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A SCUOLA D’INVESTIMENTI

Per l’edilizia scolastica, e più in generale per l’istruzione, risorse scarse e mal distribuite. Ma dove trovare i soldi per gli investimenti? Le scuole italiane sono in cattivo stato anche perché sono troppe. Si potrebbe cominciare a chiudere i plessi inefficienti. Non con le imposizioni, ma attraverso una più corretta gestione dei rapporti finanziari tra livelli di governo. Parte dei risparmi dovrebbe rimanere all’ente locale per essere reinvestiti nel settore scuola. Necessaria una mappa efficiente dell’organizzazione del servizio scolastico sul territorio.

 

Ridurre la spesa pubblica e migliorarne la qualità non si può fare con interventi di taglio indiscriminato. Lasciano il tempo che trovano, e spesso conducono solo a maggiori inefficienze e a maggior spesa in futuro. Invece, bisogna agire di cesello, cercando di modificare gli incentivi degli agenti coinvolti perché si muovano nella direzione desiderata. Questo era il compito della Commissione tecnica sulla finanza pubblica, incaricata dal governo Prodi di condurre a termine la revisione della spesa dei principali ministeri, e poi soppressa dall’attuale esecutivo. Eppure, alcuni dei risultati raggiunti dalla Commissione sono ancora validi, e il metodo è tanto più utile in un momento di crisi come questo, dove i necessari interventi congiunturali di sostegno all’economia devono essere accompagnati da riduzioni strutturali di spesa, per evitare disastri finanziari futuri.

I PROBLEMI DELLA RETE SCOLASTICA

Prendiamo, ad esempio, l’istruzione (altri ne seguiranno nelle prossime settimane). Non spendiamo poco in questo settore, al contrario la spesa per studente in Italia è del tutto in linea con quella degli altri paesi sviluppati: 2.971 dollari contro una media Ocse di 3.072, ma i risultati sono peggiori. La conclusione è che spendiamo male e che dobbiamo imparare a spendere meglio.
Un buon esempio è la condizione della rete scolastica, drammaticamente riportate alla ribalta dalla tragedia di Rivoli. Sulla rete incidono le competenze di più livelli di governo. Allo Stato compete la determinazione dei livelli fondamentali dei servizi, le Regioni hanno le competenze sulla rete delle scuole, comuni e province quelle sulla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici. Una legge del 1996 attribuiva allo Stato anche un ruolo di finanziatore ad adiuvandum, attraverso l’’assegnazione alle Regioni di appositi finanziamenti per l’’edilizia scolastica, che queste, a loro volta, dovevano ripartire tra i propri enti locali. Per rendere più efficace la distribuzione delle risorse, la stessa legge prevedeva la predisposizione di un’’Anagrafe nazionale dell’’edilizia scolastica, articolata per Regioni e continuamente aggiornata, diretta ad accertare le condizioni del relativo patrimonio.
Ma a dodici anni di distanza, l’Anagrafe non è ancora disponibile. Di più, lo Stato, pressato da problemi di bilancio, ha con il tempo ridotto i finanziamenti, dai 270 milioni di euro in media l’anno nel triennio 1996-98, ai 75 del periodo 2007-09. Regioni e altri enti locali hanno dunque dovuto far leva in misura crescente sulle proprie risorse, con la conseguenza, ovvia, che chi poteva contare su più denari propri ha speso di più, e gli altri di meno. Così, nel 2006, la spesa per l’’edilizia scolastica degli enti locali del Centro-Nord per studente è all’’incirca doppia di quella del Mezzogiorno: 350 euro al Nord e 182 al Sud.
Dunque, una classica storia di finanza pubblica italiana. Risorse scarse, rese ancora più scarse dal fatto che quando deve tagliare, lo Stato italiano è miope, sacrificando la spesa per il futuro, quella in conto capitale, per salvaguardare quella corrente. Risorse infine mal distribuite, per mancanza di strumenti di programmazione appropriati. Il sottosegretario Bertolaso, non si sa bene su quali basi, visto che l’Anagrafe non c’è, stima ora in 13 miliardi le risorse necessarie per mettere in sicurezza le scuole, 4 solo per quelle a più alto rischio. Ma quali che siano le esigenze vere, non c’è dubbio che sulla edilizia scolastica bisognerà investire. Dove trovare i soldi?

