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LA LOTTERIA ITALIA DEGLI ESAMI

In Italia è molto semplice per gli studenti ripetere più volte un esame universitario finché non lo  passano, magari con un buon voto. Ma tutto ciò ha costi alti. Per gli stessi studenti perché si allunga il percorso di studio. Per i docenti che all’esamificio devono dedicare tempo e risorse. E alla fine, poi, si toglie ogni contenuto informativo al voto di laurea. La soluzione è una riduzione drastica degli appelli. Ma potrebbe funzionare anche un innalzamento delle tasse per i “ripetenti” e i fuoricorso.

 

Un articolo pubblicato prima dell’estate su questo sito evidenziava come il voto di laurea in molte università italiane sia sempre meno indicativo. Quando il 30 per cento degli studenti si laurea con la lode, la sensazione è che le valutazioni appaiano fin troppo generose. O quantomeno, pur ammettendo che non esistano distorsioni, risultati così appiattiti verso l’alto non permettono alcuna discriminazione tra gli studenti.

IN ATTESA DELLA MANO FORTUNATA

Tra le numerose cause dell’inflazione da voto, c’è l’inspiegabile facilità con la quale in Italia gli studenti possono tentare e ritentare gli esami, teoricamente un numero infinito di volte, rifiutando eventuali voti bassi o comunque non soddisfacenti, in attesa della “mano” fortunata che permetta di portarne a casa uno alto. L’anomalia italiana emerge da un rapido confronto con i sistemi universitari di altri paesi. (1)
Un esame per corso ogni anno senza possibilità di appello: Canada.
Un esame per corso ogni anno con possibilità di un appello: Danimarca, Francia, Germania, Messico, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti. (2)
Un esame per corso ogni anno con possibilità di due appelli: Austria, Olanda
Fino a dieci esami per corso per anno con possibilità illimitata di appello: Italia
Come in una lotteria, lo studente italiano può comperare a costi contenuti un biglietto per tentare la fortuna dell’esame. Il voto è per alcuni studenti ormai un evento probabilistico, il cui risultato atteso può essere artificialmente accresciuto, non necessariamente studiando di più, ma semplicemente aggiungendo alcampione ilprossimo evento. Ritenta e sarai più fortunato: è l’imperativo.
Un primo paradosso del sistema è che mentre l’appello praticamente mensile viene spesso giustificato come un meccanismo per permettere allo studente di “dare più esami” e quindi di accelerare il percorso di studi, in realtà la durata media degli studi universitari in Italia è tra le più alte d’Europa, anche se è decisamente migliorata con il 3+2. Vi è correlazione tra appelli ricorrenti e maggiore durata del percorso di studi? Secondo noi sì, ed emerge a causa di questo approccio da lotteria all’esame.
L’esamificio Italia, oltre a svuotare di contenuto informativo il voto di laurea e contribuire all’allungamento del corso degli studi, porta con sé anche un considerevole costo sociale in termini di strutture universitarie utilizzate improduttivamente e di ore/uomo di ricercatori e professori sprecate per preparare, supervisionare e (se scritti) correggere i “biglietti della lotteria” degli studenti.
Dieci estrazioni all’anno (più o meno) per la lotteria dell’esame italiano: pensiamo a cosa  significano in termini di costi. L’esamificio Italia è costruito in maniera tale da abbattere quasi completamente il costo opportunità di “ritentare” l’esame per lo studente: il suo costo opportunità è aspettare qualche settimana per il successivo appello. Rende però significativo il costo per l’esaminatore che deve preparare almeno dieci prove diverse, dedicare dieci giornate all’esame e cosi via, con la ragionevole certezza di rivedere più volte alcune facce già conosciute, che si ripresentano in cerca del tema facile o della domanda fortunata.
L’altra faccia delal medaglia della frammentazione degli esami è il diverso grado di difficoltà delle prove. Un docente dovrebbe decidere all’inizio dell’anno accademico il loro livello di difficoltà; dovrebbe quindi preparare tanti differenti testi che presentino tutti il medesimo grado di difficoltà. L’impresa potrebbe rivelarsi ardua e verosimilmente alcuni appelli d’esame potrebbero avere prove più semplici di altri. Lo studente potrebbe presentarsi continuamente, proprio in attesa di svolgere l’esame per lui più semplice.
Inoltre, si pensi a un’azienda che deve selezionare un valido economista. Il massimo dei voti preso in un appello “facile” di economia politica potrebbe non valere un voto leggermente più basso preso in un appello “difficile”. L’impresa non potrebbe più basare il suo giudizio unicamente sul curriculum universitario del potenziale economista: si rischia di perdere la funzione di segnalazione dei voti anche dei singoli esami.
La soluzione all’esamificio Italia è la correzione di questa struttura di costi sbilanciata. Il costo opportunità del “ritentare” la fortuna dell’esame per lo studente va aumentato, in maniera tale che si torni a considerare imprescindibile l’opzione di studiare per passare l’esame al primo tentativo. Ciò comporterebbe inevitabilmente una riduzione dei costi “sociali” dell’esame, sia in termini di struttura e personale per gestire la ripetizione dell’esame sia in termini di tempi di laurea più brevi. Ma come si aumentano questi costi? La via maestra è la riduzione drastica delle sessioni d’esame e del numero di appelli.

CHIUDERE L’ESAMIFICIO

Un approccio radicale al problema sarebbe l’adozione di un modello di tipo britannico, con la possibilità di un solo appello a fine corso e, nel caso di fallimento, di una sola chance di riparazione. Va da sé che i voti positivi ottenuti non si potrebbero rifiutare. Se si dilazionano nel tempo gli appelli, si aumenta il costo opportunità di aspettare la prossima “mano fortunata”, fino alle conseguenze estremamente costose di troncare il percorso accademico nel caso un esame fondamentale non sia superato entro i due-tre tentativi concessi. Così facendo, si opererebbe una selezione tra gli studenti universitari, premiando coloro che studiano veramente per superare un esame e coloro che provano e riprovano finché non ci riescono. Inoltre, con la possibilità di almeno un secondo appello, lo studente è garantito rispetto a eventuali torti o sfortune subite. Un’altra possibilità (complementare alla prima, più che alternativa) è quella di impedire agli studenti il rifiuto dei voti positivi, cioè superiori al 18.
In ogni caso, si potrebbe almeno rendere gli extra-appelli finanziariamente costosi per gli studenti in maniera tale da far loro internalizzare i costi/struttura dell’esamificio, magari incrementando le tasse universitarie di una percentuale per ogni esame non superato e ritentato. Oppure si potrebbero aumentare le tasse universitarie per gli anni fuoricorso. In questo modo, gli studenti stessi internalizzerebbero i costi di tale pratica e il numero ottimo di appelli emergerebbe come un equilibrio del sistema.
Non a caso, alcune università italiane hanno già cominciato ad applicare misure simili, a partire per esempio dal caso di Trento.

(1)John Hey, “International Comparison of University Examination Systems”
(2) Per essere più precisi, le regole per la ripetizione dell’esame variano a seconda del corso e dell’università.

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IL PREZZO DELLA TRASPARENZA

109 commenti

  1. marco

    Secondo me è sbagliato. Già così prepararsi per un appello è difficile, ancora con l’ansia di rischiare di buttare mesi di studio. Esami lotteria? Nella mia carriera (da ripetente, visto che lavoro e il tempo è quello che è) ogni esame è stato una conquista. E sull’innalzamento delle tasse: io da studente/lavoratore già non uso le aule e le altre risorse che gli altri hanno a disposizione. Però pago le stesse tasse. Quindi mi sembra solo un "poveri prof hanno già poco tempo e in più devono seguire gli esami di sti somari". Ma non dovrebbe essere il loro lavoro preparare gli studenti?

  2. Simona

    Ho frequentato l’Università (Roma – La Sapienza), giurisprudenza, negli anni 1990-1995. Nella mia esperienza ho rilevato l’esistenza di due tipologie di studenti: la massa di autodidatti (disincentivata a frequentare le lezioni per l’affollamento estremo) e l’elite (formata da parenti, amici, conterranei e famigli dei docenti e del sottobosco di assistenti). Il numero di matricola autodidatta, dopo aver studiato per mesi, aveva al massimo mezz’ora per dimostrare tutto ciò che sapeva ad assistenti e docenti distratti. Agli studenti del primo tipo l’università non ha dato nulla; a fronte delle tasse versate l’unico servizio ricevuto era l’esame. Diminuire questo servizio a parità delle altre condizioni significa penalizzare ulteriormente la classe medio-bassa e nullificare la mobilità sociale, posto che, una volta laureati, gli autodidatti subiscono la dura concorrenza dei famigli, che con i loro voti altissimi e i dottorati se non riescono ad ottenere una cattedra ancora ottengono sine cure nelle poche pubbliche amministrazioni (ancora) prestigiose.

  3. carmela

    Perchè si ragiona solo sul fatto che in Italia gli esami si possono ripetere all’infinito e non si guarda ad altro? Vogliamo ragionare di come funziona un’università italiana e una di un altro paese europeo per non andare troppo lontano? Vogliamo ragionare sul come è gestita la didattica? Vogliamo ragionare della mancanza dei campus universitari dove poter vivere e studiare?

  4. popova

    L’analisi dell’autore mi sembra un po’ semplicistica. Prima di tutto, invece di continuare a fare paragoni con l’estero, potremmo andare a testare sul campo il livello di difficoltà dei loro esami e paragonarlo con il nostro. Credo che uscirebbero fuori cose interessanti, basta chiedere a qualsiasi Erasmus di descrivere gli esami fatti all’estero. Ci racconterebbero di esami preparati a casa, di tesine che costituiscono l’unica votazione e di test a risposta chiusa. Il secondo elemento mancante nell’analisi è la serietà con la quale i docenti affrontano il loro di percorso accademico. Quindi dovremmo andare ad analizzare le presenze in aula, la disponibilità al ricevimento, il rispetto dei programmi depositati e la durata degli esami. Anche qui, forse scopriremmo che forse gli studenti si affidano alla ruota della fortuna perché è impossibile fare altro. Sono d’accordo sull’aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso, se escludiamo, però, gli studenti lavoratori. Continuo a pensare, comunque, che il nostro livello d’istruzione sia buono. In passato ho avuto occasione di confrontarmi con studenti inglesi e posso assicurare che…non c’è paragone!

  5. Figlio di operai fuori corso

    Geniale, mi sembra un ottimo modo per sbarrare definitivamente la strada all’"ascensore sociale" già drammaticamente arruginito in questo paese. In Francia esclusione in entrata secondo i voti di maturità, in america costi da prima casa, dobbiamo prendere spunto per dare il colpo di grazia a questo paese, dove ormai non hai solo la sicurezza di fare il poveraccio se sei figlio di poveracci ma ti può anche andare peggio. Quindi esclusionismi di ogni genere, tasse proibitive e chi più ne ha più ne metta. Decisamente la strada giusta.

  6. CLAUDIO

    Non concordo per niente sull’aumento delle tasse ai fuoricorso. Sono uno studente-lavoratore: tra lavoro, casa, famiglia, volontariato, ecc.ecc. mi resta poco tempo per studiare e faccio sì e no un esame all’anno. Pago le tasse universitarie in pieno perchè ho reddito, ma non utilizzo quasi per nulla le strutture, perchè non frequento i corsi e non utilizzo mensa, aule computer, biblioteche, ecc. L’Università, con me, incassa oltre 1200 euro all’anno in cambio dell’impegno di un prof. per qualche mezz’ora all’anno, per lo svolgimento di qualche esame. Eppure mi pare positivo che dei lavoratori continuino a formarsi ed a studiare nel corso della loro carriera lavorativa. Una volta i lavoratori pagavano le tasse universitarie al 50%, oggi non più. Io credo che si dovrebbero re-introdurre facilitazioni per gli studenti-lavoratori e favorire la formazione di alto livello non solo per i giovani appena diplomati ma anche per i lavoratori desiderosi di migliorare le proprie conoscenze.

  7. Fabio M. Manenti

    Concordo pienamente con quanto scritto nell’articolo: la possibilità di ripetere esami virtualmente all’infinito unita alla facoltà di rifiutare voti positivi, generano inefficienze da tutti i punti di vista. Aggiungo, a chiudere il cerchio dei "barocchismi" che ancora caratterizzano quell’esamificio che è l’università italiana, l’assurdità del sistema di verbalizzazione degli esami che in molti atenei (il mio incluso) si basa ancora sulla compilazione di costosi verbaloni ipervoluminosi, su cui devono esser riportate in duplice copia (oltre che, in molti casi, anche a dover riempire a penna vari pallini per il lettore ottico!) tutte le informazioni sullo studente sulla data dell’esame etc etc, e che devono essere controfirmati da più docenti. Il risultato è che per registrare un appello di 100 studenti si perde quasi una giornata. Sarebbe interessante sapere il costo che un ateneo tipo il mio (Padova) sostiene per tenere in piedi questa assurdità…

  8. Alessio Zini

    Sono uno studente di Bologna, corso di laurea "Scienze di internet". La questione non è così semplice come dite. Nel mio corso abbiamo appelli annuali, vecchia maniera, e proprio a causa di questo siamo TUTTI fuori corso. Perchè? Perchè a severità nel numero di appelli e alla qualità delle conoscenze richieste non corrisponde qualità della didattica e dell’insegnamento. In altre parole i nostri professori sposano il criterio anglo-sassone per quanto concerne il numero degli esami, ma sono poi italianissimi nella didattica, spiegando da anni materie di programmazione alla lavagna. Si, avete capito bene: alla lavagna. Allora siamo sempre al solito discorso: la qualità manca. Si possono fare tutte le riforme che vogliamo ma finchè non esiste un controllo e un sistema competitivo basato sulla qualità, saremo sempre al punto di partenza. Ad avere due o tre appelli annuali io ci sto. Ma poi pretendo che i laboratori previsti nei programmi ministeriali si facciano. Tra qualche mese sarò dottore in informatica e non ho mai, in quasi 4 anni, assistito ad una lezione in laboratorio come invece prevedevano i programmi al momento dell’iscrizione e come è usuale nei paesi anglo-sassoni.

