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STIME DI PRECARIETA’

E’ sempre più urgente definire accuratamente alcuni termini usati per descrivere l’attuale mercato del lavoro, poichè non hanno una interpretazione univoca. Ecco dunque alcune definizioni operative, e i relativi indicatori, dell’atipicità, della flessibilità, della precarietà e della discontinuità lavorativa, anche in termini longitudinali. Ogni anno abbiamo oltre un milione e mezzo di soggetti coinvolti in un periodo di non occupazione. Rappresentano la domanda potenziale dei nuovi ammortizzatori sociali.

La precarietà lavorativa è una questione rilevante: il fenomeno è cresciuto costantemente e si iniziano ad intravvedere i limiti e i rischi di lungo periodo di un eccessiva permanenza in contratti non standard. In due articoli precedenti abbiamo cercato di dare una definizione di due concetti spesso confusi fra loro: occupazione atipica e precarietà. (1) Ora concludiamo l’analisi del lavoro flessibile in Italia proponendone una stima, attraverso la componente panel dell’Indagine Isfol Plus. (2)

LETTURA SEZIONALE E LONGITUDINALE

In un mercato del lavoro flessibile è insita l’alternanza di periodi di occupazione e di non occupazione e per occupazione atipica minima si devono considerare oltre ai dipendenti a termine anche i parasubordinati. 
D’altra parte, la flessibilità lavorativa comprende oltre che gli occupati atipici, anche i soggetti attivi che avevano un’occupazione atipica. Si quantifica pertanto la flessibilità secondo tre componenti: a) i lavoratori dipendenti a termine; b) i parasubordinati, intesi come lavoratori formalmente autonomi, ma sostanzialmente con rapporti di lavoro subordinati; c) le persone in cerca o immediatamente disponibili che hanno concluso un rapporto di lavoro del tipo a) o b). (3) Inoltre quando la flessibilità perdura per oltre dodici mesi si identifica la condizione di precarietà, che è l’oggettivo perdurare di condizioni di lavoro atipico.
La stima della flessibilità cambia se la lettura avviene secondo una dimensione sezionale (in un momento nel tempo) o in una prospettiva longitudinale (tra due periodi) e se ci si riferisce ai lavoratori (a+b+c) o agli occupati (a+b) flessibili.

1)      Lettura sezionale (annualità 2006, le componenti a+b+c): le forme di lavoro flessibili coinvolgono 4 milioni di persone, nel dettaglio 3,5 milioni occupati e 522mila non più occupati. (4) L’osservazione in un solo periodo nulla ci dice sul passato di questi lavoratori e pertanto non possiamo distinguere tra permanenza o meno nello stato di atipico, ovvero circa la conseguente attribuzione nel novero dei precari.
2)      Lettura longitudinale (panel 2005-2006) dimensione minima (le componenti a+b):i precari tra gli occupati ovvero gli occupati atipici rimasti nel periodo di osservazione in una condizione atipica sono il 58,6 per cento degli occupati flessibili (flessibilità come trappola della precarietà) contro un 41,4 per cento che ha registrato esiti positivi verso occupazioni standard (flessibilità come porto d’entrata). (Tabella 1)
3)      Lettura longitudinale (panel 2005-2006) dimensione estesa (le componenti a+b+c): i precari tra i lavoratori flessibili sono il 63 per cento. Un atipico nel 2005 può essere, al momento della rilevazione del 2006, occupato in una forma standard (37,6 per cento) o ancora impiegato con contratti atipici (53,2 per cento) o può essere non più occupato (9,3 per cento). 

Le principali ricomposizioni in atto nell’occupazione (Tabella 2) danno un quadro di transizioni: il lavoro dipendente a tempo determinato permane per il 45 per cento dei casi, mentre evolve verso il lavoro dipendente a tempo indeterminato nel 37 per cento, rispetto a un modesto 3 per cento verso il lavoro autonomo. La permanenza dei collaboratori è pari al 50 per cent, con esiti sia verso il lavoro standard dipendente (19 per cento) che autonomo (15 per cento). Anche qui, nel periodo, si registrano molti passaggi orizzontali, tra atipicità diverse. L’aggregato delle altre forme di lavoro dipendente porta a una occupazione standard il 30 per cento dei soggetti. In sintesi, transita in una occupazione con forme contrattuali standard, autonoma o dipendente, poco meno del 40 per cento dei dipendenti a tempo determinato, poco meno del 30 per cento degli altri contratti a termine e poco più del 30 per cento dei collaboratori.
La lettura longitudinale non deve ridimensionare la lettura sezionale, dove troviamo il problema della discontinuità occupazionale dei contratti atipici. Infatti i dipendenti a tempo determinato, nell’ultimo anno, non hanno tutti lavorato in maniera continuativa dodici mesi su dodici: ben il 35 per cento ha perso mesi lavorativi e così pure il 50 per cento degli altri contratti a termine e il 25 per cento dei collaboratori formali (parasubordinati e non) non hanno sempre lavorato. Mentre la discontinuità occupazionale è del 6 per cento per il lavoro standard, e si può considerare come una discontinuità fisiologica, la discontinuità media degli atipici è al 32 per cento. (Tabella 3)