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RISORSE DALLA RAZIONALIZZAZIONE

Intanto, si potrebbe cominciare con il chiudere i plessi inefficienti. Una ragione per cui le scuole italiane sono in cattivo stato è che sono troppe, circa 42mila, di cui quasi 6mila con meno di 100 studenti. Di più, la frammentazione della rete, conducendo a classi con pochi studenti, è responsabile, secondo le nostre stime, di circa un terzo dell’’eccesso di personale per studente che caratterizza il nostro paese: circa il 40 per cento in più rispetto alla media dei paesi Ocse. Eliminare i plessi inefficienti consentirebbe dunque di liberare risorse importanti, che potrebbero essere reinvestite nel settore scolastico, a cominciare dall’’edilizia. Ma come riuscirci?
Non certo imponendo, come originariamente previsto nella bozza del decreto Gelmini, di eliminare tutti i plessi con meno di 50 studenti. Intanto, perché non sappiamo se tutte quelle scuole siano veramente inefficienti. Inoltre, perché un’’imposizione di questo tipo contrasta con le competenze che la nostra Costituzione assegna alle Regioni, che difatti si erano affrettate a ricorrere alla Corte costituzionale. Ma se solo si riuscisse a uniformare tra Regioni il numero di studenti per classe e di insegnanti per classe, portandolo al livello medio delle cinque Regioni migliori, si eliminerebbero 34.700 cattedre, con un risparmio superiore a 1 miliardo di euro. Spostando la decisione in merito all’iscrizione dal singolo istituto scolastico al distretto, cioè spostando tra scuole limitrofe gli studenti al margine, si potrebbero eliminare fino a 40mila cattedre tra medie e elementari, con un ulteriore risparmio di circa 1,2 miliardi di euro. E così via.
Come proposto dalla Commissione, la chiave di volta è in una più corretta gestione dei rapporti finanziari tra governi. Oggi, se un comune chiude una scuola, paga solo dei costi, soprattutto in termini di conflitti con le famiglie, i sindacati e altre forze locali. I benefici vanno invece interamente allo Stato centrale, sotto forma di minori spese per il personale. Non è dunque un caso che ogni ipotesi di razionalizzazione della rete incontri la più fiera resistenza da parte degli enti locali. Se si vuole davvero incentivare comportamenti più coerenti tra i diversi livelli di governo, è opportuno che parte dei benefici resti a disposizione dell’ente locale stesso, per poter essere reinvestiti nel settore scolastico.
In secondo luogo, lo Stato è obbligato solo a garantire il finanziamento del livello essenziale dei servizi, non di quelli in eccesso, che sono invece responsabilità delle Regioni. Nel caso della rete scolastica non sarebbe difficile, sfruttando le informazioni a disposizione del ministero dell’Istruzione, disegnare, sulla base di criteri di accessibilità da parte degli utenti, una mappa efficiente della organizzazione del servizio scolastico sul territorio, individuando quali plessi mantenere e quali invece sopprimere. Se la Regione, a cui spetta la competenza sulla rete, vuole mantenere invece plessi inefficienti, se ne assume la responsabilità, finanziando il relativo servizio con le proprie risorse. Costruire una simile mappa in modo accurato richiede sicuramente del tempo, circa un anno sulla base delle nostre stime, ma costituisce senz’altro una strada più razionale e politicamente più sostenibile di interventi indifferenziati, che poi, come si è visto, comunque non funzionano.