  9. Francesco Mendini

    Posso solo dire di aver ottenuto la laurea specialistica (3+2) in giurisprudenza a Trento in corso. Non ho mai rifiutato un voto e ho superato quasi tutti gli esami al primo tentativo. Mi è capitato di essere bocciato e di ripetere l’esame, ma non sono mai stato costretto al terzo tentativo. La mia votazione finale è stata di 105/110. Inutile dire che avrei potuto rifiutare alcuni voti alla caccia di una media più alta (e sono sicuro che avrei potuto ottenere 110), ma non avrei potuto laurearmi in corso ed ottenere il rimborso delle tasse dell’ultimo anno. Gli unici 110 meritevoli sono quelli ottenuti in corso.

  10. Boris Limpopo

    Ma l’università che tipo di disciplina sportiva è? Più simile a una corsa (in cui è importante arrivare il prima possibile) o a un tiro al bersaglio (in cui è importante centrare l’obiettivo)? La risposta dipende dal mercato del lavoro che il laureato trova alla fine degli studi. Nella situazione attuale, per lo studente allungare il percorso di studio è poco rilevante (ovviamente non è così per i docenti…). Contesto però che così si privi di valore informativo il voto di laurea: questo sarebbe vero soltanto se l’esito dell’esame fosse largamente casuale, come sembra suggerire l’autore; ma se invece alla ripetizione dell’esame corrisponde una migliore preparazione, come accade in molti casi, il valore informativo del voto resta importante.

  11. carlo

    Assolutamente non sono d’accordo. Provate a chiedere ad uno studente straniero di venire a fare diritto privato alla Sapienza: migliaia di pagine da sapere a memoria, sfido chiunque a passarlo al primo appello. Inoltre non mi sembra uno scandalo se le "risorse" dei docenti vengono utilizzate per gli esami, visto che spesso non vengono usate per le lezioni nè per altre attività..

  12. D. Stuozzo

    Sì, è vero, in Italia è un esamificio. E studiando all’estero un anno risalta ancora di più. Ma all’estero i docenti fanno i docenti. Non hanno uno studio di avvocato, una società di consulenza, o mille altre occupazioni. Stanno tutto il giorno in università, così se hai un dubbio poi trovarlo nella sua stanza a qualsiasi ora. Così voglio vedere se all’unico appello non passo l’esame! Si vuole cambiare? Non solo lo studente…ma crede davvero che il docente italiano abbandonerà le sue mille attività esterne? Non credo. In Italia non si può cambiare perchè non si sa rinunciare.

  13. Stefano Palagi

    Sono uno studente di Ingegneria; sono in pari e con media alta, malgrado abbia ripetuto esami in poche occasioni; ho già conseguito la Laurea Triennale con lode e quasi al termine della Specialistica con una votazione alta. Condivido le sue considerazioni solo in parte. La situazione descritta, se osservata dall’interno, presenta altri importanti risvolti non colti. Le mie obiezioni sono: 1. Numero appelli: in questo anno accademico, tra esami e moduli ho sostenuto 12 prove diverse, sfruttando solo 8 dei 10 appelli previsti; le posso assicurare che può non essere facile incastrare tra loro così tante prove e avere più appelli da la possibilità di organizzare meglio il proprio lavoro; 2. Equiparazione voti Laurea: un’azienda che deve scegliere tra due laureati con stesso voto di Laurea può discriminare tra i due per il tempo impiegato per conseguire la Laurea: i due avranno una preparazione equiparabile, ma chi si laurea più velocemente sarà stato più brillante; 3. Aumento costi-tasse: molti ragazzi per poter pagare le già altissime tasse universitarie sono costretti a lavorare, rallentando così i propri studi: aumentare la tassazione per queste persone sarebbe come costringerli a ritirarsi, senza considerare che l’aver conseguito una laurea in più tempo di altri è già discriminante; 4. Rifiuto voto positivo: a volte uno studente intelligente e preparato può ottenere un voto che non rispecchia la sua preparazione per molti motivi: rifiutare un voto anche può essere un modo per dimostrare la propria reale preparazione; poter riprepararsi per avere una valutazione migliore fa da stimolo, ad uno studente responsabile, per raggiungere un elevato livello di preparazione: in definitiva consente allo studente di migliorare la sua preparazione fino a portarla a livelli di eccellenza e veder riconosciuto il proprio impegno.

  14. Carlo

    L’autore dimentica un aspetto importante: se da un lato vi e’ chi ritenta l’esame sperando in maggiore fortuna, dall’altro vi e’ anche chi lo ritenta perche’ ritiene che l’esame appena sostenuto sia stato una lotteria che non ha verificato con accuratezza la sua effettiva preparazione. Vi sono purtroppo molti, troppi, esami che si riducono ad una chiacchierata di pochi minuti o ad un paio di domandine scritte su una percentuale ridicola di tutto il programma. Con esami di questo tipo non si valutano le conoscenze effettive, e anche i piu’ preparati rischiano un votaccio. A me, che, essendomi laureato con 110 non ho nulla da recriminare, capito’ che un prof volesse darmi 18 (rifiutato) all’esame di diritto privato e un altro mi diede 30 dopo due mesi! Se gli esami fossero stati condotti seriamente e non come una lotteria, non ci sarebbe stata questa discrepanza in cosi’ breve tempo, non in un esame mastodontico come quello!

  15. Raffaele Vitolo

    Insegno Geometria e Algebra al primo anno di una facoltà di ingegneria da piu’ di 10 anni. In nessun altro paese del mondo i miei colleghi impiegano il tempo che impiego io a fare esami, al massimo ci sono un paio di appelli aggiuntivi e basta per ogni corso. Non ho attivita’ professionali, ma l’attivita’ di ricerca risente enormemente del carico didattico ogni anno piu’ gravoso, ed e’ difficile tenere il passo con colleghi che hanno un carico didattico che e’ una piccola frazione del tuo. Inoltre questa possibilita’ di andare avanti a ripetere esami all’infinito e’ tremendamente diseducativa per gli studenti, che sono indotti presentarsi completamente impreparati, invece di essere incentivati a prepararsi seriamente.

  16. stefanoh

    A mio parere l’università italiana è un esamificio non perchè ci sono troppi appelli o perchè esiste la possibilità di rifarli all’infinito; semplicemente perchè ci sono troppi esami. La riforma ha stravolto i programmi didattici, ora siamo pieni di corsi semestrali o addirittura trimestrali, col risultato che in un semestre si arrivano a sostenere anche 12 prove, tra scritti, orali, prove intermedie, che nel mio caso (ingegneria) erano concentrate spesso in una settimana, al ritmo di una al giorno. Mi spieghino gli autori dell’articolo com’è possibile raggiungere la concentrazione e la padronanza della materia necessarie per centrare un buon voto al primo tentativo, se per 5 mesi si seguono 8 ore di lezione al giorno e poi in una settimana si devono sostenere 4 o 5 prove diverse. Impossibile. Per questo si pretendono due appelli per sessione con la possibilità di ripeterli. Concordo in pieno con l’osservazione che la qualità della preparazione universitaria italiana compete comunque con quella degli altri paesi: il divario vero si scava dopo, nella ricerca post-laurea.

  17. giuseppe saccomandi

    La mia esperienza è ancora più disastrosa. Nonostante i miei studenti dopo la parte scritta dell’esame possono assistere ad una correzione pubblica e quindi ritirarsi in caso essi ritengano di aver consegnato un elaborato non soddisfacente, non solo non ritirano prove consegnate e palesemente sbagliate, ma abbandonano la loro prova nel disinteresse più totale. Ti obbligano a correggere una prova di esame con errori madornali e solo il 5% di chi non supera la stessa viene a discutere gli errori fatti con la docente. Grande prova di serietà e rispetto per il lavoro altrui. Basterebbe introdurre la tassa ripetizione esame.

  18. carlo azzaro

    L’articolo in modo un po’ iperbolico compara sistemi universitari diversi per arrivare alla conclusione che l’Italia è un esamificio (come si sente dire che le superiori sono un diplomificio, ecc.). Fare un discorso general-generico a livello nazionale non ha senso per due ragioni: 1) le profonde differenze tra facoltà (chiedete come sono strutturati gli appelli a Ingegneria…), 2) la grande varianza territoriale (siamo sicuri che il 110 e lode sia lo stesso indicatore in tutta Italia?). La relazione tra numerosità degli appelli e tempi di laurea mi sembra sia cosa assodata, ma non è che la relazione è un pochino spuria: non è che laddove i docenti sono più pronti a compiacere gli studenti cedendo sul numero di appelli, sono anche meno disposti a bocciare o a dare voti bassi?

  19. Andrea

    Con il pieno rispetto per il Dottor. Balduzzi, credo che un conto è ragionare da economisti ed un conto è vivere la realtà.Da umile studente della facoltà di Economia la "Sapienza" di Roma vorrei chiarire alcuni aspetti. In primo luogo la realtà nostrana è molto diversa dal sistema estero. Da noi il rapporto Docente-Studente non è di 1 a 20, bensì di 1 a 200. Aule affollate, servizi scadenti, docenti poco disponibili e spesso titolari di una cattedra piuttosto che della vera missione di insegnante. Da noi c’è il problema delle baronie mentre all’estero vale la logica della meritocrazia. Infine, per quanto concerne la modalità di esame. All’estero (in particolare nel sistema anglosassone) sovente è applicata la modalità di Quiz, Test a risposta multipla, a fine corso o in concomitanza con lo stesso, tesine infra-corso che riducono l’orale ad una mera formalità. Da loro il sistema è migliore da secoli, non basta importarlo da noi.Una vera riforma dovrebbe iniziare dall’alto non dal basso.Il problema non sono i troppi esami,il problema sta nei troppi pseudo-docenti.

  20. Andrea

    Non è pensabile di implementare nel sistema Italiano un modello di stampo anglosassone (britannico o americano).Da loro tutto è diverso,da sempre.Da loro vige la Meritocrazia e non la Baronia. Da loro i docenti hanno una missione ed unavocazione, l’insegnamento e la ricerca, che portano a termine con dedizione e con effetti erga omnes.Il problema non sta negli studenti che popolano il sistema Universitario Italiano.Il problema sta nell’alto del sistema. Nei docenti baroni. Se si vuole riformare non si devono tagliare appelli e tasse,ma tagliare stipendi e poltrone. Da noi non abbiamo un rapporto docente-studente di 1 a 20, ma di 1-200. Da noi le aule sono affollatissime, i servizi pessimi, i docenti assenteisti,più vicini alle problematiche del loro studio privato che a quelle dell’insegnamento universitario, per il quale ricevono anche fior di quattrini.Riformare si.Ma dall’alto. Parola di un umile studente della Facoltà di Economia, La Sapienza di Roma.

  21. anna

    Concordo sul fatto che il moltiplicarsi degli appelli costituisce un costo in termini di tempo, che i docenti potrebbero dedicare alla didattica, e un incentivo per gli studenti a tentare la sorte. Mi sembra però riduttivo cercare i problemi dell’Università italiana solo nella modalità di valutazione. Perchè non parlare della mancanza di contatti tra l’università e l’impresa, particolarmente grave soprattutto nell’ambito della ricerca scientifica? Vorrei anche suggerire che comunque il tempo impiegato per concludere gli studi resta un buon criterio per valutare l’impegno profuso dagli studenti nello studio.

  22. Gianluca

    Carissimi, Prima di tutto, basta generalizzare con questi confronti con le universita’ straniere, perche’ possono portare a conclusioni fuorvianti. Ho fatto l’universita’ in Italia ed abito a Londra, per cui credo di avere una minima idea su come funzionino le cose. L’universita’ in altri paesi europei e’ molto diversa, per cui e’ assurdo fare certi paragoni. L’universita’ e’ strutturata in modo diverso e gli esami hanno modalita’ ben lontane dalle nostre. Nessuno studia migliaia di pagine a memoria ed, essendo la mole piu’ contenuta e tutto molto diverso, gli studenti vengono posti nelle condizioni di superare l’esame "al primo colpo". Quando descrivo ai miei amici che hanno studiato in facolta’ prestigiose come Oxford l’esameificio italiano, i programmi disumani, i criteri di selezione di certi professori, rimangono inorriditi… Il secondo pensiero e’ questo: quando uno studente deve saper in dettaglio, a volte minuzie, migliaia e migliaia di pagine di fronte a commissioni particolarmente esigenti e talvolta "lunatiche" non e’ facile superare l’esame la prima volta. Cambiamo le cose e poi ci preoccupiamo delle tasse per ripetenti e fuoricorso.

  23. Marco Zamboni

    Parlo da ex studente. Durante l’università ho trascorso più tempo in biblioteca a studiare, che in cortile a fare salotto. Lì vedevo con i miei occhi quelli che consideravano l’università come un esamificio. Eppure non penso che tutti studenti italiani siano così! Sono d’accordo con molte affermazioni contenute nella prima parte dell’articolo. Ma dissento cordialmente sulla parte conclusiva nella quale vengono prospettate alcune soluzioni. Ad esempio, ridurre drasticamente il numero degli appelli colpirebbe indiscriminatamente tutti gli studenti, a prescindere dal loro impegno o dalla situazione in cui si trovano. Pensate alle conseguenze per gli studenti lavoratori e soprattutto a quelle facoltà dove essi raggiungono quote del 30%. Pensate a quegli studenti che ci mettono l’anima, ma a volte non superano l’esame. Che tipo di università vogliamo? Di elitè oppure vogliamo che offra delle opportunità anche a chi proviene da realtà diverse? Piuttosto che diminuire il numero degli appelli si potrebbe applicare il vecchio sistema del "salto-di-appello", tanto temuto dagli studenti, quanto efficace per contrastare l’opportunismo di chi si presenta all’esame senza avere studiato.

