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LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringraziamo per i commenti ricevuti, davvero molto numerosi. Questo articolo fornisce una replica complessiva, affrontando le critiche che sono state più frequentemente sollevate.

L’obiezione più ricorrente è quella secondo cui “anche altri” sono i problemi dell’università italiana. Indirettamente, questa critica conferma che il punto da noi sollevato merita attenzione. Siamo del resto ben consapevoli che ci siano altri nodi da risolvere nell’Università italiana. L’articolo aveva però la finalità di concentrarsi su un solo di questi aspetti: il numero di volte in cui un esame può essere sostenuto. La preparazione dei docenti, la qualità della didattica e della ricerca, l’adeguatezza delle strutture, l’eccessivo numero di corsi, la sovrapposizione dei programmi, la dubbia coerenza di taluni insegnamenti sono tutti temi già ampiamente dibattuti, anche su questo sito. Non averli menzionati non significa pensare che non siano parte del problema. A nostro avviso, però, una riforma del sistema degli esami nella direzione da noi indicata sarebbe una di quelle riforme a costo zero (anzi a risparmio) che indurrebbe infine vantaggi anche e soprattutto per gli studenti. Ci teniamo particolarmente ad enfatizzare il seguente punto. Crediamo che il circolo vizioso in cui ci ha trascinato la possibilità di appello infinito sia il seguente: il basso costo di ripetizione dell’esame induce molti studenti a tentare diverse volte l’esame senza davvero prepararsi adeguatamente per passare al primo colpo; questo, a sua volta, causa un ingolfamento nelle sessioni di appello, al quale molto spesso (purtroppo) molti professori reagiscono abbassando la qualità dell’esame: per non rivedere “le stesse facce” negli appelli successivi, agli studenti viene concesso poco tempo per dimostrare la loro preparazione e a volte essi sono promossi con il famoso 18 politico; questo alla fine genera frustrazione, senso di arbitrarietà e disaffezione verso lo studio: un problema che molti studenti intervenuti nei commenti hanno denunciato. Cosa cambierebbe con un sistema con pochi appelli? Noi crediamo che si innesterebbe un circolo virtuoso tra studenti più preparati e docenti più motivati, generando risultati negli esami che riflettono più fedelmente la preparazione di ciascuno.

Poiché però siamo parte in causa, cogliamo l’occasione per arricchire il “carnet delle riforme a costo zero”, come quella dell’esame unico, con la proposta della pubblicazione on line obbligatoria delle valutazione degli studenti al corso e al docente. Proprio perché auspichiamo un aumento della qualità dell’università italiana, siamo favorevoli alle valutazioni della nostra didattica e della nostra ricerca e non contrari. Come tanti altri giovani ricercatori, sogniamo – e ci aspettiamo – una progressione della nostra carriera basata sul merito. E la misurazione del merito deve passare necessariamente attraverso determinate valutazioni (degli studenti e anche ministeriali). Ci aspettiamo che gli studenti stessi si battano per promuovere il merito nelle Università. Certo, sarebbe auspicabile che anche il sistema di remunerazione dei docenti assecondasse in parte i “meriti didattici” degli stessi. Ad oggi nelle università dove le cose funzionano bene, i docenti trovano motivazioni (in termini di progressione di carriera, di accesso a fondi, etc.) nel fare ricerca mentre in quelle dove le cose vanno male i docenti non hanno alcun incentivo se non la propria volontà e senso del dovere. In entrambi i casi la qualità della didattica non trova spazio. Bisognerebbe trovare delle formule che incentivino i docenti ad essere sia dei bravi ricercatori che dei bravi insegnanti, con tutte le tensioni che un simile trade-off si porta appresso.
Alcuni commenti sottolineano poi che non sia possibile fare confronti con le realtà all’estero perché la realtà nostra è peculiare. Pur facendo salve le specificità del nostro sistema non possiamo però rinunciare a guardare cosa fanno gli altri (tutti gli altri) solo perché il confronto è imbarazzante. Senza scomodare il mondo anglosassone, sistemi universitari molto più vicini al nostro, come quelli tedesco e francese, non hanno l’anomalia dell’esame ad libitum che abbiamo noi. Da questo dato di fatto emerge la domanda: questa peculiarità è un vantaggio o uno svantaggio per gli studenti? Noi pensiamo che sia decisamente uno svantaggio.
Lo studente che si prepara seriamente all’esame dimostra capacità di apprendimento e senso di responsabilità. Questo studente non teme l’appello unico; egli potrebbe però temere la cattiva organizzazione degli appelli e siamo sorpresi che pochi commenti abbiano evidenziato questo fatto. Avere a distanza di pochi giorni (addirittura nello stesso giorno) esami molto impegnativi può essere scoraggiante o psicologicamente pesante per ogni studente (i patiti dei confronti con l’estero sappiano però che in Gran Bretagna – per esempio – questo è la norma). Crediamo che gli studenti debbano pretendere una distribuzione degli esami più razionale.