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11 commenti

  1. Giuseppe Moncada

    Nel caso della rete scolastica non sarebbe difficile, sfruttando le informazioni a disposizione del ministero dell’Istruzione, disegnare, sulla base di criteri di accessibilità da parte degli utenti, una mappa efficiente della organizzazione del servizio scolastico sul territorio, individuando quali plessi mantenere e quali invece sopprimere. Se la Regione, a cui spetta la competenza sulla rete, vuole mantenere invece plessi inefficienti, se ne assume la responsabilità, finanziando il relativo servizio con le proprie risorse. Costruire una simile mappa costituisce senz’altro una strada più razionale e politicamente più sostenibile di interventi indifferenziati, che poi, come si è visto, comunque non funzionano. Ho ritenuto opportuno riportare l’ultima parte dello scritto, che condivido in ogni parte , per far rielvare che allo stesso modo si dovrebbe avere per avere una mappatura territoriale dei vari ordinamenti scolastici esistenti nel territorio al fine di evitare l’esistenza di scuole sottodimensionate aventi autonomia che determina aggravio di spese per la duplicazione di dirigenti scolastici e amministrativi. continuo per descrivere, in breve, cosa sta accadendo in Sicilia. Ho parlato di mappatura anche per gli ordinamenti scolastici ( Licei, Tecncici, Professionali) ,per evidenziare che in Sicilia, pur esistendo parecchie le scuole autonome al di sotto dei 500 alunni, per evitare di scontentare quelle realtà locali dove per motivi clientelari sono state consentite di diventare autonome, si è pensato di dividere il numero degli alunni di ogni provincia per 500 e così si quadra il tutto. Senza tener conto che esistono molte scuole autonome con un numero di alunni che va dai 1000 ai 2000 alunni. E’ chiaro che il costo dei Dirigenti Scolastici, D.S.G.A e del personale Amministrativo cresce. Ciò accade per scuole dislocate a distanza di pochi chilometri nei vari paesi. Anche in questo caso , se le Regioni vogliono mantenere questo spreco di risorse, dovrebbero pagare da se il personale in esubero. Tuttavia, fino a quando sarà lo Stato a dover pagare il personale, come è oggi , dovrebbero essere attuate procedure di responsabilità amministrativa come quelle che l’Europa attuata agli Stati che non rispesttano le direttive emanate dalla Comunità Europea.

  2. Antonio Boraso

    Sono d’accordo con quanto esposto e proposto. Se le proposte fossero accolte, si potrebbe coniugare l’esigenza di risparmio, con l’impegno di promuovere qualità e sicurezza senza sconvolgere l’ordinamento della scuola primaria, che assicura, quasi dovunque, un servizio di qualità. Forse i dati esposti nei riquadri a pagina 31 di la Repubblica dovrebbero essere controllati. Complimenti ed auguri
    Antonio Boraso, dirigente scolastico a riposo – SOSSANO (VI)

  3. Maurizio Bellatreccia

    Qualche cifra sulla scuola: Spesa per l’istruzione/spesa pubblica: 8.8% nel 2007 era 10.3 nel 1990. Numero docenti: Italia un docente ogni 11 alunni, media OCSE 13.3 (Education at glance, 2007, OCSE) dov’è il 40% in più di cui si parla nell’articolo? Il MPI spende il 97% per il personale, è vero. Se però nel budget destinato al MPI si includono anche le spese per l’istruzione delle regioni, dei comuni e di altri soggetti istituzionali, l’incidenza dei costi di personale scende all’81%. (OCSE Education at glance, 2007). Qualche dato: Francia 81%, Germania 85%, Gran Bretagna 70%, media OCSE: 80% Orario di lavoro dei docenti in ore/anno (Fonte: Eurydice – The information network on education in Europe, Questioni chiave dell’istruzione in Europa, Vol. 3, 2003). 680 in Italia, da 650 a 800 in Germania, da 485 a 656 in Finlandia, 756 in Austria, 684 in Norvegia, 728 in Belgio. Salario di base in rapporto al PIL pro capite (al massimo della carriera): Italia 138, Germania 190, Finlandia 142, Austria 186, Francia 185, Olanda 156 Assenteismo nella scuola 11% (Ragioneria dello Stato) Una sola domanda: a chi fa comodo screditare in questo modo la scuola? Distinti saluti

