrontare nell’immediato: punto primo, se c’è crisi servono misure che siano efficaci già nel breve periodo, pertanto rimodulazione dei carichi fiscali verso l’alto, i ricchi paghino più tasse (lo suggerisce anche Bill Gates oggi in un intervista sul Corriere), non c’è via di scampo, puntare quindi sulla funzione di redistribuzione; punto 2, allo stesso tempo aumentare la spesa pubblica (non si capisce perchè in un momento in cui anche la Ue sembra intenzionata a chiudere uno se non due occhi sul deficit, i nostri politici ne fanno una bandiera); punto 3, riforma degli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro, su questo punto sarei anche disposto ad una attenuazione del tanto vituperato art.18 (in Italia si sa che i vincoli creano solo fastidio) purchè ci siano una rete di protezione che consenta a chi è disoccupato di vivere con dignità.

  13. Luigi Bernardi

    Bello l’articolo di Monacelli, con qualche precisazione. L’effetto domanda di pacchetti fiscali in pareggio (minori entrate=minori spese) è sempre controverso, specie se collocato in una analisi degli effetti di bilancio che disaggreghi i moltiplicatori delle varie poste su cui si è intervenuti. L’aspettativa di maggiori tasse future nel caso di minori tasse presenti ha avuto fortuna nella letteratura, da Ricardo a Barro, ma in realtà vale sotto vincoli piuttosto stringenti. E’ necessario un orizzonte infinito degli operatori (o della loro catena ereditaria), l’individuazione di quali saranno i soggetti eventualmente colpiti in futuro e la presenza di aspettative razionali. Resta che il pacchetto italiano è del tutto insufficiente, costoso come gestione, in larga misura solo formale. Governo e molti commentatori dicono non si poteva fare di più dato il peso del debito pubblico. Vale la pena ricordare che conta non l’ammontare assoluto del debito ma il suo rapporto con il Pil, che cresce ovviamente nel caso di una minore dinamica dell’economia, indotta dall’inerzia dei policy maker. Maggiore tassi? forse ma di poco per un debito sicuro e della durata media superiore ai 5 anni.

  14. stefano monni

    Come già sostenuto in altri miei precedenti interventi su queste colonne, ritengo che una politica fiscale dal lato delle tasse, attraverso una loro riduzione, debba essere valutata attentamente soprattutto considerando in che modo questa venga attuata. Parlo in questo caso di come la riduzione venga ripartita fra le diverse classi di contribuenti. Inoltre non penso che la riduzione delle tasse possa avere effetti espansivi particolarmente forti. Faccio un esempio: ipotizzionmo di ridurre l’aliquota fiscale dell’1% su un redduito imponibile di € 50.000,00. Il reddito disponibile al netto della ritenuta fiscale calcolata con la nuova aliquota ridotta aumenterà solamente dell’0,002% e non dell’1% che rappresenta la percentuale di riduzione dell’aliquota. ritengo invece che l’impatto di un incremento della spesa pubblica possa avere un effetto maggiore sui consumi e quindi sull’uscita dalla crisi. Ora è chiaro che ciò si ripercuote sull’aumento del debito pubblico, ma non capisco per quale ragione ci si debba preoccupare di ciò quando, in condizioni economiche migliori, tale problematicità non è stata affrontata adeguatamente.

  15. claudio

    Interessante l’interrogativo che Daniele Pessa avanza nel suo commento. Cerco dunque di abbozzare una risposta. La prima cosa che mi viene in mente è questa: la coalizione di centro destra oggi così come nei cinque anni passati gode in parlamento di una maggioranza granitica, in grado di licenziare qualsiasi tipo di riforma senza grandi patemi. Risultato: la politica dei governi Berlusconi fino ad oggi ha dato risposte totalmente insufficienti. Al contrario la coalizione di centro-sinistra che si è alternata al governo in diverse vesti ha sempre avuto maggioranze risicate, estremamente eterogenee ed ogni piccolo passo era sempre il frutto di estenuanti trattative e compromessi. Risultato: immobilismo. Nel primo caso (governi Berlusconi) mi viene dunque da pensare che manchi la volontà politica, prevalgono altri interessi. Nel secondo caso manca una vera leadership capace di sintetizzare le varie anime. C’è un’altra cosa da dire. Non è detto che i prestigiosi e preparatissimi professori di voce.info candidatisi siano poi premiati dall’elettorato. E’ ormai dimostrato che in Italia abbiamo un elettorato beota, vince la politica degli spots e non quella ragionata.

  16. as

    Ridurre le spese militare, come qualcuno auspica, mi pare assurdo, posto che l’italia è uno dei paesi occidentali che spende meno per la difesa (con questo si può spiegare la politica estera filoamericana) anzi, se non si vuole restare nell’insignificanza internazionale si dovrebbe investire di più!

  17. gianfranco amodeo

    L’unico modo per risolvere il problema è quello di ridurre le spese della politica, intese come sprechi inimmaginabili, dare un impulso alla riorganizzazione delle strutture sociali per renderle più funzionali, evitare che le persone si sentano solo oggetti e non esseri pensanti, dare un senso alla società e uno scopo , eliminare tutto ciò che sia irritante perchè inadeguato ai bisogni. Ci vuole un recupero della dignità e del senso di responsabilità. Il resto è solo la giusta conseguenza di un ritorno all’efficienza non solo economica ma soprattutto sociale.

  18. sergio

    E’ probabile che lo spread sui titoli di stato non dipenda solo da parametri oggettivi come il debito pubblico, ecc.,ma anche – e molto- dall’autorevolezza attribuita ai rappresentanti chiave del governo e quindi dalla credibilità dei piani annunciati per affrontare la crisi economica (basta e avanza lo spot degli 80 miliardi di euro…).

  19. mlv

    La politica del fisco in recessione è sempre difficile ma ancora più se non si può spendere altro denaro pubblico. L’unica soluzione possibile mi pare sia agevolare fiscalmente con detrazioni e con azioni mirate solo alcune persone o gruppi di persone (es. maggiori detrazioni per il lavoro dipendente). Se lo Stato in questo momento con il livello del debito come è si lanciasse in spese pubbliche eccessive altro che divario di spead con la Germania per il debito pubblico. Il divario del tasso tra nazioni non è solo una questione di stock di debito pubblico ma è anche la conseguenza di un giudizio di serietà e di capacità che si attribuisce non solo ai politici di quella nazione ma a tutti i suoi cittadini. Prima pertanto occorre una maggiore maturità dei cittadini verso i minori sprechi e assistenzialismi vari e poi le riduzioni di tasse generalizzate!

  20. Luca Bianchi

    Per la difesa si spende male. In tempi di crisi uno stato deve tutelare i più deboli, impedire che i forti portino via soldi e investimenti, riorganizzare il welfare (es. ridurre o eliminare la tassazione sul tfr, prevedere un sistema di reddito di cittadinanza con severi controlli, prevedere un facile passaggio da un lavoro ad un altro con sistemi di incentivi e formazione), riorganizzare la pubblica amministrazione (meno compiti, meno persone, più essenziali), non farsi depredare delle proprie risorse fondamentali per la crescita infrastrutturale (acqua, gas, petrolio, energia, laureati), evitare assolutamente donazioni a babbo morto (enti culturali non essenziali) incentivi alle imprese che non delocalizzano e penalizzazioni non solo di tipo fiscale per chi delocalizza incentivi a chi agevola la cultura e il territorio. Necessario anche ragionare su un periodo decennale o anche ventennale (mi sembra il minimo per i nostri figli).

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