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L’INIZIO DELLA FINE DEI CONCORSI

La vera novità del decreto 180 è che per la prima volta in Italia una quota significativa delle risorse viene attribuita alle università in funzione della valutazione dei loro risultati. Intanto, nei concorsi per ricercatore sono state eliminate le prove d’esame, un assurdo privo di paralleli internazionali e spesso cavallo di Troia per operazioni poco limpide. E a giudicare saranno solo professori ordinari. Con il Dl si sono fatti passi da gigante verso la fine dei concorsi, anche grazie alla pioggia di critiche che lo ha accompagnato.

Sorprende che con rarissime eccezioni, una è l’articolo di Daniele Checchi su lavoce.info, i commenti al recente decreto 180 sull’università si siano concentrati quasi solo sulle nuove regole relative a questa tornata di concorsi.

NOVITÀ NEI FINANZIAMENTI

Sorprende per due motivi. Innanzitutto, la vera novità contenuta nel decreto legge non sono le norme dei concorsi, che se non altro avranno il merito di far saltare una volta per sempre un sistema che da cinquanta anni tutti criticano. Bensì il fatto che per la prima volta in Italia una quota significativa delle risorse (7 per cento, e nelle Linee guida del ministro Gelmini è scritto che si salirà in tempi ragionevolmente rapidi al 30 per cento) venga attribuita alle università in funzione della valutazione dei loro risultati. Questa è la vera novità. Perché di valutazione tutti parlano volentieri fino a quando non un centesimo dei fondi trasferiti dallo Stato dipende dai risultati, in primis quelli nella ricerca, e si può continuare tranquilli con bilanci basati sulla spesa storica, sul numero degli studenti, magari quelli attratti a frotte inventando corsi fantasiosi o offrendo sconti generosi sul numero di crediti necessari per laurearsi. Non appena si cominceranno a usare le classifiche del Civr, come lavoce.info chiede da mesi, e le università si accorgeranno quanto costa assumere somari, i concorsi non serviranno più.
E poi, se il precedente sistema di concorsi, che ora tutti criticano sostenendo che il Dl non migliora alcunché o addirittura è troppo timido, era così pessimo, perché nei dieci mesi trascorsi dal giorno in cui il ministro Mussi varò questa tornata nessuno ha mai detto niente? Buoni, buoni, zitti, zitti.
Il sistema dei concorsi si è ormai avvitato su se stesso. In cinquant’anni le abbiamo provate tutte: sorteggio puro; elezione seguita da sorteggio; sorteggio seguito da elezione; concorsi nazionali; concorsi locali. Rassegnati o felici a seconda dei casi, è giunto il momento di ripensare come le università italiane scelgono i propri docenti, magari con un po’ di concretezza in più e un po’ di ipocrisia in meno. Non è giocherellando con elezioni triple o doppie che si fanno passi avanti.
Le modifiche introdotte dal Dl 180 vanno prese per quello che sono: un tentativo, strettamente una tantum, di sparigliare giochi già fatti prima ancora che i posti venissero deliberati dalle facoltà e i candidati facessero domanda. Certo, sarebbe stato meglio, e anche più equo, riaprire i bandi, permettere ad altri candidati di partecipare, eliminare l’ignominia delle doppie idoneità. In un paese in cui l’ultima parola l’hanno i Tar è molto probabile che si sarebbe creato un contenzioso infinito.
Lasciar correre come se niente fosse, magari mentre si scriveva l’ennesima riforma illuminata che entrerà in vigore l’an del mai, avrebbe consentito a molti di poter concludere: “Anche questa volta ce l’abbiamo fatta, abbiamo portato a casa 6mila posti. Lascia che progettino nuove regole, tanto alla prossima tornata di concorsi questo ministro non ci sarà più”. È questo che si voleva?
Si dice che qualche candidato eccellente, per il quale era stata accuratamente organizzata una commissione altrettanto eccellente, ora rischia di non passare. Innanzitutto, se è davvero eccellente, forse vincerà ugualmente. E poi, non ribolle il sangue quando, per promuovere un ricercatore eccellente, si deve chiudere gli occhi su cento nefandezze?