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La critica secondo cui l’appello unico rischia di penalizzare troppo gli studenti è immotivata. Paradossalmente, anzi, rischia di favorirli fin troppo. Il timore è il seguente: se trovo il docente con la luna storta, verrò sicuramente bocciato. Questo ragionamento vale ovviamente per tutti gli studenti. Il risultato sarebbe un appello senza promossi. Cosa potrebbe accadere l’anno seguente? Nota la severità (o lunaticità) del docente, il suo corso, se non addirittura la sua facoltà, non raccoglierebbero più iscritti. Per evitare questo rischio, i docenti potrebbero forse rendere addirittura fin troppo semplice l’esame, per non scoraggiare i nuovi studenti. In mezzo a questi due estremi, crediamo che con l’appello unico si avrebbero una buona percentuale di studenti promossi e piccole percentuali di studenti bocciati e promossi con lode.

Molte obiezioni riguardano gli studenti lavoratori. Lo studente lavoratore in genere è fuori corso non perché prenda poco seriamente gli esami (per la nostra esperienza infatti, l’impegno e la motivazione di uno studente lavoratore sono mediamente superiori a quelli di uno studente non-lavoratore) ma perché spesso i corsi di laurea sono pensati ed organizzati solo per studenti a tempo pieno.  A nostro avviso la strada da percorrere è quella battuta dall’università di Trento che chiede agli studenti diverse modalità di iscrizioni a seconda che essi siano studenti full o part time. Da questi ultimi ci si aspetta ovviamente ritmi di progressione più lenti, ma questo ha poco o nulla a che fare con la cadenza degli appelli e la possibilità di ripetere gli esami all’infinito e rifiutare i voti positivi. Un’obiezione simile vorrebbe che una riforma siffatta bloccasse l’accesso delle classi meno abbienti all’università. Francamente ci sembra un passaggio ardito. Crediamo che chiedere agli studenti di prepararsi bene per l’esame e programmare con un po’ più di anticipo questa preparazione sia benefico in primo luogo per gli studenti stessi, che infine riuscirebbero, nella maggioranza dei casi, a finire il loro percorso in minor tempo. Sono anzi gli studenti delle classi più abbienti quelli che possono concedersi di rimanere parcheggiati in Università ed espugnare infine un titolo con la strategia della stanchezza solo perché l’istituzione non vede l’ora di liberarsi di loro. A questo ultimo punto si collega una metafora usata in uno dei commenti che ci è piaciuta molto: la metafora sullo studio universitario inteso come “corsa” opposta allo studio visto come “tiro al bersaglio”. Facciamo solo notare che anche nelle gare di tiro al bersaglio vi è un tempo massimo oltre al quale l’avere fatto centro o meno perde di significato.

