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IL RICHIAMO DELLA FINANZA

Già nel 2000 chi lavorava nella finanza guadagnava il 60 per cento in più rispetto agli altri. E negli ultimi trenta anni è stata proprio la possibilità di compensi altissimi ad attirare verso questo settore un numero sempre più alto dei più brillanti fra i giovani laureati. Ora la crisi ha messo in evidenza che tutta questa intelligenza non è stata utilizzata in maniera molto produttiva. Speriamo almeno che una situazione così difficile incoraggi i giovani a dedicarsi a campi nei quali il loro talento potrebbe essere più utile alla società.

Il salvataggio d’emergenza del settore finanziario ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sugli incredibili stipendi percepiti dai manager delle banche, oltre che sui sistemi di remunerazione di tutti coloro che lavorano nella finanza. Nicholas Kristof, sul New York Times, ha rivelato che il presidente di Lehman Brothers, una delle prime banche a fallire in settembre, aveva guadagnato 45 milioni di dollari nel 2007 e tra il 1993 e il 2007 aveva portato a casa mezzo miliardo di dollari.

TETTI AGLI STIPENDI O TASSE?

E non è un’eccezione: un’indagine condotta da Thomas Pinketty e Emmanuel Saez ha dimostrato che la quota di reddito dell’1 per cento più ricco della popolazione americana è costantemente aumentata dall’inizio degli anni Ottanta. Ma anche rispetto agli altri ricchi, i golden boy della finanza hanno visto lievitare smisuratamente i loro redditi. Da un recente studio di Thomas Philippon e Ariell Reshef si apprende che nel 1980, a parità di competenza, un addetto al settore finanziario guadagnava quanto quello di qualsiasi altro settore. (1)

È a partire dagli anni Ottanta che la forbice si è allargata e ha continuato ad allargarsi. Nel 2000 chi lavorava nella finanza guadagnava già il 60 per cento in più rispetto agli altri settori. La differenza viene solo parzialmente spiegata in virtù di competenze altamente qualificate o di rischi di disoccupazione assai più pronunciati. Solo parzialmente, appunto. Tenendo conto di questi due fattori, gli autori dello studio pensano che sarebbe stato giustificato un 40 per cento in più. L’ultima volta che si era registrata una così sensibile differenza di emolumenti era il 1929.
Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che, in un’ora, guadagnavano 17mila dollari. Ciononostante non è stato imposto alcun tetto ai redditi dei dirigenti delle banche che ora vendono le azioni privilegiate ai fondi creati dal governo. Si è solo posto qualche limite ai loro “paracaduti d’oro”. Tanto, commentava giustamente Thomas Piketty la settimana scorsa sulle pagine di Libération, è facile aggirare i limiti agli stipendi. Sarebbe stato meglio tassare i redditi alti, come aveva fatto l’amministrazione Roosevelt.

UNA SIRENA PER GIOVANI DI TALENTO

Dal punto di vista morale, sarebbe ovviamente auspicabile pagare (molto) meno i banchieri o imporgli tassazioni (molto) più elevate. Ma, dal punto di vista economico sarebbe forse un danno in termini di efficienza, come suggeriscono alcuni economisti? Esiste il rischio di scoraggiare i giovani, quelli più dotati e qualificati, dal tentare innovazioni finanziarie? Probabilmente. Ma sarebbe un bene. Perché i migliori laureati sono ancora attratti da una carriera nel mondo della finanza, e più di quanto non pensino Philippon e Reshef.
L’indagine Harvard and Beyond, studio diretto da Clauda Goldin e Larry Katz e promosso da vari dipartimenti dell’università di Harvard, ha dimostrato che nel 2006 quelli che lavoravano nella finanza guadagnavano tre volte di più (195 per cento) degli altri; una cifra attendibile, ottenuta dopo aver controllato per voti ottenuti negli anni di college, risultati dei test d’ingresso, scelte di indirizzo, anno di conseguimento della laurea. (2) I giovani talenti sono enormemente tentati di lavorare nel settore finanziario: dall’indagine è risultato che lavora nella finanza il 15 per cento dei laureati maschi a Harvard negli anni tra il 1988 e il 1992, contro al 5 per cento nel periodo 1969-1972. In altri termini, la massiccia deregulation del settore finanziario, iniziata negli anni Ottanta, nonché l’opportunità di guadagnare moltissimo , sono state accompagnate da una crescita nel numero e nelle competenze di chi lavora in questo settore. E, sempre secondo Philippon e Reshef, anche in questo caso bisogna risalire al 1929 per constatare un divario simile tra la preparazione media degli operatori della finanza e coloro che lavorano negli altri settori. La crescente complessità dei prodotti finanziari degli ultimi trenta anni ha reso interessante il settore finanziario per qualsiasi laureato, preparato e intelligente.
Ciò che, tuttavia, questa crisi ha drammaticamente evidenziato è come tutta questa intelligenza non sia stata sfruttata in maniera molto produttiva. Certo, il settore finanziario è necessario quale intermediario tra imprenditori e investitori. Ma sembra ormai essersi configurato in maniera autonoma e non appare più il nesso con le necessità di finanziamento dell’economia reale. Secondo Thomas Philippon, il settore finanziario, che rappresenta negli Stati Uniti l’8 per cento del Pil del 2006, è probabilmente sovradimensionato di circa il 2 per cento rispetto a quel che richiederebbe quell’attività di intermediazione. (3) Peggio ancora, la crisi dei subprime è parzialmente legata al fatto che le richieste dei mercati finanziari (la domanda insaziabile delle banche di mortgage backed securities) hanno condotto a richieste eccessive di prestiti, nonché alla bolla immobiliare.
Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati. Speriamo solo che dopo il salvataggio di Wall Street e delle piazze europee, non continuino a considerare la finanza la scelta migliore.

