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IL CORAGGIO DI CAMBIARE LE REGOLE

Le risposte comunitarie alla crisi finanziaria sono ancora deboli e incerte. Bisogna rivedere l’organizzazione della vigilanza nell’area dell’euro. Ad esempio, i soli paesi che convergono sull’esigenza di trovare criteri comuni potrebbero istituire propri collegi di controllo sui gruppi che operano nei loro confini, fondati sul principio di maggioranza e sulla delega di poteri a un lead supervisor. Una sorta di vigilanza europea a geometria variabile. Ma anche in Italia è necessario semplificare l’architettura dei controlli, creando un’unica autorità.

 

Il vizio è antico, e non ci si può fare niente. Èormai una tradizione consolidata negli anni quella dei regolatori addormentati e delle crisi finanziarie che provvedono a svegliarli. Prendete il caso dell’Europa. Da anni esistono studi e ricerche che mettono in rilievo un fatto assolutamente banale: il contrasto tra il mercato comune dell’area euro e la frammentazione della vigilanza bancaria, destinato a manifestarsi soprattutto quando le cose vanno male, e cioè quando bisogna prendere decisioni rapide ed efficaci nei confronti di gruppi polifunzionali e cross-border che interloquiscono con decine di autorità di controllo, ciascuna con proprie e diverse competenze.
Alla proposta di una integrazione della vigilanza si è sempre risposto negativamente, sostenendo che era molto più realistico pensare a un serio coordinamento tra le autorità. Il coordinamento in effetti in parte ha funzionato, ma con il limite di essere lento, difficile, costoso e soprattutto incompatibile con la velocità di trasmissione delle crisi finanziarie. Cosa, questa, a tutti ben nota, solo che inneggiare alle virtù salvifiche del coordinamento ha permesso finora di fare bella figura, conseguendo il vero e reale obiettivo: evitare con tutti i mezzi che le autorità nazionali perdessero spazi di intervento e conservare agli Stati membri la possibilità dei fare quello che volevano dei propri sistemi bancari.  

INCERTEZZE E RESISTENZE

Adesso, quando i sinistri scricchiolii della crisi cominciano a sentirsi anche in una Europa fino a qualche tempo fa sicura di essere immune dal bubbone di oltreoceano, si cerca affannosamente di recuperare anni di miope pigrizia, ma ancora una volta, e i risultati del mini vertice a quattro di sabato lo testimoniano, con incertezze e resistenze.
Sono comprensibili le resistenze a creare fondi di salvataggio europei perché i contribuenti rimangono comunque nazionali ed è oggettivamente difficile una ripartizione di risorse che incida equamente sui singoli bilanci pubblici: è sicuramente una prospettiva da coltivare, ma presuppone un grado di integrazione tra gli Stati membri ancora lontano.
Meno comprensibili sono invece le resistenze a definire meccanismi efficaci per proteggere veramente i risparmiatori, intervenendo non dopo che i buoi sono scappati dalla stalla, ma con efficaci misure preventive. Assicurare i depositanti della solvibilità della banca, caricandoli nel contempo come contribuenti dei costi del salvataggio, corre l’ovvio rischio di creare una sorta di partita di giro nella quale alla fine tutta la collettività ci perde.
Solamente che intervenire prima presuppone scelte adeguate ai problemi da fronteggiare. Nell’ambito della nuova direttiva sul capitale si sta progettando la creazione di collegi tra le autorità di vigilanza sui grandi gruppi, collegi che hanno  compiti di programmazione dei controlli e di gestione delle situazioni di crisi. La struttura dei collegi, però, non incide minimamente sulla conservazione delle competenze nazionali, e non emerge una vera e propria figura di lead regulator con poteri effettivi e che possa, alla fine, decidere quando c’è bisogno di farlo e in tempi possibilmente rapidi. Anche i comitati di vigilanza bancaria europei come il Cebs hanno un ruolo, ma esclusivamente di mediazione qualora nell’ambito dei collegi dei supervisori nascano divergenze.
In sostanza, sono passi importanti, ma rimane ancora la sensazione di meccanismi molto complessi che funzionano in maniera lenta e farraginosa alla ricerca continua di faticosi equilibri. Non sono certo la risposta che la gravità della crisi richiede. 

