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UN NOBEL PER L’ECONOMIA, SENZA POLEMICHE

Non sono gli editoriali sul New York Times che hanno dato a Paul Krugman il premio Nobel, ma gli importanti risultati scientifici negli studi del commercio internazionale, della localizzazione delle attività produttive e degli effetti dei rendimenti di scala sul funzionamento dei mercati e dei processi di agglomerazione. E’ stato il primo a intuire l’importanza per la comprensione del mondo moderno di idee in circolazione da tempo, ma che gli economisti precedenti non erano stati in grado di affrontare sul piano analitico.

Quando a Paul Krugman è stata assegnata la Clark Medal, nel 1991, ho concluso così un mio commento: “Sono sicuro che la Clark Medal è solo il primo importante riconoscimento dei molti che verranno nel corso della sua carriera”. Posso dunque scrivere oggi dell’assegnazione del Nobel a Krugman con la sicurezza e il compiacimento di chi l’aveva previsto.
La principale novità del contributo scientifico di Krugman dai tempi della Clark Medal è naturalmente nell’aver portato a compimento ciò che allora era solo un promettente avvio di ricerca nella geografia economica: il suo lavoro ha trasformato quella che era una materia arcana e circoscritta in un fiorente campo di ricerca.
Ma negli ultimi dieci anni, Krugman ha raggiunto una ben più larga fama grazie ai suoi editoriali sul New York Times, che esprimono opinioni nette su economia e politica e sono assai critici verso l’amministrazione Bush su molti temi. Non c’è da stupirsi perciò che abbiano suscitato l’ammirazione dei lettori che condividono quelle idee e l’ostilità di chi non le condivide. Oggi i primi sono entusiasti del premio Nobel, i secondi sono sbigottiti e indignati. Ma sono entrambe reazioni sbagliate. Il premio Nobel non ha niente a che vedere con gli editoriali OpEd, e Kugman lo avrebbe ricevuto anche se non ne avesse mai scritto neanche uno. Il Nobel premia i suoi risultati scientifici, non la sua vis polemica. E dunque è importante riassumere e chiarire quali siano questi risultati.

LA TEORIA CLASSICA

La teoria classica del commercio internazionale si inseriva nel paradigma classico della teoria microeconomica, ovvero la concorrenza perfetta. Il commercio internazionale si spiegava con le differenze tra paesi nell’allocazione dei fattori di produzione e delle tecnologie. Un paese con un’abbondanza relativa di forza lavoro avrebbe avuto un vantaggio comparato nella produzione di beni che per essere prodotti richiedevano relativamente più lavoro, e avrebbero esportato quei beni a meno che il paese non avesse una ancora maggiore propensione al consumo di quegli stessi beni. Il risultato, come accade spesso con i mercati perfettamente competitivi, sarebbe stata l’allocazione efficiente delle risorse: ogni nazione avrebbe guadagnato dall’esistenza del commercio internazionale.
Ma già negli anni Settanta, la teoria sembrava sempre più anacronistica. Il commercio in mercati perfettamente competitivi dove migliaia di produttori di tessuti in Inghilterra e di vino in Portogallo si scambiavano i beni appariva un modello inadeguato del commercio internazionale quando si aveva a che fare con due o tre grandissime imprese che costruivano aerei o computer. I fautori del protezionismo sono sempre alal ricerca di argomenti a favore delle loro tesi: ora potevano affermare che i tradizionali teoremi sui vantaggi del commercio internazionale non si applicavano alla realtà moderna, per la quale era necessaria una nuova teoria.
Krugman è stato il leader indiscusso del gruppo che si è assunto questo compito. Per parafrasare Stephen Jay Gould, Krugman si è guadagnato la sua reputazione perché ha compreso tutte le implicazioni delle idee che i suoi predecessori avevano espresso senza capirne il valore rivoluzionario. (1) Krugman ha avuto l’intuizione di far lavorare l’idea generale in due direzioni diverse, utilizzandola per fare nuove scoperte e riconoscendone le enormi implicazioni nel modificare sistemi di pensiero consolidati.
Troppo è cambiato per darne conto pienamente in un semplice articolo, voglio qui toccare solo tre punti essenziali. (2)

ECONOMIE DI SCALA E CONCORRENZA IMPERFETTA

La novità principale di tutti questi modelli è il riconoscimento dell’esistenza di economie di scala nella produzione. Che fosse importante, lo si sapeva da almeno due secoli, dai tempi di Adam Smith. Ma gli economisti non avevano gli strumenti tecnici per inserire nei loro modelli questa caratteristica, e la concorrenza imperfetta che ne deriva, così da quantificarla, formalizzarla e trarne tutte le conseguenze.
Negli ultimi trent’anni ci sono stati importanti risultati che derivano dalla modellizzazione delle economie di scala e della concorrenza imperfetta, non solo per gli studi di Krugman sul commercio internazionale e sulla geografia economica, ma anche per i lavori macroeconomici di Blanchard, Kiyotaki e altri, e di Romer, Grossman, Helpman e altri ancora sulla crescita economica. 