  24. Arnoldo

    Come hanno già fatto notare altri, la lunghezza del percorso di studi dipende da molti fattori. Ben diverso è il tempo a disposizione di uno studente lavoratore da quello di uno studente a tempo pieno. Il "fuoricorso" economicamente penalizzante va anche bene, purché si possa personalizzare il piano studi. Se uno studente lavoratore decide di seguire un piano di studi a ritmi dimezzati (es: 30 vs. 60) allora il fuori corso deve scattare di conseguenza. Il discorso degli appelli poi è un caos, non essendoci uno straccio di standard nazionale. Mi è capitato anche di incontrare casi in cui i professori, per incoraggiare gli studenti a sostenere la prima sessione d’esame, incrementavano la difficoltà dell’esame ad ogni appello rendendo gli ultimi appelli quasi impossibili da passare. Vi lascio immaginare gli effetti di questa pratica sulla pianificazione della propria carriera universitaria.

  25. Andrea Schaerf

    Sono un docente e sono sostanzialmente d’accordo con l’articolo. Vorrei anche aggiungere che l’effetto "lotteria" può essere ridotto drasticamente dal docente nei seguenti modi: 1) rendersi conto a posteriori della difficoltà del compito e mediare i voti di conseguenza; 2) cercare di dare compiti che vertano su tutto il programma; 3) evitare che gli studenti copino durante il compito. Purtroppo però molto colleghi (spero di non essere tra questi), magari anche bravi a lezione, considerano gli esami solo come una seccatura e non gli dedicano le energie che meritano, ad esempio distraendosi (anche lavorando) durante il compito invece di vigilare.

  26. irene

    Concordo sulle critiche. Sono laureata al Politecnico e ricordo bene la mia fatica nel preparare l’appello successivo in caso di bocciatura mentre seguendo da vicino i docenti in tesi non li ho mai visti molto oberati dal lavoro a causa degli appelli soprattutto per le prove scritte. Ricordo inoltre la frase di un professore (molto competente) che ‘doveva occuparsi delle sue ricerche’ e quindi i tre appelli che dovevano essere distribuiti nell’arco di due mesi li ha compressi in un mese. Spesso e volentieri poi di fronte ad una percentuale di bocciati altissima il docente non ammetteva che la prova non era stata correttamente calibrata e la riteneva valida costringendoci ad un secondo appello. Infine la maggiorparte delle persone per avere un voto alto saltava uno o due appelli presentandosi dopo un mese ma non rifiutava un voto sperando nella lotteria. Perchè si sa la lotteria a volte fa vincere ma al 99% fa perdere…

  27. Alice Mora

    Sono una studentessa e lavoratrice a tempo pieno, iscritta all’Università di Trento, Facoltà di Economia, corso di laurea specialistica in Management e Consulenza Aziendale.Circa 8 anni fa ho deciso di ricominciare a studiare e come lavoratrice a tempo pieno mi sono iscritta alla Facoltà di Economia. Dopo 7 anni ho concluso la laurea triennale, con molte soddisfazioni e fatica. 7 anni non sono pochi: è vero, ma ho lavorato ogni giorno, come molti altri studenti, studiando la sera e tutti i fine settimana, impiegando ogni minuto del mio tempo libero sui libri (solo in 3 casi ho dovuto ripetere un esame, e mi sono laureata con 107/110). Le persone come me sono sempre fuori corso, ma il nostro fuori corso non significa "andare a spasso", ma fare più fatica. Ci piacerebbe che questo aspetto non fosse trascurato nè dall’Università, ad esempio con un’attestazione sui vari certificati, nè dagli articoli che spesso leggiamo. Ma di noi mai nessuno parla.

  28. Marco Maggi

    Sono favorevole al passaggio a un esame all’anno piú un appello… come provvedimento di riforma da aggiungere in coda agli altri. Farlo ora sarebbe troppo aggressivo nei confronti di chi proviene da una scuola superiore di bassa qualità, o ha la sfortuna di seguire corsi di bassa qualità. Un esempio concreto: negli anni 90 al Politecnico di Milano (cioè laurea quinquennale del vecchio ordinamento), il materiale didattico fornito per il corso Scienza delle Costruzioni (uno dei piú difficili in assoluto) non copriva neppure metà del programma, nonostante quel corso fosse uno di quelli storici, offerti da decenni; inaccettabile con due appelli all’anno. Se si fosse fatto "sul serio" con due appelli all’anno: alcuni docenti avrebbero dovuto temere per la loro incolumità dopo aver tenuto certe lezioni…

  29. Pietro

    Concordo pienamente con l’autore e penso anche che il sistema inglese sarebbe il migliore per l’Italia. Vorrei però mettere in evidenza un punto importante, il senso del voto d’esame. Quando ero studente (1991-1998) i professori "per tradizione" preferivano bocciare, invitando a ripetere l’esame al prossimo appello, invece di fare passare l’esame con un voto basso. Quando poi uno passava l’esame accettando qualunque voto, scattava sovente la predica "…che quando loro erano studenti si rifiutavano persino i 28 per mantenere alta la media". Il risultato è stato , come del resto evidenziato dall’autore, una corsa a tanti 110 e lode che significano poco (tutti bravi = nessuno bravo) e tanti laureati "anziani". Quindi cattive "tradizioni ed abitudini" hanno contribuito non poco al fenomeno dei fuoricorso. Vorrei infine evidenziare che in Inghilterra la maggior parte degli esami sono esami scritti, nella correzione sono coinvolte diverse persone, lo studente sa esattamente il numero di risposte necessarie per passare l’esame e parametri usati. Questo fa si che la possibilità delle "tradizioni" di radicarsi (spesso dovute a pochi ma influenti professori) è ridotta al minimo. Grazie.

  30. Maura

    Mi sono laureta in giurisprudenza, univerisità degli studi di Genova, nel 2006, con voto 106/110 con quasi un anno di ritardo. Non avrei mai pensato di dichiararmi d’accordo con la tesi sostenuta dagli autori dell’articolo, ma purtroppo è vero. La proposta fatta non può bastare a modificare uno stato di cose tragico, a prescindere da qualsiasi confronto, ma da qualche parte bisogna pure cominciare.

  31. Gio

    Io non sono assolutemente d’accordo, perchè è vero che in Italia si ha la possibilità di fare più volte un esame, ma ci sono atenei in cui in 5 anni di percorso si devono fare in totale ben 52 esami (es. facoltà economia modena). Se si riducesse il numero dei corsi (a volte si ripetono le stesse cose già trattate in altri corsi), forse sarebbe anche giusto ridurre il numero di appelli per corso disponibili, ma alle attuali condizioni, ritengo che ciò non sia assolutemente fattibile. Inoltre mentre nelle università statunitensi il percorso di studi se lo costruiscono gli studenti, frequentando e introducendo nel proprio piano di studi i corsi che sono più interessanti per lo studente, ciò non è possibile farlo nel nostro paese.

  32. Giuseppe Pagliuca

    Vorrei segnalare che in realtà quasi sempre (almeno nell’ateneo dove mi sono laureato) sono i professori stessi a limitare l’accesso degli studenti ad un appello successivo a quello nel quale si è stati bocciati.

  33. Giovanni

    Sono un laureando in Medicina ed ho avuto la fortuna di studiare per un anno in Svezia. Ebbene potrete immaginare la mia sorpresa quando ho scoperto che gli studenti svedesi non ricevono un voto per l’esame sostenuto: l’esame è superato o non superato. Il meccanismo è semplice, ma interessante. Per superare l’esame lo studente deve saper rispondere almeno al 75% delle domande che gli sono poste. Domande che, ad ogni esame, abbracciano praticamente l’intero programma del corso. Un giovane studente che conosce almeno il 75% di un intero programma di studi è comunque affidabile per qualsiasi ospedale svedese. In questo modo si evita che il voto vada a condizionare l’esame dello studente, il quale spesso ne è ossessionato, si evitano clamorose ingiustizie talvolta dovute al caso, talvolta, forse più spesso, dovute a fattori ben più sgradevoli per l’onesto cittadino.

  34. Daniele

    Sono uno studente universitario e l’articolo ovviamente non mi ha lasciato indifferente. Ci sono degli spunti più che sonocondivisibili, anzi. Ciò che mi trova in disaccordo è però il fatto che non sia stato minimamente accennato il tema della preparazione dei docenti, della capacità degli stessi di insegnare, del modo col quale arrivano ad avere una cattedra, della loro anzianità "presidenziale", senza dimenticarci della carenza di strutture adeguate. Forse il problema è un pò più complesso, dico io; forse cattivi studenti sono il riflesso anche di cattivi insegnanti che non hanno tempo né voglia di perdere tempo addirittura ad organizzare i corsi in modo da renderli efficaci sul piano formativo e (qui scendo un pò più sul personale) a dotare gli studenti di materiale didattico utile. No, perché a volte si può non pensare alle ovvietà, ma in Italia anche le ovvietà sono in discussione, e questo lo sappiamo tutti benissimo. Detto questo possiamo fare anche un appello ogni due anni, l’importante è avere la possibilità di arrivarci preparati avvalendosi di servizi – pagati – che troppo spesso (come del resto in molte strutture pubbliche) non vengono corrisposti.

  35. Alberto Chilosi

    Sono senz’altro d’accordo, ma ci sono alcune omissioni cruciali. La prima è che negli altri paesi gli studenti sono meglio selezionati in relazione al percorso pre-universitario e quindi, presumibilmente, di migliore qualità e questo agevola in ogni caso il superamento degli esami. La seconda è la tendenza apparentemente inarrestabile e incrementatasi dopo la riforma Berlinguer alla dilatazione del numero degli esami per fini essenzialmente di bassa cucina (soprattutto nei settori disciplinari "più soffci") ben noti a chi lavora nell’università. La terza è l’assenza pratica di qualsiasi valutazione del carico didattico complessivo e della sua congruità con il percorso formativo prescritto nei tempi prescritti. La quinta è l’incentivo per i docenti ad arrendersi facilmente e passare tutti alla prima o (in caso di maggiore serietà) alla seconda volta, indipendentemente dal livello di preparazione. Rinvio su tale ultimo punto al mio intervento in forma di lettera a Lavoce del 28.07.2008 ("L’Università del Paese dei Balocchi").

  36. Domenico

    Scusate ma questo articolo sinceramente mi sembra un po’ inaccurato in quanto la situazione dell’università italiana è quantomeno caotica e quello che può valere a Bolzano (per dirne una), può non valere in Sicilia. Grazie a questa riforma del 3+2, generalmente, gli esami si sono centuplicati e poi elevati alla centesima potenza. Io mi sono appena laureato alla triennale in economia, con un voto nella media della mia facoltà (96), con un solo anno di fuoricorso, cosa che, nella mia università è una menzione di onore non indifferente visto che, secondo i dati di almalaurea, solo il 30% degli studenti si laurea entro 4 anni. Il problema è la estrema frammentazione degli esami. Cioè in alcuni semestri ho avuto qualcosa come 4 esami fondamentali contemporaneamente. E seguivo ogni giorni per 8-10 ore. Spiegatemi come ci si può preparare adeguatamente a 4 esami fondamentali (Privato, Matematica, Economia Aziendale, Statistica) nel giro di 6 mesi. E’ normale che si vada per tentativi. Sopratutto in esami in cui non si è portati, automaticamente si accetta ogni voto anche per mancanza di tempo materiale per studiare una materia complessa per cui non ci si sente tagliati.

  37. Marco Santambrogio

    Molti anni fa l’appello estivo era quello principale e quello autunnale era solo un recupero. Poi si è introdotto l’appello invernale e negli anni Sessanta gli appelli mensili per gli studenti lavoratori. Serve a qualcosa la moltiplicazione degli appelli? A niente; incoraggia anche gli studenti frequentanti a disertare le lezioni in prossimità dell’esame e a considerare l’esame l’unica cosa importante; rende impossibile ai docenti confrontare tra loro gli studenti della stessa annualità e quindi valutarne equamente il profitto; non serve agli studenti che lavorano e non frequentano (non cambierebbe molto per loro concentrare a giugno-luglio gli esami che riescono a dare). Dal punto di vista dell’efficacia didattica, l’unica cosa sensata – la “via maestra” indicata dagli autori dell’articolo – sarebbe di tornare a uno o due appelli d’esame, abolendo al tempo stesso la vergogna dell’esame solo orale. Non capisco invece l’utilità di soluzioni pasticciate, come quella di aumentare le tasse per la ripetizione degli esami o per gli anni fuori corso. Ho molti dubbi anche sulla loro equità.

  38. Michele

    Secondo me, sarebbe meglio utilizzare l’incentivo di una riduzione consistente delle tasse universitarie agli studenti che riescono ogni anno a terminare gli esami in tempo e in base alla media degli esami sostenuti durante l’anno. Per quanto riguarda la soluzione dell’aumento delle tasse ai fuorisede proposta dagli autori dell’articolo, ritengo che sarebbe attuabile solamente aumentando l’ accesso al sistema degli aiuti finanziari allo studio, che permettano ad una fetta più ampia degli studenti universitari di non lavorare per mantenersi gli studi. Inoltre, l’idea di ridurre ad un appello più un recupero le possibilità di sostenere un esame, sarebbe attuabile solamente con un cambio radicale della struttura dei corsi: infatti, in Francia e in Gran Bretagna, il carico di lavoro si basa unicamente sugli appunti del corso e non prevedono, come la maggior parte dei corsi italiani, un notevole carico di studio su libri e manuali, scritti spesso e volentieri dai titolari del corso.