NOVITÀ NEI CONCORSI

Il decreto legge ha introdotto due novità importanti, per ora in via sperimentale, che si spera verranno mantenute anche nel nuovo assetto a regime.
Nei concorsi per ricercatore sono state eliminate le prove d’esame, un assurdo privo di paralleli internazionali, e spesso il cavallo di Troia per operazioni poco limpide. D’ora in poi verranno valutati solo i titoli: tesi di dottorato e pubblicazioni, così come si fa nel resto del mondo. Nessuna legge può impedire di fare senatore il proprio cavallo, ma almeno bisognerà mettere nero su bianco (e su internet) che il cavallo medesimo ha scritto opere eccelse.
In tutti i concorsi giudicheranno solo i professori ordinari, non certo per premiare i “baroni”, ma per evitare l’umiliante messa in scena con cui a ogni concorso si doveva andare in cerca di associati o ricercatori disposti a una comparsata che presentava evidenti segni di conflitto d’interesse, visto che nel mondo chiuso dei settori disciplinari, le loro sorti future dipendono proprio dagli stessi ordinari che organizzano i concorsi. Meglio che questi ultimi si prendano le loro responsabilità. Il tentativo di rimettere in discussione la norma è già in atto al Senato: si può solo sperare che il governo non ceda. Notate: non sono gli associati a voler entrare nelle commissioni, sono gli ordinari che li vogliono a tutti i costi.
Se ci sono problemi aritmetici nella soluzione prospettata dal Dl, problemi che sono in ogni caso dovuti all’assurdità di avere 370 settori disciplinari, molti dei quali minuscoli, si potrà porvi rimedio in sede di conversione del decreto. In sostanza occorre prevedere che ove il numero di docenti eleggibili è insufficiente, vi sia un sorteggio puro. Analogamente, sarà opportuno riconsiderare l’estensione delle regole dei concorsi per ricercatori a tempo indeterminato a quelli per ricercatori a tempo determinato per i quali conviene mantenere, almeno in alcune sedi, maggiore autonomia.
“The cumbersome concorso system does not need such tinkering, it needs to be abandoned”scrive un articolo di Nature che in questi giorni fa il giro delle nostre e-mail. Bene: io penso che con questo Dl abbiamo fatto passi da gigante verso la fine dei concorsi, anche grazie alla pioggia di critiche che lo ha accompagnato.

 

La risposta audio di Francesco Giavazzi ai numerosi commenti.

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38 commenti

  1. Gianluca Cubadda

    Mi sembra riduttivo parlare di "problemi aritmetici" nella soluzione prospettata dal DL. Il vero problema è che se nella maggioranza dei settori basta un voto o due per entrare nella lista dei sorteggiabili, si rende inutile qualsiasi strategia di "moral suasion" sui potenziali commissari, come quella che proprio Giavazzi evocava nel suo articolo sul CdS in data 11 c.m. In generale, non comprendo le ragioni di chi ritiene che il merito sarà meglio tutelato da un campione casuale (in verità, trattasi quasi di un censimento) estratto da una popolazione che ha, spesso e ripetutamente, eletto dei commissari che hanno fatto scelte indifendibili. I colleghi che generalmente votano commissari scadenti, si comporteranno in maniera diversa quando siederanno in commissione grazie ad un paio di voti e al sorteggio?

  2. Francesco

    Strana la logica per cui si dice che i tagli indiscriminati non vanno bene perchè non si distinguono i virtusosi e poi, invece, quando si parla di concorsi la distinzione non deve valere. Questo decreto è una mazzata ai dipartimenti di università pubbliche che con fatica avrebbero voluto premiare e assumere i più bravi con gli stipendi da associato e ordinario vigenti in Italia. Si è voluto gettare a mare il bambino con l’acqua sporca. No prof. Giavazzi, non è vero che un candidato eccellente possa vincere anche con una commissione di persone che a mala pena leggono l’inglese (ce ne sono tanti tra gli ordinari italiani che non leggono in inglese). Lei dovrebbe saperlo, o se lo ignora è perchè forse da tempo non ha a che fare con baroni che assomigliano più a dinosauri. Alle università private e di eccellenza cambia poco. Bontà loro, hanno i soldi e vanno sul job market americano. I dipartimenti di università pubbliche virtuosi (e sa benissimo che ce ne sono) adesso dovranno vedersi nominato un associato o un ordinario a sorte. E’ una lotteria. Quale logica?

  3. Stefano Sotgiu

    Gentile Prof. Giavazzi, ritiene utile che l’Università recluti il suo personale anche nel mondo delle professioni e non solo in quello dell’accademia e/o della ricerca? Ciò significherebbe che i titoli maturati nell’esercizio professionale, ai fini delle assunzioni in ruolo, dovrebbero ritenersi equivalenti a quelli di ricerca. A mio parere, in special modo per alcune discipline (es.: economia aziendale, management in ambito economico, ma si potrebbero fare altri esempi) questa equiparazione è del tutto plausibile. Ad oggi lo scambio è semmai troppo spesso unidirezionale, dall’Università alla consulenza e non viceversa. Lo dico da consulente con esperienza d’insegnamento in Master universitari. Mi pare che a livello internazionale le cose stiano diversamente. A mio parere l’interazione fra i due mondi gioverebbe ad entrambi e renderebbe questo segmento del mercato del lavoro più aperto.

  4. Bonifacio

    Non sono un addetto ai lavori e scriverò senz’altro delle banalità, ma si sente la necessità di far arrivare ai posti di potere gente non incline al "magna tu che magno pure io", ma gente che adotta una coscienza sensibile ad una certa moralità (non pretendo la perfezione) messagli a disposizione dalla famiglia e dalla scuola. Coi maneggi perversi effettuati alla luce del sole, non perseguiti, anzi, fino ad ora tollerati se non caldeggiati, non avremo mai una classe dirigente all’altezza della situazione. E’ bene che questo processo di pulizia inizi ora e che abbia lunga vita per far formare fra una decina di anni politici di buon livello. Spiace solo che questi primi vagiti siano stati partoriti ora.