UNA VIGILANZA A GEOMETRIA VARIABILE

La risposta che tutti si aspetterebbero sarebbe quella di creare una vera e propria autorità di vigilanza europea, ma anche qui esistono da circa dieci anni numerose proposte che ovviamente ci si è guardati bene dal prendere in considerazione e il comunicato dei G4 di sabato si limita solo a qualche generico richiamo.
Se non si vuole aspettare ancora un altro decennio, forse è venuto il momento che quei paesi dell’area dell’euro che convergono sull’esigenza di trovare criteri comuni partano da soli, ad esempio creando propri collegi di controllo sui gruppi che operano nei loro confini, fondati sul principio di maggioranza e sulla delega di poteri a un lead supervisor. Una sorta di vigilanza europea a geometria variabile, sicuramente eversiva rispetto agli attuali assetti, ma a questo punto utile a smuovere acque ormai melmose.
Per quanto riguarda i comitati di vigilanza come il Cebs, potrebbero essere  sviluppate le proposte del rapporto Ricol presentato a settembre al presidente francese Sarkozy, attribuendogli un ruolo generale di supervisione del funzionamento dei collegi e di indicazione di standard ai quali questi dovrebbero obbligatoriamente conformarsi. (1)

SEMPLIFICARE ANCHE DA NOI

Infine, visto che comunque le istituzioni europee non riescono a semplificare, una buona azione per ridurre il numero di autorità dovrebbe essere intrapresa dai singoli Stati.
Parlare in Italia di nuova architettura dei controlli dopo l’ingloriosa fine del disegno di legge di riforma delle autorità può apparire paradossale, ma, forse, i momenti bui sono quelli dove è più facile trovare un po’ di coraggio e di forza per superare le resistenze corporative.
E allora c’è da chiedersi se non si possa andare anche oltre le previsioni di quel disegno e incamminarsi verso un’unica autorità di vigilanza su tutti i mercati e su tutti gli intermediari.
Quello che sta succedendo in questi giorni dimostra come il sistema delle tutele presupponga approcci sempre più integrati tra trasparenza e stabilità, integrazione che dovrebbe avere le sue naturali conseguenze anche sul terreno della organizzazione dei controllori.
Qualcuno penserà che questo sia il classico elenco delle pie illusioni, lontanissimo da una realtà dove non si è risusciti neppure ad accorpare le competenze di vigilanza sui fondi pensione e sulle assicurazioni, ma, lo si ribadisce, nella storia della finanza da sempre le crisi sono servite a svegliare i legislatori dormienti, anche perché ci vanno di mezzo i soldi dei risparmiatori che poi, alle elezioni, se ne ricordano. 

(1) R. Ricol, Report on the Financial Crises, settembre 2008.

Fotografia tratta da: Credit © European Community

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12 commenti

  1. Arnaldo Mauri

    1. Il controllo dovrebbe essere anche a livello globale. Ad esempo Il modo di lavorare superficiale e probabilmente anche disonesto delle agenzie di Rating americane ha danneggiato i risparmiatori di tutto il mondo. A chi spettava il loro controllo? O forse la loro regolamentazione era insufficiente. 2. Le merchant banks americane hanno spadroneggiato anche in Italia inserendosi dappertutto e spingendo verso modifiche stutturali e funzionali dell’apparto creditizio al fine di accrescere il loro business. Ora si è saputo che operavano senza controlli efficienti e severi. 3. Mi spaventa l’idea che i controlli siano accentrati presso la CONSOB. Sinora quest’organismo ha operato in modo insoddisfacente intervenendo in ritardo e, nelle ispezioni, formulando rilievi solamente formali e spesso generici (forse preconfezionati) dando l’impressione di mirare in primis ad incassare le sanzioni più che ad aiutare gli intermediari a migliorare i loro controlli interni.

  2. Massimo Merighi

    Quando il mare si fa grosso, tutte le barche cercano un rimorchiatore potente capace di toglierle dai guai e si cerca l’Europa. Pensare di rinunciare ai principi di sovranità nazionale nel caso della vigilanza appariva grottesco fino a poco tempo fa, nessun paese avrebbe permesso che un’entità sovranazionale potesse gestire il controllo all’interno del paese, oggi però di si cerca il rimorchiatore. Il risultato è sotto gli occhi di tutti mentre le banche nazionali si muovono ancora in una logica feudale, il capitale, senza nessun riferimento negativo, si sposta a piacimento in maniera liquida attraverso i confini nazionali. Dubito però nella capacità e la bonta’ di una nuovo sistema di regolamenti, oggi tanti dimenticano che il Sorbaney-Oxley Act, la mitica SOX, a tutti gli effetti in forza non ha impedito il meltdown finanziario dovuto più a cupidigia che ad ignoranza. Per cui ben venga un organo di controllo ma tale entità dovrà pure essere in grado di eseguire l’enforcement e la reale esecuzione delle possibili sentenze, senza poi piangere per lo straniero cattivo che vuole bloccare lo sviluppo bancario nazionale. Saluti Massimo Merighi

  3. Ilya Kulyatin

    Non sarebbe possibile delegare alle banche centrali funzioni di rating delle varie banche (e agenzie di rating)? Con un sistema basato sulla veridicità delle previsioni delle agenzie di rating negli anni passati, sulla bontà del capitale delle banche ecc. La BCE non potrebbe svolgere questo ruolo per l’Europa? Troppo complicato? Costoso?

  4. Arnaldo Mauri

    Merighi fa un giusto commento sulla legislazione USA, ma il nome della legge è diverso: non Sorbaney-Oxley Act, ma Serban-Oxley, dove Serban è probabilmente un’abbreviazione di Serbanescu (in ogni caso è un cignome romeno). Mi scuso per l’intervento..