 

(1) Thomas Philippon and Ariell Reshef, “Skill Biased Financial Development: Education, Wages and Occupations in the U.S. Finance Sector”, NYU Stern Business School mimeograph, settembre 2007.
(2) Claudia Goldin e Lawrence Katz “Transitions: Career and Family Life Cycles of the Educational Elite” American Economic Review (2008) 98:2 pp 263-269.
(3) Thomas Philippon “Why Has the U.S. Financial Sector Grown so Much?” mimeo, NYU Stern.

(traduzione dal francese di Daniela Crocco. Il testo integrale in inglese su www.VoxEu.org)

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  1. Andrea Lucchesi

    Non conosco direttamente il mondo della finanza statunitense, mentre ho avuto una certa familiarità con quello londinese per diversi anni. Non ho mai incontrato giovani – o anche meno giovani – geniali tra le file dei dipendenti delle investment banks, piuttosto persone preparate, avide o rese tali dalla possibilità di ottenere redditi personali spesso multipli di quelli dei loro coetanei, e con un bassissimo livello di business ethics.
    Ciò che mi ha sempre colpito, tuttavia, è la convinzione di questi soggetti di essere di gran lunga superiori alla media e di meritare remunerazioni così elevate. Nessuno di loro ammetterebbe mai di essersi semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto, e di essere stato preferito ad altri solo per una concatenazione di cause fortuite.

  2. Salvatore

    E chi dovrebbe attirare i giovani, l’industria italiana? Non mi pare che le retribuzioni dell’industria italiana siano particolarmente interessanti, soprattutto se confrontate con quelle degli altri paesi europei. Ma se le retribuzioni nell’industria sono scadenti (se non per gli amministratori delegati, che pero’ normalmente sono molto economisti e ben poco industriali), perché mai i laureati dovrebbero ricollocarsi, e/o buttarsi a studiare ingegneria, fisica, etc.? Ovvero, perché mai dopo la laurea dovrebbero restare in Italia quando altri offrono loro opportunità migliori?

  3. evilla

    Si tenga conto che, oltre al rischio di perdita del lavoro (nelle merchant bank inglesi o americane è la regola, quando i mercati sono poco ricettivi), gli alti stipendi trovano qualche ragione nella vita impossibile per chi si dedica a questo lavoro. Soprattutto nei comparti del mercato primario e dell’ M&A non ci sono orari, nè feste nè notti, quando si deve chiudere o affrettare le fasi finali di un deal. Sacrifici che sono compensati dai "bonus", ovvero extrastipendi concessi in proporzione alla redditività degli affari realizzati. Ma qui sta il punto: quanto l’intermediario finanziario lavora nell’interesse del risparmio e quanto invece lavora per il proprio ego? In Italia, alla fine degli anni ’90 le ripetute operazioni di collocamento sui mercati di azioni delle Società della c.d."new economy" ne costituiscono un esempio, per chi ha memoria, nemmeno troppo lunga del fenomeno. Insomma: i generosi bonus, o meglio la sproporzione tra stipendio fisso e stipendio variabile, sono nemici della professionalità e spesso incentivano comportamenti poco corretti. Purtroppo anche gli ultimi modelli contrattuali dei lavoratori bancari, anche non finanziari, vanno in questa direzione.

  4. PDC

    Le alte retribuzioni di chi lavora in campo finanziario sono un piccolo tassello di un mosaico molto più grande, che rappresenta la naturale transizione alla parassitotimocrazia della nostra società capitalista nella sua fase attuale. In altri termini, un gruppo sempre meno numeroso di persone che occupano posizioni di potere e privilegio, drena porzioni sempre maggiori della ricchezza disponibile, gli altri si proletarizzano (ingegneri inclusi). Ovvio che un giovane intelligente, capace, bene informato e non troppo idealista cerchi di entrare nella ristretta cerchia dei vincenti! La causa di tutto ciò? Da un punto di vista razionale, la finanza dovrebbe essere subordinata all’economia, e quest’ultima alla politica (e quindi al controllo democratico). Quello che avviene è esattamente l’opposto, il che di fatto rende la nostra democrazia un fantoccio ed il degrado generale ineluttabile.

