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  1. giuseppe Rispondi

    Ha dichiarato il Prof. Tommaso Padoa-Schioppa (Settembre 2006): "Il problema dello stallo della produttività dipende dai comportamenti delle imprese e in particolare dalla dinamica insufficiente degli investimenti e dell'innovazione""". Sembrerebbe, quindi, che la scarsa produttività non sia imputabile al presunto "ritardo nel cammino delle riforme del mercato del lavoro". Perchè quindi si insiste nella richiesta di "scaricare" sui lavoratori i costi dell'icapacità o, più semplicemente, della scarsa volontà delle imprese di fare la loro parte (specialmente in Italia)? Perchè tutti i diffetti del sistema economico sarebbero sempre imputabili solo ad uno dei due principali fattori della produzione: il lavoro (senza mai mettere seriamente in discussione l'altro: il capitale)? Nonostante tutte le statistiche internazionali pubblicate dicano che negli ultimi anni si è registrato un netto aumento dei profitti a danno dei salari/retribuzioni? Nonostante questo effetto di sempre più accentuata polarizzazione della ricchezza prodotta, grazie alla tanto osannata (dai liberisti) globalizzazione economica senza regole e senza controlli, sia ormai sotto gli occhi di tutti?

  2. E. Massagli Rispondi

    Non si può spiegare la frustrazione sul lavoro solo con teoremi economici. Non è vero che un lavoratore è irrequieto solo perchè pagato poco o insicuro del posto; senza fraintendimenti, questo è sicuramente un problema notevole, non risovibile con le vecchie categorie del mercato del lavoro (personalmente sposo, tra le soluzioni, anche quella di legare il salario alla produttività) e certamente problema da prime pagine dell'agenda. Ma sotto questo problema vi è una debolezza culturale forte, difusa quanto l'insicurezza economica, sopratutto fra i giovani (categoria di cui faccio parte). Ci si accontenta del posto, si cerca la sicurezza contrattuale prima ancora che la soddisfazione in quello che si fa e di conseguenza si compie il minimo indispensabile. E allora è normale che salga l'occupazione (si prende quel che c'è...), ma contemporaneamente diminuisca la produttività (anche se non piace) e la soddisfazione. Il rischio è limitare questo fenomeno a pur presenti fattori istituzionali, mancanze strutturali: il fenomeno è più profondo e ha origine nella concezione neoclassica che mette al centro dell'azione il bisogno dell'uomo e non il desiderio. Il primo frena, il secondo aziona.

  3. marie arouet Rispondi

    Tempo fa (anni 90) si teorizzò il lavoratore povero: ci siamo arrivati. Se il reddito prodotto dalla nazione dagli anni novanta in poi è aumentato, ciò mal si concilia con il peggioramento delle condizioni economiche della generalità dei cittadini normali. Nulla si crea e nulla si distrugge e di conseguenza a qualcuno è stato tolto ed a qualcuno è stato dato. Propongo di teorizzare il lavoratore ricco o se preferite l'imprenditore meno ricco. Forse con uno sforzo teorico e pratico si potrebbero trovare gli strumrenti idonei, mutatis mutandis, per raggiungere un obbiettivo meritevole. Il lavoro è un mezzo propedeutico per la soddisfazione dei bisogni e delle aspirazioni delle persone e non può diventare uno strumento di sopravvivenza. Un lavoratore estremamente produttivo può contemporameamente essere buon padre e marito ed un buon cittadino ed una brava persona? La dimensione economica deve contribuire alllo sviluppo ed alla elevazione dell'individuo mentre oggi tutto appare ad essa sacrificato sulla base di un semolice e, diciamolo pure, volgare ricatto dissimulato dalle tante astruse ed indimostrabili teorie sulò fatto che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

