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FLEX-INSECURITY, DALLA FLESSIBILITA’ ALLA PRECARIETA’

A dicembre scadranno oltre 300mila contratti atipici. In tempi normali la stragrande maggioranza viene rinnovata dalla medesima azienda. Ora, con la recessione, c’è il rischio che i rinnovi calino e sia più lungo il periodo di disoccupazione per i lavoratori. Una larga percentuale non potrà beneficiare delle prestazioni di disoccupazione perché le regole di accesso penalizzano le carriere discontinue e i salari bassi. Occorrono sussidi di tipo assistenziale, soggetti alla prova dei mezzi. E in prospettiva, uno schema di mantenimento del reddito di stampo universalistico.

Quanti sono i contratti che scadranno a dicembre? Quanti dei lavoratori che perderanno il lavoro saranno coperti dall’indennità di disoccupazione? I risultati di una nostra recente ricerca su perché in Italia la flessibilità del lavoro diventa precarietà ci aiutano a rispondere a queste domande. (1)

QUANTI CONTRATTI SCADONO A DICEMBRE?

Quanti contratti scadono a dicembre? La risposta alla domanda non è immediata, perché la scadenza dei contratti la conoscono solo le imprese e i lavoratori coinvolti. Negli ultimi giorni è circolata qualche stima di massima. Per ottenerne una più precisa, dividiamo il numero di occupati in ciascuna forma contrattuale per la durata media del contratto. (2) Otteniamo così il numero di contratti in scadenza ogni mese. Dicembre è però un mese speciale: dai dati Whip sappiamo infatti che in genere a dicembre scadono il 40 per cento dei contratti in più della media di tutti i mesi dell’anno. Correggendo per questo fattore otteniamo dunque la nostra stima, riportata nella tabella 1.

(a): stima riferita al 2003, quando i Cfl erano possibili anche nel settore privato. Oggi sono possibili solo nella pubblica amministrazione.

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat (Rcfl 2007, colonne 1 e 2), Whip (colonne 3, 4 e 5).

I dati ci dicono che in totale gli occupati con contratti di durata prefissata sono 2.574.642 e dunque, secondo i nostri calcoli, quelli con contratto in scadenza a dicembre 2008 sono circa 305mila. (3) Si tratta di oltre 10mila apprendisti, 193mila dipendenti a tempo determinato, 16mila somministrati, 64mila collaboratori coordinati e a progetto. In tempi normali, avrebbero aspettato – in assenza di un passagio diretto a un nuovo lavoro o di un rinnovo – in media dai nove mesi dei somministrati agli oltre diciannove dei collaboratori prima di trovare un nuovo lavoro. Spesso però il loro contratto veniva rinnovato dalla stessa impresa: nell’84 per cento dei casi per i somministrati e per oltre il 50 per cento dei casi per i collaboratori. (4)
Ora, con la recessione che avanza, c’è il rischio che la quota dei rinnovi sia inferiore e più lunga la durata della disoccupazione successiva.

QUANTI SONO COPERTI DALL’INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE?