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23 commenti

  1. Stefano Coculo

    Egregi Balduzzi, Monticini e Rizzolli, in base a ciò che ho potuto vedere nella Facoltà di Lettere e Filosofia di un’Università romana, che frequento da studente, il problema del ritentare ad libitum gli esami fino ad imbroccare la "mano fortunata" non esiste. Giacché, in particolare se si è studenti frequentanti, il 22 o il 24 sono scandalosamente assicurati al primo colpo, per male che vada. Per i frequentanti, gli unici due modi per farsi bocciare sono i seguenti: a) fare scena completamente muta; b) picchiare selvaggiamente il docente. In realtà, ciò che ha trasformato definitivamente l’Università italiana in uno squallido esamificio è stata la decisione di introdurre, con la riforma del ’99, l’incredibile caterva di esami (33, più due tirocini) che occorre sostenere (leggi "farsi regalare") per conseguire la laurea triennale. Non pochi di questi esami (una decina ca.) riguardano materie grottescamente lontane dal settore di studio prescelto: i piani di studio ne sono inzeppati come diretta conseguenza della proliferazione incontrollata di cattedre. Pertanto se ne conclude che l’Università serve solamente a distribuire cattedre e stipendi a vuoto. Distinti saluti.

  2. Tommaso Aquilante

    Articolo pertinente, condivisibilissimo ma incompleto. Io ho frequentato la Bocconi per 5 anni. Non ho mai potuto rifiutare un voto sufficiente nè agli scritti nè agli orali (era così anche con la quadriennale con crediti a partire da un certo punto in poi). Il numero di appelli per il triennio negli anni 2002 – 2005 era di 6 all’anno senza possibilità di rifiutare il voto. In alcuni casi i docenti non permettevano agli studenti che erano rimasti in classe per più di 40 minuti di potersi ritirare dagli esami (avendo studiato all’estero più di una volta posso dire che vi si può sempre ritirare da un esame con la consapevolezza che poi lo si può ripetere solo l’anno dopo). Poi, dall’anno di introduzione delle Lauree Specialistich in Italia, il numero di appelli per esame in Bocconi è stato ridotto prima a tre e poi a due. Ancora poco, io sono per l’appello unico, per la normalizzazione dei voti. Visto che la Bocconi è un’università italiana mi sembrava il caso di segnalarlo e sono rimasto sorpreso del fatto che nell’articolo questa eccezione nemmeno fosse citata. Infine, dallo scorso anno anche i trienni in Bocconi hanno meno appelli.

  3. Alberto Chilosi

    La valutazione dei docenti costituisce un ottimo feed back a una condizione: che chi impartisce il corso non sia esaminatore. Altrimenti la valutazione verrebbe a riguardare più la serietà con cui viene effettuato (o si presume che, sulla base dell’ esperienza passata, verrà effettuato) l’esame (tanto meno serio l’esame e tanto più di manica larga il docente, tanto migliore la sua valutazione) che i meriti didattici del corso. A questo proposito sarebbe interessante effettuare un’indagine empirica per vedere in che misura la serietà o meno dell’esame (diciamo, indicato, sia pur molto imperfettamente, dalla moda delle votazioni, ad esempio, ma chi promuove tutti quelli che non sanno niente con diciotto verrebbe a risultare più "serio") è correlata alla valutazione del corso da parte degli studenti.
    Nel 1960 feci l’esame di maturità e gli esami "impegnativi" erano quanto mai concentrati, anche in una mezza giornata, e nessuno si scandalizzava. Adesso gli studenti sono diventati molto più cagionevoli di salute e più sensibili alla fatica dell’apprendimento. In realtà la concentrazione degli esami non presenta un problema se la materia è assimilata gradualmente e lo studente è ben preparato, presenta un ovvio problema se invece viene studiata, magari giorno e notte, pochi giorni o poche ore prima dell’ esame e appiccicata, per così dire, con lo sputo, alla memoria dello studente. Ma in tal caso la ritualità dell’ insegnamento e dell’ esame è del tutto inutile perchè del lavoro delle parti interessate, studente e docente, non resta niente.

  4. Luca Guerra

    L’università rispecchia i mali che affliggono la società italiana ed anche se per molti "il problema è un altro" è anche vero che il modo migliore per risolverli tutti è affrontarli singolarmente avendo una visione complessiva; ciò premesso ritengo che l’ipotesi dell’esame unico, che ritengo interessante, potrebbe essere almeno adottata in via sperimentale in qualche facoltà che voglia attrarre studenti per una migliore formazione e non per una laurea facile. Certamente bisognerebbe poi controllare se il tempo che si è così liberato ai docenti, venga da questi utilizzato per lavorare all’interno delle università o per scrivere commenti su internet o peggio ancora.