  5. Carlo

    Il decreto n. 180 ha, indubbiamente, dei risvolti positivi, ma ha anche delle "controindicazioni", che mi permetto di elencare. 1. Non riaprire i termini (eliminando anche il tetto al numero di domande, di 5 per anno) significa di fatto lasciare passare proprio i concorsi più "pilotati" (dove, immaginando l’esito predefinito, pochi, se non solo due, hanno fatto domanda). Se si fosse intervenuti in questo senso con decreto legge non penso personalmente che ci sarebbe stato poi molto spazio per ricorsi (che pure ci sarebbero stati). 2. Nel lamentare la numerosità dei concorsi "in corso" è forse il caso di ricordare, in ogni caso, che viene dopo un periodo di blocco di circa tre anni. 3. Il meccanismo dei concorsi da ricercatore, con la previsione di "criteri internazionali" da definre con decreto ministeriale rischia di bloccare l’accesso al ruolo per un periodo non necessariamente molto breve (si prevede "entro un mese", ma va calcolato il fatto che il decreto deve essere convertito e poi si entra nel "semi-blocco" previsto dalla l. 133 pur modificata per attenuarne gli effetti). 4. Quanto all’abolizione dei concorsi, mi sembra davvero che una soluzione paradossale.

  6. Lucas

    1) i 6000 concorsi da dove escono? Dalla G.U. risultano essere 2000. 2) "Analogamente, sarà opportuno riconsiderare l’estensione delle regole dei concorsi per ricercatori a tempo indeterminato a quelli per ricercatori a tempo determinato per i quali conviene mantenere, almeno in alcune sedi, maggiore autonomia"…. Perché? Ha letto i regolamenti dei concorsi per i T.D. delle varie università italiane? Servono regole rigorose anche per quelli.

  7. paolo gianni

    Giavazzi lamenta che nessuno si sia lamentato in passato dei concorsi attuali. Non è vero. Il fatto è che non tutti hanno l’accesso alla carta stampata come lui. Non concordo anche sulle comparsate di commissari non professori ordinari. Sono Associato e sono stato commissario più di una volta. Almeno in una il risultato sarebbe stato certamente diverso in assenza dei due associati (ovviamente non è dimostrabile se sia stato peggio o meglio). Ma mi interessa di più sottolinerare una possibile variante nei concorsi a ricercatore. E’ vero che la prova scritta si poteva prestare a favoritismi nascosti per qualche candidato. Ma nelle materie scientifiche, ove sono normali i lavori con tanti autori, succede anche che le scuole forti possono favorire i propri allievi mettendo abusivamente il loro nome in pubblicazioni cui loro non hanno contribuito. Andrebbe aggiunta una prova di discussione dei titoli, per verificare come il candidato è padrone di . . . quello che ha scritto!

  8. Lucio Lavrans

    Giavazzi canta vittoria. Resta da capire se, lo potrà fare anche anche l’università italiana. Vedo che, in quanto saggio della ministro, qualche dubbio sulle magnifiche sorti progressive dei sorteggi ce l’ha pure lui. Mi pare che abbia ragione, il mensile Campus. Saluti LLavrans

  9. Sagliano Salvatore Antonio

    Se i commenti in questo sito si sono più concentrati sull’aspetto dei concorsi sarà stato perchè l’articolo del vostro collega che ne parlava è quello che forse più di ogni altro peccava di una perdita di obiettività, attirando pertanto più risposte. Con il vostro intervento avete rimediato in maniera ottimale a questo, in quanto davvero completo ed esaustivo, dimostrando anche un ottimo senso del giudizio. Spero che lavoce.info non si politicizzi mai, perchè gran parte degli utenti che vi seguono, me compreso, ammirano – e allo stesso tempo esigono – la stessa obiettività di sempre. Sopprattutto nei giudizi, oltre che nei dati.

  10. a.m.

    Sono pienamente d’accordo con Giavazzi su questo punto. Gli associati ed i ricercatori erano in commissione a far da comparse. Se poi vi era disaccordo fra gli ordinari, i commissari di livello inferiore si trovavano sulla graticola e rischiavano di farsi dei nemici fra coloro che li avrebbero giudicati in futuro.

  11. Paolo Balduzzi

    Evviva la fine delle prove d’esame per gli aspiranti ricercatori: una delle esperienze più umilianti, inattendibili, time-wasting che un giovane con anni di università, studio, tesi di dottorato e magari anche qualche pubblicazione alle spalle si trovava a dover affrontare. Ma perchè le Commissioni restano composte anche da esterni, soprattutto ora che (sembra) maggiori finanziamenti saranno assegnati sulla base del merito (ma finchè non vedo, non credo; non condivido l’ottimismo di Giavazzi)? Mi spiego con un esempio paradossale. L’Università A bandisce, i professori di B e C, estratti a sorte, vautano insieme al membro interno di A i candidati. I CV possono essere anche abbastanza "noisy", nel senso che molti candidati avranno bene o male una tesi di dottorato e qualche working paper su cui essere valutati. Ad A piace un candidato, che però piace anche a B e C. Che interesse hanno B e C di assegnare il candidato buono ad A? In quel modo aumentano la probabilità di A di avere più fondi in futuro! Fossi in B, voterei un candidato cattivo e inviterei il candidato buono a iscriversi al concorso che l’Università B bandirà a breve. Troppo diabolico?