La nostra ricerca mostra che molti di questi lavoratori affronteranno i tempi difficili che si annunciano all’orizzonte senza alcuna rete di protezione sociale. E questo non vale solo per i lavoratori parasubordinati, considerati autonomi dal punto di vista previdenziale, e dunque senza diritto alle prestazioni di disoccupazione. Come mostra l’ultima colonna della tabella, secondo le nostre stime, non sarà coperto dai sussidi di disoccupazione neanche il 38 per cento dei lavoratori a tempo determinato (diventa il 47 per cento per quanti sono part-time), quasi il 50 per cento dei somministrati/interinali (il 63 per cento tra i part-time) e quasi l’80 per cento degli apprendisti. I particolari requisiti necessari per accedere ai sussidi, escludono infatti molti lavoratori con una storia lavorativa limitata o frammentata. In assenza di sussidi di disoccupazione di tipo assistenziale, o di uno schema generalizzato di reddito minimo, l’inverno per questi lavoratori si preannuncia davvero rigido.
Come siamo arrivati a queste cifre? Abbiamo considerato tutti i lavoratori dipendenti del settore privato presenti nella base dati Whip nell’ultimo mese dell’ultimo anno disponibile, dicembre 2003, e ne abbiamo ricostruito la storia contributiva. Abbiamo quindi applicato alle storie contributive individuali le regole per l’accesso alle prestazioni di disoccupazione. (5) E abbiamo verificato  quanti lavoratori a dicembre 2003 ne avrebbero effettivamente beneficiato, sia a requisiti pieni, sia a requisiti ridotti. (6)
Dal 2003 a oggi, le regole per accedere alle prestazioni non sono cambiate e, pertanto, i tassi di accesso alle indennità possono essere aumentati da allora soltanto se le carriere dei lavoratori sono più continue a parità di salari reali, se i salari reali sono più elevati a parità di profili di carriera, o entrambe le cose.
I nostri risultati mettono in guardia anche da ingenue estensioni del sussidio di disoccupazione ai lavoratori parasubordinati, così come è avvenuto nel 2007 con l’indennità di malattia. Secondo nostre stime, se applichiamo le regole di accesso alle prestazioni di malattia alle storie contributive dei parasubordinati, vediamo che il 38 per cento di loro, pur formalmente coperto, non riuscirebbe a ottenerle, a causa del meccanismo dei requisiti contributivi e del metodo di calcolo e accreditamento delle mensilità contributive. Ancora più grave la stima relativa all’indennità di maternità per le lavoratrici parasubordinate, preclusa al 46 per cento di loro. Se l’estensione dell’indennità di disoccupazione ai parasubordinati avvenisse utilizzando i requisiti di contribuzione previsti per le indennità di malattia e maternità, in apparenza piuttosto blandi (tre mesi di contribuzione superiore ai minimi negli ultimi dodici), il 40 per cento di questi lavoratori ne resterebbe escluso.
Che fare? Occorrono sussidi di disoccupazione di tipo assistenziale, soggetti alla prova dei mezzi. E in prospettiva, uno schema di mantenimento del reddito di stampo universalistico in caso di disoccupazione. In un mercato del lavoro come quello italiano, in cui i lavoratori atipici hanno salari inferiori ai tipici e carriere lavorative più discontinue, prestazioni sociali di tipo assicurativo non possono funzionare.

(1) Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi, “Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità del lavoro diventa precarietà”, volume in uscita nel 2009.
(2) Fonte: dati Rcfl Istat, 2007.
(3)Dal computo dello stock di occupati con contratto di durata prefissata abbiamo escluso circa 35mila lavoratori che dichiarano di essere “a termine”, ma di non conoscere la forma contrattuale con la quale lavorano, nonché i lavoratori senza contratto; all’interno di questi ultimi, Istat ne attribuisce circa 140mila alla categoria dei lavoratori con contratto di durata prefissata. Una stima meno conservativa dello stock di questi lavoratori, sempre basata sui dati Rcfl 2007 dell’Istat, potrebbe pertanto arrivare a 2.750.000, di cui circa 330mila in scadenza a dicembre.
(4) Nostre stime su dati Plus.
(5) Whip è costruita sui dati amministrativi dell’Inps, dunque le storie contributive che abbiamo ricostruito sono quelle reali.
(6) Non prendiamo in considerazione l’indennità di mobilità né la cassa integrazione guadagni: tali prestazioni sono infatti soggette a valutazioni discrezionali da parte dell’autorità pubblica e non configurano pertanto diritti soggettivi in capo al lavoratore.

