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ADDIO BASILEA 2

L’adozione di meccanismi come la ricapitalizzazione e l’assicurazione esplicita delle passività bancarie vanno salutati con favore, pur ricordando che altro non sono che trasferimenti di ricchezza dai contribuenti agli azionisti delle banche. Prima però di gettare a mare un sistema di adeguatezza patrimoniale sofisticato ed evoluto come Basilea 2, occorre valutare con attenzione se i problemi sperimentati in questi mesi non possano in realtà essere superati più agevolmente rivedendo aspetti relativamente più semplici, quali il meccanismo delle riserve e quello dei rating.

Il piano di emergenza varato dai governi dei principali paesi sui due lati dell’Atlantico prevede l’assicurazione pubblica temporanea di tutte le passività delle banche e al contempo misure straordinarie di ricapitalizzazione delle banche la cui solvibilità è minacciata dalle perdite subite negli ultimi mesi. Per comprendere meglio come si sia arrivati a un simile provvedimento di emergenza e quali siano le ragioni economiche del piano, è utile chiarire cosa sia il capitale di una banca, come funzionano i requisiti patrimoniali minimi (Basilea 2) e quali problemi effettivi essi presentano.

IL CAPITALE DI UNA BANCA

Come per ogni altra impresa, il capitale rappresenta per una banca una misura del suo patrimonio netto, ossia della differenza fra le attività e le passività. È dunque una approssimazione della solvibilità: maggiore è il suo patrimonio, minore è il rischio che una banca si trovi, a seguito di perdite che diminuiscono il valore dell’attivo, in condizioni di insolvenza.
Esistono in realtà diverse definizioni possibili di capitale per una banca, ma quella più diffusa si basa sul concetto di patrimonio di vigilanza, l’aggregato patrimoniale sul quale si fondano i requisiti minimi di capitale noti come Basilea 2. Il patrimonio di vigilanza si compone a sua volta di due aggregati principali: (i) il patrimonio di base, o Tier 1 capital, e (ii) il patrimonio supplementare, o Tier 2 capital.
Il patrimonio di base è costituito dalle poste patrimoniali più “pesanti” o, se si vuole, più “pregiate”, cioè contraddistinte da un’elevata capacità di proteggere i terzi dagli effetti di eventuali perdite subite della banca. Include principalmente il capitale azionario versato, le riserve palesi (riserva sovrapprezzo azioni, riserva legale, utili accantonati a riserva, eccetera), alcuni fondi generali (non legati cioè alla copertura di specifiche perdite), come il fondo per rischi bancari generali, e alcuni strumenti innovativi di capitale.
Il patrimonio supplementare è invece formato da strumenti maggiormente assimilabili a debito, quali le riserve occulte, le riserve da rivalutazione, gli strumenti ibridi di patrimonializzazione e i prestiti subordinati. Si tratta in generale di strumenti che, pur non essendo realmente assimilabili a patrimonio, svolgono una funzione di protezione nei confronti dei creditori, quali i depositanti, e sono dunque ammessi nel computo del patrimonio.