  39. Corrado Rainone.

    A mio parere, sarebbe stato pertinente inserire nell’articolo anche qualche parola sul grado di difficoltà degli esami all’estero e sulla effettiva qualità della didattica in Italia, senza i quali l’indagine mi sembra incompleta. Inoltre, non in tutte le facoltà vi sono appelli mensili e decine di esami per anno, e non è certo così semplice ripetere esami così spesso, come qui viene descritto, almeno non ovunque. La misura di limitazione degli appelli mi pare sensata (dove la situazione non è tale già di fatto, e non mancano gli esempi), ma sono assolutamente contro l’aumento delle tasse ai fuoricorso, per due ragioni: la prima è che così si scoraggerebbe l’impegno di studenti lavoratori o poco abbienti, che spesso non possono dedicare allo studio tutto il tempo che vorrebbero; la seconda è che a quel punto gli studenti fuori corso si trasformerebbero in una preziosissima risorsa per i bilanci delle Università, appena penalizzati dal taglio del Fondo di Finanziamento. In un sistema dove è possibile parcheggiarsi fuori corso per anni senza violare alcuna norma, una cosa simile peggiorerebbe ulteriormente la situazione.

  40. Janz

    La riduzione degli appelli può essere una misura tampone che permette di non appesantire le sessioni di esami: si concede la possibilità di ripetere un esame solo nella sessione successiva, ma è già in uso in molti atenei. La preclusione di svolgere lo stesso esame nella stessa sessione è un disincentivo già abbastanza forte di per sé, perché nessuno tenterebbe a casaccio un esame senza l’adeguata preparazione con il rischio di ripeterlo solo dopo mesi. Se vogliamo fare paragoni con l’estero, facciamoli bene, perché le università non sono organizzate come in Italia. Da noi l’università diventa un esamificio perché l’esame, spesso, è il solo momento d’incontro tra docenti e studenti. In Francia i corsi non sono affollati e l’esame è solo l’ultima verifica all’interno di un percorso più articolato del nostro. Se poi allarghiamo lo sguardo ad altri paesi anche al di fuori dell’Europa, ci accorgiamo che gli studenti hanno un ruolo politico anche maggiore, con la possibilità per esempio di allontanare i professori se il loro rendimento è scadente (Colombia). Perciò se si limita il discorso dell’istruzione a pochi dettagli isolati dal contesto ne viene fuori sempre un quadro tendenzioso.

  41. matteo bertani

    Sono laureato specialistica in Scienze Fisiche da aprile. Sono stato 4 anni in diversi organi di rappresentanza universitaria a livello di Facoltà. Ho svolto per 3 anni servizio di tutorato tra la facoltà di scienze e quella di farmacia. Sono stato membro di diverse commissioni d’esame per i relativi corsi. Parlo quindi con cognizione di causa, credo. L’articolo è fondamentale e riassume alcune delle problematiche concrete dell’università italiana. Potrei presentare decine di aneddoti a supporto della tesi, mi limiterò ad un paio: 1) Studenti che ti contattano per il tutorato 4 giorni prima dell’esame e sostengono: "Non sono preparato ma provo a farlo, sia mai che mi capiti l’unico argomento che so" 2) Prima lezione di tutorato. 80 studenti. Seconda: 10 (e mettiamoci pure che il tutore sarà un cane). Iscritti all’appello: 70. Presenti: 30. Ritirati: 10. Questo per far capire il grado di serietà dell’approccio: si iscrivono, non vengono o pretendono di consegnare in bianco 5 minuti dopo la distribuzione degli elaborati. Nella mia università i movimenti studenteschi reclamano 10 appelli all’anno come diritto. Lo trovo ridicolo. Discorso a parte per gli studenti lavoratori.

  42. Giuseppe B.

    Sembra che gli scriventi non tengano conto della difficoltà degli esami in talune facoltà (ingegneria e scienze in primis). Convincete piuttosto i docenti a proporre esami che richiedano un tempo di studio fattibile! E obbligateli a una didattica con contenuti meno nozionistici e più utili! Questa si sarebbe una rivoluzione!

  43. m.

    Nell’università italiana i docenti universitari possono fare il bello e il cattivo tempo perchè non esiste alcun organo di controllo. In molte facoltà i docenti esercitano anche altre professioni oltre all’insegnamento con il risultato di avere professori che fanno il quarto d’ora di ritardo accademico (se va bene), sono spesso irreperibili, che in taluni casi fanno esami congegnati in modo da minimizzare la fatica del docente, anzichè verificare l’effettiva preparazione degli esaminandi.

  44. Federico Chicca

    Sono assolutamente d’accordo con gli autori quando scrivono "risultati così appiattiti verso l’alto non permettono alcuna discriminazione tra gli studenti". Io sono la prova vivente dell’anomalia del sistema italiano. Mi sono laureato con 110/110 ma in realtà ero soltanto uno studente ligio al dovere, con una preparazione assolutamente nella media. Il vero problema secondo me non è tanto il numero di appelli che uno studente italiano può sostenere perché, sempre secondo la mia esperienza, circa un 10% degli studenti ripetono l’esame per avere un voto più alto. Il vero problema è il metro di giudizio dei professori che fanno fioccare 30/30 come se piovessero. Ma purtroppo non può essere fatta una legge che inasprisca il metro di giudizio dei professori perché è un fattore completamente soggettivo. Mi sento di appoggiare a pieno la proposta che emerge dall’articolo per i motivi che vengono spiegati nello stesso, ma con la consapevolezza che questo non cambierebbe nulla al fine del voto finale e quindi del valore di riferimento di valutazione della nuova risorsa che si offre sul mercato del lavoro.

  45. Martino Venerandi

    L’università italiana crea un appiattimento, non fa selezione e demanda il problema al mercato del lavoro dove le asimmetrie informative sono tali da impedire che il valore emerga veramente (cosa che sarebbe possibile all’università). Io ho frequentato la facoltà di Economia a Bologna (che ritengo comunque un’ottima facoltà): grazie a una media voto alta, grazie al bonus percorrenza per chi si laurea in corso, grazie al bonus per le lodi (1/3 punto ogni lode) mi sono presentato con 117 alla discussione della laurea triennale e con 114 a quella della laurea specialistica. Inutile dire che ho preso 110 e lode entrambe le volte, come la maggior parte dei miei colleghi che si sono presentati da 105 in su.

  46. Giuseppe Bogliani

    Insegno materie zoologiche e vi confesso che, finché rimarrà possibile e generalizzata per lo studente la possibilità di rifiutare voti bassi, per i (troppo frammentati) corsi della laurea triennale, dove i miei esami sono prevalentemente scritti con molte domande e risposte aperte, non gli impedirò di ridare l’esame. Confesso che un po’ mi secca perdere così tanto tempo, ma mi pagano anche per questo. Quel che conta è che mi si dimostri di aver acquisito i contenuti oggetto della valutazione dell’esame. Per la laurea specialistica mi comporto in un altra maniera e sto già attuando in modo surrettizio il sistema “un esame per corso ogni anno con possibilità di un appello” per alcune materie il cui esame è una prova pratica, articolata e abbastanza complessa e che porta via tutto il giorno. Ho un pò d’esperienza con diversi studenti miei che hanno avuto molto successo all’estero nei dottorati. Ho la sensazione che i nostri laureati italiani non siano poi tanto male; certamente per merito loro, ma un po’ anche per merito di qualche università italiana. Se faccio il confronto con studenti stranieri arrivati qui in Erasmus, devo dire che non c’è gara: molto più performanti i nostri.

  47. Leonardo Berti

    Mi sono laureato a Pisa 10 anni or sono. E vigeva una regola semplicissima. Non si poteva presentarsi all’esame piu’ di 3 volte per anno accademico. Percio’ 3 fallimenti implicavano un ritardo notevole. E questo era l’opportuno costo che dovevamo sostenere in caso di bocciatura multipla. Ma non credo assolutamente che limitare le possibilita’ di scelta degli studenti sia un incentivo. Addirittura impedire agli studenti il rifiuto dei voti positivi. Paradossale.

  48. Andrea

    Ricordo innanzitutto che chi è fuoricorso paga già una tassa d’iscrizione anche se spesso non è più tenuto a seguire lezioni ma ha solo qualche esame da fare. Inoltre ritengo inopportuno fare un confronto con la Francia, dove gli studenti non hanno libri di testo da studiare (un volume o più, come in Italia), ma solo appunti delle lezioni. E i costi dell’università non raggiungono quelli delle università italiane.

  49. Alessandro Cardito

    Sotto questo punto di vista la Bocconi è più "evoluta" delle altre università, ma esami come Matematica, con 10 domande multiple choice, sono un invito per i poco volenterosi a tentare la fortuna. Dovendone indovinare 6 su 10 per ottenere una sufficienza bastano delle minime conoscenze di matematica per riuscire a passarlo, senza contare poi l’inesistenza di un sistema di controllo contro i "copioni" e il ricorso alla commissione disciplinare!

  50. Marco

    L’articolo non guarda al vero problema. Nella mia facoltà in un anno di una stessa materia si possono sostenere solo tre appelli. Risultato? circa il 90% sono fuori corso. Bisogna cambiare le modalità e l’organizzazione degli esami e non il numero. Se un prof manda otto ragazzi su dieci è ovvio che gli studenti non si prepareranno bene andando a loro volta ad incrementare il numero di esame falliti. Affermare che la colpa è solo degli studenti e non anche dei professori è non vedere come comportamenti pochi virtuosi generano altri comportamenti altrettanto meno virtuosi. Perché invece non si discute di fare in modo che un docente sia valutato anche secondo la percentuale di studenti che riescono a passare un esame (si noti bene, non significa regalare la materia)?

  51. Angelico Iadanza

    Condivido la rilevanza del problema citato nell’articolo, ma sono parzialmente in disaccordo sulla soluzione. In quanto studente universitario, vorrei sottolineare come la moltiplicazione degli appelli è frutto anche di quella frammentazione degli esami in “esamini” che da un punto di vista didattico potrebbero tranquillamente essere accorpati (producendo un risparmio non solo di appelli, ma anche di cattedre). In questo sistema è necessario una pluralità di appelli per rendere possibile allo studente di svolgere tutti gli esami previsti durante l’anno (ci tengo a precisare, lo dico da studente in corso). Forse una soluzione plausibile è quella che viene usata in Spagna, dove si paga per prenotarsi ad un’esame. Eventualmente tale costo potrebbe essere reso rimborsabile per chi passa l’esame, o magari per chi lo passa con i voti migliori. Diciamo una sorta di “deposito cauzionale”.

  52. Wil Nonleggerlo

    La tematica è molto interessante, e a livello di cifre è certamente una questione problematica. Purtroppo ho una certa esperienza in fatto di ritardo: studiavo ed abitavo a Verona, ma ho preferito dedicarmi al lavoro, per poi pentirmi, ritornare ad Udine, riiniziare da capo Economia e Commercio. Probabilmente esagerate quando parlate delle ripetizioni di esami all’infinito da parte di uno studente: in linea di massima si cerca di togliersi subito dalle scatole l’esame in questione, per dedicarsi liberamante ed in maniera tranquilla agli altri. Se va male il primo tentativo, sai che in un anno ha più o meno altre 4 o 5 possibilità. Ovviamente nel frattempo dovrai frequentare e studiare altri corsi, e non ho mai conosciuto persone che rifiutassero in continuazione voti alla ricerca del jolly o della prova facile. Sempre in linea generale, il primo tentativo può andare male anche per fattori esterni allo studio, soprattutto se orale. Le possibilità si susseguono ogni 2 o 3 mesi, quindi lo studio non è proprio la slot machine disegnata. Probabilmente il compromesso ideale sarebbe una prima prova, più altre 2 nel corso dell’anno.

  53. Andrea

    1.Distinguerei tra facoltà umanistiche e scientifiche. Laddove nelle prime il giudizio è basato su parametri non quantificabili in modo oggettivo, nelle seconde numeri e concetti non permettono bluff 2.Mi sono laureato al Politecnico di Milano in 6 anni (incluso la tesi): ho avuto quasi sempre ottimi Professori. Tuttavia alla fine di ogni semestre era arduo avere un’ottima preparazione su tutte e tre le materie presentate nei corsi, perchè mentre si seguono i corsi non si ha il tempo di assimilare tutte le informazioni con lo studio. Il risultato è stato spesso positivo ai fini del voto, ma negativo ai fini della reale preparazione, così che tuttora nel mio lavoro sono costretto a riprendere alcuni argomenti studiati troppo velocemente al solo fine di superare l’esame. Conclusione: non sempre il superamento dell’esame al primo tentativo equivale ad avere acquisito realmente il pieno possesso di una materia. 3.Confrontandomi con laureati stranieri ho riscontrato che la loro preparazione non era migliore della mia, ma diversa: la mia molto teorica, la loro molto pratica. Diversi approcci portano a differenti risultati. La bontà o meno dipende dagli obiettivi che ci si prefigge.

  54. RICCA SIMONE

    Sono d’accordo con quanto esposto nell’articolo, la possibilità virtualmente infinita di tentare un esame in Italia crea un costo sociale e contribuisce a "svilire" il valore del titolo universitario presso il mondo del lavoro, a causa del protrarsi eccessivo del periodo di studi (laureati di 28/30 anni francamente qualche dubbio lo insinuano sull’impegno profuso dal potenziale lavoratore nel periodo scolastico). Servono incentivi perchè lo studente si impegni ad abbreviare l’iter universitario (laureati a 24/25 anni) "accettando" anche voti meno pomposi ma soprattutto preparando ogni esame al meglio delle proprie possibilità dedicandosi con impegno nello studio, pare un’ovvietà ma chiunque abbia frequentato l’università in Italia è testimone dell’oggettiva superficialità con cui è vissuta e dagli studenti e da certi docenti (orari puntualmente disattesi, corsi dello stesso anno sovrapposti, lezioni ridicole per impreparazione o obiettiva incapacità di esposizione); il risultato: bassa competitività, pressapochismo (prima o poi passo l’esame) e troppi "fuori corso". La laurea dovrebbe essere il risultato di un percorso di selezione per merito non un traguardo per sfinimento.

