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PERCHE’ LE GRANDI OPERE NON SERVONO CONTRO LA RECESSIONE

Il ponte di Donghai, vicino a Shanghai (oltre 32 chilometri, a 8 corsie, sul mare) è stato costruito in 3 anni e 6 mesi circa. In Italia, in quei tempi si costruiscono, in media, solo infrastrutture di trasporto di valore compreso tra 10 e 50 milioni di euro (45 milioni ci vogliono per un km di alta velocità ferroviaria, tanto per intendersi). Se si guarda non solo ai tempi di costruzione ma anche a quelli di progettazione e appalto, bisogna aggiungere altri 3 anni e 4 mesi, per un totale di circa 7 anni. Per opere di valore superiore ai 50 milioni di euro (cioè per i lotti di opere sul serio “grandi”) i tempi di realizzazione salgono a 10 anni e 8 mesi, di cui 4 anni e tre mesi per la progettazione e l’appalto.
Questi dati sono contenuti in uno studio (del novembre 2007) condotto dal Dipartimento per le politiche dello sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Studio, peraltro, ormai rimosso dal sito internet del Ministero. Sono dati su cui dovrebbe riflettere chi invoca più spese per nuove grandi opere come strumento anti-recessione. La riflessione potrebbe essere arricchita osservando che solo opere di valore inferiore al milione di euro vengono cantierate in poco più di un anno dall’approvazione e completate in 2 anni. Già per opere di valore compreso tra 1 e 2,5 milioni l’effettiva costruzione inizia solo dopo oltre 2 anni. In generale, quindi, la spesa per nuove grandi opere sarà domanda effettiva solo quando, con ogni probabilità saremo fuori dalla fase negativa del ciclo. Morale: se si vuole veramente fare una politica fiscale anticiclica è bene dimenticare le grandi opere, a parte garantire le risorse per completare in tempi decenti quelle già cantierate. Se proprio si vuole spendere denaro in nuovi lavori pubblici, meglio finanziare piccole e piccolissime opere: per esempio le manutenzioni straordinarie delle scuole e degli ospedali. Di questi tempi, oltre a dare ossigeno subito al Pil, si rischia anche di salvare qualche vita umana da eventi troppo frequenti per essere definiti “fatalità”.

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25 commenti

  1. Piero Venturi

    Fare politiche anticicliche in Italia significa dare respiro alle piccole imprese. Un motivo di più per dare ragione alla tesi che occorrerebbe stimolare interventi di piccola dimensione (più che grandi opere). Al tema sicurezza e vivibilità delle scuole aggiungerei il tema ambientale: la difesa del suolo, gli interventi su fiumi e corsi d’acqua, opportunamente gestiti dalle autorità locali, potrebbero essere un modo utile per sostenere occupazione e redditi.

  2. Claudio S.

    Un’idea semplice e ragionevole, troppo semplice e troppo ragionevole. Non farebbe “audience”. Le probabilità che il nostro attuale governo prenda in considerazione un’idea simile sono praticamente zero, molto più divertente trastullarsi con il giocattolo “ponte sullo stretto”.

  3. Mauro Juvara

    Una volta, un signore, perorava l’inopportunità di aprire un casinò in Sicilia argomentando la tesi secondo cui, poi, questo sarebbe stato gestito dalla mafia, inevitabilmente gli chiesi se, forse, non sarebbe stato più opportuno combattere la mafia, anzichè vietare l’apertura di casinò. Se così facessimo, in Italia ci troveremo a non costruire case popolari, che tanto poi le occupano abusivamente, a non indire concorsi universitari, che tanto sono pilotati e via discorrendo. Se i tempi per le opere pubbliche sono eccessivi, be sforziamoci, tutti, affinché questi rientrino nella normalità. Questa mi sembra politica economica, il resto solo populismo.

  4. Paolo Prieri

    Grazie professor Andrea Boitani per la sua riflessione! Abito in Val Sangone, territorio contiguo alla Val di Susa che i governi vogliono sacrificare al mito dell’Alta Velocità Ferroviaria. L’Italia si esclude dall’Europa non per mancanza di collegamenti (la linea ferroviaria Torino-Lione è utilizzata al 25% della sua capacità, cfr. Quaderni dell’Osservatorio editi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) ma per incapacità dei suoi Governi di scegliere le vere priorità. Invito i lettori di questo sito a leggere le riflessioni dei cittadini NO TAV anche per capire che la contrapposizione dei PIMBY (i sostenitori del FARE le grandi opere) ai NIMBY (i No TAV) non ha alcun senso, ma contribuisce solo a spettacolarizzare, e quindi a svalorizzare, il dibattito.