  4. paolo Rispondi

    L'articolo si conclude con un riferimento all'aumento di occupazione collegato alla riduzione di produttività e consegunetemente ad un minor salario per il lavoratore che determina una minore felicità di questultimo. Tutto il ragionamento è legato al fatto che un individuo, più aumenta il consumo (guadagna) e più è felice (teoria neoclassica). A me piace pensarla in modo diverso e cioè come la tesi provocatoria di Richard Layard: egli afferma che un'imposta sul reddito non sarebbe distorsiva perchè l'individuo preferisce consumare tempo libero rispetto a guadagnare di più (e lavorare di più). Quello che si può notare è che il lavoro flessibile (senza tutele) è aumentato, questo viene subìto principalmente dai giovani, la ricattabilità determina un aumento di produttività e una riduzione di tempo libero ma anche un minor salario rispetto ai colleghi più anziani. Alla luce della teoria di Layard è evidente la causa del malcontento, in primis il minor consumo di tempo libero e poi il minor reddito rispetto alle posizioni relative dei colleghi più anziani (l'individuo è più felice di avere meno -in valore assoluto- ma più degli altri), non determina insoddisfazione il minor guadagno in assoluto.

  5. giuseppe Rispondi

    Nulla di nuovo sotto il cielo? La storia si ripete. Grazie ad alcune delle conquiste sociali del secolo scorso (il Diritto del lavoro, lo Statuto dei Lavoratori, ecc..) sono stati riequilibrati, in parte, i rapporti di forza tra capitale e lavoro. E tuttavia lo sviluppo economico non è stato per questo pregiudicato. Grazie alla globalizzazione economica (che, come giustamente annotato, stà solo aumentando esponenzialmente la polarizzazione della ricchezza senza eliminare ne diminuire la povertà preesistente) è in atto una clamorosa operazione di sostanziale "regresso": non c'è bisogno di abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dato che la progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro (il contratto di lavoro "normale" è ormai quello a tempo indeterminato), di fatto, stà abrogando le tutele ivi previste!! Le "riforme" che molti economisti propongono non sembrano adatte a dare risposta ai bisogni delle persone. I modelli astratti sono una cosa, la realtà concreta è un'altra. Del resto, nessun modello economico aveva previsto che la globalizzazione avrebbe determinato l'attuale regresso economico e sociale del mondo occidentale.

  6. francesco Rispondi

    Mi tovo in totale armonia con uno dei commentatori. L'evidenza è manifesta, frotte di imprenditori si sono da molti anni ormai (e quindi non sono in procinto) spostati con il comparto produttivo ad est, vuoi immediato(romania,bulgaria,ucraina), vuoi estremo (Cina, India, Vietnam). La spinta propulsiva non è certamente conclusa, basti verificare i dati alle varie ambasciate o ai vari ICE per notare come anagraficamente, in europa, siamo quasi sempre tra i primi a muoverci in massa. Quello che era un comparto manifatturiero composto da solide realtà produttive istallate, è diventato una palazzina con 40 call center, 50 amministrativi ed un direttore generale. Cosa ci possiamo aspettare dal nuovo italico comparto: carta.enormi castelli di carta. Lo sappiamo tutti poi come va a finire con la carta e le varie sorelle e fratelli americani (Lehman) insegnano, una ventata fuori stagione e cade tutto. In siffate condizioni c'è da ritenere ancora il lavoro come calmiere o scudo di rischi sociali?

  7. Tarcisio Bonotto Rispondi

    La necessità umana di sopravvivenza è sostanziata nel mondo moderno con il diritto al lavoro, ad un significativo lavoro, non solo per la produzione ma per la crescita personale e sociale. Se si tolgono questi due ultimi fattori, la sola produzione produce mostri. E' necessario il profitto razionale, ma non eccessivo, l'utilizzazione delle capacità individuali ma non lo sfruttamento, la partecipazione contro l'alienazione del posto di lavoro. Ebbene la disoccupazione in Italia è calata certo ma sono aumentati i precari a circa 3,5 milioni. In Europa dal 2001 i precari sono aumentati da 40 milioni a 100 milioni. Occupazione fasulla per dare fiato all'instabile mercato mondiale. Che senso ha? L'economica è per la sopravvivenza e lo sviluppo umano e del pianeta. Ripensiamola in termini razionali, e cominciamo dalle unità socio-economiche locali, autosufficienti. Altrimenti dal caos del mercato globale non si ricavano certezze, nè sistemi. Il sistema economico sociale dobbiamo farlo noi.