  12. Davide

    Mi auguro di cuore che quanto prospettato sia vero o quantomeno accada. Cito questa frase a me cara in questi tempi:"Never lose the opportunities of a crisis". NYT. La crisi non come ennesima spallata del capitalismo allo stato sociale ma anzi, la crisi come ricerca di modelli migliori e piu’ giusti. A partire dall’universita’ che se non viene cambiata rischia di lasciare il paese intero fuori dall’Europa che conta. Una piccola nota: A Bruxelles quando si parla di economia e di Italia è impossibile non citare la voce.info e le vostre preziose analisi. Grazie per il vostro lavoro.

  13. Piero Nasuelli

    Condivido tutto quanto è stato scritto. Sono un prof. Associato e non scrivo per interessi particolari. Mi chiedo però perché formulare la norma prevista dal 4° comma dell’art.1. Ho fatto un po’ di conti per i settori disciplinari di mia conoscenza ed ho constato che nessuno ha un numero di docenti sufficiente per adempiere alla norma anche integrando con settori affini. Al Ministero hanno forse sbagliato i calcoli? Oppure tutto ciò è stato voluto perché poi nella conversione in legge si possa introdurre regole con un ritorno al passato? Per far tornare i conti si vorranno considerare anche i prof. Associati? Siamo alle solite. Sarebbe stato più facile eliminare le votazioni e procedere direttamente con l’estrazione a sorte dei Commissari tra i prof. Ordinari

  14. Domenico Fanelli

    Il fatto che una quota di almeno il 7% venga destinata agli atenei in base a criteri di merito nella ricerca e nella didattica è sicuramente una buona idea (idea in realtà vecchia e che circola su LaVoce.info e su altri siti come ThEye.it ormai da molto tempo). La novità è tuttavia solo annunciata dato che le specifiche "modalità di ripartizione" non vengono stabilite e la loro definizione verrà fatta con altro decreto dal MIUR entro il 31 Dicembre. Inoltre, nello stesso decreto il Ministero non si vincola a nessun criterio oggettivo per definire queste modalità, ma si vincola unicamente a sentire il parere dei vari comitati nazionali di valutazione. Di fatto quindi, il decreto non dice proprio nulla, perchè sarà il modo in cui verranno definite le stesse modalità di ripartizione a determinare la bontà o meno di questa scelta. Per ciò che riguarda le modalità dei concorsi invece le novità sono reali, peccato però che i concorsi potranno farli solo quella quota di atenei che, non superando il 90% dell’FFO per spese di personale, riusciranno a bandire nuovi concorsi anche se gravati dai tagli ancora previsti in finanziaria e non abrogati dal nuovo decreto legge.

  15. piero vereni

    Ammiro da sempre il lavoro del professor Giavazzi e sono un sostenitore accanito delle sue posizioni. Non capisco perché definisca un "assurdo privo di paralleli internazionali" l’abolizione delle prove per i ricercatori, quando in tutto il mondo anglosassone si viene assunti con una call for application pubblicata sui giornali, poi shortlisted in base ai titoli e infine assunti dopo un colloquio che compie l’ultima selezione, senza alcuna "prova". Certo, bisogna stabilire un criterio sulla qualità della pubblicazioni, ma questo è già previsto nel decreto attuativo. Non è molto meno assurdo questo metodo, che vieta ai commissari di sottoporre i candidati a scene umilianti da interrogazione liceale? Credo che quello della ministra sia un primo passo, ma nella direzione giusta.

  16. Stefano Fachin

    Anch’io, come chi è intervenuto in precedenza, non vedo l’idea del sorteggio come particolarmente vantaggiosa nei molti settori disciplinari più piccoli (saranno un’anomalia da eliminare, ma al momento questa è la situazione con cui fare i conti). A riguardo del reclutamento trovo anche eccessivo basare quello dei ricercatori sul solo curriculum, che soprattutto all’inizio della carriera può cambiare molto in un paio d’anni rendendo difficili i confronti sulla carta tra candidati non coetanei (un candidato più giovane può avere fatto di meno solo perchè tale, ma essere preferibile in prospettiva). Un seminario sulla propria ricerca si usa quasi ovunque nel mondo come strumento di valutazione nel reclutamento.

  17. Francesco

    L’articolo di Daniele Checchi sulla proposta Giavazzi-Gelmini è un ottimo esempio di come ciò che si dovrebbe fare prima di proporre interventi normativi. Anche se solo in via sperimentale e in grave ritardo, ora persino in Italia si chiede che un disegno di legge o una proposta di intervento normativo sia accompagnata da una "valutazione di impatto regolamentare" ex-ante. Ecco, la valutazione di Daniele e’ cio’ che andrebbe fatto prima di avanzare una proposta. Se vogliamo che l’Italia migliori, sarebbe che tutti noi ci attenessimo a questa semplice regola (Giavazzi incluso): fare proposte solo dopo aver valutato al meglio delle nostre conoscenze e delle nostre capacità di ragionamento il suo possibile impatto, la sua capacità di risolvere il problema che abbiamo individuato.