  5. Enrico

    Come da oggetto: se a uno la laurea serve per trovare un lavoro, la durata della laurea è un elemento discriminante, e quindi non si può permettere di prendere tutti 30 e di laurearsi in 10 anni. Se si tratta di qualcuno che è solo parcheggiato all’università, allora non è interessato più di tanto alla qualità ne della didattica ne dell’università nel suo complesso.

  6. Stefano

    Alla luce della vostra proposta ho "rivisitato" la mia carriera universitaria triennale: alla Facoltà di ingegneria dei sistemi del Politecnico di Milano, a detta di molti una delle più selettive, ho superato entro il primo appello la gran parte degli esami (22 su 26) e mi sono laureato "in tempo" con un buon voto; come me in molti altri hanno ottenuto questo risultato (circa 50 studenti su 70), alcuni laureandosi con il "classico" 110 e lode, ma la gran parte con voti tra il 90 e il 105. Questo per dimostrare che persino in un contesto molto selettivo non ci sarebbero "stragi" di studenti con il limite ad un appello: tuttalpiù votazioni inferiori. Inoltre ritengo che, limitando il numero degli esami a 20 per la triennale e 12 per la specialistica, come sarà dall’anno prossimo, i risultati potranno essere persino migliori; probabilmente ci saranno più abbandoni, ma anche una quota maggiore di studenti che, con un minor numero di esami e con un incentivo maggiore a superarli, si laureeranno in corso. Dopotutto la laurea non è un diritto, come pensano in molti, perchè il proseguimento degli studi ai più alti livelli è riservato "ai capaci e meritevoli", non a tutti.

  7. carlo inverni

    Sono sostanzialmente daccordo con voi. Mi permetto di aggiungere una cosa: perchè mai deve essere legittimo rifiutare un voto negativo? Oltre alla possibilità di ripetere all’infinito un esame è questo dato a falsare qualsiasi confronto tra l’Italia e il resto del mondo. In nessun sistema educativo, a prescindere dallo stato o dal contesto formativo (scuola o università), è possibile rifiutare il voto. L’obiettivo dell’università, oltre a trasmettere informazioni, dovrebbe essere quello di formare e responsabilizzare gli studenti. Che responsabilità ci si assume se si accettano solo i giudizi positivi?

  8. gianp

    La proposta dei tre ricercatori potrebbe essere realizzata sicuramente ma dentro un’organizzazione più rigorosa della nostra università. Conosco i dati di un corso di laurea complessivamente serio di una università ritenuta complessivamente altrettanto seria in cui succede questo: ad esami per il conseguimento di dieci crediti, la media del superamento per ogni sessione da parte degli studenti va dall’80 al 90 per cento, ad esami da cinque crediti la media del superamento va dal 20 al 25 per cento. Questa alternanza di medie di superameento è la norma fra i vari esami. Un approccio statisticamente corretto ci dice quindi che i livelli di aleatorietà rispetto alle possibilità di superamento sono altissime. E’ dentro questa alea che il singolo deve muoversi e si capisce dunque che anche le strategie di preparazione debbano essere conseguenti.

  9. Alessio Zini

    Apprezzo moltissimo la vostra risposta a chi, come me e tanti altri, aveva commentato il precedente articolo. Trovo le nuove spiegazioni più complete ed in particolare il giudizio pubblico on-line sulla didattica e sulla qualità del corso sarebbero un ottimo strumento che meriterebbe attenzione: a zero spese la qualità rischia di aumentare seriamente poichè i professori che non rispettano i regolamenti, le ore di lezione, il programma didattico verrebbero allo scoperto. Io punto il dito su questo poichè so cosa vuol dire iscriversi ad un corso di laurea con certe caratteristiche vantate, e scoprire che nella pratica è tutto diverso e i programmi non vengono rispettati. E parlo da studente dell’Università di Bologna e di corsi di laurea scientifici che dovrebbero rappresentare il valore aggiunto dei paesi sviluppati per contrastare l’avanzata di Cina e India. Ma così, al momento non è. Purtroppo sembra che a nessuno interessi la qualità, se non a noi "gente comune". Aggiungo una proposta: anche i finanziamenti devono essere concorrenziali. Le migliori università, valutate sulla base di un sistema di giudizio, devono avere più fondi.