  5. Giuseppe Mannori

    Credo che gli interventi del Governo dovrebbero riflettere la realtà economica italiana che è costituita per oltre l’85% da piccole-medie imprese che reggono tutto il sistema socio-economico. Quindi se si destinano ingenti, e intempestivi, fondi a grandi opere come il ponte sullo stretto, non si cerca di risolvere le problematiche della stragrande maggioranza degli italiani distribuita su un vastissimo territorio, ma si concentra in aree strettamente limitate per interessi altrettanto ridotti ma probabilmente "politicamente utili".Temo che si continui a eternare la distanza fra chi governa e chi è governato. Al riguardo ho apprezzato l’intervento del Capo dello Stato.

  6. Giorgio Vitali

    Somo perfettamente d’accordo. Bisognerebbe, parallelamente a questo, rivedere dalle fondamenta la legge (obiettivo) che presiede credo alla realizzazione delle opere. Se non si snellisce la procedura, sempre nel rispetto e la salvaguardia da possibili infiltrazioni mafiose, non si farà nulla in breve temo. Non si potrebbe vedere come hanno fatto a Shangai?

  7. ARMANDO CENTELEGHE

    Completamente d’accordo: non grandi opere per la dilatazione dei tempi e anche perchè in Italia si sa che le grandi opere attirano connivenze politico mafiose. Vorrei inoltre sottolineare la questione ambientale: basta cemento e valorizzazione dell’ambiente come risorsa turistica e per lo sviluppo di occupazione, ma forse è troppo tardi.

  8. FIELE

    Ma come siamo lontani dai problemi della gente. Giocattolo il ponte? Ma non scherziamo! Qui è sempre una moda dire che le grandi opere non servono, invece di denunciare l’enorme ritardo che il nostro paese si trascina! Il ponte sullo stretto ha l’obiettivo di superare la discontinuità dell’isola e consentire il passaggio di un trasporto su rotaia più efficiente. Perchè Boitani non dice come stanno attualmente i fatti quando si parla di sprechi? Sapete che nessun treno dall’Isola non vive di contributi pubblici? Sapete che spostare un treno a carrozza è più inquinante, inefficiente energeticamente parlando oltre che oneroso rispetto alla mobilità di un treno ad alta velocità? Sapete che l’attuale sistema traghettistico non ne consentirebbe il transito verso l’Isola (non puoi snodare un euro star in un traghetto). Sapete che in Sicilia il trasporto su gommato rappresenta un triste primato che nessuno ci invidia? Sapete che è in discussione una direttiva europea (la c.d. 20-20-20) che ha come obiettivo la riduzione di emissioni inquinanti? Ciò vuol dire ripensare una nuova logica di trasporto per quanto Ponti Boitani e compagnia sostengono. A beneficio nostro e delle future generazioni.

  9. Sergio Marotta

    Credo che la tesi sia del tutto condivisibile. Del resto il fallimento di qualsiasi tentativo di accelerazione della realizzazione delle grandi opere attraverso meccanismi derogatori della legislazione ordinaria – fallimento peraltro sancito sia dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, sia dalla Corte dei Conti – è la dimostrazione inoppugnabile dell’inutilità di tale forma di spesa pubblica per la ripresa del ciclo economico soprattutto in una situazione di crisi come quella attuale. Dunque insistere sulla strada di nuove grandi opere strategiche, magari con ulteriori provvedimenti di deroga alla legislazione ordinaria o, addirittura, di deroga della deroga o prevedere nuovi commissariamenti delle stazioni appaltanti, sia del tutto improduttivo ed anzi potrebbe portare a risultati esattamente opposti a quelli propri di investimenti anticiclici. Concordo pienamente sul fatto che un programma di manutenzione ordinaria dell’edilizia scolastica e sanitaria, se realizzato correttamente, potrebbe essere più utile all’economia del Paese.

  10. ferdinando malara

    Non prendamoci in giro. In Italia ancor più che nel resto del mondo vige il proverbio "piatto ricco mi ci ficco". A nessuno dei nostri amministratori interessa fare qualcosa per il Paese. Sono piuttosto interessati a fare qualcosa per sé o per quelli della propria parte che possano poi ricambiarli. Per cui la risposta è semplicissima: le grandi opere sono sempre servite a rifornire di denaro e consensi quelli che guidano la danza.

  11. antonio p

    Se le fai svolgere dal sistema del compravoti in auge nel periodo cattocomunista=mafia-andrangheta ecc. è dannoso, ma se esiste un’intelligenza mentale nuova sono l’unico sistema che elimina le piccole-piccolissime lotte fra potentati-capobastone che sono evidenziate dalla costruzione delle autostrade Salerno-Reggio Calabria o Messina-Palermo che non sono mai state finite.