  18. mauro

    Esiste una soluzione semplice per i concorsi: devono essere valutate le pubblicazioni pesate con l’impact factor della rivista. Perchè Il mondo universitaro non si mobilita per una selzione di questo tipo? La risposta è semplice:perchè molte persone sono in coda per avere un posto da ricercatore (facendo da valletta al professore di turno). Costoro sanno che prima o poi arriverà il loro turno (al di la deigli effettivi meriti), ed il nuovo metodo Gelmini non cambia assolutamente i perversi meccanismi dei concorsi. Ormai la selezione accedemica è solo su base economica: se hai soldi per vivere con una misera borsa di studio fino a 30 – 40 anni, zombeggiando per l’università, prima o poi arriverà anche il tuo turno. Il dramma è che ormai è troppo tardi, l’università è gia piena di questi personaggi.

  19. rosario nicoletti

    Ma come si fa a giudicare in assenza di altri elementi tra candidati che presentano lavori in collaborazione, e tale collaborazione riguarda ad esempio 3-5 persone? Non delineo un ipotetico caso, ma esempi che si presentano continuamente in discipline quali Chimica, Fisica, Biologia, Scienze Biomediche etc. Riguardo all’affermazione che prove scritte o d’esame non hanno riscontro altrove, non si capisce a quali paesi si riferisca: se agli USA, dove non esistono i concorsi, in moltissimi casi si invitano i candidati ad una posizione a presentare in un seminario le proprie ricerche.

  20. Giovanni Gellera

    Sono un dottorando che è stato "costretto" a lasciare l’Italia per continuare la propria ricerca. Sono d’accordo con l’articolo, mi sembra che le misure prese vadano nella direzione giusta. Premiare chi lavora meglio, emttendo a disposizione più fondi mi sembra logico. Non vedo in ciò la morte dell’università statale e egalitaria. Riguardo alla nomina delle commissioni, beh, molto peso avrà la mentalità di chi sarà nelle commissioni. Il clientelismo sembra essere una piaga culturale in Italia, punire indirettamente economicamente chi lo applica tagliando i fondi può essere una soluzione.

  21. Nadia

    In merito al dibattito sollevato dall’articolo di Giavazzi, vorrei far presente che i concorsi da professore ordinario sono gia’ ora per soli titoli. Nonostante ciò, tutti coloro che vivono nell’ambiente universitario hanno avuto l’occasione di vedere come candidati ‘meno titolati’ (sia per numero che per valore dei titoli) siano riusciti a scavalcare colleghi con CV molto più robusti. Sinceramente non vedo perché per i ricercatori le cose dovrebbero andare diversamente! Sono comunque d’accordo sull’opportunità di abolire i concorsi e procedere ad altri tipi di selezione. Perché ciò abbia un senso, tuttavia, è necessario accompagnare la selezione di un ricercatore ad un investimento concreto della struttura, alla maniera anglosassone. Se il Dipartimento che ti assume ti deve dare mezzo milione di euro per stabilire un nuovo laboratorio di ricerca, avrà tutto l’interesse a selezione il migliore! Se chi viene assunto deve semplicemente continuare il lavoro del padre (anagrafico o scientifico) non ci sarà mai nessun meccanismo di selezione efficace …

  22. Jimi

    La tecnica del sorteggio, soprattutto dove sarà "puro" perchè la lista degli eletti sarà insuffciente, favorisce: A) le sedi maggiori (in alcuni casi in maniera clamorosa); B) i raggruppamenti maggiori . Cioè esattamente i luoghi del "baronaggio", perchè chi sono i "baroni" se non ordinari di grandi sedi universitarie e di grandi raggruppamenti disciplinari? Aggiungo che sempre il mitico DL prevede concorsi con esiti che, con ogni probabilità, saranno ad dir poco sconcertanti, visto che il lavoro dei candidati potrà essere giudicato da commissioni fatte anche in maggioranza da ordinari che si sono sempre occupati di altre cose, con altri metodi di ricerca etc. etc.). Solo in Italia si poteva arrivare a questo.. Povera Italia, Poveri italiani.

  23. Andrea Ciffolilli

    Speriamo che il passo in avanti non porti a un volo nel vuoto. Ipotizzando che le risorse saranno attribuite sulla base degli esiti della valutazione CIVR, sarà comunque necessario fare i conti con due ordini di problemi: 1) la "hit-list" CIVR fornisce certamemte un’indicazione dei meriti ma è già "vecchia". Dovrebbe diventare un esercizio sistematico e frequente se se ne vuole fare lo strumento di ripartizione dei soldi. 2) se l’attribuzione delle risorse sulla base dei risultati della valutazione non si accompagna al miglioramento della capacità delle università di competere per migliorare la propria posizione, allora serve a poco. La riforma dei concorsi è sufficiente a permettere alle università di competere sul mercato globale delle risorse umane super qualificate? A mio avviso no, le università devono essere libere di poter offrire compensi competitivi alle "star". Se l’ipotesi invece salta e le risorse saranno assegnate in base ad altri criteri di valutazione, meno oggettivi del CIVR, allora il salto sarà davvero nel vuoto.