  55. francesco

    Questo articolo, pur partendo da premesse estremamente condivisibili, rischia, come tutte le posizioni unilaterali, di vedere solo un lato della medaglia. Non c’è traccia di un tentativo di capire perchè certe cose accadano, perchè accadano più in alcune zone che in altre, ma c’è un tentativo semplicistico di trovare neoclassiche soluzioni basate su un sistema di incentivi male identificato. La percentuale di studenti che preferisce rifiutare un esame prolungando la sua permanenza all’università invece di velocizzare il suo percorso è minoritaria, dal momento che la riforma, a differenza di ciò che si afferma nell’artiolo, peraltro non supportato da alcun dato, non ha fatto che allungare oltremodo il tempo necessario a raggiungere la laurea. Quindi basta fare un giro per le università per sentire l’umore degli studenti a tal proposito e non barricarsi dietro confronti troppo eterogenei con paesi che condividono poco o nulla con il nostro sistema universitario, pluririformato da qualsiasi schieramento politico che poi non si è mai preso la briga di verificare il risultato dei suoi propositi. Il mio è un invito a non attribuire tutti i problemi dell’università italiana agli studenti.

  56. Enrico

    Ho fatto l’università pubblica, Scienze Diplomatiche, a Gorizia. E mi ritengo fortunato, eravamo solo in 100, e in aula ci stavamo tutti (e da quel che mi raccontano amici di altri atenei, questo non è scontato). I programmi però erano disumani: provateci voi a fare l’esame di storia dei trattati, con più di un secolo di storia (movimentata) dal 1870 al 1976, con la sicurezza, o almeno una buona possibilità, di passarlo al primo colpo. Oppure, se preferite, Unione Sovietica, dal 1917 ad Eltsin, con tutte le fermate intermedie e solo 3 crediti. Tanti auguri. Troppi appelli? Già così è difficile finire in corso, figurarsi se ci fossero meno appelli. I problemi dell’università sono altri: trovare un docente che abbia voglia di fare lezione, trovarne uno che non ti dica "capisci meno di una formica morta" (frase celebre di un mio ex prof), uno che non ti dia il voto in base a come sta quel giorno, e, se non è chiedere troppo, uno che magari non ti butta il libretto fuori dalla finestra se non passi l’esame.

  57. Roberto Campri

    Nella mia vita mi son sempre dato da fare. Ho 25 anni e sono al secondo anno specialistico in Economia Industriale. Ho studiato in USA, Spagna, Inghilterra ed ovviamente Italia e l’ho sempre fatto lavorando ritrovandomi oggi una carriera invidiabile. Il paragone e’ alquanto riduttivo. Basterebbe concedere un appello per sessione per togliere le mele marce. E’ un peccato vedere la nostra universita in maniera così negativa perchè a paragone delle altre è proprio l’università italiana ad avermi fatto sudare le 7 camice. USA: è ridicolo che la maggior parte degli esami vengano svolti con esami a domanda chiusa. Spagna: stendiamo un velo pietoso. Alcuni esami si passano solo fare frequentando! Inghilterra: sembra di essere nel salotto di casa con un professore privato, senza dubbio un ottimo modo per apprendere, ma fin troppo facie. In Italia gli esami li ho combattuti, studiando la notte pagine su pagine con professori preparati pronti a bocciarti alla prima parola sbagliata. Gli studenti erasmus in Italia sono quelli che riescono a svolgere meno esami. Le inefficienze non sono proprio quelle descritte dall’articolo piuttosto cinico e distaccato dal mondo reale.

  58. albbrt

    Dove insegno (Ingegneria, Tor Vergata), modulo ordinamenti che cambiano con eccessiva rapidita’ e disorientano lo studente, lo studente puo’ fare un esame alla fine del corso o recuperarlo a settembre, dopodiche’ deve ripetere. Quando, anni fa, avevamo molti piu’ appelli ma organizzati in tre sessioni (estiva, autunnale ed invernale), stava al docente decidere come permettere l’accesso alle prove: in genere permettevo agli studenti di presentarsi solo ad un appello per sessione, in questo modo rendendo possibili solo tre prove nel corso dell’anno accademico. Il problema semmai e’ un altro: non mi preoccupano ripetenti e fuori corso, quanto piuttosto il fatto che la propedeuticita’ e’ spesso completamente abolita. Se lo studente di ingegneria puo’ dare analisi 1 come ultimo esame, e’ evidente che (1) si comunica una mancanza di serieta’ ed un senso di inutilita’ dei corsi, cosa devastante soprattutto per i corsi di base (2) si vanifica la essenziale funzione di "filtro" che tali corsi hanno sempre svolto nel corso dei primi anni di studio (una volta si festeggiava quando si "sbiennava").

  59. Paolo

    Sono uno studente lavoratore. Ho notato una cosa, con la riforma Berlinguer l’università è diventata un’esamificio, una gara a chi da più esami ad appello, in più gli esami all’americana, tramite test a risposta multipla, è vero che eliminano le lunghe attese dell’esame orale, se è vero che in mezz’ora, 45 minuti si esaminano decine di studenti, ma è pur vero che lo trovo un modo davvero superficiale di verificare la preparazione. Mi sembra inutile punire con maggiori tasse chi non supera l’esame. La nuova riforma che diminuisce il numero totale degli esami per corso di laurea mi sembra una buona cosa. Ma quello che manca in Italia è l’applicazione sul campo delle tante teorie che si studiano in aula e sui libri. E’ sempre la solita pecca della scuola italiana.

  60. Raffaele

    Condivido pienamente l’assunto di partenza: non ha lo stesso valore un 110 coseguito in 3/5 anni con la medesima valutazione raggiunta in 4/7. E’ il mondo del lavoro che stabilisce questo con chiarezza. Perciò la soluzione è una sola, far si che in tre anni si possa conseguire una ottima preparazione, a cui corrisponda una valutazione che la rispecchi. Preliminare a questo è, a mio avviso, una strutturazione dei programmi ministeriali e del sistema dei crediti, che tenga effettivamente conto del carico di lavoro che ogni studente deve affrontare. Dopodichè si può discutere di rifiutare il voto, e ridurre il numero degli appelli. Per quanto riguarda il rifiuto del voto vi dico che nella mia Università (Bocconi) questa regola c’è già, ha un costo pari a zero, e costituisce un buon incentivo per tutti gli studenti ad arrivare preparati al meglio ad un esame. Sulla riduzione del numero degi appelli non sono d’accordo, perchè lo studente deve avere la possibilità se rimene indietro di qualche esame di poter recuperare nel corso degli stessi (e non andando fuori corso) e questo è possibile solo se si hanno a disposizone molti appelli in dioversi periodi dell’anno.

  61. Giovanni Vittorio Pallottino

    La varietà dei commenti alla proposta di por fine alla Lotteria degli Esami deriva chiaramente dalla varietà delle situazioni che uno studente può incontrare nelle università italiane, incluse quelle estreme causate dai comportamenti di coloro che mi rifiuto di considerare miei colleghi. Ma la proposta appare complessivamente sana e positiva. E infatti in questa direzione ci siamo mossi qualche anno fa, in occasione della riforma degli studi, a Fisica alla Sapienza. Sapendo fra l’altro che una larga frazione dei nostri studenti dichiarava di seguire i corsi senza però l’intenzione di affrontare a breve l’esame. L’aver ridotto drasticamente gli appelli è stato utile agli studenti, che ora a maggioranza dichiarano di frequentare studiando in vista di sostenere subito l’esame, e che mediamente si laureano in tempi più vicini a quelli previsti. Per ottenere questi risultati abbiamo anche operato per sdrammatizzare l’”evento esame”. Sia seguendo meglio gli studenti grazie a classi meno numerose sia introducendo varie prove intermedie che li aiutano a valutare la preparazione e il cui superamento contribuisce, spesso in modo determinante, al voto finale.

  62. Mario D. Amore

    Concordo in pieno con l’articolo di Paolo Balduzzi. Non capisco piuttosto i commenti che sottolineano come, seppur in linea di principio giusto, da noi sia impossibile attuare un sistema che disincentivi o addirittura vieti gli svariati appelli-tentativo prima del superamento di un esame. Se tanti altri paesi si sono dotati di sistemi di questo tipo, non capisco perchè in Italia questo non possa accadere. Ci sono differenze anche nei programmi e nell’impostazione degli esami (e.g. la prova finale non pesa il 100% e il voto è integrato da lavori in itinere)? Vero, ma che si cambi anche da noi il sistema di valutazione. Le università che hanno adottato sistemi per scoraggiare i fuoricorso (vietando di "rifiutare" esami con votazione maggiore di 18, oppure introducendo tasse crescenti con la durata degli studi) hanno parzialmente cambiato anche i metodi di valutazione (affiancando problem sets e altre attività alla prova finale). La vera domanda credo sia invece: chi ha interesse a cambiare? In un sistema che non premia affatto la produttività della ricerca, credo che il costo opportunità di un tale sistema per prof. e ricercatori sia un pò più basso di quanto emerge dall’articolo.

  63. Davide Comite

    Sono uno studente dell’università di Roma "Sapienza", in base alle mie esperienze personali posso dire che le idee sostenute nell’articolo sono applicabili ad una piccola minoranza di docenti. In ambito un’universitario c’è già troppa poca attitudine a venire incontro agli studenti e sopratutto a sostenere la meritocrazia. L’idea è giusta ma andrebbe inserita in un contesto universitario completamente riformato.

  64. Alberto Pozzolo

    Ringrazio gli autori per aver sollevato una questione importante, con un forte impatto sulla vita di tutti gli studenti. Ma già mentre leggevo immaginavo il commento principale, che in effetti è arrivato puntuale: la solita lamentela dei docenti che non vogliono perdere tempo con gli esami. Il che è in parte vero. Personalmente, credo che l’idea sia buona, ma che sia praticabile soltanto se contemporaneamente i docenti modificano la struttura degli esami. Non si possono impostare esami su base meramente mnemonica, nei quali se lo studente non risponde alla prima o alle prime due domande viene allontanato (e sappiamo tutti che succede), e contemporaneamente pretendere di avere un solo appello all’anno. Mi pare che la proposta diridurre gli appelli, o più semplicemente quella di registrare i voti negativi, sia percorribile soltanto se accompagnata da ua revisione delle procedure d’esame, che però deve essere condivisa da tutti i docenti (anche quelli che continuano a pensare che la prova finale di una laurea triennale che vale 9 crediti formativi debba essere una monografia di 200 pagine).

  65. Corrado de Francesco

    Sono totalmente d’accordo con Balduzzi & co. Come docente universitario ho vissuto sulla mie pelle la tendenza al gratta e vinci con cui molti studenti affrontano gli esami universitari e l’abitudine assurda di guardare al voto ma non all’orologio. Soluzioni in attesa che le facoltà si diano una mossa? Per quanto mi riguarda la soluzione è stata ritornare agli esami orali: la tendenza a tentare è minore (causa costo psicologico), le mie chances di far ingollare un 18 maggiori (con la logica e il buonsenso).

  66. Jacopo Roveratto

    Procedendo secondo logica, nell’ "esamificio Italia" è il contenuto informativo del voto d’esame ad essere svuotato, anche perchè quello di laurea non tiene conto della reiterazione degli esami, inoltre come voto finale e complessivo è per necessità piu eloquente di quello di un qualsiasi esame di profitto. Sulla penalizzazione dei fuori corso e dei ripetenti mi trovo d’accordo, ma l’idea che lo studente non possa rifiutare il foto se positivo rappresenta un attentato all’unico diritto che oramai lo studente detiene. Concordo poi sull’omogenizzazione del livello di difficoltà degli esami, tuttavia non posso non soffermarmi sull’idea che se venisse applicato renderebbe inutili o forsanche dannosi gli altri accorgimenti. Aggiungo che solo negli ordinamenti trimestrali si fanno "circa" 10 appelli all’anno, ma negli atenei italiani prevalgono quelli semestrali che ne hanno 6, non di più, a meno che non vi siano preappelli.

  67. Ciro Pellegrino

    1. bisognerebbe occuparsi anche della qualità delle lezioni universitarie: una buona parte dei docenti va a ruota libera, elargisce dispense e stampati di powepoint, oltre che far acquistare i suoi costosissimi libri (nel corso degli anni sono stati verificati anche casi di docenti che ‘firmavano’ i tomi per impedirne lo scambio tra gli studenti ecc.). Insomma, i pagatissimi docenti universitari italiani tutto fanno, fuorchè insegnare. Vogliamo parlare degli assistenti, dei ricercatori? Suvvia. Bisognerebbe rivedere un sistema che opprime invece i tanti talenti italiani che sono dietro una cattedra. 2. una inezia: non ne capisco molto, ma non mi pare che ripetere un esame si possa considerare un evento statistico collegato all’esame precedente. Sarebbe come dire che una settimana gioco il numero 90 al Lotto e siccome non esce la settimana successiva ho più chance di vederlo estratto.