  12. lucio

    Il fatto scandaloso è, a mio avviso, l’esasperante lentezza del processo decisionale in Italia che in ogni caso andrebbe rivisto immediatamente in modo profondo: in un mondo globalizzato tumultuoso, veloce e contradditorio, la velocità decisonale e di esecuzione è essenziale per la sopravvivenza. E’ vero che con l’attuale apparato decisionale avremmo i risultati mediamente tra 10 anni ma è altrettanto vero che senza le opere infrastrutturali il nostro futuro sarà molto misero. Lasciamo perdere il ponte sullo stretto di Messina ma pensate realmente che si possa fare a meno per esempio di potenziare e ampliare la rete TLC in banda larga per abbattere il digital divide oppure potenziare e ampliare la rete ferroviaria, realizzare alcuni tratti autostradali in grado di decongestionare alcune aree ormai completamente soffocate oppure realizzare impianti di degassificazione o impianti eolici, fotovoltaici e anche nucleari?

  13. mario da.

    Concordo pienamente con l’articolo. Ritengo, tuttavia, che molte infrastrutture andrebbero fatte a prescindere dal ciclo economico. Penso che chi vive al sud, ad esempio abbia il diritto di potersi spostare liberamente. Penso che una migliore viabilità aiuti la mobilità del capitale fisico (ovviamente) e capitale umano (in Europa è normale spostarsi da una capitale ad un’altra per una conferenza, ad esempio, ma se da Messina voglio raggiungere Salerno per lo stesso motivo è quasi impossibile). Chi ha davvero a cuore la mobilità sociale dovrebbe vedere in una buona rete infrastrutturale uno strumento importante, specie dove i rendimenti delle infrastrutture sono particolarmente alti (come al sud).

  14. Roberto Z.

    Meno male che qualcuno la pensa come il sottoscritto. Alle grandi opere partecipano le grandi imprese vicine ai politici. Le piccole opere danno lavoro ai locali. Oltre alle scuole, quante sedi dell’INPS sarebbero da ristrutturare, parchi pubblici da realizzare, piste ciclabili, ecc. ecc.

  15. Marco Ponti

    L’argomanto dei tempi di attivazione della spesa, pur essenziale, è solo il primo di una serie. Un secondo, non meno importante, è il ridottissimo moltiplicatore occupazionale di questa spesa (date le tecnologie capital-intensive che implica), e altri ce ne sono. Di questo si parlerà al Politecnico di Milano in un seminario, condotto da Andrea Boitani stesso e organizzato dallo scrivente, nel Gennaio dell’anno prossimo.

  16. E.Franchin

    Incentivare fortemente la autoproduzione di energia elettrica alternativa (pannelli,mini-eolica ,TOTEM a: gpl/metano/idrogeno/alcool/gas naturali degli allevatori, etc.; i micro capitali non mancano in momenti come questi con "la gente" che ha paura di investire in banca, borsa, bond etc.

  17. Garibaldi Edoardo

    Prendiamo per buoni i dati, come del resto, uno studio del ministero deve essere preso per buono. Più che indicare l’irragionevolezza, data la scarsa incidenza sull’andamento del PIL, d’attuazione di misure anticicliche per mezzo di investimento in grandi opere, indica anomalie nelle procedure di messa in opera delle infrastrutture. Il governo ha previsto l’istituzione di un commissario per ogni singola opera che sarà responsabile oltre della mera legittimità dell’operato, dell’effettivo stato di avanzamento lavori, forse è troppo poco per andare oltre il più efferato pragmatismo che ha portato i più alla rassegnazione. Sarebbe bello vedere impresso sulle pagine del sito, un’esortazione a che le grandi opere siano efficaci per misure anticicliche, e perchè no, da parte di un cattedratico esperto, che parla con cognizione di causa, vederne impresse le possibili vie di adeguamento agli altri paesi.

  18. Deserteur

    Vorrei suggerire una piccola azione a tutti coloro che leggono questo articolo: mandatene una copia al deputato/senatore del vostro collegio, non importa di quale schieramento politico sia, facendo presente che condividete appieno queste considerazioni e che auspicate che anche il Parlamento faccia proprio quello che non è altro che semplice buon senso.