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14 commenti

  1. GIANLUCA COCCO

    Al di la della discutibile ricostruzione dei dati e della mancanza dagli stessi del fenomeno del precariato nelle Amministrazioni Pubbliche, concordo pienamente con gli autori sulla indispensabilità di introdurre un sussidio di tipo assistenziale (presente ormai in tutti i paesi europei avanzati), nonchè sull’estensione a tutti i lavoratori dei sussidi di disoccupazione, prescindendo da meccanismi che tagliano fuori di fatto un’ampia platea di lavoratori che si ritrovano disoccupati. Stesso discorso vale ovviamente per le tutele in caso di malattia e di maternità, che andrebbero estese senza precondizioni a tutti i lavoratori effettivamete non autonomi.

  2. Salvatore

    Eliminiamo i parassiti e welfare uguale per tutti. Anche voi che avete fatto questo studio non siete da meno perchè questo problema è vecchio come il mondo e trascurato da tutti e in primo luogo i sindacati che portarono 3 milioni di persone a Roma contro il referendum sull’art. 18 che normalmente tutela non più di 100 persone l’anno, ma ha fatto solo chiacchere per l’uguaglianza tra i lavoratori. Naturalmente conviene ai sindacati e ai politici avere queste disparità in modo tale che possano mostrare ai lavoratori il loro (falso) interesse, tipo dare o meno la cassa integrazione ai lavoratori Alitalia (e gli altri lavoratori chi sono?). Nei paesi seri da tempo il welfare è uguale per tutti. Tra l’altro questo avrebbe una conseguenza positiva sul lavoro nero che, a parole, si vuole combattere ma poi si mandano in pensione persone a poco più di 50 anni, allo scopo di avere da loro i voti, e che poi fanno, appena possono, lavoro in nero. La legge Biagi prevedeva welfare per tutte le categorie di lavoratori, ma quando si è fatta la legge si è presa la prima parte, conveniente a tutti (tranne che ai lavoratori) e non la parte riguardante il welfare.

  3. Davide Balzani

    Vorrei sottolineare l’ipocrisia che permea ogni discussione che riguarda i lavoratori parasubordinati (cocopro). Dovrebbero essere lavoratori autonomi, non inseriti nell’organico delle imprese che li occupano, assegnati ad uno specifico progetto (o fase di lavorazione), quindi non indispensabili al normale funzionamento dell’impresa. La realtà è ben diversa. Questi contratti sono utilizzati nella stragrande maggioranza in frode alla legge e nascondono altrettanti rapporti di lavoro dipendente non tutelati. E che tutti lo sappiano risulta evidente dai tentativi che si susseguono di dotarli di garanzie che nulla hanno a che vedere col lavoro veramente autonomo. Il solo parlare di estendere a essi l’indennità di disoccupazione o qualcosa di simile è, giuridicamente, un mostro assoluto. Se non si farà chiarezza sui rapporti di lavoro consentiti non si uscirà mai da questi "ibridi" che tanto contenzioso portano ai nostri tribunali. Invece di legiferare e stratificare norme su norme si sente forte la necessità di un testo unico sul lavoro che sgombri definitivamente il campo da ogni ipocrisia.

  4. Maurizio

    Questi precari devono capire di essere cittadini di serie C e devono finirla di lamentarsi del loro sfruttamento. E’ cosi e basta. Devono capire che alla loro precarietà corrisponde ipersicurezza di milioni di sedicenti lavoratori entrati senza concorso, pensionati baby, pre pensionati, falsi invalidi, ecc ecc. Le risorse vanno spese innanzitutto per pensionati e per dipendenti della PA a tutti il resto le briciole così imparano a farsi rappresentare da sindacati che quando sono al tavolo pensano ai pensionati piuttosto che ai precari. Queste 300.000 famiglie dovranno risparmiare o meglio mangiare poco e non tendere la mano, perché prima bisogna aumentare gli stipendi dei dipendenti, dei dirigenti, le indennità dei deputati, i rimborsi spese dei portaborse, i viaggi le segretarie, stabilizzare i raccomandati ecc ecc ecc ecc.