  68. AZ

    Ho fatto l’università a cavallo tra anni 80 e 90. E’ lampante che le cose sono cambiate. E’ altrettanto evidente che i problemi di allora, che nessuno ha mai voluto risolvere, si sono incancreniti. L’idea che una buona università si faccia con buoni studenti è aberrante. In primis si fa con buoni docenti, e qui ci sarebbe da chiedersi con che criteri è avvenuto l’ingresso alle cattedre negli ultimi 15 anni (i più anziani e onesti docenti diranno che semplicemente sono stati esasperati i criteri utilizzati nel decennio precedente). Avendo per lavoro e non solo contatti con l’ambiente dei docenti, sono giunto alla conclusione che nel sistema definitivamente feudalizzato dell’università italiana (non a caso "barone" è termine usato da decenni) le eccellenze e della docenza e della ricerca hanno vita difficile, alle volte impossibile. E la parabola dello studente va spesso da numero (i numeri fanno soldi) a borsista-assegnista-dottorando, cioè mente d’opera sottopagata. Così difficile ripristinare le condizioni che anni fa garantivano una naturale scrematura degli studenti poco motivati nei primi due anni senza chiamare in gioco tasse o altro?

  69. diego saccora

    1-Forse la soluzione sarebbe semplicemente considerare oltre al voto anche gli anni spesi per laurearsi. Se di questo 30% che ottiene la lode ci sono tanti fuori corso allora il discorso può anche stare i piedi, altrimenti mi sembra abbastanza demagogico. Uno studente può aver avuto mille motivi per non essere preparato ad un appello ed aver studiato meglio a quello successivo, insomma mi pare che il vostro ragionamento si basi solo su congetture e su logiche di comodo per le aziende che, mi scuserete, ma non sono il motivo principale per cui uno si laurea. 2-Aumentare le tasse per i fuori corso avrebbe come unica conseguenza che i figli di papà se la potrebbero prendere con calma, mentre chi ha problemi finanziari si ritroverebbe con un’ulteriore preoccupazione. 3-Se il problema è l’allungamento della permanenza all’Università, secondo voi vietare agli studenti di poter dare appelli successivi, costringendoli a ripresentarsi l’anno successivo, dovrebbe essere una soluzione intelligente? 4-Guardare ad altri paesi considerando un unico elemento come termine di paragone senza considerare altri aspetti, mi scuserete nuovamente, è anche questa demagogia.

  70. Mattia

    Sono un ragazzo di 21 anni che frequenta l’università da due anni, con buoni risultati. Mi pare sia fuori luogo questo articolo per diversi motivi. Primo. Perchè ai professori (generalmente) non importa assolutamente nulla dei propri studenti, del proprio lavoro e di fare uno o due appelli in più. Il problema è che a loro non interessa neanche insegnare. Con la nuova riforma, ridicola, dei 3 anni più 2 si è creato un disastro epocale. Gli esami sono gli stessi del precedente ordinamento, i crediti identici, da distribuire in 3 anni e con un tempo dedicato all’apprendimento ridicolo. Questo a vantaggio dei professori che ovviamente possono dedicare maggior tempo ai loro studi nei loro uffici mentre noi facciamo i pendolari per seguire 4 ore di lezioni. Se vogliamo ridurre i costi concentriamoci un pò su chi lavora e chi viene pegato per farlo, non aumentando i costi per chi paga e chi cerca di imparare. Vogliamo parlare degli assistenti? Sei assistenti per un professore per portare una 24 ore e rispondere alle mail…non vi sembrano un pò troppi?

  71. Franco Girini

    Come soluzione al problema propongo: 1) Impossibilità di rifiutare voti positivi (dal 18 in su) 2) Per ogni esame la possibilità di ripetere l’esame per un massimo di tre volte (in Italia ci sono i tre gradi di giudizio). 3) Per ogni ripetizione dell’esame oltre la terza di cui al punto 2), prevedere il pagamento di un obolo, tipo 100€. Naturalmente non bisogna sottacere il problema delle baronie universitarie, e dei metodi assolutamente poco trasparenti con cui si forma la casta dei professori universitari. Non bisogna far finta che le raccomandazioni per superare un esame non esistono e che professori universitari incompetenti, se non addirittura psicologicamente disturbati, non esistano. Chiaramente bisognerà agire anche su questo aspetto. Interessante al proposito era la proposta dell’ex Ministro Moratti, sulla valutazione continua dei professori universitari. In cui i professori universitari dovevano dimostrare periodicamente di essere ancora i migliori a ricoprire quell’incarico.

  72. Nikita.russka

    Ho conseguito nel luglio 2008 la Laurea in Scienze Politiche, percorso storico-politico, con la votazione di 105/110. Nel dicembre 1992 mi sono laurata in Lettere con 110/110 e lode. Nell’aprile 1995 ho seguito il corso di perfezionamento di Scienze della Comunicazione, attivato a numero chiuso dalla Facoltà di Sociologia. Ho sempre lavorato e studiato. Mi ha fermato solo la mia attività di mamma. Tutti mi chiedono perchè continuo a studiare. Perchè se in Italia vuoi fare ricerca devi pagarti gli studi per poter rimanere sempre aggiornato, in attesa che un giorno tu ti senta tanto preparato da avere voglia e capacità di comunicare agli altri quanto hai scoperto. Fra pochi giorni compirò cinquant’anni e continuo a sentirmi dire che sono troppo vecchia per tutto, soprattutto per la ricerca. Superare certi esami nel passato recente è stato molto difficile perchè alcuni insegnanti mi hanno veramente reso la vita difficile. Alla fine ho avuto 105, ma hanno cercato di demolirmi anche in sede di tesi. L’Università non funziona, perchè tutti vogliono tutto e subito, studenti ed insegnanti. E tutti pretendono di "piazzare" i propri fidi o di essere "piazzati".

  73. Patrizia Arcaro

    Certo al fine di diminuire i costi sicuramente le proposte e le riflessioni proposte sarebbero molto utili, ma non dimentichiamoci degli studenti. Io sono studentessa universitaria e capisco quanto sia stressante e dispendiosa di energie la preparazione di un esame (certo sempre per chi l’università la fa in modo serio), e so che se ci si impegna tanto è sicuramente gratificante avere un voto buono invece della sufficienza (e da qui il rifiuto dei voti). Ovvio il numero di appelli elevato serve per dare più sicurezza agli studenti ed evitare per quel che si può il troppo stress. Per quanto riguarda il voto di laurea non sono molto certa di essere in accordo o in disaccordo per cui non commento.

  74. Franco Girini

    Francamente non mi risultano tutti questi studenti che tentano l’esame per prendere 30. Gli studenti che tentano l’esame ci sono, ma lo tentano più volte per superarlo, qualunque sia il voto. Francamente prendere 30 per pura fortuna è una tesi che si iscrive nell’ottica dell’odierna campagna mediatica propagandistica di qualche ministro, ed assolutamente priva di raziocinio. Se non studi il 30 non lo pigli. L’autore parte notando un aumento dei 110 e lode, che potrebbe essere anche legato alla semplificazione dei corsi di studi, rispetto ai vecchi ordinamenti. Semplificazione finalizzata a ridurre la dispersione universitaria. Chiaramente tutto quanto sopra detto non significa che nell’università italiana problemi non ce ne sono. Il ricorso al tentare l’esame esiste (anche se solo molto limitatamente per prendere 30) e può essere ridotto prevedendo l’irrinunciabilità del voto "positivo", riducendo il numero degli appelli previsti in un anno per un esame, e prevedendo per chi ripete un esame, oltre un certo numero di volte, il pagamento di un contributo di esame per ogni ripetizione successiva dell’esame stesso.

  75. Daniele B.

    Secondo me, la possibilità di sostenere più esami esercita una pressione al rialzo sulle probabilità di laurearsi in tempo. Questa è semplicemente una constatazione di carattere empirico. Io studio economia a Palermo e l’evidenza dimostra una relazione inversa tra appelli e durata media degli studi. La quasi totalità degli studenti della mia facoltà vanno fuori corso. Diverso è il caso delle facoltà del centro nord dove le maggiori possibilità di appelli aumenta la velocità del percorso di studi (ho diversi amici che studiano a Bologna, Torino, Milano che mi hanno confermato questa trendenza). Poi non è detto che uno studente, anche a fronte della possibilità di ripetere l’esame, la sfrutti. Poichè in media gli esami, per le lauree triennali sono circa 25-30, e se uno studente ripete l’esame fino a quando le aspettative non sono soddisfatte, rischia di andare fuori corso. E poi la preparazione di un esame comporta un carico di stress non irrilevante. La mia soluzione: aumentare il numero degli appelli, ad esempio con la possibilità di sostenere prove intermedie, e obbligare lo studente a rifiutare massimo una volta.

  76. Franco Girini

    Un altro problema da risolvere è quello della qualità dei professori e dell’istruzione universitaria. Bisogna aumentare, in particolare, nelle facoltà scientifiche e tecniche, le ore di tirocinio. Bisogna passare dalla semplice teoria, alla teoria applicata, che è anche la maggiore garanzia che i neolaureati effettivamente ricordino quanto studiato e che sappiano applicarlo ai casi pratici. Ci sono, poi, i professori universitari che dovrebbero seguire dei corsi sui metodi per tenere efficacemente lezioni. Ci sono professori dotati nell’insegnamento, ma anche professori che non hanno attitudine all’insegnamento (che non fanno capire niente agli allievi, talora generando più confusione che chiarezza). Infine, bisogna valutare periodicamente la preparazione dei professori universitari, al fine di verificare che siano ancora i migliori del settore. Molti professori universitari, hanno nel loro curriculum accademico pubblicazioni che risalgono a 20 anni prima. Un professore universitario dev’essere prima di ogni cosa un ricercatore. Va da se che nell’università vanno istituiti metodi meritocratici per professori e ricercatori.

  77. mauro

    Le aziende dovrebbero tener conto del voto di laurea in funzione del tempo impiegato a conseguirla. Mi laureerò tra pochi giorni e la mia base di voto non sarà inferiore a 108. Non ho mai ripetuto gli esami e ho raccolto voti che a volte ritenevo ingiusti. Ma trascinare la vita universitaria per anni non ha senso, oltre ad avere costi proibitivi. Per questo sì alla riduzione degli appelli ma no un innalzamento delle tasse che penalizza i poveri e permette ai ricchi di perseverare nella loro inefficienza. Piuttosto per ogni tentativo in più si considerino due punti in meno. Sicuramente se la base di partenza è un 28 e non un 30 qualcuno ci penserà due volte.

  78. Dino Bortolotto

    Cosa conta di più per il paese? a) avere un esiguo manipolo di sportivi dell’esame che con il minor numero di tentativi e con il voto più elevato nella "gara di laurea" o b) un ampio insieme di persone con una reale e profonda conoscenza degli argomenti? Nel mio piccolo durante gli anni dell’università, a discapito della rapidità "sportiva", ho preferito l’approfondimento e non ne sono per nulla pentito, troppo spesso incontro ex colleghi campioni di velocità e performance che ormai non hanno il più pallido ricordo delle materie studiate. Faccio l’imprenditore e capisco la volontà di parametrare tutto su costi/ricavi e utili, ma prima di farlo sarebbe opportuno essere in grado di capire cosa realmente determina i costi e l’utile altrimenti queste considerazioni sono solo pericolose ed inconsistenti elucubrazioni che forniscono la scusa per un ulteriore peggioramento, nel nostro paese, della diffusione delle conoscenze e faccio fatica a capire come questo potrebbe contribuire al miglioramento dello stato economico complessivo di questo paese.

  79. Gian Carlo Presicci

    Quanto descritto nell’articolo e i riferimenti che vengono preziosamente inseriti, è pienamente condivisibile. Quello che non trovo condivisibile è la comparazione del sistema universitario italiano a quello di altri paesi solo dal numero e dalle caratteristiche degli appelli. Occorre sapere che i finanziamenti destinati agli atenei vengono ripartiti in funzione direttamente proporzionale al numero di immatricolati e al numero di laureati, quindi vietato bocciare. Inoltre poichè le tasse universitarie si pagano su base annuale di iscrizione (e non per efficienza di studio come all’estero), più anni stai dentro più paghi, ma devi pagare poco perchè non deve esserci discriminazione per censo e ne devi comunque uscire. Vietato scontentare gli studenti e le loro famiglie. In Italia purtroppo ancora si crede largamente che conti il "pezzo di carta" e non quello che sai veramente fare. Quindi moltiplicazione delle cattrede, dei corsi, degli appelli, come per le Provincie e per i Comuni: tanti Presidenti, Consigli, Revisori dei Conti, Segretari, ecc. Quindi l’Università italiana non è solo un esamificio, ma anche un poterificio, anche se sempre meno significativo. E l’ignoranza dilaga.

  80. gioegio

    Sono per la flessibilità dell’istituto universitario che deve essere usato da cittadini consapevoli, non da polli da batteria che devono correre per intrupparsi nel mercato del lavoro. Detto questo il problema "esamificio" c’è. Si potrebbe risolvere nei vari modi che voi citate (in francia il voto che prendi te lo tieni punto e basta). Ogni soluzione ha i suoi pro ed i suoi contro. Sicuramente però non è il caso di aumentare le tasse ai fuori corso che, solitamente, sono studenti-lavoratori. A parer mio la soluzione migliore sarebbe appunto l’impossibilità di rifiutare un voto più di una volta e, in caso di doppia bocciatura, l’obbligo di attendere sei mesi prima di riprovare. anche qui vedo problemi ma quanto meno la gente arriverebbe preparata e non "proverebbe" a passare praticamente senza aver aperto libro.

  81. Alessandro

    Ho studiato a Padova, laurea vecchio ordinamento, ingegneria informatica. Da noi parecchi esami era "normale" doverli tentare 2, 3, 4 o più volte. Eravamo tutti degli stupidi? Forse sì. I professori ci preparavano male? Forse sì. I livelli di difficoltà degli esami erano troppo elevati? Forse sì. Però prima di ridurre semplicemente ad un appello all’anno, bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe. Succederebbe che pochissime persone riuscirebbero a laurearsi, molti sarebbe meglio che nemmeno tentassero di iscriversi all’università. Insomma, sarebbe il caso di ripensare tante cose prima di poter attuare un unico appello all’anno.