  4. Giovanni Castro

    L’articolo parte da un assunto assolutamente condivisibile ("Ridurre la spesa pubblica e migliorarne la qualità non si può fare con interventi di taglio indiscriminato") ma, più avanti, approda a conclusioni infondate riguardo la questione della qualità dell’istruzione pubblica in Italia, del tipo: "Non spendiamo poco in questo settore, al contrario la spesa per studente in Italia è del tutto in linea con quella degli altri paesi sviluppati: 2.971 dollari contro una media Ocse di 3.072, ma i risultati sono peggiori. La conclusione è che spendiamo male e che dobbiamo imparare a spendere meglio." E basta il semplice dato "spesa per studente in Italia" (da verificare, innanzitutto, e che, comunque, senza l’accostamento ad altri dati, risulta poco significativo) per affermare tale conclusione?! L’autore dell’articolo è certo che lo Stato spenda abbastanza per l’istruzione pubblica? Ha mai lavorato in una scuola pubblica, in una classe di 27 alunni di una delle tante periferie del territorio italiano? La stringente esigenza di risparmio finanziario può comportare la chiusura di piccole scuole e lo spostamento di alunni verso quelle di altri distretti?

  5. guido

    Ormai la parola d’ordine è tagliare, cosa che probabilmente avviene da molti anni. Tutti i governi si sono sempre affannati ad affermare che avrebbero aumentato gli stanziamenti per la scuola A consuntivo si verifica il contrario. Si sono accorpate scuole per tagliare il numero dei dirigenti, si è incrementato il numero degli studenti nelle classi iniziali; si è aumentato il numero dei giorni del personale assente prima di chiamare un supplente. Si sono dati in appalto i servizi a coop esterne. I livelli di precarietà nella scuola pubblica sono inaccettabili e pure tutte queste misure ancora non sono sufficienti. Poi si scopre che con i soldi sequestrati dai magistrati si sarebbero dovuti costruire 10000 asili (impegno del Min.Bindi) ma di questo non vi è traccia in nessun provvedimento legislativo. Ma allora la politica dei governi tende a smantellare qualcosa che appartiene alla comunità dei cittadini come nuovo credo e accetta solo le richieste di finanziamento per le scuole private o paritarie o di culto come si vogliono chiamare ? Vi è un futuro per una scuola realmente pubblica ?

  6. Laura Chies

    Sono sicuramente d’accordo sull’impostazione generale che si debba razionalizzare la spesa pubblica in istruzione, tuttavia mi piacerebbe avere insieme alla misura della spesa per alunno o per plesso, anche quella della qualità del "prodotto" ottenuto. Se, per fare un esempio, confronto la spesa per alunno della regione in cui risiedo, il Friuli Venezia Giulia, con quella delle altre regioni, è immediata la necessità di riduzione della spesa. Appena si consideri però una misura della qualità, quale l’indicatore PISA, questa regione risulta essere la più virtuosa nel Paese. L’effetto che sembra emergere a livello sociale è, inoltre, quello di neutralità della scelta scolastica rispetto al capitale culturale familiare, caratteristica che appare ancora dominante nel resto del paese. Nel caso specifico, mi sembra che l’esternalità positiva dell’istruzione sia, nonostante tutto, ancora prevalente. Mi sembra sia un motivo in più a favore di una razionalizzazione della spesa ancor più ragionata e contro i tagli con l’accetta!

  7. grazia cerulli

    Che le cifre riportate nell’articolo siano il frutto di un’analisi approssimativa se non tendenziosa dei dati dell’OCSE è già stato messo in rilievo dall’ottimo commento di Maurizio Bellatreccia. Mi sorprende (non dovrebbe?) che un quotidiano come la Repubblica avalli tutta una serie di pregiudizi che legittimano la controriforma del Ministro Gelmini agli occhi di chi percepisce la scuola pubblica solo come una fonte di spesa.