  5. Massimo GIANNINI

    Sul sistema di tutele si brancola nel buio ed oggi ne é stato l’esempio. Non si é in grado nemmeno di stabilire una cifra unica obbligatoria di garanzia sui conti correnti, 20.000, 50.000, 100.000 per buona pace dei correntisti che in questi giorni cercano il paese che dà maggiori garanzie sui conti, legalmente e paradossalmente tra questi vi é l’Italia con 103.000!

  6. Ugo Grottoli

    Giusto e puntuale il richiamo di Vella sulla necessità di definire organismi comuni di controllo europei, anche per meglio prevenire e fronteggiare crisi epocali come quella che si sta verificando. Ma non è il caso di aprofittare di queste rischiose circostanze per riportare al centro della discussione politica l’esigenza di riavviare il cammino verso l’unificazione politica dell’Europa? Ovviamente pensando a un nucleo ristretto di Paesi che promuova le iniziative necessarie, acquisito ormai che nessuno, penso, si illude che si possa arrivare a un Unione politica di 27 membri!

  7. MAURO CASTAGNA

    Siamo sicuri che il nostro sistema bancario e solido? Che fine hanno fatto quelle montagne di derivati che le nostre banche hanno gentilmente rifilato a diverso nostri attentissimi enti locali? Se si fermano i pagamenti per qualsiasi motivo (es comune di catania) le banche non prendono il colpo di grazia?

  8. angelo

    Ma se nell’attuale crisi finanziaria è venuto meno un luogo comune in cui poter scambiare tali titoli "junk", non si potrebbe creare un nuovo mercato, una vera e propria borsa o listino in cui porre sul lato dell’offerta gli istituti di credito e della domanda istituzioni nazionali, anzichè creare appositi fondi che poi ricadrebbero col tempo sulle tasche dei contribuenti?

  9. loredana

    Ho lavorato ben 34 anni nella vigilanza della Banca d’Italia e posso serenamente affermare che l’attività di controllo non è al passo con i tempi, direi quasi arcaica, sovente è affidata a risorse poco preparate e attente prevalentemente ad aspetti formali e non sostanziali, spesso prevale la discrezionalità. A tal ultimo proposito ho trovato molto calzante la recente affermazione del prof. Amato di "omissivo padrinato". Nell’ultimo decennio i grandi gruppi si sono "autovigilati" ed oggi ne vediamo le conseguenze.

  10. andrea

    Si parla di collegi di controllo bancario. Poi di organismi di controllo di questi collegi. Con un lead supervisor al vertice della piramide. Molto meno viene dettagliato l’oggetto di questi faraonici controlli. Cosa dovrebbero supervisionare e/o sostituire questi controlli? Le agenzie di notazione del rischio? I banchieri? Gli assicuratori? L’intermediazione finanziaria? Esistono già professionisti che operano sul mercato in ciascun ruolo, e rispondono con la loro remunerazione e carriera dei loro errori. Quale sarebbe dunque lo scopo di questo esercito aggiuntivo di funzionari, a parte quello di creare lucrosi impieghi svincolati dalle alee del mercato?

  11. giuber

    Spettabile Consob, la presente per richiederVi di valutare : a) la momentanea chiusura della ns Borsa di Milano per alcuni giorni al fine di eviatre speculazioni e consentire alle Autorità italiane ed estere di prendere opportuni provvedimenti b) per la tutela del Pubblico Risparmio, disponete un divieto assoluto di shorts su tutti i titoli azionari del listino, in quanto è facile provare come esista una reale speculazione ribassista tesa a danneggiare soprattutto i piccoli azionisti. La prova del Vs provvedimento contro operatori primari per la vicenda Unicredit inqueta infatti tutti i piccoli azionisti di tutte le Società. Intervenite prontamente. Ne avete un diritto dovere.

  12. piero postacchini

    Con il cambio fisso in Europa la politica monetaria è di uso esclusivo della Bce, la quale dovrebbe finanziare ogni stato europeo per una somma pari all’eccedenza del debito tollerato dal parametro europeo in rapporto al pil. Tale prestito obbligazionario concesso ad ogni stato deve essere utilizzato tramite la banca di vigilanza di ogni paese sia per il finanziamento delle infrastrutture che per il prestito al sistema bancario nazionale. Il rimborso di tale prestito avverrà sia per la durata che per la remunerazione in base alla crescita del pil di ogni singolo stato membro. Si raggiungono due obbiettivi, il primo, una forte iniziene di liquidità per i paesi più indebitati, la seconda, la possibilità di realizzare le infrastrutture. I paesi più virtuosi, avranno anch’essi il vantaggio di non avere paesi deboli all’interno della Ue che possono essere di ostacolo alla crescita dell’intera unione europea. Si deve cominciare a ragionare con il pil della Ue e non dei songoli stati membri.

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