  8. Ivano Canteri Rispondi

    L'accademia, al solito splende, ma dimentica di osservare la realtà con schiettezza. E allora scopriamo che le imprese non reinvestono, che il capitale si fa sempre più cartaceo, che l'economia globale è condizionata da fattori che nulla hanno a che vedere con meccanismi che si direbbero propri di un mondo liberista "comme il faut" (o "comme il faudrait"?). E allora ogni discussione sul trattamento del lavoro e sugli stratagemmi cosmetici per abbellire la realtà di una disoccupazione a cui non si sa come rispondere se non con escamotage precarizzanti e flessibilizzanti, non incidendo sulla realtà delle cose, ci dice che ad essere in crisi è il modello (ammesso che tale possa essere definito) di fondo che non riesce a svincolarsi da una miope politica della contingenza e non è in grado di ripensare ai grandi assetti globali in chiave, liberandosi una volta per tutte dai nefasti esiti della triste stagione tatcheriana-reganiana. Se non si capisce questo, ogni soluzione sarà di corto respiro e soprattutto rappresenterà una bomba ad orologeria contro la stabilità e la permanenza delle nostre società e delle nostre economie.

  9. Francesco Bizzotto Rispondi

    Dubito che la soluzione alla vigliaccata di scaricare sui giovani il problema della flessibilità del rapporto di lavoro sia l'adozione di dispositivi di stabilizzazione dei precari. Il dualismo attuale va superato in avanti: con accordi di Territorio che creino un mercato del lavoro trasparente per il lavoratore che vuole cambiare e per l'impresa che cerca specialisti. Questo libero mercato deve crearlo la politica locale. Oggi i lavoratori sono scontenti (sprecano il loro potenziale) e le aziende perdono produttività (non hanno la collaborazione dei talenti giusti). Un accordo di Territorio mi pare possa facilmente favorire queste relazioni (la nascita e la fine della collaborazione, "dipendente" o paritaria che sia). Deve prevedere strumenti di rilevazione delle esigenze e competenze e di formazione su misura. E deve creare un fondo di sostegno nel passaggio da un lavoro all'altro. Il futuro? Saremo all'80% specialisti autonomi ("Persone"), con diverse relazioni di collaborazione, tra "imprenditori". Lo saremo a misura delle nostre scelte di vita. Il lavoro dipendente generalizzato (a mo' d'individuo idiota) è un'invenzione recente (poco più di 150 anni) ci ricorda Elliot Jaques.

  10. Sara G. Rispondi

    Credo che un problema fondamentale sia ancora l'esiguo numero di popolazione attiva in Italia; vivo negli USA e ritengo eccessivo dover lavorare sempre (per pagarsi l'assicurazione sanitaria). Ma In Italia quanti sono i lavoratori del settore privato? Arriviamo a 18 milioni? Non si trova molta documentazione a riguardo. Ma e' sulle spalle di quelli che grava l'intero paese. L'incremento dell'attivita' economica, ben venga se sara' grazie allUE a 27 membri, sara' conditio sine qua non.

  11. Paolo Roberts Rispondi

    Il vero paradosso della nostra epoca è che il mondo sta ritornando indietro non in direzione di una maggiore sicurezza della continuità del rapporto di lavoro che per tutti non è mai esistita, ma verso un sistema economico che polarizza le retribuzioni, aumentando la forbice salariale in modo miope e irrazionale. Gli stipendi e l'avidità di manager, uomini politici, personaggi dello spettacolo e del mondo dello sport, assomiglia sempre di più alla follia di uno sciame di locuste, assolutamente incurante degli effetti che il loro comportamento e il loro esempio ha sulla società. Una società, ormai divisa in caste, che non comunicano tra loro se non attraverso lo scontro e lo sfruttamento reciproco. Dobbiamo cominciare a rispettare noi stessi, gli altri, tutti gli altri, e il pianeta su cui viviamo, ricordandoci che nessun "uomo è un isola" e che tutto quello che io spreco o che voglio per capriccio, potrebbe essere essenziale per la sopravvivenza di qualcun altro.

  12. Giovanni Caruselli Rispondi

    Credo che la questione possa essere così sintetizzata. Se vogliamo creare un milione di posti di lavoro alla svelta è sufficiente dimezzare il salario di un milione di lavoratori e offrire quello che avanza a un altro milione di lavoratori in attesa di impiego. Poi chiediamo sia agli uni che agli altri di "produrre" di più se vogliono mangiare magari lavorando dieci o dodici ore al giorno e infine ci chiediamo: come mai sono tutti così arrabbiati?