  5. marco

    Già il Governo Prodi avrebbe dovuto utilizzare i risparmi derivanti dall’ introduzione dello scalone da parte di Tremonti per creare strumenti di tiptiuniversalistico contro la precarietà. Forse lo scalone stesso cominciava già ad essere metabolizzato dai diretti interessati che, fra le altre cose, non era una platea particolarmente consistente. Ho paura che l’attuale Governo per propria vocazione "antisociale" non coglierà affatto l’esigenza di creare strumenti definiti e chiari se non nel senso di una patetica e pelosa elemosina che, nella sostanza cambierà di nulla la situazione precaria dei precari. Nelle politiche del governo precedente abbiamo invece dovuto riscontrare la maledizione dell’ invasività del partito (politico e sindacale dei tutelati) che facendo pesare le proprie tessere (politiche e sindacali) affossa qualsiasi tentativo riformatore di una qualche consistenza, salvo fare il mea culpa dopo la batosta elettorale ultima scorsa.

  6. giovanni delfino

    Sono anch’io un lavoratore "flessibile", dato che da quasi 7 anni lavoro presso una (pseudo) cooperativa di produzione e lavoro, che ha in appalto i servizi generali all’Università di Bologna.Credo che l’introduzione di un sistema di tutele generalizzate o quantomeno modulate in base al reddito e alla condizione dei nuclei familiari sarebbe un passo importantissimo per il nostro Paese dove enormi risorse (ore non lavorate) vanno perse per scioperi praticamente settimanali, senza che ciò produca la benché minima attenuazione del livello di conflitto. Punto cruciale è -come affermato in altri commenti- il ruolo dei sindacati, che non solo sono praticamente avulsi se non inesistenti per alcune tipologie di produzione e forniture di servizi, quali quelli delle cooperative, ma sono oramai arroccati nella difesa di una regolamentazione dei soli lavoratori tutelati, "privilegiati" da forme contrattuali cristallizzate e stabili. Il Paese ha bisogno di scelte coraggiose, di tutele per consentire ai bassi redditi di fronteggiare la crisi, non di sprechi che celano favori politici, non di contratti a "zero ore" che celano invece una forte instabilità…

  7. lorenzo

    Sono uno dei 300mila in scadenza però non mi sono mai fatto rappresentare da questi sindacati, forse uno dei problemi è che noi giovani precari non abbiamo un sindacato degno di questo nome che provi a tutelarci in qualsiasi modo..se potesse servire a cambiare le cose.

  8. koufax

    Dovreste spiegarvi meglio. Primo, spiegare il significato concettuale della parola precario riferita al contratto di lavoro. Esiste un altro Paese in cui si usi il concetto e ci si ricami tanto su? Non è che da noi si è creato un surrogato demagogico per il concetto di disoccupato, da quando la disoccupazione, per evidenti motivi, non è più un problema? Inoltre, il precario se si trasforma in disoccupato è diverso dagli altri disoccupati? Non esiste già il sussidio di disoccupazione? Forse è solo necessario che ci si accerti che gli stanziamenti siano sufficienti anche in periodo di crisi.

  9. Giuseppe Caffo

    Ieri sera all’ Infedele ho sentito che a Milano ci sono circa 150.000 persone che quadagnano almeno 50.000 EURO al mese. Questa crescente disparità di reddito è veramente ingiusta e preoccupante. A mio avviso ci sono tutte le premesse per l’esplosione di notevoli conflitti sociali che governo, sindacati e opposizione di sinistra non sono in grado di gestire. Le conseguenze potrebbero essere imprevedibili. Mi auguro di sbagliare.

  10. giuseppe

    Dovrebbe essere chiaro a tutti ormai che l’aver voluto importare in Italia la c.d. "flex-security" senza assicurare le necessarie riforme di welfare che assicurino il "mantenimento del reddito di stampo universalistico" ha prodotto un unico risultato: una gran parte – sempre crescente – della forza lavoro è del tutto priva ormai di tutele normative, di un reddito adeguato in costanza di lavoro (e di una pensione pubblica e/o privata futura) e di adeguate forme di assistenza in caso di perdita del lavoro. Di contro, la flex-security, non ha minimamente risolto il problema dello sviluppo e della scarsa produttività del sistema economico nazionale che continua ad essere – si dice – un problema strutturale. Non solo, si continua a sostenere che vanno ridotte (anzi meglio sarebbe cancellate!) le tutele di cui ancora godono i lavoratori a tempo indeterminato, rei di essere dei privilegiati (che dovrebbero addirittura vergognarsi di avere un lavoro "sicuro" in una congiuntura economica negativa come quella attuale!). Bisogna, insomma, livellare tutti verso il basso (sic!) anzichè allineare verso l’alto i precari (o flessibili?) assicurando loro le tutele necessarie.