Commercio nella concorrenza monopolistica: è un modello utile nelle situazioni con modeste economie di scala e una preferenza del consumatore per la varietà di prodotto, che permettono la coesistenza sul mercato di varie imprese, capaci di esercitare un certo potere di mercato. L’industria mondiale dell’auto ne è il principale esempio. Il modello dà una pronta spiegazione della nascita, apparentemente sconcertante, del commercio intrasettoriale. Se nella teoria classica i paesi utilizzava i vantaggi di tecnologia e di allocazione dei fattori per produrre beni a costi più bassi ed esportarli, com’è possibile che Francia e Germania esportino automobili l’una verso l’altra? La risposta è che i due tipi di auto non sono identici nell’opinione dei consumatori, e costa meno produrre ciascun tipo di auto in un solo paese, appunto per la presenza di economie di scala. La vecchia presupposizione dell’esistenza di vantaggi dal commercio internazionale esce rafforzata dalla nuova teoria: ciascun paese trae benefici dal miglior sfruttamento delle economie di scala ed entrambi si avvantaggiano dall’aver accesso a una più ampia varietà di tipi di auto.

Oligopolio e politica del commercio strategico: se le economie di scala sono così grandi rispetto al mercato da permettere la coesistenza soltanto di un ristretto numero di imprese, queste hanno un notevole potere di mercato e possono fare sovra-profitti. Viene spesso citata come esempio paradigmatico la grande industria dell’aeronautica commerciale di Boeing e Airbus, anche se in certe condizioni di mercato i profitti possono essere erosi dalla spietata concorrenza che le due aziende si fanno. Ora, ciascun paese potrebbe trarre beneficio da una promozione strategica della sua impresa per reclamarne i profitti come parte del reddito nazionale. Krugman, insieme a Brander e Spencer, ha sviluppato modelli nei quali una tale politica potrebbe, in teoria, funzionare. Tuttavia, successivi lavori di Baldwin e Krugman, di Dixit e altri hanno dimostrato che la dimensione dei guadagni è di norma ridotta, anche in assenza di ritorsioni da parte degli altri paesi. Dunque, questo filone di ricerca può sì aver dato qualche consolazione logica a chi invocava il protezionismo nel nuovo mondo del commercio internazionale a concorrenza imperfetta, ma certo non gli ha dato un sostegno nella realtà delel cose.

Geografia economica: altri studiosi avevano già sostenuto che le economie di scala portano un elemento di casualità nelle scelte di localizzazione delle imprese. Krugman è andato oltre e ha studiato nuovi importanti meccanismi di interazione economica. Accrescendo le economie di scala, una regione più popolosa può presentare costi più bassi e quindi salari reali più alti. Può allora attrarre flussi migratori da altre regioni, mentre i più alti salari creano domanda di prodotti di altre imprese. C’è dunque una esternalità positiva che rafforza le economie di scala all’interno di ciascuna impresa. La tendenza alla concentrazione della produzione in una regione è controbilanciata dai costi di trasporto tra regioni. L’equilibrio tra tutte le forze determina la distribuzione sul territorio delle attività produttive. Queste idee hanno portato una rivoluzione nel campo della geografia economica, trasformandola da una attività essenzialmente descrittiva in una disciplina analitica.

(1) Stephen Jay Gould,The Flamingo’s Smile, pp. 335, 345.
(2) Il lettore interessato può trovare maggiori approfondimenti in un mio commento pubblicato sul Journal of Economic Perspectives vol. 7, no. 2, Spring 1993, pp. 173-188. E nella motivazione del  premio Nobel.

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  1. luigi zoppoli

    Da men che modesto lettore di economia, seguo da parecchio anche Krugman del quale ho letto quasi tutto. Sono lieto che gli sia stato attribuito il Nobel. E questo mi pare anche una sonora risposta ai soloni che accusano gli economisti di non aver previsto la crisi.
    Grazie Professore anche per la sua chiara sintesi.
    Luigi Zoppoli

  2. Laurent

    Avinash Dixit ricorda con grande eleganza i meriti di Krugman, ma la rivoluzione di quest’ultimo nella teoria del commercio internazionale e della politica commerciale strategica non avrebbe mai avuto luogo senza i contributi fondatori di Dixit-Stiglitz (1977) sulla competizione monopolistica e di Dixit (1980) sull’investimento strategico. Paradossalmente, saper vendere le proprie idee oltre il cerchio ristretto dei trade economists ha contato più di quanto lo stesso Dixit ritiene.

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