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NEL FUTURO DELLE BANCHE UN RITORNO AL PASSATO

Solo un intervento concertato dei paesi dell’Unione Europea ha salvato dal collasso il sistema bancario europeo, messo in difficoltà da capitalizzazioni non sempre adeguate. La situazione è diversa da paese a paese, ma nel prossimo futuro il settore finanziario si dovrà progressivamente ritirare entro i confini del sistema bancario in senso stretto. E anche in questo ambito si tornerà alle attività tradizionali della raccolta di depositi, protetti da garanzie pubbliche, e dei prestiti al settore reale: imprese, famiglie. La situazione dell’Italia.

Il sistema bancario europeo si è salvato dal collasso solo grazie a un intervento concertato degli Stati membri dell’Unione Europea, deciso in un summit urgente dell’Eurogruppo, con la partecipazione del Regno Unito. 

TENDENZA ALLA CONCENTRAZIONE

Uno degli aspetti chiave dell’evoluzione del mercato bancario europeo dopo l’introduzione dell’euro è stata la tendenza alla concentrazione. Nella maggior parte degli Stati membri, le cinque banche principali rappresentano oggi la quota preponderante delle attività, e questi campioni nazionali si sono evoluti in grandi gruppi bancari integrati su scala internazionale. Paradossalmente, si tratta di gruppi che sono “troppo grandi per fallire”, ma anche “troppo grandi per essere salvati” da un qualunque singolo governo nazionale.
In ogni caso, se la capitalizzazione di tutti questi istituti fosse stata adeguata, la loro crescita internazionale non avrebbe di per sé contribuito alla crisi attuale. Ma grazie alle condizioni monetarie e finanziarie favorevoli del primo decennio di vita dell’euro, i regolatori nazionali hanno consentito ai grandi gruppi bancari europei di aumentare eccessivamente la leva finanziaria. Ciò ha messo in difficoltà le banche europee proprio nel momento in cui le condizioni finanziarie generali si sono improvvisamente deteriorate. 

CAPITALIZZAZIONI PAESE PER PAESE

La situazione è tuttavia molto diversa da paese a paese. La tavola 1 mostra come le attività delle prime cinque banche inglesi rappresentino più di tre volte il Pil del Regno Unito, mentre quelle delle prime cinque italiane sono “solo” 1,3 volte il Pil del paese. Questo spiega perché il governo inglese abbia insistito affinché gli altri Stati membri adottassero politiche simili alle proprie per la salvaguardia delle banche. Anche il grado di esposizione immediata delle banche alle turbolenze dei mercati, che si può approssimare con l’inverso del capitalization ratio, il rapporto tra capitale proprio e attività totali, cambia considerevolmente tra paesi. In Germania, le banche sono poco capitalizzate rispetto al resto d’Europa, con solo 2,5 euro di capitale per ogni 100 euro di attivo. La capitalizzazione delle principali banche italiane è circa il triplo: 7,4 euro per 100 di attivo.

Tavola 1 Prime cinque banche per Stato membro

Stato Attivi / PIL (%) Prestiti / Attivi (%) Own Equity / Attivi (%)
Francia 293 29 3.5
Germania 165 23 2.6
Italia 131 61 7.4
Regno Unito 313 44 3.9

Fonte: calcoli propri sulla base di dati Bankscope.

Ma le differenze vanno oltre: la deregulation degli ultimi decenni ha prodotto ovunque una espansione delle attività bancarie e para-bancarie, anche se non dovunque con la stessa intensità.
Il grafico 1 mostra come negli anni Settanta-Ottanta il comparto dell’intermediazione finanziaria costituisse una piccola parte dell’economia, tra il 4 e il 5 per cento anche negli Stati Uniti. Quello che si osserva in seguito è una divaricazione: la quota dell’intermediazione finanziaria sul Pil raddoppia fino a raggiunger quasi il 9 per cento negli Usa, mentre è stazionaria in Italia e Germania, dove rimane sempre tra il 4-5 per cento del Pil.

L’intermediazione finanziaria ha potuto crescere così tanto per via della deregolamentazione, che tra l’altro ha consentito ad attori non bancari di svolgere funzioni tipicamente bancarie, spesso senza dover sopportare gli stessi vincoli regolatori. Al tempo stesso, le banche si sono dedicate ad attività diverse dal passato: la colonna 2 della tavola 1 mostra come le grandi banche francesi e tedesche abbiano destinato ai prestiti una quota minore dell’attivo, mentre in Italia la quota restava attorno al 60 per cento.
Naturalmente, non tutta la “nuova finanza” è da rigettare: ad esempio, l’Italia è rimasta indietro nel venture capital, con una raccolta di circa 2 miliardi nel 2004-06, rispetto ai 3 della Spagna, ai 5 della Francia ed ai 18 del Regno Unito (di cui nulla per la fase di start-up: si veda la tavola 2).

Flussi di investimento di Private Equity (2004-2006)

Fonte: European Private Equity & Venture Capital Association

Il sistema para-bancario è finalmente emerso in questa crisi, e ha mostrato la sua rilevanza ‘quantitativa’. Ma gli eventi dell’ultimo anno mostrano che è molto fragile e che i governi sono molto meno disposti a salvarlo rispetto alle banche. Il caso di Aig negli Stati Uniti è forse l’eccezione. Ma anche in quel caso il governo Usa ha sì evitato l’insolvenza, decidendo però di “collocare a riposo” l’impresa.
Nel prossimo futuro, il settore finanziario si dovrà progressivamente ritirare entro i confini del sistema bancario in senso stretto. E nell’ambito del sistema bancario si tornerà alle attività tradizionali: raccolta di depositi, protetti da garanzie pubbliche, e prestiti al settore reale, ovvero imprese e famiglie. Il settore finanziario si contrarrà in alcuni paesi europei, come il Regno Unito e forse l’Irlanda, ma molto meno in altri, Italia inclusa.