  13. Claudio Resentini Rispondi

    Sono d’accordo con il prof. Boeri che il lavoro, così come si è andato delineando negli ultimi decenni, non protegge più dai rischi sociali, povertà in primis. Però il mercato del lavoro è diventato “più rischioso” non solo per i bassi stipendi, ma soprattutto per la precarietà del lavoro. Inoltre legare i salari alla produttività non farebbe altro che allargare la “forbice” tra i lavoratori e caso mai potrebbe portare ad aggravare la situazione, migliorando le entrate di qualcuno, ma peggiorando quelle di qualcun altro (non “produttivo”), spingendolo sotto la soglia di povertà. Sarebbe anche il caso di precisare che il milione e passa di posti di lavoro “creati” dal governo Berlusconi sono un effetto ottico dovuto soprattutto ai fattori demografici citati dal prof. Boeri. Inoltre bisognerebbe aggiungere che i valori degli indicatori statistici relativi al mercato del lavoro sono cambiati, non solo perché è cambiato il mercato del lavoro “reale”, ma perché sono cambiati gli indicatori stessi e la loro modalità di rilevazione (ricordo soltanto che basta una sola ora di lavoro nella settimana precedente all’intervista per considerare una persona occupata).

  14. Armando Rispondi

    Nel secondo dopoguerra si è creato un sistema economico che ha saputo coniugare una forte crescita del Pil all'estensione dei suoi benefici a tutte le classi sociali. Il sistema non era esente da difetti, dato che lasciava fuori dai problemi l'ambiente e il Terzo Mondo. Ma le persone vivevano con una ragionevole certezza sul proprio futuro. Oggi questo sistema è in via di smantellamento per essere sostituito anche in Europa dal liberismo, di cui esistono varie forme, dalle più brutali e quelle più soft (di cui questo articolo è un esempio), tutte con l'obiettivo di togliere alla gente le sicurezze su cui fino a ieri poteva contare. Non è detto che il gioco riesca. Non è detto che l'italiano medio si trasformi nel buon liberale sognato dagli economisti. Per ora si è visto un deterioramento della qualità della vita impressionante, che non è tanto o solamente economico, quanto morale, relazionale, culturale. (Per non parlare della scomparsa della politica, perché quando si può seriamente affermare che "il liberismo è di sinistra" vuol dire che si è giunti a un punto in cui qualunque affermazione vale qualsiasi altra).

  15. mirco Rispondi

    Non raccontiamo favole. Le imprese trasferiscono fuori dall'europa dei 15 molta produzione, quando anche gli ultimi arrivati ( romania bulgaria ecc) avranno raggiunto un livello decente di salario, allora si potrà riparlare di salari decenti a meno che la Cina e l'India non abbiano contribuito a ridurre ancora il prezzo del costo del lavoro. Con la globalizzazione si è aperta una voragine.I sindacati nazionali europei non riescono a contrattare salari decenti e posti di lavoro a tempo indeterminato perchè i capitalisti possono sempre trasferire la produzione in altri paesi (anche produzioni ad alto contenuto tecnologico ).Ma una situazione simile a quella del 29 mi sembra che si sitia già creando...I governi europei non fanno gli interessi dei lavoratori e una Europa più insicura è una Europa meno unita L'Europa? che delusione rispetto ai principi scritti nel 1957! Chi ve lo ha ordinato il medico di allargarvi a 27?

  16. Enzo Tarquini Rispondi

    Il mercato del lavoro è rigido in entrata ma ancor di più in uscita. Diciamo ai nuovi flessibili che gli "insiders" godono di tutele ampiamente eccessive (vedi art. 18 dello Statuto dei Lavoratori) che sterilizzano il potere contrattuale delle aziende. I diritti hanno un costo, i nuovi assunti avranno poche tutele perchè i loro predecessori con politiche dissennate e assservite al clientelismo e alla partitocrazia hanno bruciato gran parte delle risorse da destinare ai posteri. Perchè noi giovani dovremmo mai lavorare per pagare pensioni a chi ha passato più tempo a leggere i giornali e stare in casa piuttosto che al lavoro? In un mondo di risorse scarse non è giusto ciò che è stato fatto...chi ha sbagliato che paghi.