  82. Luciano Scalzo

    Mi sono laurato in economia alla Sapienza, oramai da qualche anno, ed ora esercito la professione di dottore commercialista. Nel mio studio non vi è alcuna "icona" contenente l’agognato titolo. Il motivo? Penso che la laurea sia stata più utile all’università (che grazie al mio contributo ha potuto pagare, per esempio, stipendi ad un’esercito di professori e ausiliari vari) che a me. Che senso ha prevedere, per esempio, in una facoltà di economia corsi di diritto minerario o diritto della navigazione? Non è’ forse vero che con la formula del 3+2 sono stati concentrati nel primo triennio le materie prima prima previste in un quadriennio o quinquennio? Le università aperte nelle più remote province italiche sono più utili ai professori, che possono spendere il titolo per giustificare parcelle da capogiro, o agli studenti, che una volta laureti avranno quale unica chance la partecipazione ai concorsi pubblici? Il responsabile audiitng di una della più grandi conglomerati mondiali, presente in Italia, mi ha specificato l’identikit dello stagista: esperienza di studio/lavoro negli Stati Uniti e laurea conseguita alla Bocconi. E i laureati di Cosenza o Campobasso?

  83. giuseppe marziano

    Perchè non si parla un pò dei professori? Siamo sicuri che gli studenti universitari come regola rifiutano i voti bassi e tentano più volte l’esame per prendere un buon voto? Questa francamente mi pare una forzatura. Io ho l’esempio di mio figlio diplomato con 100/100 che iscritto da tre anni in informatica sta avendo grandi difficoltà a superare due materie, ora la difficoltà non è solo sua perchè nelle due ultime sessioni su circa 40 studenti che si sono presentati ha superato la materia uno solo. Di fronte a un fatto di questi io professore comincerei a chiedermi dove ho sbagliato, e se per caso ciò accade anche per colpa mia. L’altro elemento che nella facoltà di mio figlio al primo hanno si erano iscritti in 380 ora sono una quarantina e nessuno di loro è a posto con gli esami. Tutto questo può essere solo colpa dei ragazzi?

  84. alberto

    Nel privato non si ottiene il lavoro solo per il fatto di avere un voto alto. Nel pubblico, invece, visto che i concorsi prendono in considerazione il voto è importante. Per cui la vostra teoria vale solo per quelli che vogliono lavorare nel pubblico. Ritengo che basterebbe indicare, nel certificato di laurea di ciascuno, sia la durata impiegata per laurearsi, sia il rapporto fra questa durata con la durata media impiegata dagli studenti dello stesso corso di laurea dello stesso ateneo. Così si saprebbe subito se uno è bravo o uno che ritenta gli esami. Infine vorrei dire che questi problemi ci sono soprattutto nelle facoltà umanistiche, dove gli studenti vengono esaminati solo oralmente, e non in quelle scientifiche, in cui bisogna fare gli esami scritti, in cui bisogna veramente sapere e non la si può smenare.

  85. Eloisa

    In Italia è molto semplice per gli studenti ripetere più volte un esame universitario -anche se esistono delle eccezioni- ma è anche molto più difficile prepararli. Una mia amica americana mi ha raccontato come era organizzato un suo corso di chimica: 1) ogni settimana riceveva gli appunti delle lezioni che avrebbe seguito; 2) all’inizio dell’anno, per ogni argomento, la lista non solo dei libri ma delle pagine che il docente consigliava di studiare; 3) l’assistenza di uno studente più avanti che doveva prepararli sulla parte pratica 4) l’assistenza del docente ; 5) laboratori. Da noi può succedere che i docenti siano difficili da trovare o che dicano che è diseducativo fornire la correzione di un esercizio o di dover "far girare" a mano un programma in un corso di informatica. Senza contare che assistere alle lezioni spesso è un martirio e anche riuscire a trovare i libri su cui studiare può essere una corsa ad ostacoli. Come articolo mi pare un po’ superficiale.

  86. Valerio Guerra

    Non sono d’accordo con l’autore dell’articolo. Se si volessero ridurre i costi degli esami (ma sono davvero questi gli sprechi?), porre un limite di due o tre chances potrebbe essere una buona idea, solamente una lo trovo assolutamente sbagliato e controproducente. Secondo me si costringerebbero solo gli studenti migliori a dare l’esame in tempi più lunghi, solo quando stra-sicuri della propria preparazione, chi "tenta la lotteria", infatti, se ben ricordo è di bocca buona e mira solo a passare in fretta l’esame. E poi, se si volessero colpire proprio questi ultimi, basterebbe applicare l’attuale legge, verbalizzando anche le bocciature (chi va per tentativi rischia spesso l’insufficienza). Inoltre, credo che avere tre o quattro sessioni d’esame durante l’anno sia, oltre che utile, coerente con l’attuale durata dei corsi.. A che servono altrimenti i corsi (addirittura) trimestrali se poi le sessioni d’esame non hanno la medesima periodicità? Sono d’accordo, invece, con l’aumento delle tasse per i fuori corso, almeno il criterio è meritocratico. Per tagliare i primi costi, invece, proporrei maggiore informatizzazione e formazione informatica per i docenti.

  87. Alessandra

    1. Buona la proposta di alzare le tasse per i fuori corso, peccato che molti (e anche se fossero alcuni non vedo perchè dovrebbero contare meno), proprio per compensare lo "svuotamento" che hanno subito i contenuti dei corsi universitari hanno deciso di integrare, soprattutto per il biennio, lo studio, con il lavoro da cui l’impossibilità di rispettare il calendario delle frequenze e di sostenimento dei relativi esami previsto dalla facoltà; al contrario invece, il fatto di poter avere più appelli mi ha permesso di organizzarmi in modo autonomo e sostenere gli esami con esito positivo.."al primo tentativo", ma non al primo appello. 2. Se esistono quelli di cui al punto precedente e quelli che "giocano all’estrazione" perchè più semplicemente non tenere la possibilità di più appelli all’anno (questo vuol dire flessibilità) e bloccare l’iscrizione del "ripetente" dopo la prima o seconda volta? Magari facendo "pagare" le iscrizioni successive. 3. Mi risulta, ma potrei sbagliarmi, che nelle facoltà dove c’è solo una possibilità non è richiesta la sufficienza in tutti i corsi, ma come media nel gruppo d’insegnamenti d’area comune.

  88. maurizio carta

    Ci sono due soluzioni. La prima: non andare all’Università. La seconda: andarci, fregarsene (più o meno) dei voti, laurearsi e andare all’estero. Consideriamo il discorso da un punto di vista puramente materiale ed escludiamone la laurea in medicina (comunque parzialmente coinvolta). Una laurea in lettere è inutile: tenute nel dovuto conto le tendenze demografiche del nostro paese e le chilometriche graduatorie di precari, l’insegnamento è un miraggio. Una laurea in scienze politiche, legge, farmacia, ecc… è inutile: le libere professioni sono territorio dei "figli (asini) di papà". Una laurea in ingegneria è inutile: difficilissimo trovare un posto di lavoro decente nell’Italia della piccola impresa, dell’analfabetismo tecnologico e scientifico, della continua glorificazione del bottegaio. Diventare ricercatore? L’opzione più stupida di tutte. O vivi di rendita e integri gli assegni dell’Università, o accetti di vivere come un minorato materiale fino a 45 anni (sacrificio da idiota). Meglio entrare prima possibile nel mondo del lavoro (magari per cercarsi qualche rendita di posizione tipicamente tricolore) o spendere la laurea altrove. Questo non è un paese per giovani.

  89. Carmelo Vella

    Concordo con le considerazioni generali, meno col paragone con i sistemi stranieri. Nella università italiane è assente la figura del tutor, gli studenti sono lasciati a se stessi.I docenti, spesso, non si fanno trovare, e non forniscono alcuna assistenza: si ingegnano spesso a rendere inutilmente complicate le cose semplici. Per non parlare della spesso plateale incapacità didattica di molti professori, non in grado di programmare percorsi realmente utili agli studenti, ed alla futura professione.

  90. Guido Giuliani - Universita' di Pavia

    Sul confronto Italia-Regno Unito. 1) Il livello di difficoltà dei corsi UK è inferiore a quello italiano. Lo provano i voti altissimi che gli italiani conseguono in UK nel programma ERASMUS 2) L’esame UK fa accedere ai corsi successivi lo studente anche di livello molto basso, che abbia pero’ seguito tutte le lezioni ed i tutorials del corso 3) In UK le prove d’esame sono solo scritte. In Italia c’è una consolidata tradizione di esami con prova orale, e nelle Facoltà scientifiche le due prove sono spesso accoppiate. E’ indubbia la superiorità dell’orale per la valutazione della preparazione dello studente, seppure al costo di un enorme impegno temporale per i docenti. Non è possibile coniugare esami orali e prova quasi unica d’esame 4) Il sistema italiano, tra enormi inefficienze e distorsioni, produce laureati molto apprezzati all’estero. La "fuga dei cervelli" avviene perché i laureati italiani hanno un ottimo mercato, sia in ambito di ricerca, sia presso le aziende 5) 9 appelli all’anno sono troppi, ma la preparazione all’esame con tempi non rigidamente bloccati consente un approccio personalizzato alla formazione e gli esami orali. Va indagato se ciò conviene all’Italia.

  91. Andrea

    L’articolo, che sicuramente che ha il merito di farci conoscere le quantità di appelli della università di Toronto e altre, non parla, forse casualmente, del fastidio che nella media dei professori italiani è costituito dalla didattica, che sottrae loro tempo allle attività di ricerca e professionali. Il caso di Trento è una eccezione. Un ingegnere vecchio ordimento (110).

  92. Alberto Gaggero

    Concordo con la visione espressa dagli autori. Il sistema degli esami in Italia va riformato, se volgiamo creare un sistema universitario più efficiente ed in linea con gli altri paesi sviluppati.

  93. Giacomo

    Sono un neo-laureato, di 21 anni all’università di Bologna, vorrei solo dire che la visione che avete degli studenti è quantomeno distorta, e non tiene conto di fattori esterni come: carichi di studio, ore di lezione, qualità delle lezioni, accessibilità al materiale, disponibilita del Dio-Professore e dei suoi Angeli-Assistenti, posizionamento degli appelli che l’80% delle volte sono posti a comodo del docente e non intelligentemente per consentire allo studente di preparare accuratamente, sempre facendosi il mazzo, l’esame in questione. Prima di scrivere idiozie come queste io farei le seguenti riflessioni: 1) Come posso paragonare la scadente istruzione italiana con quella di stati all’avanguardia; 2)come posso generalizzare senza conoscere la reale situazione degli studenti; 3)prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di cancellare questo articolo pieno di assurdita a fronte di così tante repliche negative.

  94. Pietro

    L’analisi qui suggerita risulta,a mio parere superficiale. Sono uno studente di medicina all’ultimo anno di corso; non mi sembra assolutamente possibile equiparare le modalità di esame di corsi di laurea strutturati in maniera totalmente opposta, deresponsabilizzando, tra l’altro il sistema universitario, responsabile della qualità del servizio, a scapito di chi, da studente, ne fruisce, venendo dipinto come un fannullone che va a provare gli esami a tempo perso, senza studiare. I problemi a mio avviso sono molti, che per delineare i quali occorrebbero ben più dei 1200 caratteri concessi, e talvolta danno, il tentare un esame come frutto, ma questa è una delle tante conseguenze dell’organizzazione del sistema, non il problema da risolvere. Sono molto rammaricato che persone interne all’università possano banalmente pensare : "La soluzione è una riduzione drastica degli appelli. Ma potrebbe funzionare anche un innalzamento delle tasse per i "ripetenti" e i fuoricorso".

  95. kinta84

    L’articolo considera solamente alcuni aspetti e non altri. In primis la diversa organizzazione dell’università italiana rispetto alle altre non riguarda solo il maggior numero di appelli ma è qualcosa di molto più generale e cambiare solo una cosa senza considerare il resto avrebbe solo effetti devastanti. Inoltre dubito che si possa prendere un 30 per pura fortuna. Chi va a tentativi in genere si accontenta del primo voto positivo che riceve. Non sempre si deve prendere per buono quello che fanno all’estero e pensare che sia sempre ecomunque migliore di ciò che succede in Italia: ad esempio la possibilità di rifiutare i voti (cosa che chi va a tentativi tendenzialmente non fa) ritengo sia un’ottima cosa. All’estero magari fanno un solo appello, ma quale ne è la qualità? A giudicare dai libretti pieni di 30 e 30 e lode con cui tornano dall’erasmus studenti della mia università che in Italia in genere non vanno oltre il 22, si direbbe che non è molto alta. O sbaglio?

  96. Francesca Pampurini

    Concordo pienamente con gli autori dell’articolo. Sono fermamente convinta che non sia necessario alcun commento in quanto le statistiche degli ultimi anni e i dati di raffronto dei risultati del sistema universitario italiano rispetto ad altri paesi europei si commentano da soli. È fin troppo facile sostenere a gran voce la globalizzazione e il pan-europeismo (che ormai dilaga come una moda) quando la nostra "gran voce" risulta così sommessa nel panorama internazionale. Sarebbe ora di rendersi conto che per raggiungere la tanto auspicata "Unione" non serve accontentarsi del "meno peggio", ma è ben più proficuo uniformarsi allo standard dei migliori. E questo vale per qualsiasi settore, non soltanto quello scolastico. È comprensibile che possa pesare il riconoscere i propri fallimenti, tuttavia si sa: "errare humanum est, perseverare autem diabolicum”. Soltanto su un punto non mi trovo d’accordo con gli autori: per aumentare le probabilità di vincita alla Lotteria Italia è necessario acquistare più biglietti, aumentando quindi le proprie spese. Al contrario la Lotteria Esami risulta del tutto gratuita!