  10. Ilaria Piemonte

    Sono perfettamente d’accordo con la proposta di limitare il numero di appelli in cui uno studente possa sostenere uno stesso esame. Limitare il numero delle possibilità disponibili agli studenti è indispensabile per resituire allo studio il giusto valore di "opportunità", che sta perdendo. Inoltre, stabilire un numero limitato di possibilità che sia uguale per ogni studente, senza possibilità di deroghe, contribuirebbe a una svolta in senso meritocratico del nostro sistema di istruzione (di cui a mio avviso si avverte una certa "urgenza"). Perchè questo avvenga servono "filtri" sui risultati, eliminando invece quelli derivanti dalle diverse possibilità economiche che consentono, per esempio, a chi può permettersi di trascorrere molto tempo in università di tentare infinite volte gli esami, anche a distanza di anni. Insomma: ben venga qualche riforma.

  11. alberto

    Certamente è sbagliato permettere di continuare a fare esami all’infinito, ma, se vi fosse una sola possibilità, i prof non segherebbero più nessuno e darebbero 18 a chiunque; il 30 sarebbe riservato ai figli dei prof e alle loro amanti. Sarebbe più normale scrivere sul diploma di laurea anche la data di iscrizione al corso, così da far vedere subito se uno si è laureato in fretta o no. Comunque, il problema non si pone per chi intende lavorare nel privato, perché le aziende sanno bene come selezionare il loro personale.

  12. ilaria

    Ho studiato a brighton. concordo con chi ritiene non paragonabile l’attuale organizzazione della nostra università con quella britanica. in gran bretagna si arriva all’esame al termine dell’anno dopo aver svolto una serie di prove intermedie durante lo svolgimento del corso, che ha frequenza obbligatoria e struttura perlopiù seminariale, con classi in molti casi da non più di 15 persone. inoltre uno sceglie che corsi fare (e corsi scarsi possono restare privi di alunni e non partire, come prospettato nell’articolo), al contrario che da noi, dove i piani di studio sono sempre più rigidi. quindi se hai il prof scarso o lunatico, te lo tieni. e ringrazi di poter riprovare l’esame in un secondo momento! sulla difficoltà complessiva del corso di studi, ho trovato decisamente più impegnativo il livello richiesto in Italia, per lo meno sui corsi basi (i corsi specialistici o monotematici sono certamente meglio in inghilterra).

  13. Irene

    Vorrei solo puntare l’attenzione su un punto cruciale: il range di voti che va da 18 a 30. Nel nostro sistema, considerando l’importanza che ha oggi il voto di laurea, alle volte la differenza la fa un 30 piuttosto che un 28, e quindi, anche un esame quasi perfetto si rifiuta per cercare di avere una media complessiva più alta possibile. Quello che ho scritto può sembrare ridicolo, ma è la realtà dei fatti. Per cercare di essere più competitivi possibile di punta al 110 e lode in tempo. Il risultato sono 5 anni fatti in fretta, esami preparati di notte, sabato e domenica. La gestione complessiva dovrebbe essere diversa, sia degli appelli che sono troppo ravvicinati, sia del numero degli esami. Questo sistema non ci consente di fare stage, di lavorare (gravando sulle famiglie) e quindi di non essere competitivi con i nostri coetanei europei, che invece associano allo studio anche la pratica, cosa che a noi non è consentita, se non mettendo in conto un ritardo nel risultato finale. L’altro ieri ho, con grande dispiacere, rifiutato un 26 per un esame da 10 crediti anche sotto consiglio della prof che mi ha detto:" ci pensi bene, alla fine farà differenza anche la lode".