BASILEA 2 E LA PROCICLICITÀ

Secondo una proposta formulata alla fine degli anni Ottanta dal comitato di Basilea poi recepita dagli organi di vigilanza di tutti i principali paesi del mondo, ogni banca è tenuta a rispettare un rapporto minimo fra il patrimonio di vigilanza e le attività, ognuna ponderata per un coefficiente di rischio, pari all’8 per cento.
Il modo in cui sono calcolate le attività ponderate per il rischio è cambiato recentemente con l’approvazione del “Nuovo accordo sul capitale”, noto come Basilea 2. La principale novità di Basilea 2 consiste nell’utilizzo dei rating – esterni se di agenzie internazionali quali Moodys, Standard & Poors e Fitch, o interni se assegnati direttamente dalle banche – come base per il calcolo del requisito patrimoniale. Ciò significa che una variazione del rating delle imprese cui una banca ha concesso credito determina una variazione del requisito patrimoniale della banca.
Nelle ultime settimane, Basilea 2 ha attirato le critiche di molti osservatori per i suoi effetti prociclici, ossia di amplificazione delle fluttuazioni del ciclo economico. Se infatti i requisiti patrimoniali dipendono dai rating, un’eventuale recessione, portando con sé tassi di insolvenza più elevati e peggioramenti dei rating più frequenti, conduce a un aumento del capitale minimo richiesto alle banche. Poiché è più difficile raccogliere nuovo patrimonio durante una recessione, per mantenere le proporzioni tra capitale e attività a rischio le banche finiscono per concedere meno credito all’economia. Ciò espone le imprese a ulteriori tensioni finanziarie, accentuando la recessione. Analogamente, in presenza di una forte crescita economica, associata a un generale miglioramento del merito di credito delle controparti (upgrading), i coefficienti patrimoniali si allenterebbero, consentendo alle banche di aumentare oltre misura l’offerta di credito all’economia.
In realtà, qualunque sistema di adeguatezza patrimoniale, fondato o meno sui rating, tende a essere prociclico. Infatti, in presenza di una recessione, le insolvenze delle imprese affidate si fanno più frequenti e richiedono maggiori accantonamenti a riserva e rettifiche di valore, riducendo la dotazione patrimoniale delle banche. TE la riduzione costringe le banche a contrarre l’offerta di credito. La novità di Basilea 2 è che la prociclicità non nasce solo dall’andamento delle insolvenze, ma anche dalle variazioni del rating assegnato ai debitori; ne consegue un andamento prociclico più accentuato, legato alla frequenza delle insolvenze e a quella dei cambiamenti di rating.

DA UNA CRISI DI LIQUIDITÀ A UNA CRISI DI SOLVIBILITÀ

La prociclicità di Basilea 2 ha in realtà trovato, negli ultimi mesi, un effetto amplificatore nelle nuove normative contabili internazionali, le quali spingono verso l’adozione di criteri di valutazione degli attivi delle banche orientati al principio del fair value e, per una parte importante del bilancio, quella relativa al portafoglio di negoziazione, al criterio del mark to market. Questi criteri obbligano le banche a svalutare i prestiti quando il merito di credito delle imprese affidate si deteriora e a diminuire il valore di bilancio di certi strumenti finanziari il cui valore di mercato si è ridotto.
Per comprendere come questi principi contabili abbiano accentuato il fenomeno della prociclicità possiamo fare direttamente riferimento alla crisi finanziaria originata dalle insolvenze dei mutui subprime statunitensi. In seguito all’aumento delle insolvenze dei propri affidati, le banche sono state costrette a svalutare sia gli attivi rappresentati da mutui e prestiti, sia quelli rappresentati dai titoli strutturati, strumenti di mercato garantiti dagli stessi mutui. Si sono così trovate a subire un’improvvisa riduzione del relativo patrimonio. Se infatti il valore dell’attivo di una banca si riduce, inevitabilmente anche il suo patrimoniotende a ridursi. Ne segue che quella che nasce come una crisi di liquidità (crollo dei prezzi dei titoli strutturati generato dalla carenza di liquidità del relativo mercato) si trasforma in una crisi di solvibilità delle banche.

DA BASILEA 2 A BASILEA 3?