QUANTI SONO

Ogni anno oltre un milione e mezzo di soggetti sono coinvolti in un periodo di non occupazione (discontinuità) legato all’impiego di contratti flessibili: possono essere intesi come la domanda potenziale dei nuovi ammortizzatori sociali.
L’occupazione atipica perdura per quasi il 40 per cento dei casi da oltre tre anni. (Grafico 1)
Per loro la condizione lavorativa atipica non è una breve parentesi in un percorso rapido verso un lavoro stabile, ma si configura piuttosto come una “trappola”. L’asse delle ascisse mostra la durata della precarietà, ma è anche un barometro del disagio individuale: al crescere del suo valore, la precarietà diviene sempre più un freno all’affermazione sociale, perde i tratti del canale d’inserimento e assume i connotati dell’emarginazione, arrivando a definire una sorta di atipici di lunga durata.
Infine, in questa proposta analitica solo una parte dell’atipicità (Osa123) confluisce nella flessibilità (occupazionale) e solo una parte della flessibilità si trasforma in precarietà (lavorativa). Ecco i principali nuovi indicatori proposti:

  • Atipicità: il numero di contratti atipici (Osa123) è pari al 15,3 per cento sul totale dell’occupazione, si arrivaal 17,8 per cento se si considerano anche i “part-time involontari”, per il 2006
  • Flessibilità: le forme di lavoro flessibili (atipici Osa123) coinvolgono 4 milioni di persone, nel dettaglio 3,5 milioni occupati e 522.000 non più occupati, per il 2006.
  • Precarietà: i precari, nella lettura longitudinale 2005-06, nella dimensione minima (relativa ai soli occupati) sono il 59 per cento. Nella dimensione estesa, che coinvolge anche chi occupato non lo è più, sono il 62 per cento, di cui il 53 per cento è rimasto in una condizione atipica e il 9 per cento è uscito dall’occupazione.
  • Discontinuità: nelle forme di lavoro atipiche sono presenti fasi di non occupazione con una incidenza del 32 per cento: abbiamo oltre un milione e mezzo di soggetti coinvolti ogni anno in un periodo di non occupazione, che rappresentano la domanda potenziale dei nuovi ammortizzatori sociali.

(1) Emiliano Mandrone Nicola Massarelli, “Quanti sono i lavoratori precari” e Emiliano Mandrone, “Quanti sono i lavoratori atipici”. Per le classificazioni del lavoro atipico si fa riferimento a Mandrone, Studi Isfol n. 1, 2008 su www.isfol.it. Prot.Com.Dati Isfol Plus 2005/001
(2) L’articolo integrale è “Quando la flessibilità diviene precarietà: una stima sezionale e longitudinale”. Trattando questi temi, non si può non ricordare la situazione di incertezza in cui sono coinvolti gli enti di ricerca e le università. Anche queste analisi potrebbero venir meno qualora i processi di stabilizzazione e il sostegno alla ricerca non dovessero essere rispettati, pregiudicando la vita degli istituti, il nostro lavoro, e, crediamo, l’interesse generale.
(3) È la definizione che ne abbiamo dato nell’articolo “Quanti sono i lavoratori precari”.
(4) Nel precedente articolo questo aggregato era definito totale lavoratori precari e veniva riportato al totale occupati.

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  1. Giuseppe

    Precaririetà, perchè non viene usata per i nostri politici? Forse capirebbero se a fine mese non hanno lo stipindio, così formulerebbero una legge più dignitosa per questi giovani. Sento le varie trasmissioni con la nuova classe politica…c’è da piangere. Italiani, siamo messi male.

  2. antonio p

    Vorrei che mi indicaste i milioni di artigiani che hanno lavorato e lavorano senza "il minimo garantito". Gli artigiani-lavoratori dipendenti che incassano in nero. Terzo, ma non ultimo i soci di cooperative rosse in particolare che non hanno le garanzie dei lavoratoti dipendenti, ma neppure padroni delle coop che distribuiscono gli utili agli amici e normalmente "devono" chiudere i conti in rosso perchè non vogliono pagare tasse alla comunità.

  3. pino mori

    Trovo sintomatico certi commenti in questo nostro paese, ormai, non si fanno più valutazioni di merito, ma di parte. una cosa è giusta o sbagliata non in se stessa ma in funzione di chi la propone o la denuncia…Il fatto che ci siano situazioni improprie o ingiuste ma tollerate anche nel "campo avverso" giustifica ed assolve la situazione del mercato del lavoro in italia. non si chiede di sanare ingiustizie o disagi indifferentemente dalla parte politica che le promuove o protegge, si giustificano e si accettano perchè gli "altri" fanno uguale o peggio.

  4. Gianluca D.

    Sempre più spesso le aziende private, in nome della flessibilità, delle logiche di mercato, per aumentare la competitività, ecc., trasferiscono i propri centri di produzione in altri luoghi, non licenziano i dipendenti (con contratto a tempo indeterminato) ma li trasferiscono in un’altri luoghi . Alla fine tutto ciò comporta un “licenziamento di fatto”, perché un lavoratore medio che percepisce 1000 – 1200 euro al mese dai quali deve togliere ogni mese 500-600 euro per pagare il muto o l’affitto della casa non è in grado di sopportare anche i costi di un trasferimento con tutta la famiglia e tutte le spese che esso comporta (traslochi, eventuale vendita e riacquisto di un abitazione, ecc) Quindi è costretto a trovarsi un altro lavoro magari a tempo determinato pur di sopravvivere. Per il pubblico, molto spesso accade che in nome della razionalizzazione della spesa pubblica riduzione degli sprechi, ecc. vengono trasferiti dei dipendenti (con contratto a tempo indeterminato) i quali, nella migliore delle ipotesi, devono sobbarcarsi le spese di viaggio che, visti i costi dei carburanti, incidono per almeno un quarto su uno stipendio da 1000- 1200 euro…

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