  14. Ernesto Menichella

    Mi ricordo che alle medie ci portarono in gita alla Sapienza e ci mostrarono la città universitaria dicendoci che ci stavamo preparando ad entrare in quel mondo e che lì ci saremmo preparati al mondo del lavoro. Posso dire con certezza che chi parlava così mentiva e sapeva di mentire Migliaia di persone laureate nelle più svariate discipine vanno si impiegano in lavori che non hanno nulla a che fare con ciò che hanno studiato. Altre migliaia ci provano e non ci riescono, di sicuro non per incapacità o cattiva volontà. Se ne deduce che la scuola e l’università così come sono non servono a prepararci al mondo del lavoro. La mia personale opinione è che l’università è un ammortizzatore sociale atto a ritardare l’ingresso delle persone nel mondo del lavoro; perchè? Perchè non c’è lavoro. Ammetterete che in quanto tale svolge pienamente e soddisfacentemente il suo compito. Ma vogliamo essere costruttivi e la domanda rimane la stessa: "A che serve la scuola/università?". Non credo che si tratti di trovare la risposta migliore quanto di sceglierne una e solo dopo di costruire un sistema adeguato.

  15. Wer Fen

    Mi sembra che imporre il circolo virtuoso alla parte debole (lo studente universitario semplice numero di matricola, non rampollo e non famiglio di docenti) che nulla può fare per cambiare il sistema sia profondamente iniquo. Poi, mi sembra improbabile l’effetto benefico della "mano invisibile" che dovrebbe "ridurre" il numero di iscritti al corso del docente inefficiente: non vedo come ciò possa applicarsi ai corsi fondamentali di ogni facoltà.

  16. bv

    Insomma, in sintesi, après moi le déluge…

  17. rosario nicoletti

    L’argomento è molto interessante. Val la pena ricordare che nella università precedente il ’68 l’esame, regolarmente verbalizzato qualunque fosse l’esito, poteva essere sostenuto solo due volte per anno accademico. Con il permissivismo che ha pervaso la nostra società è sembrato naturale poter ripetere l’esame un numero infinito di volte, essendo saltata anche la cosidetta propedeuticità (necessità di seguire un certo ordine nel sostenere gli esami), ora ripristinata in qualche caso. Il permissivismo è funzionale in doppia direzione: il docente limita il suo impegno didattico (ogni confronto con i paesi anglosassoni sarebbe impietoso) e dà per contropartita la possibilità di tentare la fortuna all’esame. Questa è la situazione: qualcuno è capace di cambiarla?

  18. cecilia

    Sono un laureanda specialistica in economia a Bologna. concordo con gli autori sull’articolo e su questa replica. poter ripetere un esame all’infinito disincentiva lo studente a prepararsi fino in fondo, "tanto se va male ci rivediamo tra 1 mese", e a pianificare lo studio in modo sensato (nel lavoro, se c’è una scadenza non si hanno altre possibilità). serve però flessibilità nelle date degli esami: si potrebbero fare diversi appelli (non 9, ma 4-5) con libertà di scelta per lo studente su quando dare il tale esame, ma senza possibilità di ripeterlo lo stesso anno (al massimo un’altra possibilità nel semestre successivo). In questo modo anche gli studenti lavoratori potrebbero riuscire a organizzarsi, anche se il vero problema a questo proposito è che in italia praticamente non esiste la possibilità di avere borse di studio o prestiti per pagarsi l’università, quindi chi non ha una famiglia che lo sostiene economicamente è costretto a lavorare. Pienamente condivisibile anche la pubblicità della valutazione della qualità dei docenti: alla fine di ogni corso ho compilato un bel questionario valutativo, ma chi ne ha mai più saputo nulla? Peccato che certi corsi non te li leva nessuno.

  19. Pier Luca

    Condivido molti dei punti dell’articolo. Pero’ non credo che tutti i i giudizi dei docenti dovrebbero essere pubblicati dato che questo genererebbe una gogna le cui conseguenze a livello personale potrebbero andare ben oltre lo scopo dei giudizi. Pubblicando tutti i giudizi, anche negli atenei di piu’ alto livello, si andrebbe a mettere all’indice il peggiore o il gruppo (spero sparuto) dei docenti peggiori. Queste persone verrebbero esposte a una gogna che probabilmente potrebbe distruggerle psicologicamente. Anche in un universita’ di livello altissimo con docenti eccellenti, ci saranno sempre gli ultimi, i peggiori, anche se di livello eccellente. Pensiamo cosa succederebbe se fossero resi pubblici i voti di tutti gli studenti. Anche questo aumenterebbe la competizione e spingerebbe gli studenti a migliorarsi, pero’ come si sentirebbe l’ultimo? Il peggiore studente dell’ateneo? Dovremmo invece dare spazio ai migliori: sul 100% dei docenti, dovremmo pubblicare i voti del 75% migliore. Degli altri sapremo che sono nel 25% dei peggiori (una porzione sufficientemente grande da garantire ‘una specie’ di anonimato) e li spingeremo a migliorarsi.