  8. giuseppe rallo

    Aggiungo che certi verbi quali "eliminare" e "tagliare" vanno bene per le cattedre in quanto mobili d’ufficio, non certo per chi ci si siede ogni giorno a tappare i buchi di una società che ha una visione dell’istruzione e della ricerca come di uno spreco "a prescindere". Aggiungo che, a mio avviso, uno dei problemi fondamentali è la frammentazione delle competenze, mi spiego meglio: al personale ci pensa il Ministero, per l’edilizia delle scuole primarie il Comune, per l’edilizia delle scuole secondarie la Provincia, per l’ediliza dell’università lo Stato; ai buoni libri, alle mense e alle borse di studio la Regione. Come è mai possibile avere una visione organica del settore istruzione ed università? Un premio nobel per l’economia diceva: "per i problemi difficili ci sono soluzioni semplici, peccato siano quasi sempre sbagliate".

  9. Anacleto Martinelli

    1)presenta un’ipotesi concreta di ottimizzazione delle risorse, fuori dalla litania del tagliare sì/no; 2)configura un intervento di sistema sui diversi stakeholders. Uno però ne trascura: il ruolo dell’amministrazione scolastica. Se è vero che dell’anagrafe dell’edilizia scolastica, prevista dalla legge n. 23 del 1996, a tutt’oggi non vi è traccia, qualche problema si pone. Risorse, operatività, o altro? Attenzione, l’efficienza della struttura organizzativa non è una variabile indipendente nell’operazione di predisporre una mappa efficiente dell’edilizia e individuare le scuole da chiudere in meno di un anno. Una valutazione di fattibilità si impone.“L’intendenza seguirà” valeva per Napoleone, non sempre per la pubblica amministrazione di casa nostra. Una nota a margine sul distretto, punto di riferimento per la rete scolastica. Si ricordi che rappresenta un semplice ambito territoriale, diversamente dalla concezione iniziale analoga alle local authorities inglesi. Last but not least.Resta sullo sfondo un risparmio stimato essenzialmente sulla riduzione del personale frutto della riduzione delle scuole. Ma questa è un’altra storia… http://www.thepubafterschool.blogspot.com

  10. PINNA GIOI FRANCO

    Pongo a premessa delle mie considerazioni l’apprezzamento per il "metodo" con il quale ogni intervento è costruito, analizzato: una peculiarità sempre più rara in un contesto dove le la comunicazione è, ancor prima che informazione, volontà di acquisire consensi allo speaker di turno. Proprio per un convinto rispetto della nostra Costituzione, penso che- proprio in termini di politica di investimento nella scuola – occorra voler indivuare modi e durata di finanziamenti strutturali: mi spiego, vi sono, indubbiamente, degli sprechi , ma, nel contempo occorrono risorse, molte risorse! E allora, non sarà il caso di far pagare l’ICI agli edifici di proprietà dello Stato del Vaticano? Sarebbero risorse strutturali permanenti , risorse senza alcun onere a carico del contribuente . Con quali fondi si intende investire in nuove infrastrutture? Con quali fondi si pensa di mettere a norma migliaia di edifici scolastici ? Dove trovare le risorse – di sistema – per retribuire decorosamente i docenti? Sono interrogativi ai quali occorre dare una risposta, cominciando con il recuperare quella "sovranità" della Repubblica di cui all’Art. 7.

  11. giordano alborghetti

    A costo di essere ripetitivo come ho fatto con Presa Diretta, ma è così difficile da capire quanti soldi si risparmierebbero utilizzando 2005: Art. 68 CAD
    “acquisiscono, secondo le procedure previste dall’ordinamento, programmi informatici a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le seguenti soluzioni disponibili sul mercato: […] d) acquisizione di programmi informatici a codice sorgente aperto;”? Vogliamo dire quante scuole ancora oggi non lo stanno applicando? Vogliamo dire che in questo modo si insegnerebbe il principio di libertà digitale, condivisione della conoscenza, riutilizzo di pc, legalità nell’uso di programmi con licenza libera, ecc., ecc., ecc.? Noi di LibreItalia ne siamo un esempio concreto. È così difficile contattarci per verificare sul campo cosa stiamo facendo? Quanti sono i Lug che stanno dando una mano alle scuole? Vogliamo dire quanti sono gli insegnanti che non hanno voglia di apprendere cose nuove ma continuano a propinare le stesse cose pensando che esista solo MS?

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