Le critiche a Basilea 2 espresse in questi ultimi giorni hanno spinto alcuni osservatori a invocare l’abbandono dell’attuale schema di adeguatezza patrimoniale a favore di un sistema più flessibile, un “Basilea 3”. Prima di spingersi verso l’abbandono dell’attuale accordo, è tuttavia importante capire che la prociclicità di Basilea 2 non dipende solo dal modo in cui sono tecnicamente disegnati i requisiti patrimoniali. Altri due fattori altrettanto importanti sono le politiche di accantonamento a riserva (provisioning) seguite dalle banche e le logiche di funzionamento dei loro sistemi di rating. Se le banche aumentassero le riserve, mediante accantonamenti espliciti più elevati, nei periodi di crescita economica quando anche la domanda di prestiti è elevata, potrebbero in seguito utilizzare queste riserve nei periodi, come quello attuale, di maggiore crisi. È questa ad esempio la logica seguita dal sistema adottato dalla banca centrale spagnola, la quale impone alle proprie banche di aumentare gli accantonamenti a riserva nei periodi di maggiore crescita dei prestiti. Analogamente, se i sistemi di rating fossero maggiormente orientati al lungo periodo e considerassero la possibilità di inversioni del ciclo economico, sarebbero meno sensibili alle fluttuazioni del ciclo stesso, rendendo di fatto più stabili anche i requisiti di capitale.
In conclusione, nell’attuale fase di crisi del settore bancario un provvedimento come quello adottato dai governi per la ricapitalizzazione delle banche deve essere salutato con favore, pur ricordando che meccanismi come questo e l’assicurazione esplicita delle passività bancarie altro non sono che trasferimenti di ricchezza dai contribuenti agli azionisti delle banche. Prima però di gettare a mare un sistema di adeguatezza patrimoniale sofisticato ed evoluto come Basilea 2, alla cui messa a punto hanno dedicato anni di lavoro sia gli organi di vigilanza che le banche dei paesi del G10, occorre valutare con attenzione se i problemi sperimentati in questi mesi non possano in realtà essere più agevolmente superati rivedendo criticamente aspetti relativamente più semplici, quali il meccanismo delle riserve e quello dei rating.

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14 commenti

  1. Gianni

    Quello che bisognerebbe iniziare a pensare è che il monopolio centralizzato della regolamentazione bancaria su scala planetaria (Basilea I e II sono imposti infatti a livello globale) ha portato il sistema bancario mondiale al limit del fallimento totale. Gran parte delle banche perfettamente rispettose dei suoi parametri si sono rivelate insolventi e/o sottocapitalizzate Bisognerebbe quindi iniziare a pensare che la concorrenza stimolerebbe anche le regole di gestione del rischio anzichè fare affidamento a un ente supremo, planetario che impone strumenti e parametri di controllo.

  2. Carlo Elia Briganti

    L’utilizzo di nuovi meccanismi di provisioning non sarebbe solo una ripetizione del meccanismo già attivo nel rapporto capitale/attività-ponderate-per-il rischio? Infatti si tratta comunque di risorse accantonate a presidio del rischio, seppure sotto la forma giuridica di debito e non di azioni. Credo che sarebbero più proficui sistemi di verifica di compatibilità tra requisiti patrimoniali e stato reale della banca: sportelli, diversificazione della clientela, entita di attività finanziarie diverse da quelle che caratterizzano l’attività principale della banca (derivati e strumenti finanziari sosfisticati rispetto a mutui e prestiti, se questo è il lavoro che dovrebbe fare la banca). Insomma, verificare se e quanto la banca stia facendo il proprio mestiere oppure stia giocando a poker con i soldi dei dopositanti. Insomma, evitare che si verifichi lo scollegamento tra economia reale ed finanza. Inoltre, la verifica delle garanzie presentate dalla clientela (molto spesso reali quali immobili) dovrebbero essere meglio valutate, qui sì osservando il ciclo in cui si trova il mercato immobiliare nell’ottica della durata del finanziameno (mutuo almeno 10 anni, ciclo mercato 5).

  3. Massimo GIANNINI

    Tre dovrebbero essere gli obiettivi di Basilea 3: a) garantire un’efficiente allocazione delle risorse, che evidentemente non c’é stata; b) una corretta gestione del rischio e sua valutazione, ed é evidente che molti incluse le società di rating non hanno fatto un buono lavoro, se non altro perché sono procicliche; c) la trasparenza de bilanci, visto che sono girati tanti numeri ma nessuno sapeva più cosa aveva in portafoglio e chi ne era la controparte con relativo rischio. Certo scoprire che la Spagna con una misura nazionale, e non Europea ahimé, ma di semplice buonsenso quale quella sulle riserve, consentirebbe alle proprie banche di non avere molti problemi in questo periodo spinge a interrogarsi su certi sistemi evoluti e/o sofisticati.