  24. Alberto Rotondi

    Suggerisco nuove regole per i concorsi, semplici, decisive e a costo zero. Scenario I: 1)Divieto assoluto a partecipare a concorsi per ricercatore e full professor nella stessa università di appartenenza; 2) Riservare una quota parte dei concorsi, con un fondo nazionale a esurimento, rinnovato ogni anno, esclusivamente a studiosi stranieri di nazionalità non italiana, disposti a trasferirsi in Italia. I concorsi possono essere per cooptazione e senza esame; i finanziamenti alle università devono essere selettivi e per meriti scientifici, non solo didattici. Scenario II: Come lo scenario 1, con l’aggiunta di concorsi locali: 1 bis) Sono possibili concorsi locali per ricercatori e full professor, per una ristretta quota, con commissari tutti non locali, con rigide regole di ingresso: indice h, indice h ponderato, topcites, numero delle pubblicazioni, referenze, impact factor pari al valore medio del settore + una deviazione standard (questo per i settori tecnico scientifici è possibile). In questo caso le prove sono, dopo l’ingresso, per titoli ed esami. Scommettiamo che nessuno prenderà in considerazione queste regole. Che in alcuni paesi esteri sono la norma?

  25. Francesco Di Quarto

    Non condivido l’entusiasmo del collega Giavazzi per il decreto Gelmini sia per quanto riguarda la valutazione delle Università sia per quanto attiene il reclutamento. Cercherò di chiarire il dissenso sui due punti. Una valutazione seria deve avvenire per settori omogenei e non sull’Università in quanto tale, anche tenuto conto che esistono Università generaliste e Politecnici concentrati su un numero limitato di settori. Se facciamo riferimento al RAE inglese questa valutazione avviene per dipartimenti omogenei e non per Università. Non sarebbe male che all’interno del confronto fra dipartimenti si avviassero anche confronti fra i diversi SSD presenti nei diversi dipartimenti. Tali valutazioni potrebbero essere usate per distribuire la quota parte del FFO per la ricerca evitando l’obbrobrio dei PRIN. Per quanto riguarda i concorsi e i connessi fenomeni di nepotismo e/o inbreeding scientifico basterebbe bandire i posti di ricercatore in un concorso unico nazionale su larghi SSD sorteggiando i commissari. Questi ultimi si limiterebbero a stilare un graduatoria di idonei i quali sceglierebbero, secondo graduatoria, le università dove svolgere la attività didattica e di ricerca.

  26. cristina

    "una quota significativa delle risorse viene attribuita alle università in funzione della valutazione dei loro risultati": è per questo motivo che oggi ho ricevuto il bollettino per il pagamento della seconda rata per studenti in corso dell’anno accademico 2008/2009, mentre gli altri anni la seconda rata si pagava a marzo/aprile dell’anno sucessivo all’iscrizione. Il 31 dicembre si chiude il bilancio e il risultato deve essere più che positivo per la" valutazione" di cui sopra. Sono fermamente d’accordo per i finanziamenti alla scuola e alla ricerca, ma ancora una volta sono penalizzate le famiglie.

  27. Gerardo Corvino

    Condivido l’articolo del prof Giavazzi. Bisognerebbe, secondo me, estendere tale normativa a tutti i settori della P.A. Non solo nei concorsi per ricercatore andrebbero eliminate le prove di esame spesso truccate e poco trasparenti, ma ovunque in qualsiasi concorso. A mio avviso, andrebbero valutati solo i titoli e il voto conseguito onde evitare situazioni spiacevoli che ci portiamo dietro da tanti anni. In questo modo tutti si impegnerebbero di più, aumenterebbe la concorrenza virtuosa, stimolante tra gli studenti nel conseguire un determinato voto, il livello di istruzione effettiva nel nostro Paese, che è molto basso e la scuola o l’Università non diventerebbe solo un ‘area di sosta dove trascorrere il tempo libero. Un altro elemento non trascurabile è rendere più efficienti e serie le scuole private, che elargiscono diplomi o qualifiche molto facilmente e con risultati elevati che non sempre rispecchiano l’effettiva preparazione degli studenti che ivi si iscrivono e in un concorso (solo per titoli) andrebbero a minare il merito e la qualità della pubblica amministrazione. P.S Laureato in Scienze dell’amministrazione all’Università degli studi di Salerno.

  28. eppeB

    Un saluto a tutti gli amici terrestri. Scrivo da Marte, dove sto terminando il mio Ph. D in Esoantropologia Terrestre, specializzazione Italia. Noto con soddisfazione che qualunque ordinario potrà partecipare alle commissioni, senza alcuna verifica in merito alla sua produzione scientifica. Sul mio pianeta mi chiedono chi ha condotto l’accademia italiana (che noi marziani tenevamo in grande stima), allo stato attuale – evidentemente non gli ordinari stessi, visto il compiacimento con cui è accolta la notizia. Ora ci chiediamo dove sta il marcio: su Marte pensavamo che comandassero gli ordinari. Con i nostri nuovi potentissimi telescopi abbiamo infatti visto strani personaggi gongolare, ma le immagini non erano chiare. Potreste aiutarmi a capire, grazie. Ciao amici della voce.info!

