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DA LEHMAN A CITIGROUP: TRE DOMANDE A MARCO ONADO

Anche Citigoroup è stata salvata, ed è l’ultima di una lunga serie. Ma è possibile proseguire all’infinito con questi piani di salvataggio?

“Non è possibile che venga annunciata una crisi dopo l’altra con questa politica del carciofo e che non si passa trovare un piano complessivo come doveva essere all’inizio il piano Paulson. Qui c’è in atto un fallimento delle autorità di regolazione soprattutto americana ma anche dello stesso governo che non riesce più a padroneggiare la situazione: in questo momento di transizione da una situazione all’altra i problemi si aggravano ma qui in ballo l’economia mondiale.”

 Perché il fallimento di Lehman Brothers ha aggravato la crisi?

“Perché ha istillato nel mercato il dubbio e poi il panico. Il dubbio che la qualità degli asset sia inferiore a quella effettiva e il panico che il prossimo può creare una crisi di carattere sistemico come in effetti sta creando. Con il senno di poi, far fallire Lehman è stato un errore tragico che l’intero sistema finanziario sta pagando. E per voler dare un esempio si è compromessa la stabilità mondiale. E’ evidente che il mondo dopo la metà di settembre è cambiato e l’evento che l’ha fatto  cambiare è il fallimento di Lehman Brothers.”

Ritiene sia tutt’ora valida l’affermazione del ministro Tremonti, secondo il quale l’Italia non ha bisogno di un piano di salvataggio?

Non ero d’accordo quando l’ha detto la prima volta  e tanto meno sono d’accordo adesso che si è arrivati al salvataggio di Citigroup o dopo il piano Paulson. Tutti gli altri paesi hanno varato dei sostegni alle loro banche. E’ tempo che l’Italia si adegui.”

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10 commenti

  1. Massimo GIANNINI

    Si ha la tendenza a pensare che il mondo cambi improvvisamente a causa di un evento particolare. Lo è stato per l’11 settembre con l’attentato alle Torri Gemelle e lo si considera ora con il 15 settembre per il fallimento della Lehman. In realtà non è così e chiari segnali di politiche sbagliate ci sono sempre stati prima. Il problema è che si tende sempre a ignorarli o sottovalutarli a seconda della propria agenda politica. La stabilità era già compromessa da tempo. Anche gli stessi economisti americani cominciano ad essere ora stufi del "too big to fail". Alcuni dicono che così come può fallire la General Motors puo’ fallire anche Citigroup o altre. Non farle fallire è un sistema per continuare a fare la solita politica ossia "much of the same".

  2. fabrizio

    Lehman aveva un’operatività molto "integrata" con le banche europee, e probabilmente l’idea di spargere una parte del problema in Europa non deve essere stato interpretato come un cattivo segnale per la politica statunitense. Appunto chissà perchè Lehman è stata lasciata andare giù e le altre invece vengono recuperate in extremis, sebbene in situazioni di sofferenza ben peggiori.

  3. Giuseppe Caffo

    Il libero mercato ideale è quello in cui gli operatori, liberi da ogni ideologismo, pragmaticamente adottano di volta in volta i comportamenti più convenienti, volti a trarre il massimo profitto con la minima spesa. In questa ottica concordo perfettamente con l’Autore e con molti altri autorevoli economisti nel giudicare il fallimento di Lehman un tragico errore dalle conseguenze disastrose. Con una spesa relativamente contenuta si poteva evitare di spendere in seguito enormemente di più. Questo è assurdo e non riesco a capire come sia potuto succedere. Il futuro ministro del Tesoro Geithner si è battuto fino all’ultimo per evitare questa follia, guadagnando per questo la stima e il rispetto di Obama (Sole 24 Ore del 22-11-08,pag.6). Ma chi e perchè ha voluto ad ogni costo questo disastro?

  4. Matteo

    Potrebbe sembrare poco importante. Tuttavia, ritengo che valga la pena cercare di comprendere meglio i motivi (la strategia?) che hanno condotto al non interventismo su Lehman. E si può partire dalla seguente domanda: cosa sarebbe successo se Lehman non fosse fallita? Una traccia da seguire è questa: il non fallimento Lehman avrebbe forse reso più ‘americana’ e meno ‘globale’ la crisi? Non lo so, ma se si, il risultato sarebbe stato quello dello split-up, della separazione delle politiche economiche? In questo caso, l’ampliamento dei differenziali di tassi tra le due sponde dell’oceano, la relativa solidità dell’economia europea (pur con i suoi limiti di crescita) e asiatica, avrebbero contribuito all’inesorabile declino relativo degli USA? Lehman come strategia per trascinare il mondo in una crisi globale: muoia Sansone con tutti i filistei. Fantapolitica? Si, probabilmente. Anch’io inizialmente pensavo che con Lehman avessero provato a far funzionare la disciplina di mercato, con pentimento postumo. Mi sembra comunque opportuno un supplemento di riflessione sulle motivazioni alla base della scelta di far fallire Lehman.