  4. marcello

    Tutte cose sensate dal Prof Sironi, che stimo. Gli aggiustamenti da lui suggeriti rimedierebbero sicuramente ad alcuni difetti evidenziati sul campo da Basilea 2. Ma la crisi da sfiducia e opacità dei bilanci delle primarie banche d’investimento e banche universali europee è forse derivata dall’eccessiva diffusione di innovazione finanziaria, da notevole complessità di strumenti che il mercato non ha saputo più governare e che non ha permesso agli operatori di capire, in sintesi, la posizione di solidità patrimoniale dei singoli istituti, in questo non aiutata dalla complessità di Basilea 2, che ha rinunciato, per rendere più affinate le metodologie di risk management, alla semplicità e confrontabilità di Basilea 1. Conferma viene dalla "regressione" delle opinioni di mercato, pur nella bufera speculativa e nel panico sviluppatisi, su indicatori semplici tipo rapporto di leva tier 1 su attivita on-balance. In più, le autorità di vigilanza non hanno minimamente pensato di mettersi tra le banche e il mercato per spiegare, "certificare", i dati sull’adeguatezza patrimoniale dei singoli istituti, cosa che rappresenta, a mio avviso, l’anello mancante di Basilea 2.

  5. Daniel B.

    Innanzitutto mi congratulo con l’autore per la chiarezza con la quale ha affrontato un argomento così delicato. Dopo la lettura dell’articolo mi sono chiesto: se parte dei miliardi di utili delle banche degli ultimi anni fossero stati destinati maggiormente a riserva, anzichè essere distribuiti agli azionisti con dividendi, saremmo lo stesso nella situazione attuale? Probabilmente dovremmo lo stesso affrontare un ciclo economico non positivo, ma il problema della ricapitalizzazione delle banche non sarebbe stata la priorità. Le risorse finora destinate al sistema finanziario avrebbero potuto essere utilizzate per rilanciare l’economia reale, il vero motore del sistema!

  6. MARCO MUSCETTOLA

    L’Accordo di Basilea 2 è necessariamente generico, mentre intravedo nella non adeguata adozione da parte dei singoli Stati, differenti tra loro, il problema più importante. La direttiva stabilisce le linee guida, i limiti e gli ambiti di applicazione, dando la possibilità alle Banche Centrali e ai governi di ogni Stato di interpretare nel migliore dei modi l’Accordo (M. Muscettola, Basilea2: Diagnosi e Terapie, FrancoAngeli, Milano.2006). Il risultato comune, quindi, deve essere raggiunto prevedendo anche limiti di esame più rigidi o, se il mercato presenta rischi maggiori, anche misure supplementari. Diversi richiami alle prospettive future e alle possibilità di adattamenti regolamentari si sono negli articoli dell’Accordo. Si legge, ancora, il rinvio certo ad una migliore calibratura del patrimonio di vigilanza agli sviluppi di mercato, certi di avere guai di tipo prociclico. L’ottica prospettica è ricordata anche dal continuo marcare l’importanza dell’integrazione con una vigilanza coerente e con un’informativa completa. Il Comitato, poi, ha previsto un “fattore di scala” per adeguare il sistema intero alle variabili macroeconomiche.

  7. fabio

    Non sono daccordo con Gianni; la crisi attuale e’ figlia del “troppo mercato” e della mancanza di effettivi controlli centrali che devono tendere ad indirizzare la politica del credito.

  8. Andrea Bonaschi

    Pur trovandomi d’accordo con l’impostazione generale dell’articolo, vorrei evidenziare che Basilea 2 ha avuto effetti limitatissimi sull’attuale crisi (vista anche al sua recente introduzione). Inoltre la normativa, anche nelle sue applicazioni nei modelli avanzati, non prospetta una riduzione significativa del patrimonio di vigilanza (secondo gli studi QIS questa riduzione è del 5-10%). A mio modo di vedere gli elementi principali della normativa consistono nello stimolare le banche a monitorare in maniera più dettagliata i rischi (ad esempio sviluppando modelli di PD, o valutando i rischi del "secondo pilastro", come concentrazione e liquidità). Ora, la normativa è sicuramente percettibile, ma trovo decisamente corrette le conclusioni dell’articolo, che suggeriscono di verificare se gli "elementi al contorno" siano coerenti con essa e con una logica di affidabilità complessiva.