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E’ TEMPO DI RIAVVIARE L’INTERBANCARIO

  1. Vincenzo Longo

    Sono sostanzialmente d’accordo con gli Autori. Credo che si debba tornare alla "vecchia" e cara intermediazione creditizia. D’altronde le banche sono nate per fare ciò. Con la securitization e, più in generale, con l’innovazione finanziaria "spregiudicata", la banca è diventata un "commerciante di debiti", ruolo che si è dimostrato deleterio in downturn economico. Insomma torniamo in banca a depositare i nostri risparmi e a chiedere soldi per finanziare i nostri consumi.

  2. Massimo GIANNINI

    In effetti in passato si parlava di disintermediazione del sistema bancario ovvero la movimentazione di fondi dai depositi bancari verso strumenti di mercato monetario e finanziario con rendimenti nettamente più alti. Si é constatato che questa disintermediazione é avvenuta con scarsa considerazione dei rischi (operativi, di controparte, di mercato, di credito, etc.) associati a tali rendimenti. La disintermediazione ha comportato un inefficiente allocazione delle risorse se non altro al margine laddove il rischio marginale era ben superiore al rendimento marginale dell’operazione. Questo deve non solo interrogarci sul modello di business e di risk managament ma anche sui veri confini del sistema bancario. Due sono ad esempio i problemi e ostacolo al ritorno, che ritengo desiderabile, al passato: l’internazionalizzazione del sistema ovvero la crescita dei volume d’affari all’estero (es. Germania) e l’evoluzione verso la bancassurance. Sarebbe interessante nel processo di deleveraging seguire in modo trasparente la struttura dei bilanci delle banche e vedere all’attivo il peso dei differenti tipi di credito e al passivo il ritorno o meno alla raccolta depositi.

  3. Manuela T.

    Perché parlare di un ritorno al passato? La verità è che molto ancora c’è da fare per perfezionare un sistema creditizio e finanziario che si è configurato incrementalmente nei secoli. Non un ritorno al passato quindi ma un altro passo avanti. Quale direzione prendere in Europa? inutile dibattere su livello ottimo di regolamentazione, scardiniamo intanto quei meccanismi di moral hazard che hanno determinato comportamenti imprudenti e leveraging artificioso. Il sistema è too big to fail (le famiglie no?) ma deve pur scontare nei propri incentivi una sanzione per i propri errori.

  4. stefano monni

    Non posso che essere d’accordo con l’articolo. Sempre in queste colonne ho avuto modo di rappresentare il mio pensiero al riguardo. Ho infatti sostenuto che la causa di tale grave crisi economico-finanziaria sia da addebitare al forte processo di deregulation ed ai nuovi modelli di business adottati dalle banche di tutto il mondo. Questi ultimi in particolare hanno portato le banche ad essere fortemente esposte alla crisi di queti ultimi mesi. Come ho in precedenza sostenuto ritengo fondamentale il ritorno delle banche al loro tradizionale business rappresentato dall’attività di intermediazione.

  5. andrea camanzi

    La ricetta del ritorno al tradizionale perimetro della attività creditizia delle banche non mi convince. a maggior ragione in una prospettiva di recessione prolungata della economia. nel passato la disintermediazione bancaria non è stata un lusso, ma una necessità per gestire meglio il rischio dei nuovi investimenti dei settori industriali innovativi e la nascita di nuovi mercati con conseguente crescita della economia internazionale. Si deve andare avanti, ma facendo meglio: serve una nuova regolazione e nuova governance dei mercati finanziari e non un ritorno indietro.

  6. Michele Giardino

    Troppo grandi per fallire. Troppo grandi per essere salvati. Non lo saranno anche per essere efficacemente controllati? A che punto la crescita dimensionale diventa ipertrofia, rende l’informazione asimmetrica a danno degli Organi pubblici di vigilanza e genera situazioni quali quelle ora conclamate di cui godevano Fanny e Freddie in USA? Ma la spinta a crescere senza limiti non è venuta per decenni anche da direzioni apparentemente insospettabili? E non è stata ugualmente forte la sollecitazione a diversificare rivolta a banche di grande tradizione ed esperienza, derise e condizionate sino al suicidio professionale? E la disintermediazione bancaria non è forse stata indicata da tanti come lo strumento per trasformare i mercati in vaste pianure aperte a tutti gli operatori, divenuti agili strumenti di progresso? Non di ritorno al passato si tratta perciò, ma di recupero di quella che la gente di banca chiamava "professione", un lavoro difficile e rischioso per il quale nutriva e pretendeva rispetto, lasciando ad altri altre forme di intermediazione, giustamente designate come "non bancarie" nella teoria e nella normativa. E che tali erano veramente, come si vede bene ora.

  7. Roberto Marsicano

    In Italia anche il concetto di banca universale ha le sue colpe, anzi è stato introdotto proprio per mascherare i debiti a breve delle imprese (non assistiti da garanzie reali) con quelli a medio-lungo termine, di solito stipulati con istituti specializzati e in gran parte per godere delle agevolazioni. Con la fusione dei mediocrediti con le banche ordinarie le garanzie reali finivano per “garantire”, almeno formalmente le banche troppo esposte con alcuni grandi soggetti.
    Bisogna tornare rapidamente alla legge del 36 e separare l’attività ordinaria da quella a medio termine e da quella di puro rischio (private equity e venture capital).

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