  17. marco l. Rispondi

    Generalizzare nuoce, poiché entro all’Europa le differenze sono molte. La mobilità dai paesi più poveri a quelli più ricchi giova ai primi nelle statistiche della disoccupazione, ma al tempo stesso non favorisce certo adeguati riequilibri contrattuali. In alcuni paesi, fra cui l’Italia, il livello dei salari è fermo da circa venti anni, anche perché storicamente ancorato all’illecito strumento dei fuori busta, oggi sfumato con la crisi dei profitti. Legare aumenti salari e produttività è certo auspicabile in chiave di prevenzione stagflazionistica, ma perché poi dovrebbe impedire l’adozione di soglie di retribuzione minime stabilite nella contrattazione centrale? E’ davvero questo “minimo garantito” lo svantaggio competitivo che frena la crescita europea? Non scordiamo che a parità di costo della vita un impiegato italiano guadagna meno della metà di un tedesco o di un francese, con inoltre notevoli garanzie in meno. Stiamo attenti a non applicare della flessibilità solo i lati favorevoli alla componente imprenditoriale, facendo ingiallire nei cassetti dei ministeri le sentenze della Corte di Giustizia Europea a tutela dei diritti dei lavoratori.

  18. Alessandro Rispondi
    Complimenti è quello che ripeto in continuazione a mio figlio "scappa dal'italia tu che puoi". Comunque penso che che ci riuscirò anch'io. Buon lavoro
  19. Luigi Sandon Rispondi

    Non vedo il problema di imporre un salario minimo. In genere l'azienda è l'attore più forte, e maggiore decentralizzazioni significa anche minor peso del lavoratore nella negoziazione. A parte poche mansioni dove la domanda supera l'offerta, senza un salario minimo temo si assisterebbe ad un'asta al ribasso. Per di più il salario minimo per un contratto a tempo dovrebbe essere maggiore, per disincentivare l'uso prolungato e generalizzato. Il lavoratore a tempo si assume un rischio, che va correttamente remunerato.

  20. Marco Tesei Rispondi

    Sono uno studente dell'universita di Siena quindi il mio commento non sarà al pari di professori universitari presenti in questo sito, voglio comunque dire la mia : Il mercato del lavoro dei paesi dell'unione europea è sempre stato caratterizzato da una disoccupazione elevata e bassi flussi di entrata/uscita da essa. Fa parte della nostra mentalità essere molto avversi al rischio (paesi mediterranei) - i prodotti finanziari piu venduti dalle banche specialmente in questi paesi sono a "rimborso garantito del capitale". Il motivo è semplice, la nostra vita media si allunga costantemente (paesi mediterranei) e dobbiamo lavorare molto in età produttiva per avere le disponibilità che ci serviranno in futuro per mantenere il tenore di vita da noi desiderato. Con un lavoro stabile si possono fare dei progetti/investimenti/risparmi che mi assicureranno contro il "rischio di vivere troppo a lungo". Anche se il mio modo di pensare non rispecchia quanto appena descritto, quando si fanno delle riforme in un Paese, và tenuto conto del tessuto socio-culturale di chi dovrà applicarle; è l'unico modo per evitare in parte i malcontenti. In america c'è flessibilità ma i stipendi reali sono più elevati

  21. Carlo Rispondi

    Per favore, basta ipocrisia: chiamiamo le cose con il loro nome. Le aziende non propongono stage su stage come periodo di "verifica": lo fanno per risparmiare e sfruttare punto e basta, perche' tutti i contratti di lavoro prevedono periodi di prova in cui si puo' licenziare senza giusta causa. Quando prestigiosi studi legali "assumono" neolaureati facendogli aprire la partita IVA, commettono una frode, perche' non si avvalgono dei servizi di un consulente occasionale ma di un vero e proprio lavoratore dipendente. Un piccolo studio di provincia forse potrebbe anche non permettersi di fare altrimenti (da vedere, pero') ma non mi si venga a dire che lo stesso vale per gli studi piu' prestigiosi di Milano o Roma! A meno di 3 anni dalla laurea, mi posso permettere un bell'appartamento nel pieno centro della citta', non mi faccio mancare niente, e riesco anche a mettere da parte un bel gruzzolo a fine mese. Come mai? Ho lasciato l'Italia e lavoro a Londra!