  9. Carlo Elia Briganti

    La banca non è una onlus, ma una impresa con scopo di lucro, ed io azionista difficilmente metterei a rischio i miei soldi senza una adeguata remunerazione. Vorrei anche aggiugere che un aumento delle riserve nelle fasi espansive dell’economia (come credo di poter riassumere dal testo di Sironi) creerebbe una sorta di stretta del credito, riducendo così proprio le potenzialità di crescita e di sviluppo di un ciclo economico favorevole. "Ci scusi imprenditore, ma la banca non può prestarle soldi perchè dobbiamo accantonarli per la crisi che forse verrà tra un numero imprecisato di anni"…a me suona un po’ strana!

  10. raffaele principe

    Ma qualcuno ha provato a sommare gli emulamenti dei manager: stipendi, stock option, buone uscite ecc., sia delle banche e finanzieri che delle grandi imprese, che della corte delle cicale della spettacolo, calcio ecc. Non a caso tali emulamenti sono schizzati negli ultimi dieci-quindici anni, grazie alla finanza "creativa" e all’ipoteca sul futuro produttivo di miliardi di persone. La crisi del subprime è stata la spilla che ha fatto esplodere il ranocchio di Fedro.

  11. Paolo Azzalin

    Credo che il sitema di Basilea 2 risulti forse eccessivo per gli istituti bancari, visto che vengono attuati utilizzando fonti di ricchezza dei contribuenti. Migliorare il meccanismo delle riserve o quello dei rating può essere un’idea valida, ma credo che parlare anche di riprogettazione aziendale, stipendi più bassi per gli organi dirigenti e tutela dei risparmiatori, siano i presupposti chiave. Non si può pensare di gestire il rischio o di allocare capitale quando le risorse che si devono tutelare non sono proprie. Credo che se un individuo che ruba dei biscotti sia passibile di carcere, non vedo altra alternativa che il carcere con pena inasprite per chi gioca con i risparmi dei contribuenti, fingendo di coprire i rischi, per poi svolgere operazioni finanziarie non tutelate e speculative (tra l’altro molto pericolose) che mettono in ginocchio l’economia. Oltre alle riserve e al rating servono misure correttive per il comportamento delle banche, non solo teoriche, ma anche pratiche e con effetti per chi gioca con i soldi altrui. Parliamo di tutela dei risparmi e dell’economia o del Casinò di Saint-Vincent?

  12. Giulio Tagliavini

    Dal documento ufficiale del 2004 del Comitato di Basilea. Mi pare che non abbia funzionato granchè. Forse per colpa di qualche dettaglio. Forse per qualche disfunzionalità più grave. Io propenderei per la seconda ipotesi.

  13. Vincenzo Longo

    Penso che le potenzialità del Nuovo Accordo non sono ancora del tutto evidenti. Basilea 2 è entrata effettivamente in vigore in Europa solo da poco tempo, e negli USA, epicentro della crisi subprime, è in vigore ancora Basilea 1. Gli effetti che ha avuto la crisi subprime in Europa sono dovuti sostanzialmente alla globalizzazione dei mercati e all’innovazione finanziaria, in particolare la cartolarizzazione, che tra l’altro proprio nel Nuovo Accordo sono previsti meccanismi più forti a fronte delle cosiddette operazioni di mitigazione del rischio. Insomma è un po presto per guardare a Basilea 3.

  14. Alessandro

    L’aspetto più significativo, secondo me, dovrebbe essere legato a requisiti patrimoniali crescenti al crescere della dimensione degli assets. Ciò limiterebbe i fenomeni di "gigantismo" e quindi l’idea del too big to fail. In ogni caso sono abbastanza scettico sull’effettiva efficacia di una qualsiasi nuova cornice normativa visto che è risaputo che le migliori teste sono nelle isituzioni finanziarie (perché meglio pagati) e non in quelle governative. Ogni norma verrà prima o poi molto facilmente aggirata.

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