  29. Giuseppe Esposito

    Per tentare di scompaginare il carosello di accordi sulla spartizione dei posti, c’è voluto coraggio. Per farlo attraverso un strumento discutibile, ma di applicazione immediata come il sorteggio, c’è voluto pragmatismo. A Giavazzi vadano sostegno per il primo e apprezzamento per il secondo. Poiché il diavolo si annida sempre "in the details", solleverei però qualche bandierina. Attenzione alle modalità di sorteggio. Si racconta che, nelle commissioni di conferma, dall’urna siano scaturiti risultati a dir poco sorprendenti. Attenzione a che ci sia un minimo di sequenzialità nelle procedure, perché se i sorteggi si dovessero fare tutti insieme, tre secondi dopo comincerebbe la sarabanda delle telefonate per prendere accordi incrociati. Attenzione, infine, ai criteri per la valutazione dei titoli. Può andar bene valutare, insieme alle pubblicazioni, la tesi di dottorato, ancorché essa non sia, a rigore, una pubblicazione. Ma ben altro discorso sarebbe riservarle un peso eccessivo, diciamo oltre il 10% del punteggio totale. La differenza la devono fare i lavori con revisori indipendenti.

  30. Luca

    Io credo necessario pensare ad meccanismo di reclutamento/avanzamento di carriera basato su due principi: indice di merito e peer review internazionale. L’indice di merito dovrebbe tener conto non solo di parametri bibliometrici (numero di pubblicazioni ISI, numero di citazioni, impact factor delle riviste) ma anche della capacità di partecipazione o gestione di progetti di ricerca europei e altri parametri legati alla visibilità internazionale (invited paper, etc). Il soli parametri bibliometrici, infatti, sono facilmente alterabili. Ad esempio, il numero di pubblicazioni del singolo ricercatore collocato in un gruppo di ricerca grande è facilmente drogabile attraverso pubblicazioni multiple che potrebbero anche essere organizzate in amicizia tra più gruppi di ricerca. L’impact factor stesso è altamente drogabile dagli editor. Quindi: graduatorie nazionali per ogni settore scientifico disciplinare basate sull’indice di merito e valutazione ogni due anni in modalità peer review da parte di una commissione internazionale che escluda totalmente delegati italiani.

  31. Enrico Rettore

    Dato che, come è noto, al diavolo piace molto nascondersi nei dettagli, io sarei per sospendere il giudizio fino a quando gli intenti del Ministro, condivisibili, si tradurranno in atti concreti. A titolo di esempio dei problemi che possono sorgere nella traduzione degli intenti in atti, propongo il caso di un grande ateneo del nord. Recentemente il suo Senato Accademico ha deciso di distribuire tra le facoltà le risorse per la docenza tenendo conto anche della valutazione CIVR. Dato che tale valutazione si riferisce alle aree scientifiche, sorge il problema di come attribuire il punteggio ottenuto dall’area X alle facoltà che hanno docenti in tale area. Semplificando un po’, ci sono due soluzioni: Soluzione A, si distribuisce il punteggio dell’area in proporzione al numero di docenti della facoltà che hanno contribuito ad ottenerlo. Soluzione B, si distribuisce il punteggio dell’area in proporzione al numero di docenti della facoltà afferenti all’area stessa. Chi indovina la soluzione scelta dal Senato vince un buono valido per un punto budget docenza.

  32. margherita

    Ottimo, niente concorso. Chi aveva criteri poco trasparenti di reclutamento riuscirà ad aggirare le nuove regole, chi cercava di selezionare correttamente continuerà a farlo. Occorre una piena responsabilità per chi decide di reclutare un ricercatore (o associato o ordinario). Curriculum, da cui emerga la capacità didattica ed organizzativa (che comunque ha valore nell’attuale sistema universitario), pubblicazioni, anche se per i giovani ricercatori non potranno, salvo rari casi geniali, essere molto più che una o due insieme a qualche working paper, e un bel seminario sul proprio miglior lavoro. Questa la base per farsi valutare. Chi valuta? In teoria chi deve lavorare col candidato: occorre creare un meccanismo tale per cui chi sceglie risponde della scelta fatta. Se l’università (il dipartimento) chiama troppe persone, pubblica troppo poco, insegna troppo male, i vincoli di budget e gli obiettivi nel campo della ricerca e della didattica non sono rispettati, si blocca per un certo tempo la possibilità di reclutare e si sanziona in termini di fondi.

  33. Vincenzo Antonuccio-Delogu

    A mio modesto parere, il decreto 180 non favorirà la carriera dei migliori ricercatori. Per una ragione semplicissima (che ripeto da anni, in luoghi diversi): non costringe NESSUN ENTE (Universita’/Dipartimento/Laboratorio) a cercare ed assumere i migliori sul mercato. Ogni Università italiana ha punte di eccellenza che convivono con molti mediocri. Piu’ logico sarebbe stato agganciare il finanziamento dei Dipartimenti ad una loro valutazione periodica (triennale, per esempio): allora si’ che questi ultimi si darebbero da fare per attirare i migliri ricercatori. Basterebbe inaugurare questo semplice meccanismo per costringere i Dipartimenti ad essere competitivi. Il "meccanismo concorsuale" è solo uno specchietto per le allodole, un falso problema: occorre lavorare alla fonte, per obbligare i "comportamenti virtuosi". Non sono proposte originali: e’ semplicemente quello che gia’ succede in molti Paesi europei.