  11. Enio Minervini

    Garantire un reddito dignitoso alle centinaia di migliaia di persone (cifra immensamente ottimistica, come piace al Governo) che lo perderanno è urgentissimo. Sarebbe doveroso farlo anche per i disoccupati che lo hanno perso da tempo o che non lo hanno mai trovato, perchè, con buona pace di uno dei commentatori a questo articolo (che pare non lo sappia), l’assegno di disoccupazione in Italia è estremamente selettivo. Il discorso però andrebbe allargato, anche se con la crisi che impazza non sarà facile farlo. Questi contratti andavano limitati e si doveva impedire la loro diffusione abnorme. Li hanno chiamati flessibili, ma erano precari sin nel loro concepimento. Non servivano a modernizzare il Paese ma a renderlo più arcaico, ottocentesco. Servivano a garantire i profitti non con l’innovazione ma con l’ipersfruttamento. Gli ammortizzatori sociali che avrebbero reso modernamente flessibili i precari, erano solo parole e infatti tali sono rimasti, perchè erano fuori dall’autentica ratio di tutti i provvedimenti legislativi sul lavoro di oltre 10 anni. E’ urgente una riforma del lavoro…

  12. nicola moroni

    Potrei portare come esempio la mia attuale situazione non-lavorativa (a 33 anni dopo un contratto a termine non rinnovato e senza sussidi vari), ma credo che i governanti che si sono succeduti abbiano considerato la famiglia come unico ammortizzatore sociale utile per una dignitosa sopravvivenza. Essere costretti a vivere con i propri genitori (per chi ce li ha ancora), non poter costruire una famiglia (con quali risorse economiche?), precarietà a vita (liquidità alla Bauman?) e nel peggiore dei casi disperazione, delinquenza per necessità e…ma il reddito minimo garantito in Italia rimarrà sempre e solo un’utopia? Dobbiamo trasferirci in massa all’estero per poter vivere?

  13. Flessibilità o precarietà = disoccupazione

    Sono disoccupata dal 30-04-2007; ho 47 anni compiuti; non sono sposata e non ho figli, vivo nella casa di mia proprietà ereditata dopo la morte di mio padre purtroppo non sono povera, mangierò mattoni oppure sarò costretta a vendere per sopravvivere! Contratto a termine o flessibile o co.co.co (luglio 2005 ad aprile 2007) periodo lunghissimo di disoccupazione per una ex lavoratrice e gli ammortizzatori sociali family o non family?!

  14. Luigi Scrivani

    L’articolo pone con una metodologia seria e analitica, una possbile quantificazione di persone che perderanno il lavoro. In attesa dei prossimi passi legislativi, e poiché il recente decreto legge fa esplicito riferimento all’intervento della bilateralità, vorrei ricordare che questo sistema, spesso sottovalutato, in alcuni settori investe risorse private, frutto della contrattazione, anche per il sostegno al reddito. Pensare ad una pur indispensabile riforma degli ammortizzatori sociali con esclusivo intervento pubblico, rischia di monopolizzare un dibattito che non tiene conto dell’evoluzione delle relazioni industriali. Ad esempio, il contratto dei lavoratori in somministrazione, rinnovato lo scorso luglio, prevede un’indennità di 700 euro per i lavoratori che risultino disoccupati da almeno 45 giorni e che abbiano lavorato almeno 6 mesi nell’arco degli ultimi 12.

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