  5. Edoardo Giovanni Raimondi

    Le competenze richieste nella finanza sono certamente elevate anche se a lungo si può discutere di quanto effettivamente le retribuzioni elevate non riflettano più una"spartizione"selvaggia della torta(le c.d."success fees"che tanto sono ambite)piuttosto che un effettivo valore"creato"nell’operazione.Perchè le retribuzioni includono sì un’aleatorietà del posto di lavoro e della congiuntura di mercato ma sono anche il frutto di una sorta di asimmetria informativa che rende difficile"prezzare"certe competenze.La difficoltà nasce anche dal fatto che le"ricche"retribuzioni sono pagate in bonus e strock option. All’inizio non si percepisce il costo di tali elargizioni perchè vengono pagate dal mercato( i"compratori" di titoli)e non dalla società.In tempi di boom speculativo queste stock option e bonus in azioni possono rendere anche cospicue somme.Agli investitori,a conti fatti(e senza troppe pretese)rimane effettivamente sempre e solo il cerino in mano.Tuttavia, questo non sorprende gli studenti di finanza delle principali business school del mondo che, pur nel caos finanziario mondiale, sembrano porsi soltanto la domanda riportata in oggetto.

  6. bellavita

    Di tutta la vicenda, quello che si capisce meno è perchè si continuino a pagare le societàdi rating che han dato triple A così fasulle. Chi le paga? l’emittente della spazzatura o l’acquirente? nel primo caso c’è incompatibilità deontologica, nel secondo si dovrebbe pretendere che i disattenti se ne vadano. O il buon senso è stato trasformato in un derivato?

  7. Gianni

    Ovviamente si impreca la deregulation come se bastasse deregolare qualcosa per causare tutti i danni di questo mondo. La realtà è che non solo talenti e stipendi sono stati allocati in modo sbagliato ma anche investimenti e risorse reali lo sono stato. Come ben dimostra la poderosa correzione dei valori di immobili, attività e case di questi giorni La causa di tutto cio’ è una sola: le spaventose iniezioni di liquidità operate da FED, BCE e BOE negli ultimi lustri. Basterebbe infatti andare a vedere di quanto è cresciuta la massa monetaria in questi paesi, i dollari, gli euro e le sterline immessi in circolazione. Inutile ricordare che l’offerta di moneta è totalmente sfugguita di mano alle banche centrali che pure ne custodiscono il monopolio Ovvio che gli stipendi sono aumentati proprio dove tutta questa massa di moneta è stata canalizzata e dove ha raggiunto il mercato prima di qualsiasi altro settore.

  8. studentessa

    Stupisce un pò che l’autrice di questo sia la medesima che rientra nella classifica delle "10 persone che cambieranno il mondo" grazie ai suoi studi per combattere la povertà, le disuguaglianze..Che ruolo hanno i mercati finanziari competitivi nell’ampliare l’accesso ai finanziamenti?Che impatti ha l’accesso ai finanziamenti sulla concorrenza?Che impatto ha la concorrenza sulla distribuzione della ricchezza?Sulla mobilità professionale, sul rapporto imprenditore-dipendente?Sull’innovazione e sulla ricerca?Quale importanza acquisisce il capitale umano(parlo di competenze, di idee, di capacità individuali, di duro lavoro )?Quanta ne perde il capitale(parlo del patrimonio di famiglia, delle conoscenze)? Perchè in Italia tutte le nuove opportunità di investimento sono sempre sfruttate da pochi privilegiati?Forse perchè sono gli unici con il denaro e i contatti per farlo?! Dove trova terreno fertile il capitalismo delle relazioni? Lo spreco di risorse è prerogativa dei sistemi finanziari dei mercati finanziari competitivi?Che cosa spaventa di questi mercati?Reprimerli o costituire nuove reti di protezione? Dobbiamo auspicare che siano solo gli imbecilli a dedicarsi a questa disciplina?

  9. Andrea Battista

    C’è davvero da rimanere allibiti: c’è ancora chi crede di poter definire in base a criteri univoci quali siano i mestieri e le professioni che dovrebbero attrarre i migliori talenti e che la finanza non sia tra questi settori. Quale delle due posizioni sia la più assurda è difficile dire. Sulla prima basterà dire che unica alternativa é obbligare le persone a lavorare nei settori che qualcuno avrà definito meritevoli o in alternativa definire a priori la struttura delle remunerazioni. Come questo sia compatibile con una società libera, resta un mistero. Quanto alla seconda, baasterà pensare all’ineluttabilità dei provvedimenti di salvataggio ora presi: la fine del sistema finanziario sarebbe la fine del benessere diffuso, non certo solo dei mega stipendi. Purtroppo è ormai già evidente uno dei frutti avvelenati di questa crisi: il riemergere di idee assurde che si pensava orami relegate nella pattumiera della storia.

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