  5. daniele

    Credo che nella politica di salvataggio delle banche vi sia un trade-off tra l’esigenza di stabilità del sistema e il pericolo che se ne possano creare delle nuove. Detta così è un po’ vago ma provo a spiegarmi. Da un lato, come ha sostenuto ieri Bini Smaghi al forum di RCS, è indubbio che il fallimento di una banca crea una crisi di fiducia tra operatori finanziari che nel medio-lungo periodo porta, inevitabilmente, a una contrazione del credito e in generale dei rapporti interbancari, in quanto le banche non si fidano l’una delle altre; d’altro canto però, se l’intervento pubblico soccorre tutte le banche in difficoltà, crea aumenta nei banchieri la tentazione ad aumentare le assunzioni di rischio, di fatto creando i presupposti per nuove crisi. Il tutto, tenendo conto del fatto che, attualmente non solo l’economia reale, ma gli stessi governi di tutti i paesi attraversati dalla crisi, non possono fare a meno di un sistema bancario efficiente e che sappia, soprattutto in momenti come questi, fornire al mercato la liquidità "giusta".

  6. Massimo Esposito

    Il sistema bancario italiano, a mio avviso, sta vivendo una situazione paradossale. Il Governo annuncia di esser pronto a ricapitalizzare qualsiasi istituto di credito italiano che ne abbia necessità, sostituendo titoli illiquidi, con titoli di stato. Le banche, nel timore che sia letto come segno di debolezza, non ricorrono a questo strumento. L’effetto? L’effetto è che le banche, pur di coprire buchi che in realtà ci sono, stringono i cordoni delle borse, negando, di fatto, crediti alle imprese e alle famiglie in difficoltà. Lo Stato dovrebbe intervenire direttamente nel capitale, sul modello americano, britannico, belga e olandese. Così le voragini bancarie si ripianeranno, è vero; ma il merito non sarà dello Stato. Ancora una volta a pagare è Pantalone.

  7. FABIO TANTARI

    Il punto è che se si vuole essere mercatisti bisogna lasciare che il mercato nel suo darwinismo economico selezioni le imprese o le banche più efficenti a danno di quelle gestite da manager opportunisti che internalizzano rischi altissimi che poi attraverso sospette cartolarizzazioni vengono riallocati sugli ignari risparmiatori. Se invece il nostro sistema economico non è ancora pronto al mercatismo estremo, ovvero quello senza il paracadute dello stato, non si può optare per salvare 4 banche su 5 perchè è come dare il "contentino" a chi crede nelle spietate leggi del capitalismo, tanto varrebbe salvarle tutte. L’intervento dello stato nell’economia dovrebbe essere indirizzato a salvare e tutelare coloro i quali perdono dal fallimento di qualsiasi banca il posto di lavoro o i risparmi. Continuara a ricapitalizzare istituti di credito che hanno sbagliato è come concedergli di fare profitto fino a quando possibile e salvarle quando non lo è più, le banche e le imprese sono entità che devono perseguire il profitto assumendosi un rischio invece cosi facendo si porta il sistema all’estrema situazione in cui si incentivano operazioni gigantesche senza preoccuparsi dei rischi.

  8. Luigi Zoppoli

    Mercatismo è un termine che trovo orrendo. In ogni caso non può riferirsi al nostro paese. Qui regna il corporativismo e l’oligopolio. Lehmann è stato un errore sin da subito. Non supportarla nei momenti in cui trattava con banche che sarebbero entrate nel capitale, ha comportato anche maggiori esborsi da parte del Tesoro americano. Quanto alle banche italiana, sono del parere che temano l’eccessiva vaghezza dei decreti dalla quale scaturiebbe un grande potere discrezionale della politica. Ma al di là di questo, è possibile che non sia davvero nota la reale situazione patrimoniale delle banche e la conoscenza dettagliata dei loro portafogli titoli? Spero che non avvenga come al solito di correre al soccorso dopo che il disastro è avvenuto.

  9. Tommaso Coco

    Già pochi giorni dopo l’ormai fatidico 15 settembre, giorno in cui si è saputo della richiesta di LBHI di applicazione dell’art. 11, ho pensato che "uno stato di diritto (USA) non può usare due pesi e due misure: l’aver lasciato fallire LB non è stato un errore, una leggerezza ma una inqualificabile azione di pirateria finanziaria con la quale sono stati rapinati Stati, Istituzioni, Banche e risparmiatori di tutto il mondo". In questo modo la più grande potenza economica si è messa al livello dei più sfortunati Paesi del terzo mondo ed ha perso in una sola volta quella fiducia che ora dovrà faticosamente riconquistare.

  10. Maria di falco

    Ma quando si penserà a creare organismi indipendenti di rating? Quando, non dico a livello mondiale, ma perlomeno in Europa si costituirà una società di rating indipendente? Magari all’interno della UE o della Banca europea? Non vogliamo chiamarlo organismo indipendente…chiamiamolo organismo parallelo, ma insomma non si può dimostrare una tale sudditanza culturale nei confronti di un manipolo di imbroglioni coinvolti anch’essi in un micidiale conflitto di interessi (a proposito abbiamo capito qual’è il modello cui si ispira lo pseudo industriale nostrano!) del tutto contrario allo spirito del capitalismo! O perlomeno a quello che ci fanno studiare all’università! Perchè se poi vogliamo chiamare le cose con il loro nome mi sembra che a volte le scelte finanziarie più importanti siano in mano ad un gruppo di "gangster dell’economia"!

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