  19. Sergio Mannucci

    La grande depressione americana del 1929 avvenne dieci anni dopo la fine della prima guerra mondiale; in quel frangente l’economia era dominata dall’industria di guerra per produrre prodotti destinati alla distruzione. Con la necessità di convertirsi ad industria di pace per produrre prodotti destinati a durare inizia la recessione che esplode nel 1929 a causa della sovrapproduzione: il mercato non era in grado di assorbire ciò che l’industria nata per necessità di guerra non era più in grado di vendere. La disoccupazione arrivò a circa 15 milioni di persone. Per uscirne furono finanziati, a debito, grandi lavori pubblici che con il loro indotto rimisero in moto l’industria che produceva per costuire e non per distruggere. La crisi odierna ricalca quella del’29 con un ritardo di 40 anni per effetto della guerra fredda. Occorre a che in questo caso poche opere pubbliche di vasto interesse che mettano in moto le industriette di contorno. Non importa il tempo che ci vuole a compierle, importa che assorbano manodopera: sempre che gli italiani siano disposti a cambiare mestiere per non dare lavoro ad extracomunitari.

  20. Giovanni Medioli

    Il "pacchetto anticrisi" (che a me sembra spaventosamente scarso e prociclico) ha inseriti un’altra bella pensata per disincentivare i (pochi) investimenti privati in corso: la cancellazione immediata del recupero fiscale del 55% delle spese per il risparmio energetico. In altre parole chi ha installato pannelli solari o fotovotaici o intrapreso una ristrutturazione edilizia per risparmiare energia fidando sul recupero di Irpef/Ires/Irap del 55% della spesa in tre anni vede sparire il beneficio. Chi stava progettando di investire si blocca. A parte tutto, è costituzionale far sparire un incentivo per spese già sostenute?

  21. Massimo GIANNINI

    Il governo attuale non riesce, anche all’interno di politiche economiche keynesiane, a fare la distinzione tra "bridges to nowhere" e "bridges to somewhere", ovvero opere (esempio ponti, strade o tunnels) utili e con un tasso di rendimento dell’investimento positivo nel lungo termine e con un’analisi costi-benefici in cui i benefici sono chiaramente dimostrati. Non riesce nemmeno a fare una distinzione tra breve termine e medio-lungo. Ed è cosi’ che risorse sono allocate a progetti inutili e dannosi (anche socialmente e/o per l’ambiente), non prioritari e con scarso ritorno dell’investimento. Il peggio è poi condurre tali politiche in controtendenza con scelte di altri paesi.

  22. serge lewithin

    Prof. Boitani, La General Theory di J.M. Keynes nasce nella scuola di Cambridge. Joan Robinson era una studiosa particolarmente acuta e sostenitrice della tesi keynsiana, non solo per il fattore ‘moltiplicatore’ che essa sviluppava, ma perchè adattò ‘i fattori di produzione’ di Adam Smith alla realtà del XX° secolo: Land, Labour and Capital non erano più fissi. Labour and capital erano dinamici attraverso l’immigrazione e flussi di capitale internazionali. Mettendo in azione il secondo, incorraggiando investimenti in opere pubbliche, quelle imprese che vorranno partecipare a queste opere dovranno attrezzarsi ora, investendo in risorse subito per essere pronte ad impiegarle quando esse saranno in cantiere per non trovarsi sprovviste di capitale umano. La sua risposta è parziale perchè non riconosce quanto il breve, il medio ed il lungo periodo sino strettamente interconnessi. È qui che entra in gioco ‘the multiplier factor’ della Robinson, che è uno dei capisaldi del pensiero di ‘Applied Economics’. Se non fosse convinto, rilegga anche Gunnar Myrdal.

  23. andrea

    Chissà verrà forse un giorno in cui sarà definita grande opera la riverniciatura di un’aula scolastica. In fondo è così che decadono i paesi rovinati dalle politiche inflazionistiche che fanno esplodere prezzi e salari, come la Spagna del 1700. Nulla si fa. Costa troppo.

  24. CARDINETTI

    Spesso anche i piccoli lavori di manutenzione hanno tempi biblici. Arrivato nel 1998 sono riuscito solo quest’anno a far riparare il pilastro del cancello secondario della scuola da dieci anni pericolante e sostenuto da un filo di ferro agganciato ad una ringhiera.

  25. Cosimo

    I politici preferiscono le grandi opere per i seguenti motivi: (a) è piu’ facile abbindolare l’elettore medio con mirabolanti progetti (ricordate Berlusconi da Vespa) che con l’ordinaria amministrazione e le piccole opere che questa richiede; (b) soprattutto al Sud, dove la commistione tra mafia e politica è sotto gli occhi di tutti, è necessario che i tempi dell’opera siano lunghi ed i suoi costi esponenzialmente crescenti perché tutte le parti interessate possano mangiare. A me sembra che politici lontani anni luce dalle esigenze dei cittadini come quelli italiani abbiano tutti gli incentivi a promettere la costruzione di grandi opere e farsene "sponsor". E comunque con le regole elettorali che abbiamo non c’è nessuna sanzine per i politici al momento del voto.

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