  20. Ernesto Menichella

    Sono daccordissimo con gli autori: sostenere esami non dovrebbe essere paragonabile ad andare ad un’asta a chi offre di più. Non sono daccordo a pubblicare alcuna valutazione sugli studenti, poiché lo studente sa già quello che deve sapere una volta attenuta una valutazione. Di una valutazione pubblica su docenti e corsi invece se ne potrebbe parlare: tutto sommato le università nacquero da un accordo tra chi voleva imparare e chi aveva da insegnare e mi sembra giusto che chi vuole imparere abbia modo di dire la sua, ho paura però che in questo entrerebbero la politica e le ideologie (quali che siano) a rovinare tutto. A parte questo non è suggerito né il metodo, né il merito, né quali sarebbero le conseguenze di tali valutazioni, è ragionevole supporre che esse debbano averne altrimenti sarebbe perfettamente inutile darle… e anche parlarne.

  21. Valentina

    Considerando la realtà che vivo ad economia alla Sapienza di Roma, mi è difficile concordare con l’articolo: avendo 6 esami a semestre (diciamo pure a quadrimestre) e quindi 12 esami l’anno entro 3 anni, con libri che superano anche le 1000 pagine (diritto privato, pubblico commerciale, ecc.) l’avere a disposizione un solo appello l’anno renderebbe la situazione ancora più proibitiva, di quanto lo è già…(E in questo caso non stò tenendo in considerazione i 2 anni successivi della specialistica,di cui si potrebbero fare ulteriori considerazioni) E’ pur vero che dall’anno scorso è stata introdotto nella facoltà un nuovo ordinamento da 6 esami l’anno per 3 anni, ma noi che abbiamo fatto da cavie al precedente ordinamento durato 6 anni e che stiamo subendo in modo iniquo gli effetti del nuovo perchè le nuove regole della facoltà vengono applicate indifferente sia se fai parte del nuovo che del vecchio, darci solo una possibilità di fare l’esame sarebbe come toglierci l’ossigeno. Anche se molti professori comunque l’hanno fatto e continuano a farlo. L’Italia è sempre stata un Paese con forti divari e secondo me fare una scelta così generalizzata creerebbe ulteriori complicazioni.

  22. antonio p

    Per voler vincere e dimostrarsi e dimostrare quello che si vale. Il 18 universitario o il sei politico è stato il modo per ritarare le persone verso il basso con conseguente incapacità estesa di saper ragionare in modo personale, ma solo da pecore o peggio da struzzi con la testa sotto la sabbia.

  23. walter

    Un appello unico per anno è troppo poco. Non prendete alla leggera il rischio del "docente con la luna storta". Voi fareste perdere la possibilità di dare un esame per un intero anno solo perchè la giornata è no per il professore? E il balance contrapposto, che all’anno successivo in pochi studenti si iscriverebbero al corso di quel prof non è molto forte: spesso i due docenti "concorrenti" appartengono alla stesa cattedra e c’è il rischio di vederseli uno accanto all’altro all’esame (oltre il rischio che, se il docente "buono" deve farsi l’80% delle interrogazioni in un appello e quello "cattivo" seduto accanto solo il 20% allora è probabile che se le dividano equamente e poi vallo a spiegare al vecchio prof. che "no, sa, volevo farlo con l’altro l’esame, anche se dovrei farlo con lei".. D’accordo a rendere obbligatorio il salto d’appello: chi non passa il primo appello della sessione (es: il primo di giugno) deve saltare il successivo (il primo di luglio) ma magari può fare il terzo (ultimo di luglio).

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