  97. katia zanatta

    Mi sento di dissentire totalmente su questa proposta i innalzare le tasse a studenti fuoricorso, come se di per sè ne pagassimo già poche! Sono una studentessa lavoratrice, anzi precisiamo pure il contrario una lavoratriche che ha deciso di continuare a studiare: pago le rette universitarie senza neppure frequentare, sinceramente mi pare il minimo poter avere a disposizione più di un appello, anche se concordo sulla possibilità di registrare il primo voto positivo ottenuto. per quanto riguarda le modalità d’esame ritengo siano troppo differenti da ateneo ad ateneo e pure all’interno dello corso di laurea, come da voi indicato il rischio è di assumere persone che degli esami sostenuti non sanno praticamente niente.

  98. stefano guadagni

    Mi capita d dover tornare in Università anche tre o quatto volte per esaminare un unico allievo che tutte le volte si ripresenta con preparazione zero: ma questo non costa allo Stato, costa solo a noi docenti, fino a 10 ore per ciascun membro della commissione per esaminare uno studente che evidentemente non ha un gran rispetto del lavoro altrui, e in questo modo certo non gli viene. È una delle follie di una politica acchiappastudenti che nulla ha a che vedere con la "education". La proposta dell’esame unico effettivamente è una lotteria, far pagare gli esami supplementari è classista: obiezioni fondate. Ma si possono comunque introdurre comportamenti e modalità più severi, che diano allo studente una impunità totale rispetto al presentarsi più volte completamente impreparato. Per esempio possiamo segnare quante volte è stato dato un esame? Possiamo togliere un punto massimo per ogni ripresentazione (la seconda volta non può ottenere più di 29, la terza più di 28, etc.?) Possiamo introdurre il 15 obbligatorio, non rifiutabile, se lo studente si ripresenta nelle stesse condizioni della prova precedente? Insomma, possiamo svezzarli, insegnando loro a rispettare il lavoro altriui e i costi sociali derivanti dai loro comportamenti, e alllenandoli a un mondo del lavoro che – solitamente – non perdona nessuna defaillance? È il nostro compito, ed è uno degli scopi collaterali più importanti dell’istruzione.

  99. Stefano Coculo

    Egregi autori, in base a ciò che ho potuto vedere nella Facoltà di Lettere e Filosofia di un’Università romana, che frequento da studente, il problema del ritentare ad libitum gli esami fino ad imbroccare la "mano fortunata" non esiste. Giacché, in particolare se si è studenti frequentanti, il 22 o il 24 sono scandalosamente assicurati al primo colpo, per male che vada. Per i frequentanti, gli unici due modi per farsi bocciare sono i seguenti: a) fare scena completamente muta; b) picchiare selvaggiamente il docente. In realtà, ciò che ha trasformato definitivamente l’Università italiana in uno squallido esamificio è stata la decisione di introdurre, con la riforma del ’99, l’incredibile caterva di esami (33, più due tirocini) che occorre sostenere (leggi "farsi regalare") per conseguire la laurea triennale. Inoltre, non pochi di questi esami (una decina ca.) riguardano materie grottescamente lontane dal settore di studio prescelto: i piani di studio ne sono inzeppati come diretta conseguenza della proliferazione incontrollata di cattedre. Pertanto se ne conclude che l’Università serve solamente a distribuire cattedre e stipendi a vuoto.

  100. luigi del monte

    L’istruzione parte dalle elementari e finisce in università. Se ci si lamenta delle condizioni pietose di scuole medie e superiori non si può pretendere di trovare studenti universitari geni. Se poi alcuni esami da me sostenuti vengono passati dal 20% degli studenti agli scritti, e chi sà quanti agli orali, non credo sia colpa solo degli studenti che tentino la fortuna. Testi degli esami che in appelli successivi siano completamente diversi dal punto di vista della difficoltà. Appelli disposti in modo casuale. La riforma del 3+2 che senso ha avuto: corsi quadriennali scissi in due semicorsi, il triennio non vale quanto la vecchia laurea e "costringe" a fare il biennio. Corsi quinquennali che vengono fatti nel modo che i 29 esami di ing meccanica di 5 anni me li sono fatti nel triennio correndo e arrancando e poi altri 12 nel biennio per consolidare (stessi esami ripetuti più volte). Forse tanti appelli servono a chi sostiene tanti esami e si deve anche organizzare, no? E tutti i lavori che mi sono dovuto sobbarcare non mi hanno tolto tempo dallo studio o dalle esercitazioni?

  101. Enrico C.

    Da studente dell’università di Trento ormai non troppo lontano dal finire anche il corso di laurea specialistica (ahimè fuoricorso) posso dire che, in effetti, una delle cose peggiori della nostra università è vedere persone che rifiutano voti anche buoni (è famosa qui la storia di una ragazza che rifiutò un 29 per poi riprovare 5 volte l’esame e accontentarsi di un 18), lo spirito con cui si entra in facoltà di molti, più un luogo per dire "io ci sono" che per una "vocazione". Il problema è grosso, ma da studente spezzo anche una lancia in mio favore:uno dei problemi che riscontriamo è anche la difficoltà di rendere una materia appetibile, l’offerta didattica per esempio si basa quasi solo sulla teoria e non ha risvolti pratici (parlo da studente di legge), con conseguenze immaginabili una volta usciti dall’università. Noi studenti facciamo la nostra parte (cattiva) in questo,ma anche i docenti a volte non aiutano (salve ottime eccezioni). Ho fatto solo un esempio di quella che è la situazione che si vive nell’università (almeno qua a Trento), non ho la pretesa di sapere tutto, ci tengo solamente a far sentire anche la mia voce.

  102. Enzo 85

    Sollevare una discussione di tal fatta ci aiuta a riflettere sulla doverosità di rendere il sistema istruzione Italia decisamente più selettivo e aperto solo ai meritevoli. La riduzione del numero degli appelli sicuramente può essere un’utile strumento ma non sufficiente, in quanto molto spesso rientra nella discrezionalità dei professori più responsabili impedire a studenti palesamente impreparati, di ripetere l’esame nell’appello successivo. Rendere obbligatoria la frequenza dei corsi, modulare gli approcci didattici in considerazione delle mutate realtà circostanti, aumentare le esperienze pratiche e investire sugli studenti, che non dimentichiamolo, sono una ricchezza, è l’unica strada percorribile. "I capaci e i meritevoli pur se privi dei mezzi, hanno diritto di accedere ai gradi più alti degli studi"..art 34 cost. La meritocrazia e la capacità individuale fine ineludibile di qualsiasi progetto di riforma.

  103. Giorgio Nocco

    Il problema dell’allungo dei tempi nei corsi di laurea non, è a mio giudizio, solo legato all’opportunità di ripetere illimitatamente le sessioni d’esame. La riforma del 3 + 2 ha generato una concentrazione di esami tale da rendere impossibile il rispetto dei piani di studio nei tempi previsti. La pianificazione di 8, 10 esami in un anno accademico con materie fondamentali caratterizzate da programmi didattici di un certo spessore (cito ad esempio facoltà di ingegneria, giurisprudenza, economia) il riparto delle propedeuticità e barriere, l’ organizzazione dei piani di studio, con sensibili differenze tra facoltà uguali ma in sede diversa sicuramente influenzano i tempi di laurea delgi studenti. Testimonianza di quanto i corsi di laurea triennali siano stati inadeguati alla formazione pre lavorativa è ,ad oggi, il progressivo abbandono dei suddetti, con un palese ritorno alla laurea quinquennale già in atto dal 2006 in numerosi atenei. Ritengo pertanto che la "lotteria degli esami" non rappresenta il vero problema dell’allungo sui tempi di laura e un ulteriore aumento delle tasse ai fuori corso è inaccettabile e pretestuoso, essondo tra l’altro già previsto da ogni ateneo.

  104. Alberto Braga

    Mi spiace dirlo, ma l’articolo è molto superficiale. Credo sia giusto concedere allo studente tutti gli appelli di cui ha bisogno, ed il boom dei 110 non è certo dovuto al numero degli appelli di un esame, ma principalmente dalla facilità degli esami a cui gli studenti vanno incontro. Se il docente propone un esame complesso, anche in 10 appelli, il voto dello studente rimane basso. Dalla mia esperienza universitaria posso dire con certezza che gli esami "impossibili" sono difficili a tutti gli appelli. Semplicemente, per evitare vagonate di 110, basterebbe aumentare la difficoltà degli esami e vedere chi riesce a saltare un certo livello di comprensione del problema. Se poi gli studenti rifiutano un voto non è un problema, anche se prenderanno 110, avendo fatto gli esami più volte, il loro voto di laurea avrà meno valore di un 110 preso in corso rispetto ad uno preso fuori corso.

  105. Silvia Giusti

    Sono d’accordo col fatto che ormai gli esami stanno diventando una sorta di lotteria, della serie "ci provo finchè non ci riesco". Ma non sono d’accordo nè sulla riduzione degli appelli, nè sull’innalzamento delle tasse a ripetenti e fuoricorso: io sono iscritta alla triennale, e lavoro a tempo pieno cioè 36 ore a settimana: è chiaro che non riesco a stare al passo con i 60 crediti all’anno, ma che procedo molto più a rilento rispetto agli studenti non lavoratori. Ma le tasse che pago sono già altissime perchè il mio reddito viene accumulato con quello dei miei familiari, e di conseguenza l’ISEE è alto; do meno esami perchè ho meno tempo per studiare; non frequento quasi mai. Per caso dovrei pure pagare tasse più alte perchè sono fuoricorso?

  106. Gino

    Le problematiche sono molteplici. 1. troppe universita’; quelle inutili andrebbero chiuse senza pieta’. E per debellare questa piaga, abolizione del valore legale del titolo di laurea; cosi’ vediamo se i furboni sceglieranno ancora le universita’ "facili". 2. troppi laureati in alcuni settori fondamentali: giurisprudenza, medicina, per fare un esempio. Per queste: isituire il numero chiuso. Impopolare? Come stanno andando le cose oggi, no. 3. troppi esami, parlo della mia facolta’ (giurisprudenza), 5 anni per un totale di 33 esami, molti inutili. 4. troppi appelli? Non sono d’accordo: sono pochi e mal distribuiti. Il vero problema non e’ il numero degli appelli, ma la piaga del "fattore fortuna", che potrebbe bruciare a uno studente sfortunato, ma praparato, mesi di studio. Non va bene, se a cio’ aggiungiamo i raccomandati. 6. formazione inesistente. Si’, la formazione e’ praticamente inesistente; La preoccupazione dello studente e’ solo quella di dare piu’ esami possibili sapendo che comunque cio’ che conta non e’ il sapere, ma il "pezzo di carta". CONCLUSIONI – Esempio: giurisprudenza: 19-27 anni. forse 28. Formazione zero. Rovinati.

  107. genovese

    La scuola e l’università inizia ada essere sempre più un privilegio..e noi aumentiamo le tasse? Follia pura…I professori si lamentano dell’esamificio e ce ne lamentiamo anche noi studenti ma i testi son scelti in base a meccanismi clientelari dove il professore adotta il libro scritto da lui o da collega amico..I professori fumano in locali pubblici, agli esami, in faccia agli studenti, arrivano tardi agli esami perchè prima vanno a pagare le bollette alla posta, chiaccherano coi colleghi, vanno a prendersi caffè e quant altro…E questa è la realtà propria dell’Ateneo in cui lavorano alcuni dei professori che firmano l’articolo.. Il problema che porrei è i soldi delle nostre tasse servono a pagare gli stipendi di questi stakanovisti del lavoro? Bene allora dovrebbero essere più basse!!! Inoltre, gli studenti lavoratori che si spaccano la schiena per farsi della sana gavetta e non stare sulle spalle stanche dei genitori? Loro devono laurearsi in 15anni perchè non ci sono abbastanza appelli?

  108. nonstop9981

    Gli studenti fuoricorso gia pagano più tasse di chi è in corso. Le università Italiane funzionano male in quanto gli studenti non trovano professori che li ricevono, studiano su libri inadeguati, orari di lezione a comodo dei docenti con orari assurdi, in quanto molti hanno attività professionale al di fuori della università. Esami prettamente nozionistici ed inutili se non per bloccare più studenti possibili e mantenere il numero e le cattedre . Se all’estero l’età media della laurea è più bassa che in Italia non è certamente dovuta al fatto che gli studenti italiani sono subdotati rispetto ai colleghi non italiani. Controprova , gli italiani che vanno all’estero si laureano prima di chi resta in Italia, ergo, rivediamo gli studi , le lezioni, i libri di testo ,gli insegnanti, prima di mettere il cappello di asino agli studenti ….

  109. Ania

    Quest’analisi è davvero molto superficiale, mi sembra scritto da uno dei tanti docenti annoiati che crede di fare beneficenza recandosi in sede di esame. Magari lavorassero un po’ all’estero dove seguire gli studenti è un obbligo e correggere tesine fa parte del loro essere professori, inoltre devono formare gli studenti al mondo del lavoro e non all’esercitazione della memoria.
    Purtroppo i docenti italiani credono di essere delle divinità e al volte non sono nemmeno niente di speciale, molti docenti sono scarsi per quanto riguarda la didattica e all’esame vogliono chissà che performance. In Italia non esistono Università ma Licei mascherati. Gli studenti non producono ma memorizzano l’amato libricino/slides del professore e guai se si studia su qualcosa di alternativo. L’Università Italiana è da 18 se la paragoniamo con qualunque altra Università estera.
    Molti non superano l’esame non perché non sono bravi, ma soltanto perché il docente o l’assistente lecchino si è svegliato male, oppure perché il cervello si è scordato di memorizzare la virgola del libro. Dai siamo seri, il sistema universitario è pietoso!!!

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