  34. Claudio Lupi

    1.Nella proposta di formazione delle commissioni tramite sorteggio esiste una contraddizione in termini: avere come obiettivo quello di scardinare un sistema nominando commissioni che, con elevata probabilità, sono specchio fedele di quanto il sistema ha prodotto finora. 2.In presenza di incentivi economici e in assenza di vincoli di mandato e di responsabilizzazione diretta dei commissari, commissioni esterne possono addirittura avere incentivi a selezionare candidati di bassa qualità. 3.La ricerca scientifica è sempre più specialistica. Una università che ha interesse ad assumere un bravo ricercatore da inserire nei propri programmi di ricerca non può accettare che chi giudica sia estratto casualmente, anche tra persone che non posseggono necessariamente tutti i requisiti di specializzazione e aggiornamento professionale necessari a giudicare in maniera corretta il valore dei candidati. Perché allora, volendo salvare il meccanismo del sorteggio, non pensare ad un sistema nel quale il pool dal quale si sorteggia sia selezionato esclusivamente sulla base di stretti criteri di produzione scientifica recente e altamente qualificata secondo parametri di valutazione internazionali?

  35. Luca Neri

    Caro Giavazzi non crede che l’estrazione della commissione giudicante di fatto impedisca che le universita’ si scelgano professori conformi ai loro piani strategici? Come possono commissari estratti a caso internalizzare i costi e i benefici della loro scelta? Non crede che la vera strada sia finalmente l’abolizione dei concorsi e la creazione di un sistema premiante finalmente coerente con gli obiettivi dell’universita’. Come ho scritto qui (http://innovatorieuropeistlouis.wordpress.com/2008/04/27/universita-e-ricerca-in-italia/) sarebbe suffciente, devolvere al PRIN (che sono i fondi assegnati per ricerche di interesse nazionali) il 50% dei fondi complessivi. Questi fondi dovrebbero essere affidati a singoli ricercatori e non direttamente alle universita’. Una parte di questi fondi dovrebbe essere devoluta alle universita’ in cui il ricercatore svolge la sua attivita’ (tipo spese di hosting). I ricercatori poi potrebero spostare questi fondi da una universita’ all’altra se non soddisfatti del loro rapporto con l’ente ospitante.

  36. armando plaia

    L’abolizione della prova scritta in alcuni settori disciplinari è un bene. Nel mio (diritto privato) certamente lo è. Non posso valutare un ricercatore su un temino, come sin ora è accaduto. Per poi dire: peccato, buoni titoli, ma non ha azzeccato il tema. Singolare invece l’abolizione nella mia università dello scritto per l’accesso al dottorato. La gran parte dei candidati non ha alcun titolo se non il voto di laurea.

  37. Michele Costabile

    Chi ha operato con le amministrazioni governative italiane non puo’ che apprezzare lo sforzo fatto da Francesco Giavazzi e dagli altri advisor della Gelmini per iniettare del cortisone e ridurre la purulenza del "sistema" universitario. Eviterei pero’ di continuare con il cortisone E quindi un preghiera a Giavazzi & co. affinche’ dopo circa 20 anni dalla prima – e ultima – vera riforma (Ruberti) si realizzi in tempi brevi uno snello sistema di valutazione delle performance (magari ben bilanciato) per attribuire non il 7…….ma il 77% dei fondi. Per fare in modo che: a) i concorsi diventino sostanzialmente inutili (teniamoli pure, tanto non servono, e’ facciamo in modo che si diano idoneita’ a tutti – o quasi – in automatico per poi essere chiamati "direttamente" dai singoli Atenei) b) le università, in piena concorrenza, si differenzino senza pretendere che vi sia un sistema "omogeneo" (peraltro governato centralmente) Perche’ mai Aosta ed Enna dovrebbero reclutare top scholar internazionali se il loro legittimo obiettivo e’ formare giovani operatori da call center o ingegneri di campo per assistenza nei porti turistici (che pure un titolo triennale devono averlo)?

  38. Angelo Peccerillo, Università di Perugia

    Esiste ampio consenso sul fatto che una quota significativa dei finanziamenti alle Università debba essere data sulla base della produttività scientifica. I problemi nascono su come questa vada valutata. Riporto la mia opinione, ammesso che possa essere di interesse: 1 – Non esiste un sistema di valutazione privo di difetti e valido per sempre. La ricerca della perfezione è inutile se non strumentale 2 – Nella temperie economica attuale mi pare utopistico pensare a un sistema di peer review nella valutazione delle università e dei dipartimenti. Per tale esercizio sono necessarie risorse che al momento non sono disponibili nemmeno per il “metabolismo di base” della ricerca in Italia. 3 – Un sistema di valutazione efficace e di utilizzo immediato può essere basato solo su criteri freddi che, pur con molti difetti, consentono di discriminare almeno chi lavora molto e bene da chi lavora poco o niente e male. Tali criteri sono, almeno per i settori scientifici, il numero di lavori su riviste ISI, libri con editori qualificati, e soprattutto parametri legati al numero di citazioni (H-index, m-index etc.) che forniscono una buona indicazione sull’impatto sulla comunità scientifica.

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